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3 aprile 2023

Bridget Collins
The Binding

Trama
Immagina di poter cancellare per sempre un ricordo, una colpa, un segreto. C’è stato un tempo in cui ciò era possibile. Abili rilegatori, nelle loro polverose botteghe, oltre a modellare la pelle e incollare fogli, aiutavano le persone a dimenticare. Seduti con un libro tra le mani, ne ascoltavano le storie e, parola dopo parola, le cucivano tra le pagine, intrappolandole tra i fili dei risguardi. Così, il ricordo spariva per sempre dalla memoria: catturato dalla carta, non lasciava più alcuna traccia di sé. Per anni l’anziana Seredith ha praticato questo affascinante mestiere. Ma ora è il momento di trovare un apprendista, qualcuno cui trasmettere le sue preziose conoscenze. La scelta cade su Emmett. Sarà lui il nuovo rilegatore, un giovane per cui i libri sono sempre stati un oggetto proibito: Emmett li teme, pur ignorando il motivo di tale paura. Eppure, giorno dopo giorno, fa suo il compito di raccogliere segreti, colpe e confessioni. E il laboratorio in cui quel miracolo si compie, ormai, è come casa sua. Crede di conoscerne ogni angolo fino a quando scopre una stanza di cui nessuno gli aveva parlato. Al suo interno un’immensa libreria. Tra quegli scaffali, Emmett trova un libro che reca il suo nome e custodisce un ricordo che gli appartiene. Non c’è alcun dubbio, ma il ragazzo non sa di cosa si tratta. Non può saperlo. Ed è ora di scoprirlo. Perché per capire chi è veramente ha bisogno di conoscere ogni cosa, anche ciò che ha voluto o dovuto dimenticare.
May your darkness be quiet and the light come sooner than you need
Commento
Di questo romanzo esiste l'edizione italiana di Garzanti (sua la trama), io però voglio proporre la copertina dell'edizione in mio possesso che mi è stata regalata da Susi un Natale di un paio di anni fa.
Questa edizione è di una bellezza che lascia senza parole: i colori, i dettagli, le decorazioni, è tutto così bello che per un attimo non ti importa nemmeno se il romanzo ti piacerà o meno.
Per quanto mi riguarda, un'edizione come questa vince già in partenza e poco importa del contenuto. Eppure, pensate alla fortuna, il contenuto si è rivelato essere una storia cupa, particolare, con un pizzico di magia, amore e speranza, e neanche a dirlo mi è piaciuta veramente tanto. Mi sono fidata completamente di Susi che lo ha definito uno dei suoi romanzi preferiti, e ora che l'ho finito sono sicura che questa edizione meravigliosa diventerà un bellissimo oggetto nella mia libreria.
Ambientato in un tempo lontano, in una Inghilterra rurale fatta di agglomerati di case, di paesoni, e di campagne umide e agresti, The Binding racconta la storia di Emmett a partire da quando lo incontriamo, emaciato, stanco, debole, sopravvissuto ad una misteriosa malattia che per mesi lo ha reso un folle senza coscienza di sé e del mondo. In una famiglia di contadini, con una fattoria da portare avanti, l'assenza forzata di Emmett e la sua ricaduta sulla famiglia sono un macigno sul cuore del ragazzo. Ora che è miracolosamente uscito vivo non riesce ad essere la risorsa che era prima, le sue mani sono deboli, il suo corpo si stanca in fretta e non importa quanto si impegni e quanto sopporti, Emmett sente di non essere abbastanza, sente un senso di colpa opprimente che lo tiene distante dal resto della famiglia e tinge di malinconia i suoi ricordi. Un giorno arriva la richiesta di mandare Emmett in apprendistato dalla vecchia Seredith per diventare un rilegatore. Così all'improvviso, appena Emmett si stava riprendendo la sua vita, ecco che gli viene tolta di nuovo ma questa volta con la ferita della famiglia che lo manda via quasi senza guardarsi indietro.
Emmett inizia una nuova vita con Seredith, isolati dal mondo nella loro casupola laboratorio ai bordi degli acquitrini, dove il ragazzo viene incaricato di piccolissimi compiti che si ripetono ogni giorno, così come le settimane e i mesi. C'è gente che va e viene dal laboratorio e succedono cose che Emmett non si spiega, cose misteriose che Seredith non chiarisce.
E poi ancora una volta la vita di Emmett viene ribaltata. Con la morte di Seredith il ragazzo viene ereditato da un altro rilegatore, un soggetto untuoso e maligno che, con la scusa di essere figlio della donna, prende possesso della sua eredità più preziosa: i libri. Sarà per un caso che Emmett scoprirà il vero senso di questo lavoro e cosa sono quei libri e sempre per caso si ritroverà per le mani il suo, di libro, che aprirà uno squarcio nella storia e ci metterà a parte della sua vita prima della malattia in un susseguirsi di eventi che culminano con il ritorno al presente e la risoluzione della storia.
La cosa che mi è piaciuta di più del romanzo è l'dea di base, la visione dei libri come oggetti magici e, a volte, oscuri. L'idea che le persone possano liberarsi di un peso, partire da zero e nasconderlo dentro ad un libro è estremamente affascinante, soprattutto nel suo risvolto negativo. L'intenzione buona di salvare alcune persone viene inquinata dal desiderio di profitto, di sfogare le proprie perversioni, di causare dolore per goderne, come una coltivazione consapevole di sofferenza.
La parte che mi è piaciuta un po' meno ma che ho trovato comunque appassionante grazie alla sua dose extra di angst, è il cuore umano della storia, l'amore di due ragazzi in un ambiente dove non è accettato, dove è una colpa orrenda e dove il segreto scatena una sequenza di reazioni (alcune prevedibili) che porteranno i due a rischiare tutto. In un romanzo come questo, con questo livello di complessità e con un'idea di base così solida e particolare, far confluire tutto nella semplicità dell'amore è, imho, un po' uno spreco. Ammetto che c'è sempre fascino nella semplicità di una storia d'amore disastrata, ma qui avrei gradito un focus minore su questo aspetto e uno svisceramento maggiore della parte legata ai libri.
E' comunque una critica debole, la mia, è un voler trovare la sbavatura invisibile in un romanzo che funziona benissimo così com'è.
Sullo stile e sul ritmo posso dire che non ce lo vedo bene come target YA, ma benissimo come romanzo di narrativa standard perché l'autrice si prende tutto il suo tempo e non trasmette il desiderio di agganciare un pubblico preciso né con termini, né con costruzioni di dialoghi o periodi meno carismatici. Come lettura in lingua non ho faticato più di tanto, ho dovuto cercare alcuni termini perché, ruggine a parte, c'è sempre margine per imparare cose nuove, ma a parte questo l'esperienza di lettura è stata appagante sia perché la storia in sé è molto bella, sia perché l'oggetto libro (questa edizione) è di una bellezza superiore, di sicuro contribuisce a rendere reale l'idea di questi libri magici dal valore incalcolabile.
Fun fact: leggendo quasi esclusivamente sul treno, sono abituata a sguardi curiosi di persone che vogliono capire cosa stai leggendo, ma quando tiravo fuori questo libro la gente allungava gli occhi e piegava i colli per scoprire cosa fosse. Come biasimarli, lo avrei fatto pure io.

14 settembre 2020

Alice Basso
Il morso della vipera

Serie Anita 1

Trama
Garzanti
pag. 302 | € 16,90

Il suono metallico dei tasti risuona stanza. Seduta alla sua scrivania, Anita dattilografa le storie della rivista Saturnalia: detective dai lunghi cappotti che tra una sparatoria e l'altra hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler che il suo affascinante editore Sebastiano Satta Ascona traduce, le fanno scoprire il potere delle parole. Un potere che va ben oltre la carta. Anita ne rimane affascinata. Proprio lei che non ha mai letto nulla. Ma se Anita si trova ora a lavorare per una rivista di racconti gialli la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo ma voglio prima lavorare. E ora si trova con quella macchina da scrivere davanti in compagnia di racconti che poi alla fine così tanto male non sono. Anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. Forse per questo quando un'anziana donna viene arrestata e tacciata da tutti come pazza perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l'unica a crederle. Eppure quelli non sono anni in cui dare spazio ad una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione. Il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve trovare tutto il coraggio che ha e l'intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scovare il bandolo della matassa. Perché una donna può tenere in mano un filo non solo per cucire e rammendare, ma per far sentire la sua voce.
Ma lei, Anita. Lei per che cos'è vissuta fino ad oggi, a parte per essere bella? [...] Che ci fa lei, Anita Bo, sulla crosta terrestre?

