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1 dicembre 2023

Michel Faber
Natale in Silver Street: nuove storie del Petalo cremisi

Titolo originale The Apple: New Crimson Petal Stories

Trama
Einaudi | pag. 137
Tornano, in questa raccolta di racconti inediti, i personaggi che sono stati protagonisti de "Il petalo cremisi e il bianco" (2003, Einaudi): da William Rackham, l'erede dell'industria profumiera, alla piccola Sophie, ma soprattutto Sugar, la giovane prostituta, la più ricercata. Storie brevi che raccontano il prima e il dopo del "Petalo cremisi".








Commento

Mi ero quasi dimenticata come fosse leggere Faber, in particolare queste storie legate a Il petalo cremisi e il bianco. Io ho amato alla follia Il petalo, è stato un romanzo rivelazione che mi ha aperto un mondo e che ho apprezzato proprio perché era disincantato e crudo, un po' cattivo a presentare i suoi personaggi e la sua storia. Non so perché, ma avrei voluto leggere questi racconti molto tempo fa alla sua uscita ma poi mi è sfuggito di mente, salvo ricordarmene mentre giravo a zonzo in biblioteca.
Sono contenta di averlo letto, tra l'altro proprio prima del periodo natalizio così come il titolo ambienta le storie della raccolta.
Ora, se si pensa che Faber ci proponga storielle amene e bucoliche a lieto fine circondate da soffici fiocchi di neve, scampanellii e canti gioiosi c'è da ricredersi in fretta perché anche qui, come ne Il petalo, l'aria che si respira sa di chiuso, di sporco e di disperazione e forse lo spirito natalizio è l'ultima cosa che emerge da questi racconti. Il titolo è un po' una presa in giro, come a dire siamo a Natale! ma sono tutti dei disperati e a fine raccolta rimane un sapore amaro in bocca.
Si incontrano personaggi legati al romanzo, inclusa una giovanissima Sugar, ma nessuno ne esce bene. I racconti sono scritti molto bene, non mi ha disturbata il formato, così come non mi ha disturbata il fatto che non ci sia molto di cui gioire. Va bene così, del resto da quella storia nessuno ne esce vincitore, perché avrebbero dovuto farlo i protagonisti di questi racconti?
Da leggere in qualsiasi momento, il Natale è solo uno specchietto per le allodole, non fatevi fregare.
PS: credo che il volume sia fuori catalogo e la cosa non mi sorprende affatto.

20 ottobre 2023

Madeline Miller
Circe

Trama
Feltrinelli | pag. 416 | € 13,00
Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare.
Ma in un'esistenza solitaria, sono rari i momenti in cui un'altra anima si fonde con la tua, così come le stelle sfiorano la terra una volta l'anno. 
Commento
Abbondantemente spinto e super osannato, Circe è il secondo romanzo della Miller che leggo (il primo fu Achille) e mi ritrovo ancora una volta ad apprezzarne lo stile e la ricercatezza, ma a non essere coinvolta dalla storia.
La storia di Circe parte dalla sua nascita e prosegue con una fedeltà quasi non necessaria in ogni singolo avvenimento degno di nota della sua vita, portandoci fino ad una chiusura lieve in dissolvenza. 
Non sono una grande esperta di storia dei miti greci, ne ho studiati un po' anni fa e mi ero un po' intrippata sull'argomento ma poi, una volta entrata veramente nel dettaglio, a leggere di tutti questi incroci, incesti, casini, mi è passata la magia e ho chiuso. Circe non è mai stata captata dal mio radar se non quando ho dovuto leggere l'Odissea per scuola e, anche in quel caso, mi ha lasciata talmente indifferente che mi sono chiesta se ci fosse storia sufficiente per scriverci sopra un romanzo. Insomma, ingenua io perché i miti greci hanno gossip per scriverci sopra un'intera biblioteca.
Venendo alla storia. Circe è un personaggio che possiamo inserire nella categoria povera reietta ma tanto forte e potente, un po' come le eroine di YA che sono bruttarelle e sfigate e poi si scoprono le elette e portatrici di potenza. Per carità, non dubito in alcun modo della veridicità delle fonti, anche se questo è chiaramente romanzato, la mia impressione però è stata questa.
Circe, la figlia brutta e sfigata senza poteri, quella che nessuno ama e che tutti prendono di mira, quella che non riesce e trovare un posto, un ruolo, un motivo e che, appena alza la testa, finisce per essere esiliata su uno sputo di roccia a fare pozioni e dove subisce passivamente il via vai di déi, semidéi, umani e chissà che altro, finché un giorno, millemila anni dopo, decide che ne ha le palle piene e se ne va per i fatti suoi a vivere la sua vita con il fidanzato. The end.
Per carità, la storia ha un buon livello di angst (non al mio livello di gradimento, però) ed è estremamente accurato e dettagliato, scritto benissimo, ma è povero nella storia. Pur avendo una carrellata di personaggi mitici, pur navigando a lato di eventi che sono classici dei miti greci, è come se si stesse sempre nelle retrovie. C'è una passività nella storia di Circe che non mi ha soddisfatta, è un personaggio a tratti affascinante, ma in generale mi lascia il retrogusto di una che vuole essere umana perché gli déi l'hanno esclusa dal cerchio magico, altrimenti sai che salti di gioia.
Dal punto di vista stilistico non ho nessuna critica da muovere, la Miller è molto brava e scrive molto bene e ci vuole talento per farti leggere scene sul nulla che si ripetono e farti finire un romanzo con il quale non sei entrata in sintonia.
Voto finale tre perché 411 pagine sono forse troppo per quello che viene detto, spesso mi sono ritrovata a calcolare quante pagine mi mancavano e quanto ancora di vuoto ci sarebbe stato da leggere. Questo però non mi frenerà dal leggere altri romanzi della Miller perché sicuramente è solo un problema di sintonia con la storia e non di apprezzamento per il grosso lavoro che c'è dietro.
Nota di merito per l'edizione economica Feltrinelli perché è piccola, morbida, floppy e goduriosa, in più avendola presa in biblioteca è bella vissuta e quindi ancora più bella da stropicciare.

22 settembre 2023

Michael McDowell
Blackwater. La piena

Serie Blackwater 1
Titolo originale Blackwater I: The Flood

Trama
Neri Pozza
pag. 256 | € 9,90
1919. Le acque nere e minacciose del fiume sommergono la cittadina di Perdido, Alabama. Come gli altri abitanti, i ricchissimi Caskey, proprietari di boschi e segherie, devono fronteggiare il disastro provocato dalla furia degli elementi. Ma il clan, capeggiato dalla potente matriarca Mary-Love e dal figlio devoto Oscar, dovrà anche fare i conti con un’apparizione sconvolgente. Dalle viscere della città sommersa compare Elinor, donna dai capelli di rame con un passato misterioso e un oscuro disegno: insinuarsi nel cuore dei Caskey.







Commento
Storytime.
Quando Neri Pozza ha pubblicato questa serie io, ovviamente, ne sono rimasta folgorata perché una bella confezione, pubblicizzata con gusto, riesce a raggiungere il mio cuoricino e il mio portafogli. Mi sono detta aspetta che passi l'hype della novità e che i vari bookstagram influencer cambino presa, se per allora sei ancora incuriosita valuta di prendere il primo titolo in biblioteca, se è amore buttati a pesce sulla serie. 
Poi sono andata al Salone del Libro con un obiettivo: comprarmi qualche libro, e neanche ve lo dico, lo stand Neri Pozza per me è sempre un must. Ci sono andata convinta di prendere la biografia della Bronte scritta dalla Gaskell e sono stata distratta da un evento che sarebbe iniziato nel giro di poco: la personalizzazione delle copie da parte dell'illustratore. Ho arraffato il primo volume e mi sono messa in cassa e una addetta dell'editore mi ha vista e ha detto se ne prendi due hai il poster e cosa fai? non vuoi un poster che non appenderai mai? Quindi mi sono trovata con i primi due volumi della serie, la prima personalizzata (dopo 1 ora e mezza di attesa), una stampa numerata e il famoso poster.
Fine storytime.
Il volume è bellissimo non solo per l'artwork che è di un altro livello, ma anche per il prezzo e per il formato piccolo e compatto. Di questo libro ho adorato tutto ma, in particolare, l'esperienza sensoriale della lettura. Tirare fuori questo volume sul treno garantiva curiosità da parte di tutti e sfoggiarlo sulla metro è stato un po' come accendermi un faro sulla testa.
Per quanto riguarda la lettura in sé, invece, c'è stata una frenata nell'entusiasmo. Tenendo conto della struttura della storia, che è divisa nei volumi e non è lunga centinaia di pagine, ero pronta a leggere una sorta di introduzione, di amuse bouche, di entreé, di appetizer, di antipasto, un assaggino della storia. E così è stato: ambientazione, personaggi, un filo di mistero e un accenno di trama, La Piena è questo, e se ci si aspetta uno sviluppo intenso e intrecciato è un errore da ingenui.
Detto questo, il voto è un tre e mezzo proprio perché voglio darmi il tempo di entrare nel vivo della serie con il secondo volume.
Cosa mi è piaciuto: ambientazione, per una volta siamo in un postaccio umido e malsano con case di assi di legno e piene limacciose e puzzolenti, e un assembramento pittoresco di abitanti. Mistero, c'è un accenno di paranormale non dichiarato, è un mistero che non si vuole svelare e che ti lascia la voglia di continuare. Personaggi, la matriarca acida e gelosa è la mia preferita, ma mi aspetto che emergano altre perle. Stile, non è troppo articolato, o pesante, o pomposo e questo aiuta tantissimo ad accettare che se inizi Blackwater hai due scelte: o droppi o ci sei dentro fino al collo. Indovinate io dove sto?

