Visualizzazione post con etichetta Alice Basso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alice Basso. Mostra tutti i post

14 settembre 2020

Alice Basso
Il morso della vipera

Serie Anita 1

Trama
Garzanti
pag. 302 | € 16,90

Il suono metallico dei tasti risuona stanza. Seduta alla sua scrivania, Anita dattilografa le storie della rivista Saturnalia: detective dai lunghi cappotti che tra una sparatoria e l'altra hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler che il suo affascinante editore Sebastiano Satta Ascona traduce, le fanno scoprire il potere delle parole. Un potere che va ben oltre la carta. Anita ne rimane affascinata. Proprio lei che non ha mai letto nulla. Ma se Anita si trova ora a lavorare per una rivista di racconti gialli la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo ma voglio prima lavorare. E ora si trova con quella macchina da scrivere davanti in compagnia di racconti che poi alla fine così tanto male non sono. Anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. Forse per questo quando un'anziana donna viene arrestata e tacciata da tutti come pazza perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l'unica a crederle. Eppure quelli non sono anni in cui dare spazio ad una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione. Il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve trovare tutto il coraggio che ha e l'intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scovare il bandolo della matassa. Perché una donna può tenere in mano un filo non solo per cucire e rammendare, ma per far sentire la sua voce.
Ma lei, Anita. Lei per che cos'è vissuta fino ad oggi, a parte per essere bella? [...] Che ci fa lei, Anita Bo, sulla crosta terrestre?

Commento
Non so cos'è successo, non so se è stata colpa mia o se l'idillio è morto, o se semplicemente questa è la dimostrazione che un autore non ci deve piacere per forza. L'unica cosa che so è che ho dovuto fare uno sforzo per arrivare al 3 su 5 come voto, perché avrei volentieri dato anche meno.
Partiamo dall'ovvio presupposto che ognuno ha i suoi gusti e la sua sensibilità e che se non piace a me non significa che sia un prodotto orrendo, quindi non voglio dire che questo romanzo fa schifo, che è scritto male e che nessuno dovrebbe leggerlo, dico solo che ci sono stati alcuni aspetti che con me non hanno funzionato e che mi hanno rovinato tutto il resto.
Faccio una piccola panoramica sulla storia. E' il 1935 a Torino, la protagonista è Anita, una giovane che ha appena finito di studiare e che aiuta nella drogheria di famiglia, e la cui unica preoccupazione al mondo è essere carina e fare colpo su Corrado, il giovane che vuole sposare. Anita è bella, vero, ma ha quella personalità pratica e furba di chi vede e capisce tutto, fa finta di avere la testa vuota e nel frattempo svicola le cose che non le vanno bene per ottenere quello che le serve. Quando Corrado le chiede di sposarlo Anita accetta ma ad una condizione, aspettare sei mesi così che possa fare esperienza lavorativa. L'idea, in quegli anni in Italia, che una ragazza preferisca lavorare invece che sposarsi e sfornare figli è una cosa da pazzi. Il lavoro femminile è tollerato ma non benissimo perché l'ideologia fascista che permea la società vuole che le donne facciano figli per la patria, e che si emancipino o che siano indipendenti è un affronto bello e buono.
Anita trova lavoro come dattilografa in una casa editrice che pubblica una rivista di racconti gialli e, anche se come dattilografa è pessima, è bravissima a vendersi e a convincere i due proprietari di essere la candidata perfetta. Uno dei due soci è un personaggio che si vede poco e sta sempre chiuso nel suo ufficio, il classico omino che si ingrazia i poteri pur disprezzandoli, furbetto e innocuo. Il secondo, invece è Sebastiano Satta Ascona, la mente artistica della rivista, che si occupa di tradurre i racconti e che - cosa ancora più importante - è stato insignito da Mussolini dell'onore di scrivere dei racconti gialli con un protagonista e tematiche che inneggiano al regime. Dall'esterno entrambi i personaggi sembrano dei filo fascisti convinti, quindi Anita li appoggia per tenersi il posto, ma man mano che la storia procede gli scoprono i veri altarini. Così si arriva al nucleo della storia, il giallo da risolvere, un cold case che si infiltra nelle maglie dell'esaltazione politica e che arriva ad una soluzione senza scomporre troppo né la storia né i personaggi.
Ora quello che non mi è piaciuto. Tutto il romanzo è un too much, il lavoro di ricerca storica è innegabile ma a tratti è troppo invadente, una ripetizione inutile di cose già dette, o una presenza assurda di intercalari linguistici tipici del periodo che alla lunga a me hanno dato fastidio.
In particolare mi ha dato fastidio l'eccessiva ironia forzata in Anita o attorno ad Anita che la fa sembrare la macchietta di se stessa e, invece di avere il carisma di Vani - ad esempio -, la trasforma in una caricatura perché anche qui il too much è sempre presente. Forse io non ho sensibilità per un'ironia così forzata, non la trovo divertente e la tollero a piccole dosi, e avere un intero romanzo intriso di santa polenta fritta/polenta ai funghi/polenta bianca/polenta gialla come intercalare personalizzato di Anita mi ha veramente stufata. Diciamo che con il contesto storico non si poteva fare molto, a causa degli evidenti limiti socio culturali, però anche abbassare i toni non avrebbe fatto male, ma ovviamente è un punto di vista discutibile e alla fine conta pochissimo.
Quello che dovrebbe essere il siparietto romantico, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è assolutamente trascurabile. Forse volontariamente il romanzo ruota attorno ad Anita e non prende una decisione definitiva: la protagonista non è veramente innamorata, non è veramente presa dalle indagini, non è nemmeno particolarmente immersa nel tessuto sociale, sembra che Anita galleggi sulla sua stessa storia e rimanga indecisa - e un po' anonima - fino alla fine. Non so, personalmente ha dato un po' fastidio questa inconsistenza, magari qualche aspetto più forte e presente sarebbe stato bene, e non parlo di quello romantico perché per me si poteva fare tranquillamente a meno.
Se proprio devo essere onesta ho trovato più interessanti i personaggi secondari: la maestra di dattilografia, l'amica bruttarella, Corrado, la mamma, ce l'ho messa tutta per farmi star simpatica Anita ma non è scattata la scintilla, proprio non ci sono riuscita.
Non ho particolarmente apprezzato l'ambientazione storica. E' un periodo storico difficile ed è assolutamente encomiabile che la Basso lo abbia scelto e che si sia premurata di fare una ricerca storica pazzesca che si nota nei dettagli, ma c'è qualcosa che non mi ha convinta del tutto. Forse anche in questo caso è il modo e l'eccesso di dettagli con quello stile ironico che non mi ha presa veramente. Però essendo un argomento molto complesso il mio giudizio non è nemmeno definitivo, nel senso che non mi dispiace per una volta leggere del fascismo invece che del nazismo, ma tutto il contorno mi aveva già messa sulla difensiva e questo elemento non ha saputo farmi cambiare idea.
Infine lo stile della Basso. La sua originalità è sempre un punto forte dei suoi romanzi, e lo stile così personale è sicuramente ciò che la distingue dalle altre autrici, non cade mai nella trappola del romanticismo stucchevole, ma è caduta nel buco dell'ironia cringy, quella che fa ridere alla prima, sorridere alla seconda e alla terza ha già stufato. Ho erroneamente pensato che il suo stile, perfetto nella serie su Vani, fosse quello giusto anche per una storia completamente diversa e forse non è proprio così, le sbavature lo hanno rovinato.
A questo punto non so se continuerò la serie, conoscendo la consistenza della Basso non mi aspetto che il secondo romanzo sia diverso dal primo e non mi va di infierire se già questo non mi è piaciuto. Mi tengo il dubbio fino a che non lo vedrò in commercio, a quel punto si vedrà.

