29 marzo 2018

Mary Balogh
Il Conte di Beaconswood

Serie Sullivan 1
Titolo originale Courting Julia

Trama
I Romanzi Mondadori
Julia Maynard non avrebbe mai creduto di diventare un giorno il miglior partito in società. I corteggiatori della sua eredità si sono moltiplicati come mosche sul miele e ora lei non deve fare altro che scegliere chi sposare: il caro Augustus, il gentile Malcolm o il fedele Lesley?

A tentarla però è il superbo e sensuale Frederick, il cui sguardo, fascino e abilità in materia d'amore non smettono di tormentarla. Ma potrà lei davvero diventare la moglie dell'arrogante conte di Beaconswood?








Commento
Siccome sto tentando di fare le pulizie di primavera dei romance, ho deciso di leggere e poi riciclare la maggior parte dei romanzi da edicola che ho accumulato nel corso degli anni.
Ecco, questo è un pezzo d'antiquariato. Datato in edizione originale 1993 e 2004 in quella italiana porta con sé tutta la polvere e il vecchiume delle vecchie traduzioni. Per carità, non sto dicendo che il romanzo di per sé faccia schifo (anche se il voto la dice lunga), ma che si sente la mano pesantissima dell'editing, tanto che ho pure pensato che nel romanzo fossero stati fatti dei tagli consistenti. Il problema vero, però, è stata la scelta lessicale antiquata ed infelice che in alcuni casi mi ha proprio fatto venire la pelle d'oca.
Faccio un esempio, non ho la certezza assoluta perché non possiedo l'edizione originale, ma ho letto abbastanza romance in lingua da immaginare quale parola la Balogh avesse infilato nel testo.
Ravish, che nella sua forma arcaica ha il significato letterale di violentare, stuprare, saccheggiare, può anche avere un significato più moderato e consono al contesto del romanzo: forzare, conquistare, prendere con la forza ma anche sedurre, incantare, affascinare...insomma c'è l'imbarazzo della scelta ma la versione più diffusa nei romance è sedurre. In questo, pare, il traduttore (femmina o maschio che sia, non ho guardato) ha deciso che la versione corretta fosse stuprare perciò mi sono dovuta cuccare dei dialoghi tra i due personaggi in cui il disagio è salito a vette mai esplorate.
Lei: cos'hai intenzione di fare? STUPRARMI?
Lui: come vai in giro vestita, vuoi essere STUPRATA?
E' chiaro che un dialogo del genere ha ucciso qualsiasi forma di romanticismo suscitato dalla trama, perché una parola con un significato così pesante non ha spazio in una storia d'amore pudica e oldstyle. Cioè, va bene che è degli anni '90 ma faccio fatica a immaginare la Balogh che batte furiosamente RAPE durante la stesura del romanzo. Evoca un'immagine abbastanza grottesca.
Comunque, a parte l'assenza di romanticismo lessicale, il romanzo stesso non è stato particolarmente appassionante. All'inizio la trama mi era sembrata divertente, frivoletta al punto giusto, e i due protagonisti discretamente ben modellati, poi sono iniziate le prime scene di amore/odio e i dialoghi agghiaccianti e io ho deciso che era un no. Il personaggio maschile si salva al pelo giusto perché il Conte tutto d'un pezzo e un po' brusco ha sempre il suo fascino, ma gli aspetti positivi finiscono qui perché non c'è moderazione: è troppo acido, troppo rigido, e non c'è armonia con il personaggio femminile perché anche lei non va bene.
Julia era partita benissimo ma è degenerata in fretta: da nipote acquisita che si ritrova con niente, diventa una maschiaccia che urla e corre e ruzzola come un cane e si incazza pure se il Conte la riprende per la sua condotta. Se sei una bestia cosa ti aspetti che dicano? Smetti di rotolarti nel fango che sei cresciuta e donna fatta e finita e comportati come Dio comanda. Non credo ci sia bisogno di dire che Julia mi è stata antipatica per buona parte del romanzo, soprattutto perché è talmente sfacciata che non si capisce perché. Un momento fa la ritrosa inacidita e quello dopo si sdraia a terra a gambe aperte immaginando qualsiasi atto sessuale possibile pur essendo vergine. Io non so, o mancano dei pezzi, oppure la Balogh era veramente in un mood particolare.
In ogni caso non ho intenzione di tenere il romanzo, me ne libero senza rancore o sensi di colpa e mi butto su altro, sono in una fase macina romance piuttosto intensa (per lo stress, forse) e vorrei leggerne uno carino prima che si esaurisca.