8 settembre 2023

Anne Rice, Christopher Rice
The Passion of Cleopatra

Serie Ramses the Damned 2

Trama
Ramses the Great, former pharaoh of Egypt, is reawakened by the elixir of life in Edwardian England. Now immortal with his bride-to-be, he is swept up in a fierce and deadly battle of wills and psyches against the once-great Queen Cleopatra. Ramses has reawakened Cleopatra with the same perilous elixir whose unworldly force brings the dead back to life. But as these ancient rulers defy one another in their quest to understand the powers of the strange elixir, they are haunted by a mysterious presence even older and more powerful than they, a figure drawn forth from the mists of history who possesses spectacular magical potions and tonics eight millennia old. This is a figure who ruled over an ancient kingdom stretching from the once-fertile earth of the Sahara to the far corners of the world, a queen with a supreme knowledge of the deepest origins of the elixir of life. She may be the only one who can make known to Ramses and Cleopatra the key to their immortality--and the secrets of the miraculous, unknowable, endless expanse of the universe.
There is no heaven. There is no hell. There is no above or below. If there is a realm beyond this one, it is no more beautiful, no more significant, no more full pf truth, than ours here on earth.
Commento
Intanto devo dire una cosa. Non mi passerà mai di non essere riuscita ad incontrare la Rice e, ora che è morta, vederla dimenticata dall'editoria italiana mi fa venire la gastrite.
Sono dovuta andare fino a New York per trovare alcuni titoli mai pubblicati in italiano e avvicinarmi un pochino a completare la collezione. La rabbia che mi è venuta quando ho scelto di non comprare libri nuovi e tuffarmi nella libreria The Strand e girare per ore negli scaffali alla ricerca della Rice. Ne sono uscita con ben 3 titoli e uno era proprio Ramses the Damned, the passion of Cleopatra.
Non mi fa impazzire sapere che il romanzo è scritto a quattro mani con il figlio, ma visto che anche lui è uno scrittore (tra l'altro amico della Ward) ha addolcito la pillola.
Putroppo non posso dare un voto pompato solo perché questo è un libro della Rice, devo essere oggettiva e onesta soprattutto con me stessa. Ho speso dei soldi, ho letto e il voto finale è basso.
Lo stile non ha nulla per cui essere criticato, se avete letto un romanzo della Rice sapete bene che lei non mette mai il turbo, va lenta come una tartaruga con il carapace agghindato di pietre preziose. Devi rispettare il suo ritmo e, dopo un po', ci si abitua ma la verità è che lo stile e la consapevolezza che è della Rice sono la salvezza del romanzo.
Ho letto il primo titolo della serie ormai non so più nemmeno quanti anni fa, quindi ho approcciato la lettura come una novità assoluta, tanto in un certo senso ogni autore ci rifila il recappone delle puntate precedenti.
Le fila della storia si riallacciano esattamente a quelli del primo romanzo, con i protagonisti immortali che cercano di superare la resurrezione sfortunata di Cleopatra.
Qui Ramses e Julie si stanno godendo la vita, viaggiano e scoprono il mondo con gli occhi di chi non rischia la morte e non ha problemi di soldi. Dall'altra parte, però, abbiamo Cleopatra. E' lei la vera protagonista del romanzo, perché è un personaggio controverso, con tante luci e ombre e ha una storia da raccontare, sia nel suo passato che nel presente. La trama, purtroppo, è molto semplice e viene tirata così tanto che certi capitoli sembrano scritti per puro gusto di farlo. Per carità, la Rice può permetterselo, ma la lettura viene frenata e sei lì che speri che accada qualcosa al più presto.
In realtà pensavo che la storia prendesse tinte più cupe, più drammatiche, che il sangue ad un certo punto scorresse, o quanto meno ci fosse una morte (ce n'è una, ma è di poco conto). Invece qui la Rice salva tutti perché li illumina di una luce poetica, li trasforma in meravigliose creature dallo spirito indomabile e drammatico. Fino ad un certo punto sono d'accordo, poi non tanto.
Il risultato è che mi sono annoiata, la storia e i personaggi non mi hanno preso e sono arrivata alla fine perché mi scocciava droppare. Sarò onesta con me stessa, non penso che la mia smania di completare la collezione della Rice arrivi al punto di comprare seguiti di storie che mi hanno lasciata indifferente.
Io amo Annina, ma al mio amore c'è un limite che si chiama rapporto spazio/denaro/qualità.

8 giugno 2023

Min Jin Lee
Pachinko

Titolo originale Pachinko

Trama
Piemme | pag. 592 | € 11,90
Corea, anni Trenta. Quando Sunja sale sul battello che la porterà a Osaka, in Giappone, verso una vita di cui non sa nulla, non immagina di star cambiando per sempre il destino del figlio che porta in grembo e delle generazioni a venire. Sa solo che non dimenticherà mai il suo Paese, la Corea colpita a morte dall'occupazione giapponese, e in cui tuttavia la vita era lenta, semplice, e dolce come le torte di riso di sua madre. Dolce come gli appuntamenti fugaci sulla spiaggia con l'uomo che l'ha fatta innamorare per poi tradirla, rivelandosi già sposato. Per non coprire di vergogna la locanda che dà da vivere a sua madre, e il ricordo ancora vivo dell'amatissimo padre morto troppo presto, Sunja lascia così la sua casa, al seguito di un giovane pastore che si offre di sposarla. Ma anche il Giappone si rivelerà un tradimento: quello di un Paese dove non c'è posto per chi, come lei, viene dalla penisola occupata. Perché essere coreani nel Giappone del XX secolo, attraverso tutte le tempeste che la Storia riserverà a quegli anni densi e implacabili, è come giocare al gioco giapponese proibito, il pachinko: un azzardo, una battaglia contro forze più grandi che solo uno sfacciato, imprevedibile colpo di fortuna può ribaltare.
Si sarebbe lasciata sradicare pur di vedere il mondo con Hansu, e invece era costretta a vederlo senza di lui.
Commento
Lo ammetto, ho letto questo romanzo mesi fa e non ho mai trovato la voglia di scrivere la recensione. Ultimamente ho perso un po' l'interesse di pubblicare recensioni, principalmente perché lavorando veramente tanto il tempo libero è diventato ancora più prezioso. E poi, diciamoci la verità, il tempo dei blog sta svanendo così come fu per i forum. 
Anyway sono qui a dire la mia su questo romanzo che ho preso in considerazione per un unico fattore: k-drama. Apple TV+ ha prodotto un drama su questo romanzo e il cast è molto importante: già solo Min Ho ha alzato di molto l'asticella, visto che il mister qua ormai sembra essere una specie di lord che si degna di comparire solo nei drama più ricchi.
Comunque, io ero curiosa però non al punto da pagare per vedere questo benedetto drama. Allora mi sono detta, tanto vale leggere il romanzo, e così ho fatto.
Forse mi aspettavo una storia più in linea con i drama, eppure quella storia d'amore tormentata, quella storia drammatica ambientata in una Corea invasa dal Giappone un po' si è persa nei meandri di una storia lunga, lunghissima, che racconta la vita di una donna fin da prima della sua nascita e che segue, anche se per poco, i percorsi dei suoi figli.
Mettiamola così: di per sé non è un brutto romanzo, non è però un genere che in genere cerco e apprezzo, perché troppo concentrato su un'unica figura mentre il resto rimane nella nebbia.
Sunja nasce da una famiglia dignitosa ma povera che gestisce una locanda. Alla morte del padre Sunja e la madre cominciano a faticare, tanto più che il loro villaggio comincia ad essere popolato dai giapponesi che li umiliano continuamente. Un giorno Sunja, ormai ragazza, viene salvata da un'aggressione da un uomo distinto, sicuramente giapponese e ricco. Quest'uomo, Hansu, si rivela essere molto più grande di lei e molto più maturo, di origine coreana ma ormai giapponese di famiglia. Mercante, forse, politico, oppure criminale, Sunja neanche si pone il problema di come Hansu possa essere così ricco quando tutti muoiono di fame, è semplicemente accecata dal suo fascino e dall'essere speciale e desiderata. Hansu, però, è un uomo di mondo, sposato con la figlia di uno dei malviventi più potenti del Giappone, e sebbene si offra di tenere Sunja come amante, in definitiva salvando lei e la madre, la ragazza si oppone perché è convinta che la rettitudine sia l'unica vera via.
Peccato che l'essere tanto giusta non le abbia impedito di assecondare gli appetiti di Hansu e rimanere incinta, ficcando se stessa e la madre in un casino irreparabile. Per pura fortuna nella loro locanda arriva un pastore malato che per settimane rimane da loro in convalescenza. Appresa la difficile situazione di Sunja, il pastore si offre di sposarla per salvare la sua reputazione portandola con sé in Giappone.
Comincia così un vero e proprio calvario: Sunja è coreana, il pastore è coreano, entrambi illusi e ingenui, ciechi di fronte alla realtà. Finiranno in un ghetto per coreani, in mezzo ai liquami e alla povertà più gretta. Svanito il sogno di ricominciare, i due imbastiscono una vita fatta di privazioni e paura, di umiliazioni e bugie, una vita che stranamente porterà ancora Hansu sulla strada di Sunja.
Potrei andare avanti a raccontare le vicissitudini di questi personaggi, mi limito a dire che non c'è molta felicità, è la storia di una donna che è stata felice per pochissimo e che ha sofferto tanto.
Se da un lato l'aspetto romantico mi ha lasciata completamente indifferente, dall'altro ho trovato molto interessante la rappresentazione dei coreani sotto i giapponesi, anche se non c'è quella precisione e limpidezza che a me piacciono, la resa è sufficiente a farsi un'idea precisa e a rivedere il metro di giudizio e di moralità.
Ad esempio Sunja, così attaccata alla sua rettitudine, alla lunga non è credibile: l'orgoglio non ti tiene in vita. Hansu, che non è un eroe (sarei curiosa di vedere come lo hanno cambiato nel drama) alla fine è il personaggio più assennato di tutti: si scava una via per rimanere a galla e mantenere il potere, offre denaro, offre sicurezza, offre una vita di agio anche quando la passione e l'attrazione sono scemate, eppure viene continuamente dipinto come il cattivo. In generale non ho apprezzato nessun personaggio, li ho detestati quasi tutti, ma ciò che salva il romanzo è la storia in generale, l'immagine storica che viene rappresentata.
Non penso che guarderò il drama, visto che il romanzo mi ha lasciata così tiepida non ho più interesse, non mi spiace aver letto il romanzo, ma là fuori ci sono storie e stili che mi parlano in modo diverso. Questo no, ma va bene così.