2 settembre 2019

Alice Basso
Un caso speciale per la ghostwriter

Serie Vani 5

Trama
Garzanti
pag. 384 | € 17,90
Per Vani le parole sono importanti. Nel modo in cui una persona le sceglie o le usa, Vani sa leggere abitudini, indole, manie. E sa imitarlo. Infatti Vani è una ghostwriter: riempie le pagine bianche di scrittori di ogni genere con storie, articoli, saggi che sembrino scaturiti dalla loro penna. Una capacità innata che le ha permesso di affermarsi nel mondo dell’editoria, non senza un debito di gratitudine nei confronti dell’uomo che, per primo, ha intuito la sua bravura: Enrico Fuschi, il suo capo. Non sempre i rapporti tra i due sono stati idilliaci, ma ora Vani, anche se non vorrebbe ammetterlo, è preoccupata per lui. Da quando si è lasciato sfuggire un progetto importantissimo non si è più fatto vivo: non risponde al telefono, non si presenta agli appuntamenti, nessuno sa dove sia. Enrico è sparito. Vani sa che può chiedere l’aiuto di una sola persona: il commissario Berganza. Dopo tante indagini condotte fianco a fianco, Vani deve ammettere di sentirsi sempre più legata all’uomo che l’ha scelta come collaboratrice della polizia per il suo intuito infallibile. Insieme si mettono sulle tracce di Enrico. Tracce che li porteranno fino a Londra, tra le pagine senza tempo di Lewis Carroll e Arthur Conan Doyle. Passo dopo passo, i due scoprono che Enrico nasconde segreti che mai avrebbero immaginato e, soprattutto, che ha bisogno del loro aiuto. E non solo lui. Vani ha di fronte a sé un ultimo caso da risolvere e fra le mani, dalle unghie rigorosamente smaltate di viola, le vite di tutte le persone cui ha imparato a volere bene.
Perché la verità è che ogni storia, la più modesta come la più avventurosa, la più divertente come la più intensa, la più realistica come la più folle, è destinata a farsi poltiglia, e concime, e terra. Le storie, bisogna prepararsi a salutarle.
Commento
Ah, quindi questa era la fine?
Se la Basso aveva pianificato tutto fin dall'inizio per - citazione libera - prepararci a salutare Sarca allora mi inchino alla sua mente malefica. Ma se invece non è così io un po' ci rimango di merda, scusate il francesismo. Perché, di solito, quando hai in mano l'ultimo libro di una serie che ti piace lo ricopri di una quantità orrenda di aspettative e ti immagini mentre giri l'ultima pagina felice, appagata e pure con una lacrimuccia a coronare l'esperienza.
Io no, questo quinto titolo della serie mi è passato nel cervello senza colpo ferire, senza picchi di estrema felicità o effetti collaterali tipo crisi d'astinenza. Nope, ho fatto spallucce e sono andata dritta verso la libreria per tirare fuori un nuovo romanzo da leggere.
Ok, non che il quarto romanzo mi avesse fatta impazzire come i primi due, però c'è da dire che le parti più importanti di una serie sono l'inizio e la fine, e se ti perdi un po' nel mezzo va bene lo stesso. Qui, ecco, no. Il finale è talmente sotto tono, talmente monotono che non pare nemmeno essere la chiusura finale della serie.
Metto le mani avanti dicendo che Sarca è sempre Sarca, il personaggio di per sé non cambia, nemmeno lo stile della Basso ha avuto un tracollo perché gronda sempre sarcasmo e ironia, e tutto il romanzo è pieno zeppo di metafore che in pochi potrebbero pensare. Il problema non è tanto la base, ma nemmeno lo stile, il problema per me è la storia raccontata. La trama, il giallo, il mistero, insomma.
Quasi tutto il romanzo ruota attorno alla sparizione di Enrico, il capo di Sarca. Uscito dal suo appartamento dopo aver ricevuto notifica di licenziamento e mai più visto da nessuno.
Enrico, sempre presentato come soggetto fastidioso che suscitava in Sarca rabbia mista a desolazione per la sua natura mercenaria, diventa il fulcro dell'ipotetico mistero.
E' scappato? E' finito in un dirupo? E' stato rapito dagli alieni? E' morto?
Queste sono le domande che i personaggi si pongono e in particolare Sarca, nonostante senta che questa preoccupazione sia contro la sua natura, è quella che si cruccia di più perché il licenziamento di Enrico è stato indirettamente colpa sua.
Al di là del poco interesse che nutro per questo personaggio, il mio grosso problema con il soggetto è la mancanza di indagine, di giallo, l'assenza di una base di mistero che ha lasciato il passo a una sorta di chi l'ha visto amatoriale che di appassionante aveva veramente poco. La mente di Sarca e le abilità del Commissario qui sono sprecate, poco sfruttate e rimangono sempre nell'ambito del personale, cosa che di per sé non sarebbe un grosso problema se la sparizione di Fuschi lasciasse un brivido sulla sua scia. Il disinteresse per Enrico unita alla noia della risoluzione della sparizione mi hanno lasciata totalmente indifferente a quello che stavo leggendo. La presenza del punto di vista di un Enrico adolescente ha messo in luce alcuni aspetti della sua personalità e alcune motivazioni che si ricollegano tutti alla fine, dentro l'ormai classico ragionamento/risoluzione finale partorito da Vani.
Personalmente, questo voler mettere Enrico sotto una luce più umana non è stato un vero errore, perché funziona bene come trampolino per gli scontri verbali tra lui e Vani, manca però di una vena gialla e rimane - ancora una volta - limitato tra i confini della disavventura.
Non ho accusato come altri, invece, la svolta più emotiva di Vani e la prevedibile chiusura del suo percorso umano. Per quanto la Vani chiusa e sarcastica fosse un personaggio nuovo nel panorama letterario italiano e per quanto io l'abbia adorata in modo totale e assoluto, persino lei aveva bisogno di vivere dei cambiamenti importanti.
Prima di tutto il cambiamento più grosso che segue pari passo il caso della scomparsa di Enrico: la scoperta di provare dei sentimenti. Ora, al di là del banale sentimento romantico/amoroso nei confronti del Commissario, c'è ovviamente l'attaccamento a Morgana, quello riscoperto per la sorella, l'amicizia fragile ma cameratesca con il suo ex, e infine quello strano sentimento che si trova suo malgrado a provare per Enrico. Insomma, Vani è un essere umano e anche se per quattro romanzi ha finto bene, pure lei prova dei sentimenti. Il suo processo di accettazione è un percorso dissestato ma ha dei compagni che l'appoggiano e l'aiutano ad adattarsi; certo fa strano leggeri di Vani che si comporta in un certo modo ma non è niente di insormontabile. Basta accettarlo.
Quindi il finale non mi è dispiaciuto, mi è sembrato sufficientemente emotivo senza superare il limite del coerente, e ho apprezzato che la Basso non si sia dilungata sul momento più imbarazzante per Vani, ma ci è passata vicino per farcelo vedere e poi ha chiuso i battenti per farle mantenere un briciolo di privacy.
Purtroppo, come ho già detto, il caso di Enrico non mi è piaciuto molto, l'avrei visto bene come sotto trama, come caso secondario affiancato a qualcosa di più grosso, invece ho dovuto accettare che l'ultimo caso di Vani Sarca non è stato niente di esplosivo o di mastodontico. Non che sia un crimine, per carità, o che tutto il romanzo sia da buttare - anzi-, solo che non è un finale memorabile.
Tutto qua.
Mi tocca salutare Vani ma tutto sommato non mi dispiace farlo senza tragedie, suppongo sia il lato positivo dell'aver dato tre come voto.