26 marzo 2018

C. S. Pacat
Kings Rising

Serie Captive Prince 3

Trama

Berkley | ebook | € 6,94
Damianos of Akielos has returned.
His identity now revealed, Damen must face his master Prince Laurent as Damianos of Akielos, the man Laurent has sworn to kill. On the brink of a momentous battle, the future of both their countries hangs in the balance. In the south, Kastor's forces are massing. In the north, the Regent's armies are mobilising for war. Damen's only hope of reclaiming his throne is to fight together with Laurent against their usurpers.
Forced into an uneasy alliance the two princes journey deep into Akielos, where they face their most dangerous opposition yet. But even if the fragile trust they have built survives the revelation of Damen's identity - can it stand against the Regents final, deadly play for the throne?



Commento
***spoiler***
Sì, l'ho fatto. Ho letto la versione originale.
Non potevo aspettare, non ce la facevo proprio e, onestamente, volevo provare l'ebrezza di leggerlo in lingua. Dopo l'hype che il secondo romanzo mi ha lasciato, ho iniziato Kings Rising come una tossica in crisi d'astinenza: veloce veloce veloce, sono partita a razzo ma la Pacat mi ha tagliato subito le gambe.
Questo romanzo è una continua prova di pazienza e di sopportazione. Se all'inizio pensavo che la storia avrebbe preso una certa strada (e non parlo solo della trama, ma proprio del ritmo), mi sono dovuta ricredere in fretta e in modo traumatico.
La frustrazione - LA FRUSTRAZIONE - che sale, la rabbia, il fastidio e l'impotenza sono state le gemelle cattive di tutte le belle emozioni che questa trilogia ha regalato. La voglia di ammazzare uno dei personaggi (chissà chi, eh), di prendere a schiaffi Damen, di scrollare Laurent, di urlare COSA FAI praticamente in ogni capitolo mi hanno lasciata spossata. Ho amato il romanzo, ma un po' meno degli altri due.
Here's why.
La Pacat, furbetta, oltre al Reggente - il cattivo assoluto che tutti vogliamo vedere sbudellato - ha lasciato intendere, nel corso dei primi due romanzi, che altri personaggi agivano dietro le quinte sia per loro volontà sia perché non erano sulla scena per la loro lontananza geografica. Mi riferisco, ovviamente, a Jokaste e Kastor. Il fratellastro di Damen, forse non c'è nemmeno bisogno di dirlo, è un cretino fatto e finito che pensa di essere stato un gran furbacchione ma invece si è fatto usare da Jokaste e fregare dal Reggente, e alla fine nemmeno è stato in grado di rubare l'attenzione per un pochino. Kastor così arriva e così se ne va, uno sfigato sconfitto da ogni lato: davanti il Reggente che l'avrebbe accoppato per occupare il suo Regno e dietro Damen e Laurent. Mi aspettavo che rappresentasse un ostacolo maggiore, che fosse un antagonista più rilevante e con uno spessore diverso, invece è stato un personaggio mediocre (per carità, va bene così) che è rimasto in disparte per la maggior parte del tempo.
Ma la vera delusione è stata Jokaste. La sua entrata in scena è trionfale e subito ti prepari allo scontro tra titani (lei e Laurent) e pensi ohmadonna chissà cosa succede adesso. All'inizio le mie aspettative sono state rispettate perché i dialoghi pungenti, le frecciate velenose e camuffate, così come il ruolo determinante giocato nel tira e molla politico l'hanno resa un'opponente interessante e pericolosa.
Una volta neutralizzata, però, Jokaste sparisce nel nulla e sfuma completamente quello che mi aspettavo essere un ruolo silenzioso ma determinante nel finale della trilogia. Certo, ha avuto importanza per quello che ha fatto prima, eppure fino alla fine ho continuato a sperare che saltasse fuori da dietro il trono e sputtanasse tutto e tutti. Lo so, è un problema mio e non del romanzo e dell'autrice, ma non posso farci niente, ecco.
Ora che mi sono tolta il sassolino e ho illustrato il mezzo voto in meno, passo a tutto il resto.