3 aprile 2023

Bridget Collins
The Binding

Trama
Immagina di poter cancellare per sempre un ricordo, una colpa, un segreto. C’è stato un tempo in cui ciò era possibile. Abili rilegatori, nelle loro polverose botteghe, oltre a modellare la pelle e incollare fogli, aiutavano le persone a dimenticare. Seduti con un libro tra le mani, ne ascoltavano le storie e, parola dopo parola, le cucivano tra le pagine, intrappolandole tra i fili dei risguardi. Così, il ricordo spariva per sempre dalla memoria: catturato dalla carta, non lasciava più alcuna traccia di sé. Per anni l’anziana Seredith ha praticato questo affascinante mestiere. Ma ora è il momento di trovare un apprendista, qualcuno cui trasmettere le sue preziose conoscenze. La scelta cade su Emmett. Sarà lui il nuovo rilegatore, un giovane per cui i libri sono sempre stati un oggetto proibito: Emmett li teme, pur ignorando il motivo di tale paura. Eppure, giorno dopo giorno, fa suo il compito di raccogliere segreti, colpe e confessioni. E il laboratorio in cui quel miracolo si compie, ormai, è come casa sua. Crede di conoscerne ogni angolo fino a quando scopre una stanza di cui nessuno gli aveva parlato. Al suo interno un’immensa libreria. Tra quegli scaffali, Emmett trova un libro che reca il suo nome e custodisce un ricordo che gli appartiene. Non c’è alcun dubbio, ma il ragazzo non sa di cosa si tratta. Non può saperlo. Ed è ora di scoprirlo. Perché per capire chi è veramente ha bisogno di conoscere ogni cosa, anche ciò che ha voluto o dovuto dimenticare.
May your darkness be quiet and the light come sooner than you need
Commento
Di questo romanzo esiste l'edizione italiana di Garzanti (sua la trama), io però voglio proporre la copertina dell'edizione in mio possesso che mi è stata regalata da Susi un Natale di un paio di anni fa.
Questa edizione è di una bellezza che lascia senza parole: i colori, i dettagli, le decorazioni, è tutto così bello che per un attimo non ti importa nemmeno se il romanzo ti piacerà o meno.
Per quanto mi riguarda, un'edizione come questa vince già in partenza e poco importa del contenuto. Eppure, pensate alla fortuna, il contenuto si è rivelato essere una storia cupa, particolare, con un pizzico di magia, amore e speranza, e neanche a dirlo mi è piaciuta veramente tanto. Mi sono fidata completamente di Susi che lo ha definito uno dei suoi romanzi preferiti, e ora che l'ho finito sono sicura che questa edizione meravigliosa diventerà un bellissimo oggetto nella mia libreria.
Ambientato in un tempo lontano, in una Inghilterra rurale fatta di agglomerati di case, di paesoni, e di campagne umide e agresti, The Binding racconta la storia di Emmett a partire da quando lo incontriamo, emaciato, stanco, debole, sopravvissuto ad una misteriosa malattia che per mesi lo ha reso un folle senza coscienza di sé e del mondo. In una famiglia di contadini, con una fattoria da portare avanti, l'assenza forzata di Emmett e la sua ricaduta sulla famiglia sono un macigno sul cuore del ragazzo. Ora che è miracolosamente uscito vivo non riesce ad essere la risorsa che era prima, le sue mani sono deboli, il suo corpo si stanca in fretta e non importa quanto si impegni e quanto sopporti, Emmett sente di non essere abbastanza, sente un senso di colpa opprimente che lo tiene distante dal resto della famiglia e tinge di malinconia i suoi ricordi. Un giorno arriva la richiesta di mandare Emmett in apprendistato dalla vecchia Seredith per diventare un rilegatore. Così all'improvviso, appena Emmett si stava riprendendo la sua vita, ecco che gli viene tolta di nuovo ma questa volta con la ferita della famiglia che lo manda via quasi senza guardarsi indietro.
Emmett inizia una nuova vita con Seredith, isolati dal mondo nella loro casupola laboratorio ai bordi degli acquitrini, dove il ragazzo viene incaricato di piccolissimi compiti che si ripetono ogni giorno, così come le settimane e i mesi. C'è gente che va e viene dal laboratorio e succedono cose che Emmett non si spiega, cose misteriose che Seredith non chiarisce.
E poi ancora una volta la vita di Emmett viene ribaltata. Con la morte di Seredith il ragazzo viene ereditato da un altro rilegatore, un soggetto untuoso e maligno che, con la scusa di essere figlio della donna, prende possesso della sua eredità più preziosa: i libri. Sarà per un caso che Emmett scoprirà il vero senso di questo lavoro e cosa sono quei libri e sempre per caso si ritroverà per le mani il suo, di libro, che aprirà uno squarcio nella storia e ci metterà a parte della sua vita prima della malattia in un susseguirsi di eventi che culminano con il ritorno al presente e la risoluzione della storia.
La cosa che mi è piaciuta di più del romanzo è l'dea di base, la visione dei libri come oggetti magici e, a volte, oscuri. L'idea che le persone possano liberarsi di un peso, partire da zero e nasconderlo dentro ad un libro è estremamente affascinante, soprattutto nel suo risvolto negativo. L'intenzione buona di salvare alcune persone viene inquinata dal desiderio di profitto, di sfogare le proprie perversioni, di causare dolore per goderne, come una coltivazione consapevole di sofferenza.
La parte che mi è piaciuta un po' meno ma che ho trovato comunque appassionante grazie alla sua dose extra di angst, è il cuore umano della storia, l'amore di due ragazzi in un ambiente dove non è accettato, dove è una colpa orrenda e dove il segreto scatena una sequenza di reazioni (alcune prevedibili) che porteranno i due a rischiare tutto. In un romanzo come questo, con questo livello di complessità e con un'idea di base così solida e particolare, far confluire tutto nella semplicità dell'amore è, imho, un po' uno spreco. Ammetto che c'è sempre fascino nella semplicità di una storia d'amore disastrata, ma qui avrei gradito un focus minore su questo aspetto e uno svisceramento maggiore della parte legata ai libri.
E' comunque una critica debole, la mia, è un voler trovare la sbavatura invisibile in un romanzo che funziona benissimo così com'è.
Sullo stile e sul ritmo posso dire che non ce lo vedo bene come target YA, ma benissimo come romanzo di narrativa standard perché l'autrice si prende tutto il suo tempo e non trasmette il desiderio di agganciare un pubblico preciso né con termini, né con costruzioni di dialoghi o periodi meno carismatici. Come lettura in lingua non ho faticato più di tanto, ho dovuto cercare alcuni termini perché, ruggine a parte, c'è sempre margine per imparare cose nuove, ma a parte questo l'esperienza di lettura è stata appagante sia perché la storia in sé è molto bella, sia perché l'oggetto libro (questa edizione) è di una bellezza superiore, di sicuro contribuisce a rendere reale l'idea di questi libri magici dal valore incalcolabile.
Fun fact: leggendo quasi esclusivamente sul treno, sono abituata a sguardi curiosi di persone che vogliono capire cosa stai leggendo, ma quando tiravo fuori questo libro la gente allungava gli occhi e piegava i colli per scoprire cosa fosse. Come biasimarli, lo avrei fatto pure io.