27 settembre 2018

Alice Basso
La scrittrice del mistero

Serie Vani 4

Trama
Garzanti
pag. 336 | € 17,90

Per Vani fare la ghostwriter è il lavoro ideale. Non solo perché così può scrivere nel chiuso della sua casa, in compagnia dei libri e lontano dal resto dell’umanità, per la quale non ha una grande simpatia. Ma soprattutto perché può sfruttare al meglio il suo dono di capire al volo le persone, di emulare i loro gesti, di anticipare i loro pensieri, di ricreare perfettamente il loro stile di scrittura. Una empatia innata da cui il suo datore di lavoro sa come trarre vantaggio. Lui sa che solo Vani è in grado di mettersi nei panni di uno dei più famosi autori viventi di thriller del mondo. E non importa se le chiede di scrivere una storia che nulla ha a che fare con i padri del genere giallo che lei adora, da Dashiell Hammett a Ian Fleming passando per Patricia Highsmith. Vani è comunque la migliore. Tanto che la polizia si è accorta delle sue doti intuitive e le ha chiesto di collaborare. E non con un commissario qualsiasi, bensì Berganza, la copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Sono mesi ormai che i due fanno indagini a braccetto. Ma tra un interrogatorio e l’altro, tra un colpo di genio di Vani e l’altro qualcosa di più profondo li unisce. E ora non ci sono più scuse, non ci sono più ostacoli: l’amore può trionfare. O in qualunque modo Vani voglia chiamare quei crampi allo stomaco che sente ogni volta che sono insieme. Eppure la vita di una ghostwriter non ha nulla a che fare con un romanzo rosa, l’happy ending va conquistato, agognato, sospirato. Perché il nuovo caso su cui Vani si trova a lavorare è molto più personale di altri: qualcuno minaccia di morte Riccardo, il suo ex fidanzato. Andare oltre il suo astio per aiutarlo è difficile e proteggere la sua nuova relazione lo è ancora di più. Vani sta per scoprire che la mente umana ha abissi oscuri e che può tessere trame più ordite del più bravo degli scrittori.
La vita è una performance mediatica molto scadente: ad altissima definizione audio-video, ma con una pessima sceneggiatura.