Commento
Non so cos'è successo, non so se è stata colpa mia o se l'idillio è morto, o se semplicemente questa è la dimostrazione che un autore non ci deve piacere per forza. L'unica cosa che so è che ho dovuto fare uno sforzo per arrivare al 3 su 5 come voto, perché avrei volentieri dato anche meno.
Partiamo dall'ovvio presupposto che ognuno ha i suoi gusti e la sua sensibilità e che se non piace a me non significa che sia un prodotto orrendo, quindi non voglio dire che questo romanzo fa schifo, che è scritto male e che nessuno dovrebbe leggerlo, dico solo che ci sono stati alcuni aspetti che con me non hanno funzionato e che mi hanno rovinato tutto il resto.
Faccio una piccola panoramica sulla storia. E' il 1935 a Torino, la protagonista è Anita, una giovane che ha appena finito di studiare e che aiuta nella drogheria di famiglia, e la cui unica preoccupazione al mondo è essere carina e fare colpo su Corrado, il giovane che vuole sposare. Anita è bella, vero, ma ha quella personalità pratica e furba di chi vede e capisce tutto, fa finta di avere la testa vuota e nel frattempo svicola le cose che non le vanno bene per ottenere quello che le serve. Quando Corrado le chiede di sposarlo Anita accetta ma ad una condizione, aspettare sei mesi così che possa fare esperienza lavorativa. L'idea, in quegli anni in Italia, che una ragazza preferisca lavorare invece che sposarsi e sfornare figli è una cosa da pazzi. Il lavoro femminile è tollerato ma non benissimo perché l'ideologia fascista che permea la società vuole che le donne facciano figli per la patria, e che si emancipino o che siano indipendenti è un affronto bello e buono.
Anita trova lavoro come dattilografa in una casa editrice che pubblica una rivista di racconti gialli e, anche se come dattilografa è pessima, è bravissima a vendersi e a convincere i due proprietari di essere la candidata perfetta. Uno dei due soci è un personaggio che si vede poco e sta sempre chiuso nel suo ufficio, il classico omino che si ingrazia i poteri pur disprezzandoli, furbetto e innocuo. Il secondo, invece è Sebastiano Satta Ascona, la mente artistica della rivista, che si occupa di tradurre i racconti e che - cosa ancora più importante - è stato insignito da Mussolini dell'onore di scrivere dei racconti gialli con un protagonista e tematiche che inneggiano al regime. Dall'esterno entrambi i personaggi sembrano dei filo fascisti convinti, quindi Anita li appoggia per tenersi il posto, ma man mano che la storia procede gli scoprono i veri altarini. Così si arriva al nucleo della storia, il giallo da risolvere, un cold case che si infiltra nelle maglie dell'esaltazione politica e che arriva ad una soluzione senza scomporre troppo né la storia né i personaggi.
Ora quello che non mi è piaciuto. Tutto il romanzo è un too much, il lavoro di ricerca storica è innegabile ma a tratti è troppo invadente, una ripetizione inutile di cose già dette, o una presenza assurda di intercalari linguistici tipici del periodo che alla lunga a me hanno dato fastidio.
In particolare mi ha dato fastidio l'eccessiva ironia forzata in Anita o attorno ad Anita che la fa sembrare la macchietta di se stessa e, invece di avere il carisma di Vani - ad esempio -, la trasforma in una caricatura perché anche qui il too much è sempre presente. Forse io non ho sensibilità per un'ironia così forzata, non la trovo divertente e la tollero a piccole dosi, e avere un intero romanzo intriso di santa polenta fritta/polenta ai funghi/polenta bianca/polenta gialla come intercalare personalizzato di Anita mi ha veramente stufata. Diciamo che con il contesto storico non si poteva fare molto, a causa degli evidenti limiti socio culturali, però anche abbassare i toni non avrebbe fatto male, ma ovviamente è un punto di vista discutibile e alla fine conta pochissimo.
Quello che dovrebbe essere il siparietto romantico, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è assolutamente trascurabile. Forse volontariamente il romanzo ruota attorno ad Anita e non prende una decisione definitiva: la protagonista non è veramente innamorata, non è veramente presa dalle indagini, non è nemmeno particolarmente immersa nel tessuto sociale, sembra che Anita galleggi sulla sua stessa storia e rimanga indecisa - e un po' anonima - fino alla fine. Non so, personalmente ha dato un po' fastidio questa inconsistenza, magari qualche aspetto più forte e presente sarebbe stato bene, e non parlo di quello romantico perché per me si poteva fare tranquillamente a meno.
Se proprio devo essere onesta ho trovato più interessanti i personaggi secondari: la maestra di dattilografia, l'amica bruttarella, Corrado, la mamma, ce l'ho messa tutta per farmi star simpatica Anita ma non è scattata la scintilla, proprio non ci sono riuscita.
Non ho particolarmente apprezzato l'ambientazione storica. E' un periodo storico difficile ed è assolutamente encomiabile che la Basso lo abbia scelto e che si sia premurata di fare una ricerca storica pazzesca che si nota nei dettagli, ma c'è qualcosa che non mi ha convinta del tutto. Forse anche in questo caso è il modo e l'eccesso di dettagli con quello stile ironico che non mi ha presa veramente. Però essendo un argomento molto complesso il mio giudizio non è nemmeno definitivo, nel senso che non mi dispiace per una volta leggere del fascismo invece che del nazismo, ma tutto il contorno mi aveva già messa sulla difensiva e questo elemento non ha saputo farmi cambiare idea.
Infine lo stile della Basso. La sua originalità è sempre un punto forte dei suoi romanzi, e lo stile così personale è sicuramente ciò che la distingue dalle altre autrici, non cade mai nella trappola del romanticismo stucchevole, ma è caduta nel buco dell'ironia cringy, quella che fa ridere alla prima, sorridere alla seconda e alla terza ha già stufato. Ho erroneamente pensato che il suo stile, perfetto nella serie su Vani, fosse quello giusto anche per una storia completamente diversa e forse non è proprio così, le sbavature lo hanno rovinato.
A questo punto non so se continuerò la serie, conoscendo la consistenza della Basso non mi aspetto che il secondo romanzo sia diverso dal primo e non mi va di infierire se già questo non mi è piaciuto. Mi tengo il dubbio fino a che non lo vedrò in commercio, a quel punto si vedrà.