7 giugno 2022

Wharton
L'età dell'innocenza

Titolo originale The Age of Innocence

Trama
Feltrinelli | pag. 378 | € 10,00
L’età dell’innocenza è un mirabile affresco della borghesia newyorchese di fine Ottocento, contro il cui ottuso moralismo Edith Wharton si scaglia coraggiosamente difendendo l’autenticità di un amore sincero. La storia sentimentale tra Newland Archer, brillante avvocato dell’aristocrazia cittadina, e la contessa Ellen Olenska, cui inflessibili convenzioni impediscono di divorziare dal marito, è lo specchio di una società che l’autrice conosce e contesta profondamente. Una società ipocrita e perbenista, in cui pregiudizi atavici, tradizionalismi ormai svuotati di significato, princìpi ingiusti e falsamente morali impongono precise regole comportamentali, che cozzano contro il desiderio di affermazione del singolo. Contro tutto questo lotta con ammirevole tenacia la protagonista del romanzo, che tenta di difendere fino alla fine il suo amore e la sua libertà di scelta, cui si oppone la consapevolezza, che porterà Archer alla rinuncia finale, dei suoi doveri sociali.
Noi siamo vicini l'uno all'altra solo se rimaniamo lontani l'uno dall'altra. Solo in questo caso possiamo essere noi stessi. Altrimenti, siamo soltanto Newland Archer, marito della cugina di Ellen Olenska, e Ellen Olenska, cugina della moglie di Newland Archer, i quali stanno cercando di essere felici dietro le spalle delle persone che hanno fiducia in loro.
Commento
Ogni tanto rispetto il mio proposito di leggere più classici e ne ripesco uno da smaltire dal buio del mobile. Avendo L'età dell'innocenza da veramente tanti anni (la mia edizione non è nemmeno più in commercio), mi sono sentita quasi obbligata a leggerlo, un po' perché la Wharton mi era piaciuta in precedenza e volevo una conferma, un po' perché l'edizione N&C con il frame del film è orribile e volevo liberarmene (infatti ho usato un'edizione recente e decorosa per il post).
Ora che l'ho finito, dopo lunghe settimane, posso dargli un voto più che dignitoso ma non appassionato, perché lo stile è meraviglioso, ma la storia non mi ha presa come quella de La casa della gioia.
Ho un ricordo molto vago e fumoso del film L'età dell'innocenza, conoscevo già la storia e mi ricordo alcune scene, ma dal film al romanzo non so dire se ci sono state modifiche. Non so se avrò voglia di vederlo, anche se è su Netflix e anche se il cast è stellare, perché una volta letto il romanzo penso di aver ricevuto tutto il possibile da questa storia.
Tanto per cominciare confermo che la Wharton è un'autrice estremamente brava, con uno stile gradevole e allo stesso tempo diretto, senza giri di parole ti illustra un mondo patinato e te lo smonta senza ricorrere a termini o periodi crudeli. E' molto brava perché la descrizione, dettagliata ma scorrevole, si associa alla perfezione ai suoi ragionamenti e alla verità che vuole far trasparire, con il risultato che il romanzo si legge senza grandi sforzi (anche se lentamente) e non lascia buchi, insoddisfazione o confusione.
La trama è abbastanza semplice: giovane della buona società newyorkese si fidanza, salvo poi innamorarsi perdutamente della cugina di lei e rimanere schiacciato dalle convenzioni e dall'organo vivente della Famiglia, rinunciando all'amore e vivendo una vita soddisfacente, forse felice, ma non appagante.
Newland Archer è figlio di una società che partorisce con lo stampino giovani rampolli da far sposare ad altrettante giovani ragazze, tutti in serie, tutti conformati a convenzioni sociali e comportamenti approvati dalle altre famiglie. Non c'è margine di elasticità, per esprimere le proprie opinioni e le proprie preferenze e, in generale, tutti sono perfettamente e felicemente integrati in questo sistema. A volte capita, però, che nella serrata sequenza di incontri, feste, momenti della vita scanditi con rigore estremo, ci sia un microscopico spazio perché la mente di una persona si attivi e si risvegli, in un certo senso. Archer si risveglia dal torpore e si riscuote dalla nebbia cerebrale quando, un po' come un fulmine a ciel sereno, arriva in visita la cugina scandalosa della fidanzata, Madam Olenska. La Famiglia Welland, con tutte le sue ramificazioni, all'inizio accetta in grembo la pecorella smarrita, la protegge da eventuali scandali e maldicenze, e cerca in ogni modo di costringerla ad adattarsi al loro schema, ma il risultato è stranamente disastroso. Ellen Olenska è stata cresciuta in Europa da una donna anticonformista e svampita, ed è stata mandata in sposa giovanissima a questo conte russo ricchissimo e dissoluto dal quale la poverina è scappata. Ellen è un esemplare esotico di un altro mondo, le sue eccentricità, la sua libertà di incontrare persone, visitare luoghi, tutto fuori dal sistema della società americana, viene accettato un po' a malavoglia perché ha un carattere dolce, gentile e ragionevole.
Archer si innamora perdutamente di lei perché è diversa, perché ha il coraggio di avere opinioni sue, di desiderare il meglio per sé anche se questo significa venir giudicata per essere scappata dal marito. Ellen è coraggiosa e molto forte, ma non lo da a vedere. Ma sopra ogni cosa capisce i meccanismi della sua famiglia, mentre Archer ci arriverà solo alla fine: la Famiglia ha capito che lui ha un debole per lei, e mette in atto un programma che li separerà per sempre, sempre fingendo che nulla sia successo, nulla possa cambiare. Perché le cose non cambiano mai, in quella società e la Famiglia ha potere di felicità e tristezza su chi viene inglobato nella sua orbita.
Onestamente, i protagonisti non mi hanno colpita granché, nessuno dei tre riesce veramente a liberarsi delle pastoie della società: Archer perché, anche se ci prova e lo desidera, viene bloccato dalla Famiglia, Ellen perché sa benissimo di essere un'intrusa tra una coppia e nella sua stessa famiglia, e May che lotta per mantenere il suo ruolo senza darne a vedere neanche una ruga. Nessuno dei tre ha il vero e assoluto coraggio di prendere in mano le redini della propria vita, ma dei tre è Ellen quella che compirà la scelta radicale di andarsene, perfettamente in linea con la sua condotta precedente.
Non c'è lieto fine, ovviamente, Archer rimane con May e costruiscono una famiglia. Ci viene fatto capire che lui si è rassegnato ad apprezzare un matrimonio offuscato dal ricordo dell'amore e, persino quando ha la possibilità di riallacciare quei fili e vivere gli ultimi anni come aveva sempre desiderato, ecco che scatta la trappola delle convenzioni sociali e con 'sono all'antica' si condanna da solo a chiudere la vita soddisfatto ma non appagato.
Non c'è molto altro da dire, questo è un romanzo molto bello ma non ha fatto radici nella mia testa, ed è forse per quello che ci ho messo così tanto a finirlo. Tenete conto, però, che questo romanzo ha vinto il Pulitzer, quindi è sicuramente uno di quei titoli che rimangono altissimi nella classifica dei classici da leggere e vale la pena leggerlo, a prescindere dal voto finale.

7 febbraio 2022

Camille Monceaux
La maschera di No

Serie Le cronache dell’acero e del ciliegio 1
Titolo originale Le masque de Nô

Trama
L'Ippocampo
pag. 416 | € 15,90
Le cronache dell’acero e del ciliegio formano una tetralogia ambientata nel Giappone del XVII secolo. Seguiamo due eroi, Ichirō, giovane samurai dal favoloso destino, e la misteriosa Hiinahime, una sconosciuta che si nasconde dietro una maschera nō. Nei primi due volumi l’io narrante è Ichirō, negli altri due toccherà all’eroina Hiinahime raccontare la vicenda. Il primo tomo, intitolato La maschera nō, ripercorre la vita di Ichirō dall’infanzia all’adolescenza. Abbandonato, Ichirō viene cresciuto come un figlio da un ignoto samurai che gli insegna la via della spada. Il ragazzo vivrà un’esistenza solitaria tra le montagne, nel cuore di una natura selvaggia e al ritmo delle stagioni, tra momenti di beatitudine e spensieratezza e un apprendistato che richiede costanza e coraggio. Ma in una tragica notte, la vita di Ichirō viene sconvolta dall’attacco di loschi samurai. Il destino lo porterà allora a Edo (l’antica Tokyo), dove inizierà a esibirsi nei teatri kabuki; lì stringerà le prime amicizie e incontrerà Hiinahime, la sconosciuta con la maschera Nō. Il secondo tomo della tetralogia, La spada dei Sanada, sarà pubblicato ad ottobre.