Commento
***spoiler***
Da un bel po' di anni a questa parte ho smesso di comprare edizioni rilegate, sia per una questione di gusto personale, sia per una questione economica, sia perché ho ridotto sempre di più i nomi di autori e autrici che devo comprare subito perché devo leggerli subito. Nel corso degli anni la lista, oltre a ridursi drasticamente, è cambiata e ha visto l'ingresso improvviso (ma graditissimo) di Alice Basso.
Naturalmente, dopo aver letto il suo primo romanzo, li ho presi tutti diligentemente in edizione rilegata e, senza cambiare modus operandi, li ho letti a breve distanza dalla loro uscita. Per La scrittrice del mistero - per cause esterne (ferie, k-drama, coma profondo, cervello spento) - ho variato leggermente la routine prendendolo in mano solo pochi giorni fa.
Ora, nonostante il voto non sia dei più alti, la mia simpatia verso la Basso e l'attaccamento per la serie rimangono invariati, però non posso fare a meno di appioppare a questo romanzo il titolo del meno riuscito dell'intera serie. Questo ovviamente non significa che sia brutto o che sia noioso, ma solo che ci sono certi elementi che - secondo la mia modestissima opinione - non hanno avuto su di me lo stesso effetto degli altri romanzi.
Il problema grosso, che tiro fuori subito per togliermi il pensiero, è che il giallo o il mistero - come lo si vuole chiamare - mi è sembrato debole, fin troppo semplice e prevedibile persino per una mente come la mia. La lettura è volata via e sono arrivata alla fine con la sensazione che non fosse successo nulla di particolarmente emozionante e che il mistero fosse diluito al punto da risultare quasi in terzo piano. Mi sono chiesta come fosse possibile che il romanzo fosse finito così velocemente senza che me ne accorgessi, partendo con un botto nucleare - ho sottolineato non so quante citazioni - per poi declinare verso un lieve entusiasmo smorzato dal finale citofonato.
Secondo me il romanzo ha risentito anche del fatto che i grossi conflitti di Vani si sono risolti, sia nel lavoro sia nella sfera personale, e che quindi la trama risulta essere una sorta di passaggio obbligato, come quando durante un viaggio lasci un posto fighissimo per arrivare ad un altro posto fantastico ma la strada in mezzo è l'unica percorribile ed è poco entusiasmante. Non hai scelta, ci devi passare senza possibilità di svoltare su sterrate emozionanti, ma lo fai senza soffrirci troppo perché sai che davanti a te c'è un nuova avventura.
La Basso questo ha fatto, ha stoicamente affrontato la questione romantica, la questione ex, la questione mistero, e ha chiuso tutto con una frase che ti manda una scossa al cervello e ti fa urlare e no, dai! perché evidentemente il ritmo del finale era troppo sicuro e c'era bisogno di un bel calcio nel didietro.
Poi, ecco, non è che io mi lamenti tanto di questa trama un po' meno attorcigliata perché mi sono goduta la lettura e il semplice filo narrativo senza sentirmi una fessa totale per non aver capito cosa stava succedendo. La questione è abbastanza curiosa e divertente - del resto Riccardo e lo stalker sono una combo promettente - e ha uno sviluppo con un crescendo moderato, senza grandi svolte violente (però l'insetticida e il topicida, c'è dell'ironia potente sotto), certo mi avrebbe fatto piacere avere un filo in più di suspense, e che il mistero non fosse solo un contorno.
Perché la verità è che questo mistero c'è ma non occupa più gran parte delle attenzioni di Vani e del lettore, è solo un'episodio di una nuova realtà che ancora si deve aggiustare.
Da qui in poi spoilero come una dannata.
Il fatto che Vani e Berganza si siano messi insieme e che il romanzo inizi il giorno dopo la fine del precedente fa immaginare come i due tendano ad occupare la maggior parte della trama. Non ci sono scene stucchevoli in cui entrambi riscoprono un romanticismo tradizionale, tutto il contrario, però anche questa novità diventa subito una routine consolidata, come se fossero una nuova coppia solo in certi momenti - perché gran parte delle loro interazioni sono già avvenute, quindi da quel punto di vista non c'è niente da aggiungere -. Manca il brivido, se vogliamo, perché entrambi lo schiacciano senza pietà. Ma va bene, perché evidentemente la coppia non è il centro del romanzo. Il problema è che non lo è nemmeno il mistero, per quanto sia divertente immaginare chi possa essere lo stalker dietro le minacce a Riccardo la comicità non riempie il vuoto della prevedibilità. Ad un certo punto sai che non andrà così, che la soluzione facile è sbagliata, e sai anche come si arriverà alla chiusura dei conti ma quando accade non c'è brivido, o emozione, succede e basta. E' come avere una conferma di qualcosa che già sai, e va bene solo fino ad un certo punto perché per la serie di Vani l'arrivo alla scoperta del colpevole è la parte più appassionante. Anche la questione lavorativa è tiepiduccia: è divertente vedere che per una volta è lei la star della situazione, ma non si va molto al di là della creazione di trame trash per una serie action, nonostante la caratterizzazione dello scrittore famoso sia una vera chicca.
Insomma, sì è vero che la Basso ci ha finalmente dato la coppia Berganza/Sarca e tutti i crampi di felicità che ne conseguono, ma è anche vero che il resto è tiepido e per quanto sia sempre scritto benissimo, per quanto la Basso sappia farti ridere e rimuginare, e per quanto i personaggi non abbiano nemmeno pucciato la punta dei piedi in terre OOC, a me non è bastato. Confido nel prossimo romanzo, quando le acque si saranno calmante e non ci sarà più la frenesia amorosa che ha preso tutti i personaggi in questo libro. Aspetto con pazienza, mi fido completamente della Basso e so già che la prossima avventura di Vani sarà mille volte più affascinante di questa.

14 maggio 2018

Alice Basso
La ghostwriter di Babbo Natale

Serie Vani 0.5

Trama
Garzanti | ebook
GRATIS
Per la maggior parte delle persone il Natale è il periodo più bello dell’anno: strade illuminate, cene in famiglia, regali da scartare. Ma non per Vani Sarca. Per lei, che normalmente odia la prossimità delle persone, il Natale è il peggior incubo che si possa immaginare. Non vorrebbe fare altro che restarsene da sola a leggere i suoi amati libri e continuare a indossare il suo look noir, così poco in tono con le tinte natalizie. Eppure una ghostwriter come lei non può mai andare in vacanza, nemmeno a Natale: c’è sempre bisogno della sua dote speciale, della sua capacità di comprendere le persone solo da un gesto, da un’inflessione della voce, da un atteggiamento. Insomma, anche sotto le feste deve vestire i panni di qualcun altro... e non di uno qualunque, ma addirittura di Babbo Natale.
"Non lascerò che mia figlia trascorra la notte di Natale sola nel suo tugurio come se nemmeno avesse una famiglia.""Mamma, hai appena descritto il sogno della mia vita."
Commento
E' da me leggere un racconto natalizio quando fuori ci sono 30°. A mia discolpa posso dire che ero convinta, ma proprio convinta, che il racconto si collocasse tra il terzo e il quarto romanzo della serie, e non volevo leggerlo senza aver prima recuperato La scrittrice del mistero. Ora che il nuovo libro è uscito, mi sono decisa ad aprire il racconto per poi scoprire che avrei potuto evitare di soffrire e leggermelo subito quando è uscito.
Amen, colpa mia, avrei dovuto informarmi.
Essendo un racconto - purtroppo - breve, è chiaro che non potrò sviscerarne la sostanza e ricavarne una recensione di media lunghezza. Anzi, diciamo proprio che verrà fuori una mini recensione, una recensione flash che ha come unico scopo quello di ricordarvi l'esistenza del racconto. Non devo nemmeno convincervi ad acquistarlo perché è gratis, e se non lo leggete è perché non vi interessa o non vi piace la serie di Alice Basso. In questo caso non c'è niente che possa fare, siete spacciati.
Siamo alla Vigilia di Natale, Vani è felice come non mai perché si è svegliata con gli inconfondibili sintomi di un'influenza potente e pregusta l'isolamento completo dal mondo ma, soprattutto, dalla sua famiglia. Naturalmente l'immagine idilliaca viene annientata da sua madre, che rifiuta categoricamente di dividere la famiglia durante la festa più importante dell'anno.
Poco importa che Vani, poverina, voglia stare da sola e vomitare in santa pace, è deciso che la famiglia Sarca starà insieme, influenza o no.
Appena la sacra famiglia di riunisce a colpi di brodo e panettone, Vani cerca una via d'uscita per scappare da loro anche per un solo minuto. Sarà la famiglia che abita sopra di lei, una mamma single con una bimba di nome Morgana, a fornire una rumorosa scusa. Per scoprire il motivo di un tale casino proprio la notte di Natale, Vane si infila a forza nel caos causato da un improbabile furto di un regalo e si impegna suo malgrado a risolverne la misteriosa scomparsa.
La parte più divertente di tutto il racconto è l'interrogatorio che Vani fa ai bambini per scoprire il ladro: i dialoghi (che poi in realtà sono più uno scambio botta e risposta) tra una cinica asociale che rifugge ogni forma di interazione sociale e dei bambini che credono ancora a Babbo Natale sono estremamente divertenti. Anche quando è conciata da fare schifo, il cervello di Vani riesce a partorire delle perle che dovrebbero abbellire i muri di casa mia.
Non mancano dei riferimenti divertenti ad un ipotetico e fantastico - e per questo inesistente - detective con l'impermeabile beige che odia il Natale, così come non manca lo stesso tipo di ragionamento che Vani utilizza per risolvere i misteri, solo che qui è in forma diluita e più breve e non rende giustizia alla capacità della Basso di intrappolare il lettore e incasinarlo nel labirinto che è la mente di Vani.
Questo racconto è perfetto come aperitivo prima della grande portata solo se si conosce già Vani e lo stile della Basso, altrimenti non so quanto possa convincere un lettore che ha snobbato la serie o che non è semplicemente attratto dal genere.
A me ha fatto l'effetto Acquista con 1-click, quindi vi potete immaginare. Non vedo l'ora che mi arrivi il nuovo romanzo.