2 settembre 2019

Alice Basso
Un caso speciale per la ghostwriter

Serie Vani 5

Trama
Garzanti
pag. 384 | € 17,90
Per Vani le parole sono importanti. Nel modo in cui una persona le sceglie o le usa, Vani sa leggere abitudini, indole, manie. E sa imitarlo. Infatti Vani è una ghostwriter: riempie le pagine bianche di scrittori di ogni genere con storie, articoli, saggi che sembrino scaturiti dalla loro penna. Una capacità innata che le ha permesso di affermarsi nel mondo dell’editoria, non senza un debito di gratitudine nei confronti dell’uomo che, per primo, ha intuito la sua bravura: Enrico Fuschi, il suo capo. Non sempre i rapporti tra i due sono stati idilliaci, ma ora Vani, anche se non vorrebbe ammetterlo, è preoccupata per lui. Da quando si è lasciato sfuggire un progetto importantissimo non si è più fatto vivo: non risponde al telefono, non si presenta agli appuntamenti, nessuno sa dove sia. Enrico è sparito. Vani sa che può chiedere l’aiuto di una sola persona: il commissario Berganza. Dopo tante indagini condotte fianco a fianco, Vani deve ammettere di sentirsi sempre più legata all’uomo che l’ha scelta come collaboratrice della polizia per il suo intuito infallibile. Insieme si mettono sulle tracce di Enrico. Tracce che li porteranno fino a Londra, tra le pagine senza tempo di Lewis Carroll e Arthur Conan Doyle. Passo dopo passo, i due scoprono che Enrico nasconde segreti che mai avrebbero immaginato e, soprattutto, che ha bisogno del loro aiuto. E non solo lui. Vani ha di fronte a sé un ultimo caso da risolvere e fra le mani, dalle unghie rigorosamente smaltate di viola, le vite di tutte le persone cui ha imparato a volere bene.
Perché la verità è che ogni storia, la più modesta come la più avventurosa, la più divertente come la più intensa, la più realistica come la più folle, è destinata a farsi poltiglia, e concime, e terra. Le storie, bisogna prepararsi a salutarle.
Commento
Ah, quindi questa era la fine?
Se la Basso aveva pianificato tutto fin dall'inizio per - citazione libera - prepararci a salutare Sarca allora mi inchino alla sua mente malefica. Ma se invece non è così io un po' ci rimango di merda, scusate il francesismo. Perché, di solito, quando hai in mano l'ultimo libro di una serie che ti piace lo ricopri di una quantità orrenda di aspettative e ti immagini mentre giri l'ultima pagina felice, appagata e pure con una lacrimuccia a coronare l'esperienza.
Io no, questo quinto titolo della serie mi è passato nel cervello senza colpo ferire, senza picchi di estrema felicità o effetti collaterali tipo crisi d'astinenza. Nope, ho fatto spallucce e sono andata dritta verso la libreria per tirare fuori un nuovo romanzo da leggere.
Ok, non che il quarto romanzo mi avesse fatta impazzire come i primi due, però c'è da dire che le parti più importanti di una serie sono l'inizio e la fine, e se ti perdi un po' nel mezzo va bene lo stesso. Qui, ecco, no. Il finale è talmente sotto tono, talmente monotono che non pare nemmeno essere la chiusura finale della serie.
Metto le mani avanti dicendo che Sarca è sempre Sarca, il personaggio di per sé non cambia, nemmeno lo stile della Basso ha avuto un tracollo perché gronda sempre sarcasmo e ironia, e tutto il romanzo è pieno zeppo di metafore che in pochi potrebbero pensare. Il problema non è tanto la base, ma nemmeno lo stile, il problema per me è la storia raccontata. La trama, il giallo, il mistero, insomma.
Quasi tutto il romanzo ruota attorno alla sparizione di Enrico, il capo di Sarca. Uscito dal suo appartamento dopo aver ricevuto notifica di licenziamento e mai più visto da nessuno.
Enrico, sempre presentato come soggetto fastidioso che suscitava in Sarca rabbia mista a desolazione per la sua natura mercenaria, diventa il fulcro dell'ipotetico mistero.
E' scappato? E' finito in un dirupo? E' stato rapito dagli alieni? E' morto?
Queste sono le domande che i personaggi si pongono e in particolare Sarca, nonostante senta che questa preoccupazione sia contro la sua natura, è quella che si cruccia di più perché il licenziamento di Enrico è stato indirettamente colpa sua.
Al di là del poco interesse che nutro per questo personaggio, il mio grosso problema con il soggetto è la mancanza di indagine, di giallo, l'assenza di una base di mistero che ha lasciato il passo a una sorta di chi l'ha visto amatoriale che di appassionante aveva veramente poco. La mente di Sarca e le abilità del Commissario qui sono sprecate, poco sfruttate e rimangono sempre nell'ambito del personale, cosa che di per sé non sarebbe un grosso problema se la sparizione di Fuschi lasciasse un brivido sulla sua scia. Il disinteresse per Enrico unita alla noia della risoluzione della sparizione mi hanno lasciata totalmente indifferente a quello che stavo leggendo. La presenza del punto di vista di un Enrico adolescente ha messo in luce alcuni aspetti della sua personalità e alcune motivazioni che si ricollegano tutti alla fine, dentro l'ormai classico ragionamento/risoluzione finale partorito da Vani.
Personalmente, questo voler mettere Enrico sotto una luce più umana non è stato un vero errore, perché funziona bene come trampolino per gli scontri verbali tra lui e Vani, manca però di una vena gialla e rimane - ancora una volta - limitato tra i confini della disavventura.
Non ho accusato come altri, invece, la svolta più emotiva di Vani e la prevedibile chiusura del suo percorso umano. Per quanto la Vani chiusa e sarcastica fosse un personaggio nuovo nel panorama letterario italiano e per quanto io l'abbia adorata in modo totale e assoluto, persino lei aveva bisogno di vivere dei cambiamenti importanti.
Prima di tutto il cambiamento più grosso che segue pari passo il caso della scomparsa di Enrico: la scoperta di provare dei sentimenti. Ora, al di là del banale sentimento romantico/amoroso nei confronti del Commissario, c'è ovviamente l'attaccamento a Morgana, quello riscoperto per la sorella, l'amicizia fragile ma cameratesca con il suo ex, e infine quello strano sentimento che si trova suo malgrado a provare per Enrico. Insomma, Vani è un essere umano e anche se per quattro romanzi ha finto bene, pure lei prova dei sentimenti. Il suo processo di accettazione è un percorso dissestato ma ha dei compagni che l'appoggiano e l'aiutano ad adattarsi; certo fa strano leggeri di Vani che si comporta in un certo modo ma non è niente di insormontabile. Basta accettarlo.
Quindi il finale non mi è dispiaciuto, mi è sembrato sufficientemente emotivo senza superare il limite del coerente, e ho apprezzato che la Basso non si sia dilungata sul momento più imbarazzante per Vani, ma ci è passata vicino per farcelo vedere e poi ha chiuso i battenti per farle mantenere un briciolo di privacy.
Purtroppo, come ho già detto, il caso di Enrico non mi è piaciuto molto, l'avrei visto bene come sotto trama, come caso secondario affiancato a qualcosa di più grosso, invece ho dovuto accettare che l'ultimo caso di Vani Sarca non è stato niente di esplosivo o di mastodontico. Non che sia un crimine, per carità, o che tutto il romanzo sia da buttare - anzi-, solo che non è un finale memorabile.
Tutto qua.
Mi tocca salutare Vani ma tutto sommato non mi dispiace farlo senza tragedie, suppongo sia il lato positivo dell'aver dato tre come voto.

27 maggio 2019

Jamie McGuire - Sei il mio danno

Serie Crash and Burn 1
Titolo originale From Here to You

Trama
Garzanti
pag. 371 | € 17,60

Capelli color miele e sguardo impenetrabile, Darby Dixon ha tutta l'aria di essere una ragazza decisa e risoluta. In realtà, sta fuggendo da un uomo che non l'ha mai amata davvero e non vede l'ora di ricominciare da capo il più lontano possibile da lui. Ma adesso che è arrivata al Colorado Springs Hotel, dove lavora come receptionist, si rende conto che per lei il destino ha in serbo altri guai. E questi guai hanno un volto, quello di Scott «Trex» Trexler, noto per il suo fascino irresistibile e per il mistero che avvolge la sua storia personale, di cui nessuno conosce i dettagli. Nel momento stesso in cui Trex mette piede in hotel e incrocia il suo sguardo, Darby sa che non è l'uomo giusto per lei. Glielo dice anche il nodo che sente alla gola: non ha tempo né voglia di infilarsi in un'altra relazione complicata, fatta di segreti e bugie. Eppure, più ha a che fare con lui, più Trex dimostra una sensibilità inaspettata. Solo lui è in grado di andare oltre i silenzi di Darby. Di interpretare le sue insicurezze, i suoi desideri e quel bisogno di affetto e protezione che, anche se non vuole ammetterlo per non sembrare troppo fragile, cerca con tutta sé stessa. Forse Trex è l'occasione che aspettava per imparare di nuovo ad amare. Ma Darby, che teme un altro tradimento, non è ancora pronta ad affidargli il proprio cuore. E quando il passato si ripresenta deciso a farla soffrire ancora una volta, scoprirà insieme a Trex che le parole non dette possono far male più della verità.

Era bella, sì, ma c’era di più. Era quello che provavo ogni volta che la vedevo, che le stavo vicino, che udivo la sua voce. Era in parte sollievo, in parte terrore. Ero già stregato.