Commento
Sono molto combattuta. Da un lato vorrei dare un voto basso perché mygod mi sono annoiata, ma dall'altro sono oggettivamente costretta ad alzarlo perché è innegabile che questo sia un libro pensato, curato e che dietro ci sia un progetto che merita di essere riconosciuto. I tre pallini sono un compromesso tra le due cose, più di così non potevo dare.
Intanto sono costretta ad ammettere che ho letto questo romanzo principalmente per due motivi: era in biblioteca e lo avevo aggiunto nella mia wishlist un po' al volo senza curarmene. Siccome ormai sto pescando a caso senza nemmeno leggere le trame, ho fatto un double check ed è finito nella mia pila.
Ammetto anche che, una volta in mio possesso, mi si è accesa una lampadina: chissà per quale motivo, ero convinta che Le Cronache fosse una graphic novel, invece mi sono trovata per le mani un bel mattoncino ingombrante con zero tavole. Va bè, è ovvio che uno se ne fa una ragione e in ogni caso lo avrei letto, ma è veramente spesso e non è che fossi così ansiosa di iniziarlo.
In ogni caso, una volta nella pila o lo lasciavo lì fino a scadenza o lo leggevo. La seconda opzione mi è sembrata la migliore ma, purtroppo, non ho ricevuto un'esperienza di goduriosa sorpresa letteraria.
La storia ha un pregio che può anche essere un difetto: è lenta. Con lenta non intendo che lo stile è noioso, tutto il contrario, ma se alla lentezza si accoppia una trama in cui succede poco o niente il risultato finale non può essere un colpo di fulmine, a meno che non sia proprio quello che cerchi.
Il romanzo inizia quando il protagonista, un bimbo in fasce, viene trovato in mezzo alla foresta da un samurai ritirato a vita solitaria. Il piccolino è stato abbandonato con un ciondolo di foglia d'acero al collo e nessuno conosce la sua storia. Lo seguiamo durante i primi anni della sua vita, con il samurai e la vecchia governante come unici punti di riferimento, isolato dal mondo non solo fisicamente ma anche culturalmente. Il bimbo conosce del mondo solo quello che gli viene insegnato e non ha altri riferimenti: il punto di rottura è quando il passato del samurai entra in conflitto con il loro piccolo nucleo familiare il piccolo Ichiro si ritrova solo, senza un soldo, senza aver mai visto un villaggio, spaventato dalle persone e dal mondo.
A questo punto ci troviamo a metà romanzo e ancora non è successo molto. L'autrice si spende moltissimo nell'entrare nel dettaglio più minuzioso della routine quotidiana di Ichiro e non ha nessun interesse a movimentare le cose perché, a tutti gli effetti, questo romanzo è solo l'apertura di un arco narrativo più lungo. Ma io, che questo non lo so, seguo la lettura aspettandomi sempre una svolta che non arriva e il livello di attenzione cala. Quando finalmente la storia si sposta su un altro piano ecco che ricompare lo stesso modus operandi: l'adolescenza di Ichiro è il secondo blocco, quello più lungo e quello che lo vede passare attraverso anni di fame e sofferenza, un orfano che vive per strada cercando di sopravvivere al clima e alla violenza. C'è un bel momento di speranza quando Ichiro trova finalmente degli amici e successivamente una casa, ma a questo punto entra in scena un altro elemento che devia il filo narrativo e verso il quale io non provo grande trasporto: il teatro. Sì, ok, c'è il collegamento con il titolo e con un personaggio chiave per la storia, ma onestamente a me non è mai interessato e non è scattata la scintilla. Questa misteriosa figura di ragazza che si nasconde dietro la maschera ha il vago sapore di interesse amoroso ma è talmente staccata dal resto della storia che sembra una parentesi inserita, al momento, con l'unica ragione di far scattare il fattore primo amore. Se tanto mi da tanto, è chiaro che questo romanzo si è preso il difficile compito di dare al lettore una conoscenza quasi intima del personaggio, perché raccontare della quotidianità e dilungandosi così tanto sui dettagli che, a volte, non servono, deve per forza avere un senso. Non accetto il contrario. Mi viene anche il dubbio che l'autrice abbia tentato di simulare lo stile nipponico, io non sono un'esperta e ho letto pochi autori giapponesi, ma il poco che ho letto mi è parso volutamente lento, volutamente banale, con la differenza che sotto c'è sempre un nucleo poetico che qua non ho trovato.
Ho terminato il romanzo perché arrivata a metà e mollare non avrebbe avuto senso, ho impiegato 3 settimane del mio tempo perché volevo comunque finirlo e avere un'opinione precisa su cosa fare. Non proseguirò la serie, il primo romanzo ha sicuramente presa su alcuni palati ma non sul mio, anche se il Giappone ha sempre il suo fascino, credo che lo stile dell'autrice non faccia per me.
Chiudo dicendo che il romanzo in sé non ha difetti strutturali, è veramente ben curato sia dentro che fuori, sia nella sostanza che nella forma, ma non ha avuto presa e non mi ha appassionata. Sono perplessa anche di fronte alla categoria in cui viene inserito: per me questo non può essere un libro per ragazzi solo perché il protagonista è un bambino, è un romanzo troppo lungo e lento e ci saranno pochissimi ragazzini che proveranno interesse, ma ad un certo punto sarà l'editore a farsi due conti. Io, siccome sono una vecchia acida e povera, ho brutalmente approfittato della biblioteca così non mi rodo il fegato per un romanzo acquistato che non mi è piaciuto e risparmio pure sullo spazio.