29 maggio 2017

Alice Basso
Non ditelo allo scrittore

Serie Vani 3

Trama
Garzanti
ebook | € 9,99
Questa volta, il compito affidato a Vani dal direttore della sua casa editrice è una vera e propria sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo scrittore che le ha spezzato il cuore, ora è pronto a tutto per riconquistarla. Intanto il commissario Berganza è sicuro che Vani sia l’unica a poter scoprire come un boss agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Ma non è l’unico motivo per cui desidera averla vicino. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo.
A me piacciono poche persone, è un dato di fatto. Quando hanno distribuito tolleranza e stima verso il prossimo sono arrivata tardi perché c'era coda allo sportello del cinismo.
Commento
La Sarca Bibbia (capito? Sarca - sacra...) è tornata.
Potrei aprire a caso uno dei tre romanzi di questa serie, scegliere una frase con il ditino e riuscire comunque a trovare un qualcosa che rispecchi al 1000% la mia piccola anima oscura. Per chi, come me, la mattina si sveglia e vede la fiducia verso l'umanità svanire nello scarico del lavello, poter leggere un romanzo che non solo nutre con nuovi spunti, ma addirittura asseconda il rifiuto di interagire con il prossimo in chiave leggera, ironica, quasi comica, è come avere l'esonero all'ora di educazione fisica per l'anno scolastico. Praticamente puoi guardarti allo specchio e gioire del tuo essere asociale senza sentirti in colpa.
Il sogno della mia vita è starmene nella mia tana a farmi gli affari miei senza rotture di coglioni di alcun genere.
Ecco, questo è il Sarca-pensiero che rispecchia la mia filosofia di vita. 
Ora, con il presupposto che se la Basso scrive io aspiro e colleziono nel mio personale manuale di sopravvivenza, è chiaro che aspetto un nuovo romanzo di questa serie con una disperazione che è pari solo all'esaltazione mistica con la quale lo divoro una volta che ce l'ho tra le mani. La felicità che mi ha gonfiato a spugna il cuoricino è stata troppa, perché - e giuro non me lo aspettavo - in Non ditelo allo scrittore la Basso ci regala LA gioia che levateve tutti per quanto sia piccina e breve ha mandato in corto circuito i miei neuroni. Porca miseria non posso dire niente, solo che sbrodolo tantissimo.
La lettura di questo romanzo è stata terapeutica, mi ha proprio rimessa in sesto in un periodo in cui stavo sprofondando sempre più nell'universo dell'acidità cattiva, quella che alla lunga mi porta a scrivere recensioni assurde. Vani mi salva sempre, posso contare su di lei per tornare normale. Più o meno.
In questo romanzo Vani è alle prese con ben due casi che le portano dei bei grattacapi: quello editoriale, scaricato da Enrico come una patata ustionante, è di scovare un ghostwriter e convincerlo a uscire allo scoperto; quello legato al suo ruolo di collaboratrice con la polizia è di riuscire a capire come fa un mega super delinquente agli arresti domiciliari a passare informazioni e comunicazioni all'esterno. Essendo Vani, Vani è chiaro che le sue energie e il suo entusiasmo sono tutte per il caso di Berganza, ma sarà proprio lo scontrarsi con un suo simile a prendere il monopolio della storia.
Come ghostwriter, Sarca sa bene che gli scrittori sono soggetti particolari, e che spesso dietro a dei romanzi magnifici si nascondono persone tutt'altro che piacevoli. Così non le risulta particolarmente strano che dietro al bestseller più osannato degli ultimi anni ci sia un omino brutto, sciatto, composto principalmente da disprezzo per l'umanità e incapacità di filtrare i suoi pensieri in parti uguali, una bomba pronta ad esplodere che potrebbe affossare la casa editrice e sabotare senza possibilità di redenzione il suo primo romanzo e pure i prossimi. Il compito di Vani, che lei definisce una gran rottura di coglioni, è quello di insegnare al signor Marotta come non essere se stesso, a frenarsi prima di vomitare veleno sulle persone, filtrare i suoi pensieri per renderli socialmente accettabili. In pratica deve plasmare un essere che è fin troppo simile a lei e trasformarlo in un autore in grado di parlare al pubblico. Il compito, chiaramente, è più difficile del previsto, tanto che il suo capo la costringe a collaborare con Riccardo.
Apro parentesi, Riccardo, non mi piacevi prima, e ora mi piaci anche meno. Chiusa parentesi.
Messa di fronte ad un soggetto che è fin troppo simile a lei, Vani si trova a riconsiderare alcuni aspetti della sua vita e della sua personalità. Senza stravolgere se stessa, senza sentirsi in colpa per com'è fatta, Vani raggiunge una decisione dopo un lunghissimo e faticosissimo ragionamento.
Perché sarà anche una che capisce, ma in questo caso non capisce proprio una cippa.
Anzi, mi verrebbe da dire you know nothing, Vani Sarca.
Ma c'è della tenerezza nel suo mettersi in discussione - nei limiti del Sarca-possibile, chiaramente - e c'è anche un terrore sotterraneo che la Vani che tanto amiamo rischi di omologarsi con ciò che viene ritenuto normale. Per carità! Vani accetta di rivedere solo una piccola parte della sua esistenza, qualcosa che è in là, nel futuro e sul quale può agire adesso, nel presente. Per noi, però, questa immersione nel sistema sarcatico è fatta anche da capitoli sull'adolescenza di Vani, una ragazza di diciassette anni alle prese con le relazioni, la famiglia, la scuola, dai quali spuntano fuori soggetti che a distanza di anni le ritornano alla mente, come il professore di inglese, e che le hanno lasciato non solo ottimi ricordi ma anche strumenti per capire se stessa e gli altri.
Senza contare che pure io sono stata un pipistrello tra i banchi di scuola, quindi ho sentito un'affinità speciale con baby Sarca.
Il secondo caso, se così si può definire, è più una lotta continua con Berganza. Lei che vuole partecipare a tutti i costi - ormai ci ha preso gusto con questa storia di avere a che fare con i delinquenti - e lui che vuole tenerla al sicuro da un caso che ha tutte le carte in regola per finire male. Ora, appena il coro degli aawwww si chiude, sappiate che questo Berganza in versione protettiva mi ha turbata un pochino. Non ero preparata a certe uscite e, come Vani, sono rimasta lì come un pesce lesso senza riuscire a fare due più due. Poi il quattro è arrivato come un treno in corsa e ho capito. E ho gioito.
Naturalmente Vani riesce a dare il suo contributo anche quando Berganza le tarpa le ali e la caccia nell'angolo. Con i suoi ragionamenti contorti e i collegamenti assurdi alle cose più strane, la logica di Vani arriva dove la professionalità e la preparazione di Berganza non possono, e la soluzione è talmente strana e talmente astrusa che è chiaro che solo Vani sarebbe riuscita a trovarla.
In realtà in questo romanzo il caso non è presente come nei romanzi precedenti, qui c'è più di Vani come essere umano che come testa che sputa ragionamenti e intuizioni, e un pochino si sente la mancanza di un mistero che invade la narrazione, ma se si rinuncia ad avere tanto di poco per avere invece tanto di Vani con la ciliegina sulla torta io dico ben venga!, anche perché il finale è una di quelle cose che ti infondono di felicità come se ci fossero i puttini che cantano attorno alla tua testa e la luce del Paradiso che ti illumina bruciandoti le retine.
Io, niente, questa donna la vorrei avere come vocina interiore tascabile che si attiva ogni volta che ho bisogno di ritrovare il buon umore, quando mi sento in colpa perché odio il mondo, quando il bisogno fisiologico di un romanzo diverso mi prende e mi rovina fino a che non lo trovo. E' brava, è divertente, è originale, ed è chiaramante Team Berganza, io la voglio come Presidente del Consiglio.