Commento
***spoiler***
Non ho nemmeno finito di leggere il romanzo e già ho iniziato a scrivere la recensione.
Faccio una premessa, perché sento che è importante spiegare il mio atteggiamento.
Pur avendo letto tutti i romanzi della McGuire e averne anche testato il lento e costante declino, le ho sempre dato una possibilità. La maggior parte dei romanzi, ad essere onesta, li ho ricevuti dall'editore perciò non mi pesava affatto leggerli. Mi pesava, invece, dare spesso un voto basso e tentare di trovare qualcosa che la salvasse dall'essere definitivamente eliminata dalle mie letture.
La mia decisione di chiudere con la McGuire è in parte dovuta alla sua produzione letteraria ormai lontana dai miei interessi e in parte dovuta a delle scelte personali che non condivido affatto. Ho deciso di smettere di seguirla come autrice e come essere umano e di non leggere più niente di suo.
Sono qui perché, ovviamente, sto leggendo Sei il mio danno che ho ricevuto in regalo.
Non l'ho iniziato subito proprio perché non ero interessata, ma per non fare un torto alla persona che me lo ha regalato ho deciso di leggerlo e di decidere poi cosa farne in base a quanto mi fosse piaciuto.
Ho affrontato la lettura senza pregiudizi, perché non sono proprio il tipo, e ho dato alla McGuire una chance vera.
A lettura completata posso confermare in maniera definitiva che questo sarà il suo ultimo romanzo che leggo, perché purtroppo la qualità è veramente molto ma molto scarsa. Di romance è pieno il mercato, di romance scadenti ce ne sono anche di più e di romance mediocri, banali e vuoti che raggiungono gli scaffali ce ne sono anche troppi. Sei il mio danno fa parte di quest'ultima categoria e non si schioda neanche a piangere lacrime di sangue. Banale, piatto, spesso noioso e pieno stra pieno di richiami autoreferenziali che attivano il cringe factor in modo fortissimo.
Colorado Springs, ancora una volta, fino alla nausea. Ama quel posto? Ci vive? Buon per lei, ma a me non interessa, è solo uno sfondo, è solo una location poteva usarne un'altra e forse evitare l'ennesima ripetizione di luoghi, eventi e personaggi.
Vende trucchi nella vita reale e fa soldi a palate? Mi ero accorta che il calo di qualità dei romanzi andava di pari passo con la sua discesa nel mondo di SeneGence e della vendita di trucchi. Era necessario ficcarlo pure nei romanzi? Perché ci devono essere sempre riferimenti alla sua vita privata? Cringe potentissimo.
Infarcito di luoghi comuni del romance e del Sud, pieno zeppo di banalità da romance che con quella concentrazione decompongono quel poco di salvabile che c'è, questo romanzo inizia normale e procede normale e poi si ferma sul gradino della noia senza salire mai. La trama, i personaggi, gli eventi, non c'è niente da salvare, niente che scuota dal torpore e niente che annulli la colata di melassa salvando capre e cavoli.
Darby è un personaggio che sembra uscito da un romance di Diana Palmer (solo che lei poteva permetterselo negli anni '80) ed è un cliché ambulante. Donna del sud, gentile (e zerbino), timorata di Dio, bionda, formosa, bellissima, ex reginetta di bellezza, famiglia povera e disastrata, vittima di violenze sessuali da bambina (perché va di pari passo con la famiglia povera del Sud), fidanzata con un soldato violento, è incinta. Capite cosa intendo quando dico che è un cliché, in lei non c'è niente di originale, di moderno, di grintoso. Fino alla fine Darby è la damigella da salvare e da coccolare, la bambolina incinta che scappa sul Greyhound e trova sulla sua strada solo persone gentili che la accolgono e la aiutano. E' un personaggio debole, a tratti irritante, che obbliga tutti gli altri personaggi a seguirla nella scampagnata della mediocrità, e che trascina la trama verso il baratro della banalità. Se non fosse chiaro abbastanza, Darby è una protagonista molto al di sotto della media delle eroine create dalla McGuire. Qui siamo proprio all'opposto.
Ovviamente anche il personaggio maschile cade in disgrazia. Scottie Trexler, ex-marine, ex-forze speciali, pieno di traumi, pieno di segreti, anche lui famiglia super bacchettona ma cresciuto ateo e rinnegato, fin da ragazzino è innamorato della sua donna ideale che sa essere là fuori e che ancora non ha incontrato (vomito). Appena Darby e Trex si incrociano lui subito capisce che lei è la sua anima gemella e comincia la campagna di conquista vista probabilmente solo negli Harmony Collezione degli anni '90.
Badate bene, io sto paragonando il romanzo agli Harmony non perché questi facciano schifo, ma perché il romanzo si spaccia per qualcosa che non è. Un Harmony ha un'identità e un pubblico precisi, la McGuire invece dovrebbe aver ampiamente superato certi stereotipi e certe costruzioni di trama, invece qui ci cade in pieno e rimane impantanata.
Il momento di rottura della coppia sono due e, anche se gestiti con logica è il modo a renderli prevedibili, banali e tristemente non emozionanti. Abbiamo da una parte Trex che mente continuamente a Darby sul suo passato e si strugge sul dirle o meno che era un Marines (perché lei avendo quasi sposato un soldato psicopatico fa di tutta l'erba un fascio), dall'altra abbiamo questo ex psicopatico che compare alla fine per mettere in atto un rapimento fantozziano e farsi accoppare all'Autogrill. Entrambe le questioni, gestite insieme, non riescono a dare un vero scossone alla storia e a svecchiarla. 
Non sto nemmeno a commentare la questione gravidanza. E' di un melenso, patetico e stucchevole da non credere, doveva stare tra i confini blindati del mondo Harmony e non sconfinare. La nausea che questi due mi hanno scatenato a fronte di questa bambina è pari alla nausea che mi viene in piena gastrite dopo un cono gelato. Devastante, insomma.
Per quanto riguarda i personaggi secondari compaiono - ovviamente - tutti i Pinco Pallino della squadra anti incendio, con tanto di comparsata delle ragazze dei gemelli Maddox, ma mi hanno lasciata indifferente perché quei personaggi in quelle stesse scene sono stati già visti e letti, anche se da un punto di vista diverso. Il team di Trex è forse la parte più razionale del romanzo, ma purtroppo viene sporcato da quei comportamenti e da quelle frasi fatte del mondo militare che suonano tanto anni '90.
Non salvo il romanzo, nonostante lo abbia iniziato con tutta la bontà d'animo possibile, mi è difficile trovare qualcosa che lo possa salvare o qualcosa che abbia un briciolo di influenza sulla mia decisione di chiudere i ponti con la McGuire.
Da tempo penso che la McGuire abbia esaurito le cartucce nel suo arsenale e che non sia più in grado di tenere il passo con il genere che scrive. Credo inoltre che queste storie abbiano un senso e un valore solo se inserite nel loro ambiente commerciale, con la giusta definizione e la giusta confezione, e che travestirle con un bell'abito e spacciarle per qualcosa che non sono sia un colpo basso per i lettori.
Detto questo io chiudo il capitolo McGuire e passo oltre. 

27 settembre 2018

Alice Basso
La scrittrice del mistero

Serie Vani 4

Trama
Garzanti
pag. 336 | € 17,90

Per Vani fare la ghostwriter è il lavoro ideale. Non solo perché così può scrivere nel chiuso della sua casa, in compagnia dei libri e lontano dal resto dell’umanità, per la quale non ha una grande simpatia. Ma soprattutto perché può sfruttare al meglio il suo dono di capire al volo le persone, di emulare i loro gesti, di anticipare i loro pensieri, di ricreare perfettamente il loro stile di scrittura. Una empatia innata da cui il suo datore di lavoro sa come trarre vantaggio. Lui sa che solo Vani è in grado di mettersi nei panni di uno dei più famosi autori viventi di thriller del mondo. E non importa se le chiede di scrivere una storia che nulla ha a che fare con i padri del genere giallo che lei adora, da Dashiell Hammett a Ian Fleming passando per Patricia Highsmith. Vani è comunque la migliore. Tanto che la polizia si è accorta delle sue doti intuitive e le ha chiesto di collaborare. E non con un commissario qualsiasi, bensì Berganza, la copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Sono mesi ormai che i due fanno indagini a braccetto. Ma tra un interrogatorio e l’altro, tra un colpo di genio di Vani e l’altro qualcosa di più profondo li unisce. E ora non ci sono più scuse, non ci sono più ostacoli: l’amore può trionfare. O in qualunque modo Vani voglia chiamare quei crampi allo stomaco che sente ogni volta che sono insieme. Eppure la vita di una ghostwriter non ha nulla a che fare con un romanzo rosa, l’happy ending va conquistato, agognato, sospirato. Perché il nuovo caso su cui Vani si trova a lavorare è molto più personale di altri: qualcuno minaccia di morte Riccardo, il suo ex fidanzato. Andare oltre il suo astio per aiutarlo è difficile e proteggere la sua nuova relazione lo è ancora di più. Vani sta per scoprire che la mente umana ha abissi oscuri e che può tessere trame più ordite del più bravo degli scrittori.
La vita è una performance mediatica molto scadente: ad altissima definizione audio-video, ma con una pessima sceneggiatura.