29 novembre 2021

Samantha Harvey
Vento dell'ovest

Titolo originale The Western Wind

Trama
Neri Pozza
pag. 304 | € 18,00
Somerset, XV secolo. Oakham è un piccolo villaggio diviso a metà da un fiume senza ponti. Una mattina, alle prime luci dell’alba, John Reve, il parroco, viene svegliato da Herry Carter, un giovane noto a tutti in paese. Con voce concitata Carter gli dice che c’è un annegato nel fiume, giù a West Fields. Il corpo si è impigliato in un tronco e ci sbatte contro come uno straccio. Reve afferra l’ampolla del vino consacrato e quella dell’olio santo, e si precipita al fiume per impartire l’estrema unzione all’annegato. Una corsa a perdifiato alle calcagna di un giovanotto basso di statura ma di buone gambe, e il parroco è a West Fields. Del corpo, però, non c’è più alcuna traccia, tutto ciò che rimane è un pezzo di stoffa, una bella camicia olandese di buon lino, verde come i campi in primavera. Un indumento prezioso che può appartenere soltanto a una persona a Oakham, al benestante del paese che risponde al nome di Thomas Newman. Newman, del resto, è scomparso da due giorni, dalla mattina in cui il corpulento Robert Tunley, di ritorno forse da una delle sue numerose conquiste femminili, ha visto qualcuno rotolare nel fiume e svanire tra i flutti. È chiaro che l’uomo, che ha appena donato una cospicua somma per la costruzione di un ponte, non può essere annegato, né per accidente né per mano di qualcuno, senza che si indaghi attentamente sulla sua sorte. Il solo sospetto che possa essere stato ucciso spinge il vicario episcopale a recarsi a Oakham e dà inizio a una convulsa serie di false ammissioni, intrighi e sospetti che John Reve ha l’ingrato compito di raccogliere nel segreto della confessione. Thomas Newman è stato ucciso davvero? E chi può essere l’assassino? Il violento Oliver Townshend, signore del villaggio? O l’esangue Sarah Spenser che va dicendo di essere lei la colpevole? Oppure ancora Tunley, il seduttore abile nell’uso del veleno? Del resto, a Oakham, tutti hanno i loro segreti…
Places you know can seem like foreign lands when your mind's lost itself to the dark.
Commento
Come volevasi dimostrare, chiudo la carrellata di mystery con un'altra lettura poco soddisfacente in termini di gusto più che di forma. Mi sa che il down iniziato con Morte di una sirena mi ha negativamente influenzata, perché secondo me se avessi pescato questo romanzo per primo dalla pila non avrei avuto una reazione così tiepida.
Partiamo da quello che mi è piaciuto, che poi sono le ragioni che mi hanno spinta a sceglierlo. La prima in assoluto è l'ambientazione: le campagne umide e bagnaticce del Somerset del 1400 hanno avuto un grosso ascendente sulla mia fantasia, ho immaginato un bel mistero da risolvere tra le nebbie e i prati, con il freddo dell'umidità che ti entra nelle ossa. La seconda ragione è l'aura elegantemente depressa della trama con il prete che deve fare i conti con un morto e con - forse - un assassino che mi ha ricordato Padre Brown (una delle poche cose che guardo in tv), e che ha sempre un certo fascino. La terza è che essendo un Neri Pozza mi aspettavo già di base un prodotto finito estremamente curato nei dettagli. Check, check, check. Tutto presente, in modi a volte meno intensi e coinvolgenti di quelli che piacciono a me, ma pur sempre presenti.
L'ambientazione è estremamente presente e vivida nella narrazione, la realtà rurale è la condizione che determina buona parte della storia, dall'isolamento fisico a quello mentale degli abitanti, fino al creare a tutti gli effetti le circostanze che portano alla scoperta del morto. Il fiume, elemento ingombrante nella storia, divide il paesello dal resto dei territori tagliandolo fuori dai commerci, diventa un nemico da sconfiggere o da superare e spinge il prete a mire che hanno poco a che fare con lo spirito.
L'aura depressa è stemperata da una leggerezza ironica e autocritica che esce fuori dallo stile dell'autrice, che con una certa facilità dipinge un protagonista che ha in sé sacro e profano e che non fa mai nascere fastidio nei confronti della tematica religiosa.
Sulla forma, i colori, la traduzione non serve aggiungere lodi, Neri Pozza è un editore che mette in commercio libri che sono sempre belli da leggere, anche quando non sono esattamente di nostro gusto.
Ora veniamo a quello che non mi è piaciuto. Purtroppo, rispetto a quello che mi aspetto io in un mystery qua c'è poco per chi non ha il palato allenato al genere, nel senso che è talmente sottile e talmente intrecciato nella struttura della narrazione che, per farla breve, se sei tardona come me neanche ti rendi conto di quello che sta succedendo, e le parti importanti ti sfilano sotto al naso non viste così che poi, alla resa dei conti, tenti disperatamente di riprendere il filo ma non ci riesci.
Ho fatica molto a capire quale fosse la direzione della storia e perché mancasse il tipico elemento del mystery: l'assassino. Fino all'ultimo mi sono aspettata che spuntasse fuori in tutta la sua macabra persona, invece l'autrice tira fuori una carta strana e ci sono rimasta un po' male. Non che questo renda la storia meno interessante, solo toglie quella parte morbosa che spinge a leggere gialli e mystery.
Un altro aspetto che poco mi è piaciuto è stata la struttura a ritroso della narrazione; all'inizio neanche avevo capito che si andava avanti per tornare indietro, o che ci fossero dei flashbacks che prendevano il controllo totale della narrazione fino a diventare interi capitoli. Questa disattenzione è stata ovviamente colpa mia, ma forse la mancanza di chiarezza ha contribuito al senso di confusione e di disorientamento che questo avanti e indietro narrativo hanno causato. Forse è un punto di forza del romanzo, se visto da un'altra prospettiva, ma per una come me la solidità e la chiarezza sono componenti fondamentali per il gradimento di una lettura, e io ho faticato parecchio per trovare il filo della narrazione e alla lunga mi ha dato noia.
In ultimo forse l'aspetto che più mi ha delusa, ma probabilmente si cade nello spoiler quindi occhio.
In questo romanzo il crimine da risolvere e l'assassino da trovare sono solo una scusa per sviscerare la quotidianità e la privacy di persone semplici che vivono una vita difficile senza agi, senza cultura, senza grandi aspirazioni, e il fatto che sia chiarisca fin da subito che il morto è un morto non ammazzato rovina la lettura perché si fa subito intendere che non c'è un assassino da scovare, solo segreti da rivelare, e anche se a volte è molto curioso scoprire la vera natura e i veri pensieri dei personaggi, alla lunga quel briciolo di morbosa curiosità si perde tra i continui tentativi di creare una fascinazione verso motivazioni e colpe che è meglio tenere oscure.
Insomma, sì, il prete è un prete anomalo e ogni paesano ha qualcosa da nascondere, ma da qui a costruirci sopra un assassinio mi pare un po' troppo.
Per terminare due parole sulla fine del romanzo, che mi ha lasciata completamente indifferente considerando che non è una vera chiusura ma più una porta chiusa su una questione risolta e chiarita, come a dire ora che ho ribaltato tutti i sassi e messo alla luce tutti i vermi tornatene a casa che non c'è altro da dire. Insomma, io ci passo ore, ci metto impegno e attenzione e tu mi butti fuori così, senza darmi nemmeno la soddisfazione di vedere concretamente conclusa questa storia? Mi ha lasciata proprio interdetta, ed è anche per questo che il voto è molto tiepido. Non credo che prenderò in mano altri titoli della signora Harvey, evidentemente il suo stile narrativo non è tra i miei preferiti, quindi tanto vale non farsi del male e buttarsi su altre avventure.

8 novembre 2021

Teresa Radice, Stefano Turconi
Il Porto Proibito (Artist Edition)

Trama
Bao Publishing
pag. 319 | € 27,00

Nell'estate del 1807, una nave della marina di Sua Maestà recupera al largo del Siam un giovane naufrago, Abel, che di sé ricorda soltanto il nome. Diventa ben presto amico del primo ufficiale, facente funzioni di capitano perché il comandante della nave è, a quanto pare, scappato dopo essersi appropriato dei valori presenti a bordo. Abel torna in Inghilterra con l'Explorer, e trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Ben prima che gli possa tornare la memoria, però, scoprirà qualcosa di profondamente inquietante su di sé, e comprenderà la vera natura di alcune delle persone che lo hanno aiutato. Dall'affiatato team creativo composto da Teresa Radice e Stefano Turconi, un libro intenso, che scava nell'anima dei protagonisti e dei lettori, che BAO propone in uno speciale cartonato a dorso tondo realizzato per ricordare un antico tomo marinaro.
La verità più profonda si può trovare grazie a una semplice storia.
Commento
Durante il mio raid in biblioteca, oltre ad una dose di mystery, ho portato a casa anche tre graphic novel che stavano belle pacifiche in mostra su un tavolino all'ingresso.
Avendo sentito parlare in lungo e in largo di Il Porto Proibito (e fidandomi quasi ciecamente di Silvia Leggiamo e Prismatic) ho arraffato la copia esposta con le stelline negli occhi, felice di sperimentare questo genere che non era mai entrato nella mia rotazione di letture.
Aimé, mi duole dirlo, la passione non è scoccata e i cuori non si sono formati, lasciandomi un filo delusa dal fatto che, ancora una volta, non riesco a infilarmi nel gruppo felice di chi ama una storia incondizionatamente.
Dal punto di vista sensoriale ed estetico il voto è alto, il volume è veramente molto bello e merita tutto l'entusiasmo che ha suscitato, soprattutto l'edizione Artist Edition ha una copertina accattivante che acchiappa subito l'attenzione. Anche lo stile delle illustrazioni è molto gradevole, si sposa benissimo con la storia e ha una capacità di rendere i dettagli in modo preciso ed elegante, senza farli sembrare fotografie. E' chiaro che poi lo stile, così come la storia, risente dei gusti personali, ma io di solito non sono particolarmente critica sui disegni, mi piacciono tutti finché hanno personalità e identità; diversa è la questione della storia.
Partendo dal presupposto che la trama è sicuramente carina e godibile e perfetta per essere narrata attraverso i disegni, tutto si riduce al fatto che di base non sono fan delle storie marittime e che ce ne vuole parecchio perché mi piacciano. Non ho affrontato la lettura decisa a dare un voto basso, non lo faccio mai, e alla fine non c'è veramente nulla che non mi sia piaciuto, semplicemente non mi sono appassionata e non mi ha presa nel modo in cui ha fatto presa su altri.
La trama è un'avventura quasi soprannaturale che ha come protagonista un giovane ripescato su una spiaggia dopo un naufragio. Il ragazzo ha perso la memoria ma subito dimostra una profonda conoscenza della navigazione e della vita dei marinai. Poco alla volta si ritrova sulle orme di un famoso marinaio accusato di diserzione e furto e, tra ricordi che riaffiorano e misteri da chiarire, incontra sulla sua strada diversi personaggi che saranno preziosi per il suo percorso.
Parte del mio disappunto è collegato al fatto che ho capito subito il collegamento tra il ragazzo e il marinaio, ma forse era voluto e io mi fregio di un intuito inesistente; quale che sia la motivazione, avendo già capito, ho perso immediatamente interesse, ho trascinato la lettura un po' a malincuore giusto per vedere le tavole e capire che linea narrativa avrebbe preso la storia.
Non so, forse un insieme di cose non mi ha messa in condizione di apprezzare appieno questa graphic novel, non credo nemmeno sia un problema di formato perché non sono una novellina assoluta e ho letto spesso fumetti in passato, semplicemente mi sono lasciata condizionare dall'opinione altrui e ci sono rimasta male quando ho scoperto che non la condividevo.
Sono curiosa, però, di leggere altre GN di Radice e Turconi, magari mi piaceranno più di questa e avrò l'ennesima conferma che mi devo tenere alla larga dalle storie marinaresche. Vedremo, per ora passo ad altro e cambio totalmente genere.