9 giugno 2016

Alice Basso
Scrivere è un mestiere pericoloso

Serie Vani 2

Trama
Garzanti | pag. 341 | € 16,40
Un gesto, una parola, un'espressione del viso. A Vani bastano piccoli particolari per capire una persona, per comprenderne il modo di pensare. Una dote speciale di cui farebbe volentieri a meno. Perché Vani sta bene solo con sé stessa, tenendo gli altri alla larga. Ama solo i suoi libri, la sua musica e i suoi vestiti inesorabilmente neri. Eppure, questa innata empatia è essenziale per il suo lavoro: Vani è una ghostwriter di una famosa casa editrice. Un mestiere che la costringe a rimanere nell'ombra. Scrive libri al posto di altri autori, imitando alla perfezione il loro stile. Questa volta deve creare un ricettario dalle memorie di un'anziana cuoca. Un'impresa più ardua del solito, quasi impossibile, perché Vani non sa un accidente di cucina, non ha mai preso in mano una padella e non ha la più pallida idea di cosa significhino termini come scalogno o topinambur. C'è una sola persona che può aiutarla: il commissario Berganza, una vecchia conoscenza con la passione per la cucina. Lui sa che Vani parla solo la lingua dei libri. Quella di Simenon, di Vázquez Montalbán, di Rex Stout e dei loro protagonisti amanti del buon cibo. E, tra un riferimento letterario e l'altro, le loro strambe lezioni diventano di giorno in giorno più intriganti. Ma la mente di Vani non è del tutto libera: che le piaccia o no, Riccardo, l'affascinante autore con cui ha avuto una rocambolesca relazione, continua a ripiombarle tra i piedi. Per fortuna una rivelazione inaspettata reclama la sua attenzione: la cuoca di cui sta raccogliendo le memorie confessa un delitto. Un delitto avvenuto anni prima in una delle famiglie più in vista di Torino. Berganza abbandona i fornelli per indagare e ha bisogno di Vani. Ha bisogno del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo. È piena di falsi indizi. Solo l'intuito di Vani può smascherarli.
Ho la grazia di un minatore e il linguaggio di un ergastolano. Modestamente, sono la creatura meno frivola e leziosa di mia conoscenza. Tutto questo per dire che sarei una candidata naturale al saper sparare, cazzo. Se questo fosse un mondo giusto, se andasse come nei libri, io sarei il tipo di persona che prende in mano una pistola e dal nulla, senza il minimo sforzo, infila una serie di proiettili al centro esatto del cuore della sagoma, per poi abbassare l'arma - dalla quale uscirebbe un artistico ricciolo di fumo - e dire con una scrollata di spalle: "Che c'è? Era facile". Questo dovrebbe accadere. Invece la prima volta che sono stata al poligono di tiro di Torino ho sparato all'aria. Così, come una pivella.