Commento
***spoiler***
Da un bel po' di anni a questa parte ho smesso di comprare edizioni rilegate, sia per una questione di gusto personale, sia per una questione economica, sia perché ho ridotto sempre di più i nomi di autori e autrici che devo comprare subito perché devo leggerli subito. Nel corso degli anni la lista, oltre a ridursi drasticamente, è cambiata e ha visto l'ingresso improvviso (ma graditissimo) di Alice Basso.
Naturalmente, dopo aver letto il suo primo romanzo, li ho presi tutti diligentemente in edizione rilegata e, senza cambiare modus operandi, li ho letti a breve distanza dalla loro uscita. Per La scrittrice del mistero - per cause esterne (ferie, k-drama, coma profondo, cervello spento) - ho variato leggermente la routine prendendolo in mano solo pochi giorni fa.
Ora, nonostante il voto non sia dei più alti, la mia simpatia verso la Basso e l'attaccamento per la serie rimangono invariati, però non posso fare a meno di appioppare a questo romanzo il titolo del meno riuscito dell'intera serie. Questo ovviamente non significa che sia brutto o che sia noioso, ma solo che ci sono certi elementi che - secondo la mia modestissima opinione - non hanno avuto su di me lo stesso effetto degli altri romanzi.
Il problema grosso, che tiro fuori subito per togliermi il pensiero, è che il giallo o il mistero - come lo si vuole chiamare - mi è sembrato debole, fin troppo semplice e prevedibile persino per una mente come la mia. La lettura è volata via e sono arrivata alla fine con la sensazione che non fosse successo nulla di particolarmente emozionante e che il mistero fosse diluito al punto da risultare quasi in terzo piano. Mi sono chiesta come fosse possibile che il romanzo fosse finito così velocemente senza che me ne accorgessi, partendo con un botto nucleare - ho sottolineato non so quante citazioni - per poi declinare verso un lieve entusiasmo smorzato dal finale citofonato.
Secondo me il romanzo ha risentito anche del fatto che i grossi conflitti di Vani si sono risolti, sia nel lavoro sia nella sfera personale, e che quindi la trama risulta essere una sorta di passaggio obbligato, come quando durante un viaggio lasci un posto fighissimo per arrivare ad un altro posto fantastico ma la strada in mezzo è l'unica percorribile ed è poco entusiasmante. Non hai scelta, ci devi passare senza possibilità di svoltare su sterrate emozionanti, ma lo fai senza soffrirci troppo perché sai che davanti a te c'è un nuova avventura.
La Basso questo ha fatto, ha stoicamente affrontato la questione romantica, la questione ex, la questione mistero, e ha chiuso tutto con una frase che ti manda una scossa al cervello e ti fa urlare e no, dai! perché evidentemente il ritmo del finale era troppo sicuro e c'era bisogno di un bel calcio nel didietro.
Poi, ecco, non è che io mi lamenti tanto di questa trama un po' meno attorcigliata perché mi sono goduta la lettura e il semplice filo narrativo senza sentirmi una fessa totale per non aver capito cosa stava succedendo. La questione è abbastanza curiosa e divertente - del resto Riccardo e lo stalker sono una combo promettente - e ha uno sviluppo con un crescendo moderato, senza grandi svolte violente (però l'insetticida e il topicida, c'è dell'ironia potente sotto), certo mi avrebbe fatto piacere avere un filo in più di suspense, e che il mistero non fosse solo un contorno.
Perché la verità è che questo mistero c'è ma non occupa più gran parte delle attenzioni di Vani e del lettore, è solo un'episodio di una nuova realtà che ancora si deve aggiustare.
Da qui in poi spoilero come una dannata.
Il fatto che Vani e Berganza si siano messi insieme e che il romanzo inizi il giorno dopo la fine del precedente fa immaginare come i due tendano ad occupare la maggior parte della trama. Non ci sono scene stucchevoli in cui entrambi riscoprono un romanticismo tradizionale, tutto il contrario, però anche questa novità diventa subito una routine consolidata, come se fossero una nuova coppia solo in certi momenti - perché gran parte delle loro interazioni sono già avvenute, quindi da quel punto di vista non c'è niente da aggiungere -. Manca il brivido, se vogliamo, perché entrambi lo schiacciano senza pietà. Ma va bene, perché evidentemente la coppia non è il centro del romanzo. Il problema è che non lo è nemmeno il mistero, per quanto sia divertente immaginare chi possa essere lo stalker dietro le minacce a Riccardo la comicità non riempie il vuoto della prevedibilità. Ad un certo punto sai che non andrà così, che la soluzione facile è sbagliata, e sai anche come si arriverà alla chiusura dei conti ma quando accade non c'è brivido, o emozione, succede e basta. E' come avere una conferma di qualcosa che già sai, e va bene solo fino ad un certo punto perché per la serie di Vani l'arrivo alla scoperta del colpevole è la parte più appassionante. Anche la questione lavorativa è tiepiduccia: è divertente vedere che per una volta è lei la star della situazione, ma non si va molto al di là della creazione di trame trash per una serie action, nonostante la caratterizzazione dello scrittore famoso sia una vera chicca.
Insomma, sì è vero che la Basso ci ha finalmente dato la coppia Berganza/Sarca e tutti i crampi di felicità che ne conseguono, ma è anche vero che il resto è tiepido e per quanto sia sempre scritto benissimo, per quanto la Basso sappia farti ridere e rimuginare, e per quanto i personaggi non abbiano nemmeno pucciato la punta dei piedi in terre OOC, a me non è bastato. Confido nel prossimo romanzo, quando le acque si saranno calmante e non ci sarà più la frenesia amorosa che ha preso tutti i personaggi in questo libro. Aspetto con pazienza, mi fido completamente della Basso e so già che la prossima avventura di Vani sarà mille volte più affascinante di questa.

14 maggio 2018

Alice Basso
La ghostwriter di Babbo Natale

Serie Vani 0.5

Trama
Garzanti | ebook
GRATIS
Per la maggior parte delle persone il Natale è il periodo più bello dell’anno: strade illuminate, cene in famiglia, regali da scartare. Ma non per Vani Sarca. Per lei, che normalmente odia la prossimità delle persone, il Natale è il peggior incubo che si possa immaginare. Non vorrebbe fare altro che restarsene da sola a leggere i suoi amati libri e continuare a indossare il suo look noir, così poco in tono con le tinte natalizie. Eppure una ghostwriter come lei non può mai andare in vacanza, nemmeno a Natale: c’è sempre bisogno della sua dote speciale, della sua capacità di comprendere le persone solo da un gesto, da un’inflessione della voce, da un atteggiamento. Insomma, anche sotto le feste deve vestire i panni di qualcun altro... e non di uno qualunque, ma addirittura di Babbo Natale.
"Non lascerò che mia figlia trascorra la notte di Natale sola nel suo tugurio come se nemmeno avesse una famiglia.""Mamma, hai appena descritto il sogno della mia vita."
Commento
E' da me leggere un racconto natalizio quando fuori ci sono 30°. A mia discolpa posso dire che ero convinta, ma proprio convinta, che il racconto si collocasse tra il terzo e il quarto romanzo della serie, e non volevo leggerlo senza aver prima recuperato La scrittrice del mistero. Ora che il nuovo libro è uscito, mi sono decisa ad aprire il racconto per poi scoprire che avrei potuto evitare di soffrire e leggermelo subito quando è uscito.
Amen, colpa mia, avrei dovuto informarmi.
Essendo un racconto - purtroppo - breve, è chiaro che non potrò sviscerarne la sostanza e ricavarne una recensione di media lunghezza. Anzi, diciamo proprio che verrà fuori una mini recensione, una recensione flash che ha come unico scopo quello di ricordarvi l'esistenza del racconto. Non devo nemmeno convincervi ad acquistarlo perché è gratis, e se non lo leggete è perché non vi interessa o non vi piace la serie di Alice Basso. In questo caso non c'è niente che possa fare, siete spacciati.
Siamo alla Vigilia di Natale, Vani è felice come non mai perché si è svegliata con gli inconfondibili sintomi di un'influenza potente e pregusta l'isolamento completo dal mondo ma, soprattutto, dalla sua famiglia. Naturalmente l'immagine idilliaca viene annientata da sua madre, che rifiuta categoricamente di dividere la famiglia durante la festa più importante dell'anno.
Poco importa che Vani, poverina, voglia stare da sola e vomitare in santa pace, è deciso che la famiglia Sarca starà insieme, influenza o no.
Appena la sacra famiglia di riunisce a colpi di brodo e panettone, Vani cerca una via d'uscita per scappare da loro anche per un solo minuto. Sarà la famiglia che abita sopra di lei, una mamma single con una bimba di nome Morgana, a fornire una rumorosa scusa. Per scoprire il motivo di un tale casino proprio la notte di Natale, Vane si infila a forza nel caos causato da un improbabile furto di un regalo e si impegna suo malgrado a risolverne la misteriosa scomparsa.
La parte più divertente di tutto il racconto è l'interrogatorio che Vani fa ai bambini per scoprire il ladro: i dialoghi (che poi in realtà sono più uno scambio botta e risposta) tra una cinica asociale che rifugge ogni forma di interazione sociale e dei bambini che credono ancora a Babbo Natale sono estremamente divertenti. Anche quando è conciata da fare schifo, il cervello di Vani riesce a partorire delle perle che dovrebbero abbellire i muri di casa mia.
Non mancano dei riferimenti divertenti ad un ipotetico e fantastico - e per questo inesistente - detective con l'impermeabile beige che odia il Natale, così come non manca lo stesso tipo di ragionamento che Vani utilizza per risolvere i misteri, solo che qui è in forma diluita e più breve e non rende giustizia alla capacità della Basso di intrappolare il lettore e incasinarlo nel labirinto che è la mente di Vani.
Questo racconto è perfetto come aperitivo prima della grande portata solo se si conosce già Vani e lo stile della Basso, altrimenti non so quanto possa convincere un lettore che ha snobbato la serie o che non è semplicemente attratto dal genere.
A me ha fatto l'effetto Acquista con 1-click, quindi vi potete immaginare. Non vedo l'ora che mi arrivi il nuovo romanzo.