25 ottobre 2021

Thomas Rydhal, A. J. Kazinski
Morte di una sirena

Titolo originale Mordet på en havfrue

Trama
Neri Pozza
pag. 448 | € 18,00
Copenaghen, 1834. Anna lavora in una zona della città dove le botti d’acquavite prendono fuoco per strada, i panettieri vendono pretzel infilati sui bastoni, i marinai ballano tra di loro e i mendicanti e i ladri si aggirano senza sosta. Per provvedere alla Piccola Marie, la figlia di sei anni, riceve fino a tarda ora uomini ubriachi ed eccitati che non le chiedono nemmeno il nome, le strappano i vestiti di dosso e la prendono. Una sera viene condotta a forza in una casa elegante e, davanti a una grande porta spalancata sul mare, qualcuno pone fine alla sua giovane vita. Il suo corpo viene ritrovato nell’immondezzaio della città, il canale dove si raccolgono tutti i rifiuti di Copenaghen. Un corpo bellissimo con gli occhi chiusi, ma con i capelli che, come quelli di una sirena, scintillano di conchiglie. «L’uomo dei ritagli» l’assassino non può essere che lui. Molly, la sorella minore di Anna, ne è sicura: soltanto un dissoluto può recarsi nell’appartamento di una prostituta e starsene tutto il tempo su una panca a contemplarla e a realizzare ritagli di carta che le somigliano. Ne è convinto anche il questore: il responsabile dell’infelice decesso non può essere che lo scrittorucolo con la passione per carta e forbici, l’uomo che è stato visto uscire per ultimo dall’appartamento della vittima. «L’uomo dei ritagli» si chiama Hans Christian Andersen ed è o, meglio, vorrebbe essere uno scrittore; tutti i tentativi per diventarlo sono però miseramente falliti, stroncati senza esitazione dai critici. Non fosse per la protezione dell’influente signor Collin, che lo ha spedito in collegio, ha pagato la retta e lo ha introdotto nel bel mondo, sarebbe immediatamente incriminato di omicidio e condotto nelle patrie galere per essere poi punito con tutto il peso della giustizia. Il questore lo vedrebbe volentieri decapitato e sulla ruota, ma, dato il peso dei Collin in città e persino sulla corona, deve scacciare per il momento la visione e offrire ad Andersen un’ultima chance: tre giorni, soltanto tre giorni per trovare altri colpevoli. Se non salteranno fuori, Hans Christian Andersen si trasformerà da scrittore povero in canna in assassino.
Hans Christian aspetta fuori. Certe cose sono più facili per una donna, per esempio attaccare discorso con marinai ubriachi in una bettola senza buscarle. Altre sono più facili per un uomo. Solo che Hans Christian non ha mai avuto l'impressione che ce ne fosse una. Né che lui appartenesse al tipo di uomini ai quali vengono tributati gloria ed encomi e una statua nella piazza della città natia. La sua mente è troppo dispersiva  e la sua curiosità troppo confusionaria.
Commento
Sempre in linea con le letture del periodo, e penultimo libro della pila del mini haul della bibliteca, Morte di una sirena era uno dei volumi che più desideravo leggere perché lo avevo tenuto d'occhio fin dalla sua uscita. Mi era sembrato un romanzo molto accattivante non solo per la trama ma soprattutto per il protagonista perché di Andersen io non so praticamente niente, e vederlo sotto una luce più oscura e drammatica mi attirava in modo particolare.
Purtroppo non ho avuto una relazione appassionante con questo romanzo e lo dico con grande dispiacere, perché c'è un qualcosa nella trama che mi ha lasciata un filo indifferente e che non mi ha coinvolta come immaginavo.
La storia nasce e finisce con un mood ben preciso e non se ne priva mai, nemmeno nei piccolissimi momenti di gioia della storia. Ambientato nella Copenaghen del 1834, una città sporca, degradata, un inferno in terra, il romanzo segue la disastrosa vicenda di Andersen prendendo spunto da una pausa inspiegabile nei diari tenuti dall'autore. In questo buco gli autori ci infilano una tragedia che mette in luce un personaggio molto lontano dall'immagine un po' comune e banale che ci si è fatta di lui. Andersen esce subito dalla pagina come un giovane allampanato, brutto, trasandato, che anela disperatamente alla fama e alla gloria senza possedere vere qualità che lo possano innalzare dal suo anonimato. Oltre a non possedere particolari capacità narrative, ad essere un attore e un artista mediocre, Andersen rifugge l'unica professione che a detta di tutti gli viene naturale: scrivere racconti per bambini. Hans Christian - viene continuamente chiamato così nel romanzo - vuole essere un grande scrittore, vuole che il suo nome venga conosciuto da tutti e vuole che la sua città gli riconosca il suo incredibile talento; talento che, per inciso, fatica ad emergere.
Il problema di Andersen è essere un sognatore che sogna in piccolo e che rimane schiacciato dalla sua insicurezza e si sente perennemente in soggezione di fronte ai 'grandi' della società che lo trattano come un caso di carità, ogni sua azione pesa sui suoi benefattori e sulle sue esili spalle con il risultato che non ne esce mai vittorioso e sempre con quell'aria da vittima incompresa che, spesso, urta i nervi del lettore.
L'episodio del romanzo vuole essere il punto più basso nella vita di Andersen e sicuramente riesce nel suo intento. Durante una seduta di 'arte' da una prostituta di fiducia, Hans ritaglia una bambola di carta con le fattezze della donna che viene ripescata il giorno dopo morta e con evidenti segni di tortura. La sorella della prostituta, che aveva visto Andersen uscire per ultimo, lo accusa di essere l'assassino e Hans si ritrova ad essere sommariamente arrestato senza la benché minima indagine e senza prove schiaccianti. Buttato in cella, evitato dai suoi nobili protettori, schernito dalla folla, Hans urla a gran voce la sua innocenza dal buio tunnel della disperazione, nel quale la sua mente si è persa rendendolo incapace di usare la logica per districarsi da una situazione quasi predefinita. Della sua innocenza non si interessa nessuno, tanto meno la polizia che è già contenta di aver potuto accusare qualcuno, ma Hans ha la fortuna sfacciata di ricevere l'intercessione di un suo mecenate che gli regala tre giorni di tempo per trovare il vero assassino. Nel panico totale, con quella ingenuità fastidiosa che lo rende tanto detestato, Andersen si rivolge a Molly, la donna che lo ha accusato e la convince della sua innocenza. Molly, un esemplare perfetto di disperata in un mare di disperati, brucia della sacra fiamma della giustizia, l'unico pensiero puro che le è rimasto, così si affianca al poveretto per trovare questo assassino che, nel frattempo, pare abbia tagliuzzato un'altra povera ragazza.
La natura macabra delle torture ha una motivazione molto particolare e - lo dico - molto attuale e fa affiorare dalle pagine il punto di vista dell'assassino che si dichiara fin da subito e non si nasconde nei meandri oscuri della storia. La nostra Madam è un personaggio convinto di poter trascendere le regole e i limiti dell'umanità per creare un essere perfetto - da qui gli sferruzzamenti sui corpi - ma la motivazione viene svelata poco alla volta fino a raggiungere il culmine finale nel quale si svela in tutta la sua mostruosità una creatura folle, spietata e completamente accecata da una passione morbosa e malsana per uno degli esponenti della casa reale.
In realtà l'idea di base, anche se sviluppata in modo un po' strano e troppo alla luce per essere un giallo con un serial killer, a me è sembrata estremamente vicina alle questioni sociali attuali. Al di là del fatto che in questo caso il killer rappresenta la minoranza di chi non si riconosce nel corpo nel quale è nato, il concetto di base viene ripulito dallo schifo degli assassini proprio da Andersen che, nella sua mente un po' allucinata, individua la ragione più pura dietro le azioni di questa persona. Il desiderio di essere se stessi, felici e amati accumuna Hans con l'assassino anche se - ovviamente - espressi in modi differenti, seppur fallimentari.
A caso chiuso, superato il trauma, ci si aspetta dalla storia un finale che liberi Molly e Hans dalla colpa e li innalzi dalla loro realtà fatta di indigenza e insicurezza, invece gli autori pensano bene di non inquinare l'aria malsana della loro Copenaghen con il lieto fine, ma di dare un ultimo colpo durissimo al nostro protagonista, colpo che viene fatto intendere sarà poi la causa scatenante della sua carriera nelle favole per bambini.
Dicevo che il romanzo non mi è piaciuto più di tanto, ebbene l'ho trovato un po' piatto. Superata la parte iniziale molto interessante, la storia rimane sempre sullo stesso tono e i due protagonisti non escono dallo schema dei loro personaggi, sono quello che sono dall'inizio alla fine. Stesso discorso per la questione degli omicidi, oltre ai due già presentati non scorre altro sangue quasi che da un giallo si voglia passare ad un mystery più leggero e orientato alle disavventure dei protagonisti. Di indagini non c'è niente che mi abbia soddisfatta, le intuizioni di Andersen sembrano più che altro frutto della fortuna e vengono sparse in un tentativo di logica che dovrebbe indurre il lettore a seguire il filo immaginario di Hans, o dovrei forse dire i suoi voli pindarici. Di solito non mi dispiace che il giallo in sé sia meno difficile da seguire, ma considerando l'ambientazione così cruda e spietata sarebbe stato più coerente una brutalità spinta e costante invece di questa figura che svolazza quasi fosse un fantasma o una produzione dell'immaginazione di Andersen.
Sullo stile non ho nulla da dire, il romanzo si legge tranquillamente anche se il ritmo è lento e spesso il protagonista stesso ti fa venire voglia di infilare la mano tra le pagine e prenderlo a ceffoni, ma che ci posso fare, non si inizia un libro avendo la certezza che sia la lettura perfetta e per me in questo periodo è più importante sperimentare che fossilizzarmi su quello che già conosco.