Commento
Come to the Vani side, we have sarcasm.
Sul serio, ci ho messo cinque minuti per scegliere la citazioni perfetta e, anche così, ho dovuto tagliare tagliare tagliare perché, fosse stato per me, avrei inserito due pagine intere.
Ragazzi è difficilissimo. Scrivere è mestiere pericoloso è un'unica, lunga, gigantesca citazione, it's that good.
Bene, in onore della settimana Sarca/Basso, eccomi qui con il commento al secondo romanzo della serie Vani e, once again, mi prostro davanti all'altarino di Silvana Sarca.
Corro il rischio di sembrare una specie di seguace prezzolata, ma giuro che sono sincera. Questa ragazza merita di essere letta (la Basso, non Vani), perché è una persona deliziosa. Lo è sul serio, è divertente, è interessante, è brillante e scrive bene. Ho potuto incontrarla durante un evento organizzato da Garzanti e me la sarei messa in tasca e portata a casa.
Però, per quanto una persona possa starci simpatica, è il romanzo che deve lasciare il segno e questo lo fa. 
Scrivere è un mestiere pericoloso inizia subito dopo il primo romanzo, L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome, tant'è che ci sono molti richiami alle vicende già sviluppate, eppure non si guarda indietro. E' un nuovo inizio, una nuova avventura, un nuovo capitolo della vita di Vani e subito è pieno di entusiasmo - oscuro e cinico, ma pur sempre entusiasmo -, di avventura e di nuove - gasp! - emozioni.
Per un attimo ho avuto il terrore che Alice Basso avesse corretto il tiro, ammorbidendo i numerosi spigoli di Vani, addolcendo la sua asprezza e moderando il suo cinismo. No, state tutti tranquilli, Vani è sempre la nostra campionessa di sarcasmo, cinismo, acidità, battute cattive e pensieri oscuri. Ma c'è un lievissimissimo cambiamento, una briciolina di normalità che si sta insinuando nella mente di Sarca, un embrione di emozioni che ogni essere umano dovrebbe provare.
Dal pensare se solo me ne fregasse al pensare cazzo, che palle.
Incredibile quanto le cose che razionalmente sai benissimo ti si cancellino dal cervello quando sei travolto dalle emozioni. Neuroni contro ormoni: sempre una carneficina, e i buoni non vincono quasi mai. Okay, ora lo so. Il che non mi impedisce di continuare a vergognarmene, naturalmente.
Ma, per fortuna, a questo punto si arriva con i dovuti modi e con il dovuto tempo e, sì, anche grazie ad un paio di personaggi che tirano fuori le armi pesanti.
Mentre il primo romanzo era una specie di valanga velocissima, un fiume in piena che ti trascinava fino alla fine - un po' sballonzolata e divertita dalla corsa, il secondo è più moderato, concentrato, focalizzato su un unico genere con qualche sbavatura verso altri. Scrivere è un mestiere pericoloso è, secondo me, decisamente più giallo, più dedicato all'aspetto investigativo e al poliziesco.
E' un male? No, non lo è. Anche se il ritmo è più lento - per quanto possa esserlo un romanzo della Basso - la storia è altrettanto coinvolgente e divertente e non risente del fatto di essere un secondogenito.
A questo giro Vani è alle prese con un lavoro che la mette di fronte ad una delle sue nemesi: il fornello. Su richiesta del suo editore, Vani deve intervistare una cuoca ormai avanti con l'età e mezza rimbambita per carpirle tutte le ricette che ha cucinato durante la sua lunghissima vita alle dipendenze della famiglia Giay Marin, storico nome della moda di lusso torinese.
Se non fosse che, come per ogni cosa, Vani deve imparare - materialmente, non solo teoricamente - l'argomento di cui deve scrivere, il lavoro con Irma non sarebbe poi così pessimo. Dalla sua parte ha anche il mitico commissario Berganza che sfoggia un lato domestico degno di uno dei personaggi di gialli che tanto apprezza e che spignatta con destrezza tra una frittata e la bagna cauda neanche fosse uno chef stellato (e qui la mia adorazione per Berganza è arrivata a livelli pericolosissimi).
Tutto normale, quindi, finché Irma, la dolce cuoca che è una Vani da vecchia, sgancia una bomba che rischia di far crollare le fondamenta della società di Torino. Perché secondo la dolce cuoca rimbambita, non è stato Aldo Giay Marin a uccidere il fratello Adriano, ma lei.
Per la nostra Vani si scontrano i suoi due lavori: scrivere il libro e indagare per conto di Berganza, tra una lotta con la coautrice rosa confetto e domande piazzate ad arte a tutti quelli che le capitano a tiro e, ragazzi, se se la cava alla grande. Tra il suo intuito, l'esperienza e la competenza di Berganza, Vani arriva un pezzettino alla volta alla risoluzione del caso, con tanta pace della sottoscritta che è riuscita a seguire passo passo ogni ragionamento, ogni tassello che trovava il suo incastro e a chiudere il romanzo con la meravigliosa soddisfazione di aver capito la storia senza il minimo tentennamento.
Scrivere è un mestiere pericoloso è un giallo for dummies alla portata di tutti - quindi perfetto per me-, un investigativo che non si atteggia e non pretende di annodare una questione per renderla più interessante perché, come dice Berganza, i criminali sono sempre gente banale.
Lo so, lo so, le romanticone avranno un chiodo fisso che vorranno chiarito per dormire sonni sereni. Sì, Riccardo Randi torna sulla scena ma - e sottolineo ma - non è tutto rose e fiori per il nostro charmant, visto che Vani ha cominciato a subire il fascino indiscusso del cervello di Berganza. Per quanto mi riguarda, Riccardo può anche tornarsene da dove è arrivato e lasciare che Vani esplori la sua nuova capacità di provare emozioni con altre persone, certo è che dovrò accettare qualsiasi decisione la Basso abbia preso riguardo questo aspetto.
Menzione speciale per Ivano, il nipote di Berganza, che è alla pari con Morgana nel cuore di Vani. Oddio, forse ho esagerato, ma l'impressione che ho avuto è questa. A me fa un sacco di tenerezza perciò decido che è importante, e vediamo se verrò smentita.
In sostanza adesso che succede? Mi dedico alla scoperta dei gialli? Manco morta! Mi metto pacifica in attesa del terzo romanzo di Alice Basso nella speranza che mantenga il ritmo di un romanzo all'anno e, nel frattempo, sostengo e diffondo l'hashtag #TeamBerganza.