15 gennaio 2018

Tijan
Finalmente noi
Finalmente ci sei

Serie Fallen Crest High 1
Titolo originale Fallen Crest High

Trama
Garzanti | ebook | € 6,99
Samantha ha diciassette anni e pensa di avere una vita perfetta. Brava a scuola, un fidanzato innamorato, delle amiche fedeli. Ma quando un giorno rientra in casa, sua madre, con gli occhi bassi, le confessa di aver lasciato suo padre per un altro uomo: lei e Samantha si trasferiranno a casa sua. Ma il peggio deve ancora venire, perché Sam sarà obbligata a vivere con le persone che odia di più al mondo: Mason e Logan Kade, i figli del nuovo compagno della madre. Li conosce di fama, ma lei non ci ha mai voluto avere nulla a che fare. Campioni di football, attaccabrighe, ribelli, con una ragazza diversa ogni giorno. I classici cattivi ragazzi da cui stare lontani. I più temuti del liceo. I primi giorni in casa, Sam decide di evitarli. Anche se si sente sempre più sola ora che il suo fidanzato l’ha tradita con la sua migliore amica e il suo mondo crolla pezzo dopo pezzo. Anche se avverte sempre su di sé gli occhi magnetici di Mason. Prova a resistere, ma giorno dopo giorno è più difficile. Perché sotto il suo sguardo si sente come non si è mai sentita, come nessuno l’ha mai fatta sentire. Mason è l’unico che la sa capire, che conosce la strada per il suo cuore. Ma la loro è una storia che sembra impossibile: le loro famiglie si oppongono, e a scuola hanno tutti contro. Finché un segreto terribile non cambierà completamente i loro destini…

Serie Fallen Crest High 2
Titolo originale Fallen Crest Family

Trama
Garzanti | pag. 256 | € 16,90
Non appena ha incontrato gli occhi verdi di Mason Kade, Sam si è sentita speciale, amata come mai prima. E ora che sono finalmente insieme, non potrebbe essere più felice. Eppure, l'amore non arriva mai senza complicazioni. Ci sono persone vicine a Sam che sembrano non volerne sapere della nuova coppia. A cominciare dalle sue vecchie conoscenze che vorrebbero riavere l'amica di un tempo e sono pronte ad allontanarla da Mason con ogni mezzo. Ma il più grande ostacolo arriva dalla madre di Sam, Adeline, pronta a tutto pur di separarli. E se Mason non si fa problemi a rispondere con l'indifferenza a queste minacce, Sam non può far finta di nulla. Perché solo lei ha il potere di fermare la madre prima che sia troppo tardi. Quando un terribile segreto ritorna dal suo passato a tormentarla, Sam deve trovare la forza di reagire, se vuole salvare sé stessa, Mason e il loro futuro insieme.


Commento
Io ci ho provato. Lo giuro. Ce l'ho messa tutta a non lanciare il libro fuori dalla finestra o ad abbandonarlo sulle rotaie in stazione. Li ho persino letti fino alla fine. ENTRAMBI.
Ma è più forte di me, non riesco a tollerare il pensiero di perdere altro tempo leggendo questa cosa trash che più trash non si può, e non mi riferisco al contenuto.
Già ai primi capitoli del primo romanzo avevo capito il perché delle recensioni senza pietà, dei voti bassi e dell'opinione generale che Tijan fosse il peggio del trash nel panorama NA. Quello che ancora adesso non mi spiego è la media di voti su Goodreads, una media che mi fa svenire per lo stupore e mi fa perdere del tutto la fiducia nel sistema di votazione sulla piattaforma.
La mia vita da lettrice non ha più senso, ora che so che la media dei voti su Goodreads è una bugia.
Non voglio conoscere la genesi di questa serie, non voglio sapere nulla sull'autrice, non mi interessa capire perché, mi interessa solo sbarazzarmi della copia cartacea il più in fretta possibile e non incrociare mai più la strada con Tijan.
Perché - siamo onesti, che tanto il mio giudizio non cambia la vita di nessuno - non è nemmeno il contenuto, con tutti i suoi difetti, ad essere orrendo. E' la forma. Lo stile. Il problema è che Tijan non sa cosa sta facendo. Pensa di scrivere un romanzo, pensa di star buttando giù qualcosa di sensato, ma in realtà sta facendo una cosa che a volerla definire romanzo mi muore tutta la flora batterica intestinale buona e mi rimane quella bastarda.
L'idea di base non ha niente di diverso dalla miriade di NA che sono in circolazione, anzi magari sarebbe stato persino carino da leggere se l'autrice fosse stata capace. Abbiamo Samantha che, dopo l'ennesimo divorzio della madre, si trova a doversi trasferire nella casa del nuovo uomo della madre che è anche padre dei fratelli Kade, leggende del circondario perché bellissimi, ricchissimi, popolarissimi e stronzissimi. Ricapitolando, la povera Sam traumatizzata per il cambio di vita e perdita dell'idillio familiare si ritrova due nuovi fratellastri con cui condividere la magione, di cui uno le attizza l'ormone abbestia.
Bene, come potete vedere non c'è niente di orrendo nella trama. Alla fine l'idea non è né peggiore né migliore di tante altre, e può incuriosire o meno. Siamo d'accordo.
Allora vi chiederete qual'è il problema. Il problema è che l'autrice non sa scrivere.
Ho talmente tante cose da dire che si stanno ingarbugliando e non so come ordinarle e buttarle giù. Dio Mio mi sto trasformando in Tijan.
Provo ad andare per ordine. La trama, già banale e inconsistente in partenza, non viene articolata, né approfondita o persino contestualizzata. Le cose succedono - come si dice dalle mie parti - alla caxxo di cane senza un collegamento, senza che si capiscano le motivazioni dei personaggi, o addirittura senza che si capisca il filo temporale. Da un momento all'altro cambiano idea e l'autrice non ci spiega perché. Da un momento all'altro cambiano posizione, tempo, spazio, scena e non si capisce perché. Vengono inserite a caso delle cosiddette svolte nella trama ma sempre in base al principio alla caxxo di cane. Riassumendo i personaggi dicono e fanno cose a caso e la trama prosegue a caso senza spiegazioni, logica o coerenza.
Già di per sé questo casino assoluto, questa totale mancanza di metodo nella stesura del romanzo, la mancanza di struttura, di logica, di contenuto che abbia un senso sono un dramma, se lo uniamo ad un'idea di base che non brilla per originalità il risultato è che questa roba sembra una fanfiction scritta dalla prima bambinetta che ha accesso al pc di mamma e papà e ruba tempo allo studio.
Insomma, fa schifo, ti centrifuga il cervello al punto che non si riescono a leggere più di quattro pagine alla volta perché poi il cervello va in tilt. C'è un motivo se ci ho messo mesi a leggere due romanzi, è perché ha fatto male alla mia salute.
Bene, oltre a questo - perché non è finita! - ci sono altri grossissimi difetti, robe mostruose che hanno causato una sovraproduzione di reflusso gastrico e che hanno ucciso la mia voglia di aprire questo scempio, questa roba assurda.
Samantha. Ecco, se si sbaglia la protagonista in cima a tutto il resto tanto vale cestinare.
Permettetemi di illustrarvi la gioiosa presenza di questa Samantha.
Togliamoci di torno gli aggettivi classici: bellissima, intelligentissima, tormentatissima, desideratissima, super sexy ecc. Ora aggiungo i miei: psicopatica, ossessivo compulsiva, autolesionista, egoista, emotivamente instabile, incapace di reagire, incapace di usare il cervello, priva di qualsiasi forma di amor proprio, borderline, e più in generale sciatta.
Samantha è la tipa figa ma silenziosa che tutti amano e desiderano segretamente, quella che non caga nessuno, non parla, non fa niente a parte occupare spazio eppure è popolare. Non prova nessuna emozione di fronte ad un fidanzato che la cornifica e due finte migliori amiche che le sparlano dietro. Semplicemente incassa, non reagisce. E mi domando perché.
E' anche un'atleta. O meglio, è una pazza che usa la corsa come forma di punizione o autolesionismo, corre per ore - sottolineo ORE - che neanche un maratoneta professionista, e non mangia - ripeto NON mangia. In sostanza è una pazza che corre come una dannata, si rifiuta di mangiare, è passiva e silenziosa, scontrosa e irritante ma è - ovviamente - una gran figa e tutti la vogliono.
Io boh. Questo è un chiaro comportamento disturbato, soprattutto se si pensa che non viene nemmeno contestualizzato nel mondo giusto. Esempio: è in macchina con chiunque, fanno un discorso vagamente serio, lei - che è pazza - non riesce a sopportare lo stress e letteralmente si butta fuori dall'auto in corsa e comincia a correre, e corre per ore e ore e ore. Qualcuno la ricoveri, perché di figo in lei non c'è niente.
Poi arrivano i due Kade. Mason, il grande, il più figo e ombroso e quello che si bomba Samantha, e Logan che ha l'età di lei ed è una specie di rompipalle ambulante, viziato, casinista ecc. Nessuno dei due ha più profondità di una pozzanghera, nessuno dei due ha sviluppato una personalità quantomeno credibile, nessuno dei due rispecchia l'ideale di protagonista di NA. Sono due ragazzi messi lì, che fanno cose senza senso, non si capisce perché, hanno potere sull'intera comunità e non si capisce come, e ovviamente spalleggiano Samantha prima perché è la loro nuova sorellina, e poi perché Mason se la bomba. Ma si amano, quindi va bene.
Non sto nemmeno a perdere tempo sui personaggi secondari perché sono di un senza senso e di un inutile che non ci si crede, prima in assoluto la madre pazza e cattiva di Samantha.
Io mi fermo qui. Non ce la faccio a proseguire, non me la sento di farmi ancora del male, perché anche io ho un limite. Non c'è nemmeno il divertimento del trash, perché il trash vero è così: divertente, assurdo, facile da leggere, non è spazzatura. C'è onore nel trash, ma Tijan non ha capito cos'è, non ha capito come si scrive, non sa niente di niente. Tijan, bella mia, i romanzi non si scrivono e basta, si pensano, si strutturano, si costruiscono, e se non lo sai fare scrivi fan fiction e non appestare le librerie.
Con questo, chiudo. Mi spiace solo per Garzanti che si è impantanata con questa oscenità, spero che la abbandonino presto e si dedichino ad altro perché di serie belle ce ne sono, di serie belle e interrotte anche di più. Questa non si merita la carta che consuma.