18 ottobre 2021

Clare Evans
Le tombe di Whitechapel

Titolo originale The Graves of Whitechapel

Trama
Neri Pozza
pag. 368 | € 18,00
Londra vittoriana, 1882. Londra, 1882. Conosciuto come «il paladino degli innocenti», l’avvocato Cage Lackmann non ha mai perso una causa, nemmeno quando si è trattato di difendere i peggiori tagliagole. L’arte teatrale, del resto, così come l’inganno e la simulazione, ce le ha nel sangue: sua madre, Honor Dossett, è una consumata attrice. Ora, però, la carriera di Cage Lackmann rischia di essere travolta da uno scandalo che scuote la buona società londinese. Cinque anni prima, Cage ha difeso con successo Moses Pickering, accusato di uno di quegli omicidi spettacolari che sono la delizia dei quotidiani: il figlio quindicenne dell’abbiente famiglia Crewler, presso cui Pickering alloggiava, era stato trovato vestito da donna, violentato e strangolato. In realtà, l’accusa non aveva in mano niente contro il gentile e sofisticato Moses Pickering. Certo, Moses si trovava in quella casa la sera in cui il ragazzo era stato ucciso, ma erano presenti anche il fratello maggiore della vittima e l’intera servitù. A far cadere il sospetto su di lui erano stati solo e unicamente i suoi modi effeminati. Il caso vuole, però, che a un tiro di sasso dalla casa di Cage, in una delle strade più pericolose di Whitechapel, cinque anni dopo il caso Crewler, venga rinvenuto il corpo di un altro ragazzo vestito da donna e strangolato. Gli indizi sembrano condurre nuovamente a Pickering, svanito nel nulla proprio il giorno dell’omicidio. Incalzato dall’ispettore Jack Cross, più che mai intenzionato a smascherarlo come il peggior bugiardo che abbia mai calcato le aule di un tribunale, l’infallibile avvocato deve trovare Pickering al più presto e provare a salvarlo per la seconda volta con una delle sue magie. Tra false piste, intuizioni geniali e un’indagine dal ritmo serrato, l’autrice della "Quattordicesima lettera" ritorna con un thriller che trasporta il lettore nelle incantevoli, oscure atmosfere della Londra vittoriana.
L’odio verso se stessi rende gli uomini ambiziosi.
Commento
La spooky season ha fatto effetto anche su di me, cosa mai accaduta prima e al momento fonte di grande crisi d'identità per la sottoscritta. Se mi seguite da un pochino avrete notato come i i mystery siano casi più unici che rari nella mia scaletta di letture, semplicemente perché non è un genere che mi attira.
Non so come, non so perché, mi sono ritrovata a fare una mega richiesta in biblioteca dove, su cinque libri, tre erano classificati come mystery. Ho una mia teoria a riguardo, ma è molto debole: essendo tutti e tre Neri Pozza, ed avendo tutti e tre copertine meravigliose oltre che titoli estremamente accattivanti, sono propensa ad ipotizzare una infatuazione estetica prima che contenutistica. Poi, chissà, magari semplicemente il mio neurone della lettura aveva voglia di aromi diversi, un po' più dark e ferrosi (notare l'allusione al sangue), e quindi inconsciamente mi ha spinta verso questi romanzi, in ogni caso li sto macinando uno dietro l'altro alla velocità della luce.
Il primo titolo del trio oscuro è stato Le tombe di Whitechapel. Insomma, dai, con questo titolo e questa copertina quante possibilità avevo di resistere? Era ovvio che lo avrei scelto per primo e il mio istinto aveva ragione perché l'ho letto in pochissimi giorni e mi è piaciuto davvero molto.
La storia non è nulla di speciale, è un qualcosa di già letto in diverse salse, ma l'ambientazione, il protagonista e lo stile lo hanno trasformato quasi più in un'avventura che in un mystery di quelli cervellotici nei quali ogni indizio è da tenere a mente altrimenti non si capisce una mazza.
Il protagonista e voce narrante è Cage Lackmann, un avvocato della zona di Whitechapel noto per essere talmente abile da far scagionare anche i criminali più incalliti, oltre che per essere strumento a uso e consumo di Obediah, il capo boss della zona. Cage è consapevole di difendere i colpevoli ma non ha scelta, è un uomo di Obediah e deve obbedire e, in cambio della sua totale fedeltà, può scegliere altri casi purché i clienti siano veramente innocenti, così che possa salvare le apparenze e rabbonire l'opinione pubblica. Purtroppo per Cage, la sua reputazione lo ha messo in cima alla lista dei nemici di Jack Cross, detective della polizia, che le tenta tutte per mettere una pezza ai danni causati da Cage.
Il momento più alto della loro faida è stato cinque anni prima, quando Cage ha difeso e fatto scagionare Moses Pickering, un illustratore accusato di aver ucciso un giovane di buona famiglia. Per tutti Moses era colpevole, tranne che per Cage che è riuscito a smontare le accuse e a ridare all'omino la sua vita. Ora la situazione pare sotto controllo, Cage ha instaurato una routine e si è accomodato in una vita sospesa che non lo rende felice, impossibilitato com'è a svolgere seriamente il suo lavoro e ad avere una relazione con Emma, la donna che ama, in quanto sposata.
La situazione peggiora quando un altro ragazzo viene trovato morto con le stesse modalità dell'omicidio del caso Pickering, con la conseguenza che Moses viene nuovamente accusato e Cage si ritrova da incudine e martello: Obediah non tollera che Cage richiami scandali e cattiva pubblicità, così lo costringe con una minaccia nemmeno troppo velata di trovare una soluzione o cominciare a pregare. Cage, che dopo tutto è un uomo dotato di un grande spirito di autoconservazione e una morale molto elastica, si butta a capofitto nell'indagine per trovare Moses, nel frattempo sparito nel nulla, e consegnare alla giustizia il vero assassino.
Il punto di forza del romanzo, come ho anticipato, è Cage per il semplice fatto che è un uomo che vive nelle sfumature del grigio, spesso del nero, e che non si dipinge come eroe che salva gli innocenti. Cage ha tantissimi difetti, molti vizi, ma ha anche la maledizione di essere nato come merce di scambio e di essere stato passato a Obediah come cucciolo da allevamento. Per Cage, anche volendo, la moralità non può che essere mooolto flessibile, deve farlo se vuole sopravvivere e in lui è estremamente sviluppato un istinto di autoconservazione che gli permette di agire senza porsi troppi scrupoli di coscienza. Vagando nei bassifondi e nella malavita, Cage ha un'aria un po' maledetta ma non si veste mai dei panni dell'eroe romantico tormentato. In lui di romantico non c'è nulla, vive con lo scopo di salvarsi la pelle e solo durante il caso decide che, per disperazione, vuole tirarsi fuori da un meccanismo logorante che lo ha plasmato fino a farlo diventare cinico ed egoista.
Il caso, ripeto, è molto semplice ma ben pensato, ci sono degli ottimi plot twist che ti accompagnano fino alla fine e persino io che sono una tardona ho saputo tenere il ritmo della narrazione senza perdermi indizi importanti. Attribuisco allo stile della Evans il merito di essere chiaro e semplice, e di calzare a pennello al periodo e al luogo raccontati. L'autrice non è prolissa, anzi, è stranamente stringata e le poche pagine del romanzo sono tutte fitte di scene importanti, al punto che alla fine della lettura ho pensato che non avrei tagliato nulla.
Siccome questo romanzo mi è piaciuto così tanto, sicuramente metterò in lista la Evans in caso - nel futuro - senta ancora il bisogno di fare una scorpacciata di mystery.