6 giugno 2016

Alice Basso
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome

Serie Vani 1

Trama
Garzanti | pag. 271 | € 9,90
Dietro un ciuffo di capelli neri e vestiti altrettanto scuri, Vani nasconde un viso da ragazzina e una innata antipatia verso il resto del mondo. Eppure proprio la vita degli altri è il suo pane quotidiano. Perché Vani ha un dono speciale: coglie l'essenza di una persona da piccoli indizi e riesce a pensare e reagire come avrebbe fatto lei. Un'empatia profonda e un intuito raffinato sono le sue caratteristiche. E di queste caratteristiche ha fatto il suo mestiere: Vani è una ghostwriter per un'importante casa editrice. Scrive libri per altri. L'autore le consegna la sua idea, e lei riempie le pagine delle stesse parole che lui avrebbe utilizzato. Un lavoro svolto nell'ombra. E a Vani sta bene così. Anzi, preferisce non incontrare gli scrittori per cui lavora. Fino al giorno in cui il suo editore non la obbliga a fare due chiacchiere con Riccardo, autore di successo in preda a una crisi di ispirazione. I due si capiscono al volo e tra loro nasce una sintonia inaspettata fatta di citazioni tratte da Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck. Una sintonia che Vani non credeva più possibile con nessuno. Per questo sa di doversi proteggere, perché, dopo aver creato insieme un libro che diventa un fenomeno editoriale senza paragoni, Riccardo sembra essersi dimenticato di lei. E quando il destino fa incrociare di nuovo le loro strade, Vani scopre che le relazioni, come i libri, spesso nascondono retroscena insospettabili. Proprio ora che ha bisogno di tutta la sua concentrazione. Perché un'autrice per cui sta lavorando è stata rapita e la polizia vuole la sua collaborazione. C'è un commissario che ha riconosciuto il suo talento unico e sa che solo lei può entrare nella mente del sequestratore. Come nel più classico dei romanzi, Vani ha davanti a sé molti ostacoli. E non c'è nessuno a scrivere la storia della sua vita al posto suo: dovrà scegliere da sola ogni singola parola, gesto ed emozione.
[...]Sei acida e sarcastica e lucida e critica e odi tutto e tutti. Ma questa tua capacità di immedesimarti, di vedere le cose con gli occhi delle altre persone, di interpretare il mondo da dentro la loro testa...o il loro cuore. Questa che a te può sembrare una mera abilità professionale, be', si chiama empatia, sai. E tu puoi fingere con tutte le tue forze che sia il contrario, ma la verità è che fa di te la persona più comprensiva, più tollerante, e persino più clemente, che io abbia mai conosciuto.
Commento
Io a volte mi chiedo come faccio a perdermi certe uscite.
O sono sfortunata, o sono cieca, oppure rincitrullita. O tutte e tre insieme.
Per un puro caso sono entrata in possesso dell'ebook di L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome e, prima di iniziarlo, mi sono chiesta più volte chi fosse Alice Basso, perché non ne avessi mai sentito parlare e di che genere fossero i suoi due romanzi.
Ci ho messo qualcosa come dieci pagine per capire che io, a questa donna, devo fare un monumento.
Prima di tutto perché mi ha accompagnata durante una settimana di merda e mi ha fatta ridere. Ma ridere tanto, quella risata felice e spensierata che solo una storia inventata e un personaggio inventato sanno regalarti.
Secondo perché ha creato Vani che  è la protagonista femminile migliore di tutto il 2016, anche se l'anno non è ancora finito. E poi perché sotto sotto mi piacerebbe essere come lei. Ok, non sono così intelligente o acuta, non ho la stessa avversione per il cibo e la cucina, non mi vesto più come una dark, ma ragazzi se non condividiamo la stessa sociopatia, la stessa necessità fisica di solitudine e di isolamento dal mondo creato.
Terzo, ha saputo cancellare per un momento la mia totale insofferenza verso i gialli, i romanzi investigativi, i mistery e compagnia bella. Solo perché con il suo stile, con la sua storia e la sua protagonista ha creato un romanzo che è tanti generi insieme, una specie di tutti frutti letterario che può appassionare chiunque, persino i lettori fedeli di gialli e chi, come me, di giallo non possiede nemmeno un paio di mutande.
Quindi, sì, io un monumento a questa donna lo devo fare, o almeno una torta di ringraziamento. A lei e a Garzanti che, per inciso, mi ha gentilmente allungato l'ebook.
Veniamo al romanzo. Siamo a Torino e Silvana Sarca, anni 34, è nell'ufficio del suo datore di lavoro, il direttore della casa editrice Edizioni L'Erica. Silvana, per tutti Vani, è una ghostwriter, ovvero il segreto scomodo da tenere nascosto a tutti, ovvero la gallina dalle uova d'oro che permette al suo editore di guadagnare una barca di soldi con romanzi scritti da lei e firmati da altri.
Insomma, Vani è scomoda ma necessaria, ed è maledettamente brava nel suo lavoro. Perché se c'è una cosa che Vani sa fare è quella di infilarsi nella testa degli autori, imparare a pensare come loro, e a buttare su carta le loro conoscenze esattamente come se fossero uscite dai loro cervelli. Con la piccola differenza che Vani scrive meglio di loro, e loro lo sanno.
Ora, fosse solo questo il problema, uno se ne farebbe anche una ragione, ma la cosa bella - per me - è che Vani è una specie rarissima in via d'estinzione: una sorta di genio dotato di un'intuizione fuori dal comune, abbellita da un look dark anni '90, cinismo che le scorre nelle vene al posto del sangue e una totale acidità verso il mondo. Se potesse starsene in casa sua senza interferenze, con un sacchetto di patatine al formaggio e il suo lavoro, Vani sarebbe in Paradiso. Ma deve interagire con le persone, purtroppo, e non le riesce tanto bene. La gente teme che Vani possa leggere un po' troppo a fondo e sono sempre in difficoltà di fronte ad una Lisbeth Salander dei poveri con la lingua tagliente.
Nonostante il romanzo sia uno di quelli che si bruciano in poche ore, la trama è sorprendentemente fitta tanto che non ci si rende nemmeno conto di come spazi tra diversi generi. Si inizia con un contemporaneo da crampi alla pancia per il ridere, si passa al romantico con un pizzico di sofferenza, poi al giallo e all'investigativo senza perdere mai, nemmeno per un secondo, il ritmo, l'ironia e la particolare voce narrante della Basso - che, per me, è fantastica. 
Abbiamo, così, un contemporaneo divertente che si adagia sul romantico ma senza lieto fine, una vendetta tremenda vendetta degna di Vani e una rivalsa sociale e professionale che trova sfogo nella collaborazione di Vani con il commissario Berganza nel caso della scomparsa di un'autrice dell'Editrice L'Erica. Ce n'è veramente per tutti i gusti, nella giusta dose, scritto nel modo migliore possibile.
Per quanto riguarda i personaggi, Vani da sola potrebbe asfaltare qualsiasi buco e qualsiasi ostacolo nella trama, ma l'autrice non si limita a dare il meglio di sé con la sua protagonista, si scatena anche con i personaggi secondari. Uno tra tutti il commissario Berganza, una figura mitica che riesce a tenere testa verbalmente a Vani e che, ovviamente, entra nella rosa dei personaggi migliori del romanzo. La mini me Morgana, per la quale Vani sente uno slancio protettivo e il malefico Riccardo che si comporta da carogna ma rimane lì, sullo sfondo, e non si capisce bene se rientrerà dalla finestra oppure no.
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome è, in assoluto, il romanzo più divertente e piacevole, coinvolgente e particolare che abbia letto fino ad ora. Adoro la protagonista, adoro lo stile dell'autrice, adoro che permetta al lettore di assaggiare diversi generi e adoro che non calchi la mano - tranne che con la linguaccia di Vani.
Insomma, ho avuto una botta di fortuna totale nello scoprire Alice Basso. Chiaramente finito il primo romanzo ho iniziato subito il secondo perché come si fa a resistere? Io ve lo dico, non fate come me che passo sopra alle novità come un panzer, questa signora Basso non ve la dovete far scappare.
Il divertimento è garantito!