2 novembre 2017

Jamie McGuire
L'ultimo disastro

Serie Fratelli Maddox 5
Titolo originale A Beautiful Funeral

Trama
Garzanti | pag. 256 | € 16,90
Non sembra passato neanche un giorno dalla prima volta che Abby e Travis si sono scambiati quello sguardo fugace nei corridoi dell’università. Da allora nulla è cambiato: la stessa intesa di un tempo brilla negli occhi di entrambi. La stessa dolcezza si legge nelle loro mani che si cercano sempre. Nessuno avrebbe mai scommesso che la loro storia sarebbe durata tanto a lungo, ma quando un Maddox si innamora è per sempre. E Abby e Travis ne sono la prova. Ora lei è una mamma modello: non solo si impegna a crescere al meglio i suoi due gemelli, ma non esita a rimboccarsi le maniche per aiutare Travis ogni volta che ne ha bisogno. Lui non si risparmia, fa di tutto per proteggere la famiglia, a qualsiasi costo. Il loro è un amore di quelli che capitano una sola volta nella vita, un esempio anche per gli altri fratelli, ora riuniti con le mogli e i figli nella casa di famiglia a Eakins. Eppure, stare con un Maddox non è solo garanzia d’amore, ma anche di tanti guai. Dietro una vita solo apparentemente perfetta, Travis nasconde un segreto. Un segreto che per anni ha custodito con la complicità del fratello maggiore Thomas. Un segreto che, se venisse a galla, rischierebbe di mettere a nudo un’intricata rete di bugie e di far crollare tutte quelle certezze che finora hanno fatto di lui un modello da seguire. Così, quando si riaccendono vecchie tensioni e le questioni irrisolte minacciano di sconvolgere la tranquillità raggiunta con fatica, Travis si trova a dover prendere una decisione difficile che potrebbe dividere la famiglia per sempre oppure renderla ancora più forte. Perché quando ci sono in gioco gli affetti, si è pronti a tutto pur di non perderli.


Commento
Mi ero ripromessa di non fargliene passare più nemmeno una e di non regalarle più i voti sulla scia del sentimentalismo, eppure - in parte - sono ricaduta nel vizio.
Dopo la cocente delusione dell'ultimo romanzo (QUI la recensione), da L'ultimo disastro non mi aspettavo niente, ma soprattutto niente di buono. Temevo che la McGuire avesse ormai perso completamente contatto con i primi romanzi della serie - in fatto di trama, di stile, di qualità stessa della narrazione - e che il declino che aveva caratterizzato gli ultimi due romanzi fosse ormai una costante. Vederla sperticarsi online più sul nuovo lavoro di rappresentante di cosmetici che sulla scrittura mi aveva fatta preoccupare talmente tanto da pensare l'abbiamo persa.
Ora, non ho fatto i calcoli temporali per capire se L'ultimo disastro è antecedente a questa sua nuova avventura (temo sia così) ma mi prendo il romanzo così com'è e me lo tengo stretto perché chissà cosa ci riserverà il futuro.
Al di là di quello che non mi è piaciuto - e ne ho un po', di cose che mi hanno vagamente stufata - ciò che mi ha convinta a dare un voto alto al romanzo è stato il coinvolgimento emotivo. La commozione, più di tutto, mi ha causato scene di un certo imbarazzo mentre piangevo come una scema sul treno, o al lavoro tra un cliente e l'altro, e ha influenzato l'esito della recensione.
Diciamolo chiaramente, L'ultimo disastro mi è piaciuto, mi ha commossa, mi ha scaricato addosso una quantità allarmante di mai una gioia ma non è ancora abbastanza per farmi pensare che la McGuire sia uscita dal pantano in cui era finita. 
Parto dalle cose positive, perché poi mi devo levare qualche sassolino dalle ciabatte.
Ho apprezzato la coralità della storia e il fatto che tutti i personaggi della serie - maschi e femmine - abbiano avuto la possibilità di parlare. I capitoli alternati con pov diversi hanno dato più movimento alla narrazione, hanno aumentato il senso di suspense e hanno contribuito a vivere l'evento principale del romanzo attraverso sentimenti e reazioni molto diversi tra loro.
Senza fare troppi spoiler, il romanzo ruota attorno alla chiusura definitiva del caso sul quale Thomas e Travis lavorano da anni, quello che si è trascinato attraverso i romanzi e che è stato importante solo per loro due. Il pericolo della missione e le scelte che ne conseguono solo apparentemente coinvolgono Thomas, Liis, Travis e Abby - essendo loro i diretti interessati - perché appena la questione prende una piega inaspettata il piano diventa un vero e proprio caso di famiglia, arrivando a coinvolgere tutti, ma proprio tutti, e a scatenare una serie di tragedie e di litigi che destabilizzano l'equilibrio idilliaco della famiglia Maddox.
Naturalmente il livello di drama è stellare, le tragedie vere o presunte sono una sequenza di cattiveria che mi ha lasciata senza parole: il sangue scorre a fiumi così come il veleno, litigano i personaggi che meno ti aspetteresti di vedere litigare, emergono rancori e frecciatine sul passato che fanno gridare alla cattiveria gratuita, tutto perché questo piano è da fare e deve essere credibile. Aimé, il funerale a cui fa riferimento il titolo viene fatto (e sul personaggio che mi aspettavo), eppure non ero per niente pronta a quello che la McGuire ha sparato in chiusura. Lì per lì ho pensato che facesse finta, che avrebbe risolto la cosa, ma quando il fattaccio viene ufficializzato sono rimasta male, molto ma molto male.
Sostanzialmente il mio coinvolgimento è dettato dalla drammaticità: i meccanismi familiari sono cambiati, ora che tutti sono adulti con prole, e le reazioni hanno un peso e una gravità diverse. Così il litigio di un Travis con un Trenton da adulti colpisce di più ora rispetto a quando erano ragazzi. Stessa cosa per le protagoniste femminili, che tirano fuori colpi di scena che non mi aspettavo e che - ancora adesso - non ho capito. Ma va bene così, ogni coppia ha avuto il suo momento di perfezione durante il suo romanzo, ora è tempo di tirare fuori un po' di sana realtà da adulti.
Ciò che non mi è piaciuto è stata l'imprecisa collocazione degli eventi nella narrazione. Magari per lei sarà stato tutto chiarissimo, magari è tutto corretto, ma l'impressione è che gli spostamenti temporali non siano specificati, così che ci si ritrova a leggere una scena che avviene settimane dopo la precedente senza che venga fatto presente al lettore. E' un modo un po' sloppy di incastrare gli eventi perché, va bene che il nucleo è lo stesso, ma c'è già il cambio continuo di pov a confondere il lettore e se ci aggiungi una superficialità nella costruzione non è proprio il massimo.
La seconda cosa che non mi è piaciuta - anzi che mi ha proprio urtato i nervi - è la ripetizione ossessiva del cliché americano delle coppie che hanno una nidiata di bambini. Tutte le coppie tranne una hanno almeno un bambino biologico - perché bisogna specificarlo -, tutti sono ossessionati da questo ideale di famiglia fatto da matrimonio e figli, e nessuno di loro esce dallo schema. Famiglia, matrimonio e figli, over and over again come se una famiglia possa essere definita solo e soltanto da questo e se non hai figli oddio c'è qualcosa che non va in me/te/noi/voi prima o poi la creatura arriverà. Mi sta bene che i personaggi - e ovviamente la McGuire - mettano al primo posto la famiglia, non dico che sia sbagliato, solo non ho capito perché tutti hanno dovuto fare la stessa cosa. 
Va bene che i Maddox sembrano fatti con lo stampino, ma che alla fine siano uguali anche in un aspetto così particolare della propria vita ha dell'inquietante - e puzza un po' di mancanza di originalità -. C'è un solo fratello che passa buona parte del romanzo separato dalla moglie, ma per quanto questa cosa mi abbia stuzzicata le motivazioni date dai personaggi sono deboli e poco credibili.
Sarà che non vado matta per il classico lieto fine e vissero tutti felici, contenti e incinti, ma ho dovuto farmi andare bene la cosa e tentare - senza riuscire - di ricordare i nomi di tutti i bambini e di chi fossero figli. Se nell'albero genealogico finale avessero aggiunto anche la prole mi avrebbero aiutata parecchio.
Il finale, come si può intuire, è una tragedia vera e propria: dal casino del piano di Travis e Thomas con relativa sofferenza, al casino in cui i cattivi pagano, alla valanga di drama che ne consegue, ho letto gli ultimi capitoli in perenne piagnucolio. Non che mi lamenti, anzi, mi è piaciuto questo sentimentalismo da diabete perché evidentemente il lutto è un argomento che mi prende parecchio e che mi fa soffrire anche se è infarcito di luoghi comuni. Ma soprattutto ho apprezzato la quasi totale mancanza di un romanticismo invadente, perché la storia d'amore in questo romanzo non aveva spazio, si doveva chiudere del tutto una fase della loro vita e per farlo - dando per scontato che tutti fossero felici e contenti - il romanzo avrebbe dovuto ruotare attorno anche alle cose brutte, non solo a quelle belle.
La chiudo qui, tra la felicità di aver ritrovato una McGuire coinvolgente e commovente e la paura che l'idillio sia finito e che ritorni tragicamente nel baratro dal quale è temporaneamente uscita.
Io la mia particina l'ho fatta, adesso tocca a lei dimostrare di essere ancora in pista al 100%.

29 maggio 2017

Alice Basso
Non ditelo allo scrittore

Serie Vani 3

Trama
Garzanti
ebook | € 9,99
Questa volta, il compito affidato a Vani dal direttore della sua casa editrice è una vera e propria sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo scrittore che le ha spezzato il cuore, ora è pronto a tutto per riconquistarla. Intanto il commissario Berganza è sicuro che Vani sia l’unica a poter scoprire come un boss agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Ma non è l’unico motivo per cui desidera averla vicino. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo.
A me piacciono poche persone, è un dato di fatto. Quando hanno distribuito tolleranza e stima verso il prossimo sono arrivata tardi perché c'era coda allo sportello del cinismo.
Commento
La Sarca Bibbia (capito? Sarca - sacra...) è tornata.
Potrei aprire a caso uno dei tre romanzi di questa serie, scegliere una frase con il ditino e riuscire comunque a trovare un qualcosa che rispecchi al 1000% la mia piccola anima oscura. Per chi, come me, la mattina si sveglia e vede la fiducia verso l'umanità svanire nello scarico del lavello, poter leggere un romanzo che non solo nutre con nuovi spunti, ma addirittura asseconda il rifiuto di interagire con il prossimo in chiave leggera, ironica, quasi comica, è come avere l'esonero all'ora di educazione fisica per l'anno scolastico. Praticamente puoi guardarti allo specchio e gioire del tuo essere asociale senza sentirti in colpa.
Il sogno della mia vita è starmene nella mia tana a farmi gli affari miei senza rotture di coglioni di alcun genere.
Ecco, questo è il Sarca-pensiero che rispecchia la mia filosofia di vita. 
Ora, con il presupposto che se la Basso scrive io aspiro e colleziono nel mio personale manuale di sopravvivenza, è chiaro che aspetto un nuovo romanzo di questa serie con una disperazione che è pari solo all'esaltazione mistica con la quale lo divoro una volta che ce l'ho tra le mani. La felicità che mi ha gonfiato a spugna il cuoricino è stata troppa, perché - e giuro non me lo aspettavo - in Non ditelo allo scrittore la Basso ci regala LA gioia che levateve tutti per quanto sia piccina e breve ha mandato in corto circuito i miei neuroni. Porca miseria non posso dire niente, solo che sbrodolo tantissimo.
La lettura di questo romanzo è stata terapeutica, mi ha proprio rimessa in sesto in un periodo in cui stavo sprofondando sempre più nell'universo dell'acidità cattiva, quella che alla lunga mi porta a scrivere recensioni assurde. Vani mi salva sempre, posso contare su di lei per tornare normale. Più o meno.
In questo romanzo Vani è alle prese con ben due casi che le portano dei bei grattacapi: quello editoriale, scaricato da Enrico come una patata ustionante, è di scovare un ghostwriter e convincerlo a uscire allo scoperto; quello legato al suo ruolo di collaboratrice con la polizia è di riuscire a capire come fa un mega super delinquente agli arresti domiciliari a passare informazioni e comunicazioni all'esterno. Essendo Vani, Vani è chiaro che le sue energie e il suo entusiasmo sono tutte per il caso di Berganza, ma sarà proprio lo scontrarsi con un suo simile a prendere il monopolio della storia.
Come ghostwriter, Sarca sa bene che gli scrittori sono soggetti particolari, e che spesso dietro a dei romanzi magnifici si nascondono persone tutt'altro che piacevoli. Così non le risulta particolarmente strano che dietro al bestseller più osannato degli ultimi anni ci sia un omino brutto, sciatto, composto principalmente da disprezzo per l'umanità e incapacità di filtrare i suoi pensieri in parti uguali, una bomba pronta ad esplodere che potrebbe affossare la casa editrice e sabotare senza possibilità di redenzione il suo primo romanzo e pure i prossimi. Il compito di Vani, che lei definisce una gran rottura di coglioni, è quello di insegnare al signor Marotta come non essere se stesso, a frenarsi prima di vomitare veleno sulle persone, filtrare i suoi pensieri per renderli socialmente accettabili. In pratica deve plasmare un essere che è fin troppo simile a lei e trasformarlo in un autore in grado di parlare al pubblico. Il compito, chiaramente, è più difficile del previsto, tanto che il suo capo la costringe a collaborare con Riccardo.
Apro parentesi, Riccardo, non mi piacevi prima, e ora mi piaci anche meno. Chiusa parentesi.
Messa di fronte ad un soggetto che è fin troppo simile a lei, Vani si trova a riconsiderare alcuni aspetti della sua vita e della sua personalità. Senza stravolgere se stessa, senza sentirsi in colpa per com'è fatta, Vani raggiunge una decisione dopo un lunghissimo e faticosissimo ragionamento.
Perché sarà anche una che capisce, ma in questo caso non capisce proprio una cippa.
Anzi, mi verrebbe da dire you know nothing, Vani Sarca.
Ma c'è della tenerezza nel suo mettersi in discussione - nei limiti del Sarca-possibile, chiaramente - e c'è anche un terrore sotterraneo che la Vani che tanto amiamo rischi di omologarsi con ciò che viene ritenuto normale. Per carità! Vani accetta di rivedere solo una piccola parte della sua esistenza, qualcosa che è in là, nel futuro e sul quale può agire adesso, nel presente. Per noi, però, questa immersione nel sistema sarcatico è fatta anche da capitoli sull'adolescenza di Vani, una ragazza di diciassette anni alle prese con le relazioni, la famiglia, la scuola, dai quali spuntano fuori soggetti che a distanza di anni le ritornano alla mente, come il professore di inglese, e che le hanno lasciato non solo ottimi ricordi ma anche strumenti per capire se stessa e gli altri.
Senza contare che pure io sono stata un pipistrello tra i banchi di scuola, quindi ho sentito un'affinità speciale con baby Sarca.
Il secondo caso, se così si può definire, è più una lotta continua con Berganza. Lei che vuole partecipare a tutti i costi - ormai ci ha preso gusto con questa storia di avere a che fare con i delinquenti - e lui che vuole tenerla al sicuro da un caso che ha tutte le carte in regola per finire male. Ora, appena il coro degli aawwww si chiude, sappiate che questo Berganza in versione protettiva mi ha turbata un pochino. Non ero preparata a certe uscite e, come Vani, sono rimasta lì come un pesce lesso senza riuscire a fare due più due. Poi il quattro è arrivato come un treno in corsa e ho capito. E ho gioito.
Naturalmente Vani riesce a dare il suo contributo anche quando Berganza le tarpa le ali e la caccia nell'angolo. Con i suoi ragionamenti contorti e i collegamenti assurdi alle cose più strane, la logica di Vani arriva dove la professionalità e la preparazione di Berganza non possono, e la soluzione è talmente strana e talmente astrusa che è chiaro che solo Vani sarebbe riuscita a trovarla.
In realtà in questo romanzo il caso non è presente come nei romanzi precedenti, qui c'è più di Vani come essere umano che come testa che sputa ragionamenti e intuizioni, e un pochino si sente la mancanza di un mistero che invade la narrazione, ma se si rinuncia ad avere tanto di poco per avere invece tanto di Vani con la ciliegina sulla torta io dico ben venga!, anche perché il finale è una di quelle cose che ti infondono di felicità come se ci fossero i puttini che cantano attorno alla tua testa e la luce del Paradiso che ti illumina bruciandoti le retine.
Io, niente, questa donna la vorrei avere come vocina interiore tascabile che si attiva ogni volta che ho bisogno di ritrovare il buon umore, quando mi sento in colpa perché odio il mondo, quando il bisogno fisiologico di un romanzo diverso mi prende e mi rovina fino a che non lo trovo. E' brava, è divertente, è originale, ed è chiaramante Team Berganza, io la voglio come Presidente del Consiglio.