Ah l'amour, l'amour. Lo struggimento amoroso di Damen in questo ultimo romanzo è tenerissimo e inaspettato. Da un soldato grande e grosso ci si aspetta un comportamento irruente, una sfacciata dimostrazione di necessità e desideri, invece lui poverino rimane male di fronte agli inevitabili giochi di potere di Laurent, poco importa se al contrario di lui vede al di là del momento e sacrifica gli stessi sentimenti. Damen, che ora è Damianos ed è a capo del suo esercito fa fatica a riaffermare il ruolo che gli apparteneva perché non è più la stessa persona e una parte di sé rimane fedele e innamorata di Laurent. Il suo grande amico Nikandros non capisce i suoi sentimenti, i comandanti vedono solo un ragazzetto biondo che Damen si è portato a letto, nessuno comprende la posizione di Damianos: si ritrova a capire che Laurent conosceva la sua identità, è costretto a mettere in discussione ogni loro  singolo scambio e non riesce a smettere di desiderarlo, ed è per questo soffre perché, nonostante tutto, tende una mano che Laurent non prende.
Ovviamente Laurent gioca ancora una volta la carta dell'indifferenza e dell'impenetrabilità. Il gioco che ha iniziato con il Reggente sta per arrivare alla fine e la sua concentrazione deve essere massima, ed è costretto a tenere Damen in bilico perché ha bisogno di lui ma solo a certe condizioni, ed è solo mantenendosi distaccato che riesce a pensare lucidamente.
Needless to say nessuno dei due riesce a tenere la propria posizione. Damen è troppo preso e Laurent, per quanto sia bravo in questo gioco, non ha la malizia e l'esperienza dello zio perciò si ritrova a evitare colpi improvvisi e arginare svolte negative: poco alla volta si vedrà come l'obiettivo finale di Laurent - riprendersi il regno - venga necessariamente sostituito da quello imprevisto di proteggere Damen.
Su questo aspetto la Pacat è stata brava: ha reso tutti e tre i romanzi diversi, pur mantenendo le stesse caratteristiche, e ha dato ad ognuno un elemento preciso che regola il tono. Il primo romanzo è quello più instabile e particolare, il secondo è quello sensuale, il terzo è quello dei sentimenti.
La fallibilità e la fragilità dei due protagonisti, la loro inevitabile impotenza di fronte agli eventi trasformano l'immagine che mi ero fatta di loro. Damen, il soldato imbattuto e vincente stratega, viene influenzato dai suoi sentimenti per Laurent e affida alla speranza prima, e all'amore poi, qualsiasi cosa gli appartenga, dal cuore ai soldati al Regno. Damen, che in questo romanzo non brilla per acume e furbizia - rappresenta perfettamente l'idea di eroe umano: a volte vince, a volte perde, a volte combina qualcosa di buono, a volte no, e soprattutto non ottiene una vittoria facile.
Anche Laurent subisce lo stesso destino. Per quanto la sua mente sia acuta, deve ancora maturare e dimostra questa sua innocenza più e più volte nel suo rapportarsi a Damen e ai sentimenti che prova per lui. La crisi che vive quando si trova tra il passato e il presente, tra il dimenticare vecchi rancori che non trovano riscontro nella realtà e accettare la natura dei suoi sentimenti scuotono la rigida fermezza di Laurent. E' lontano anni luce il ragazzo calcolatore che mira a dominare la mente dei suoi avversari, ora c'è spazio per un Laurent che testa il barcollante equilibrio di una relazione sui generis e suo malgrado rimane impotente di fronte alla disarmante fedeltà di Damen.
Siccome entrambi hanno troppo in gioco, la mente calcolatrice del Reggente trova terreno per rompere ogni piano e riuscire ad arrivare dove nemmeno Laurent ha immaginato. Per questo all'inizio ho parlato di rabbia e frustrazione: è impossibile non provarne un po' durante la lettura perché ogni singolo colpo basso arriva inaspettato ed è frustrante quando capisci quello che sta succedendo e i personaggi no.
Personalmente sono arrivata al finale con il sapore del sangue del Reggente sulle papille gustative. LA STRAGE che ho annunciato ad Alexandria è stata più che altro un'implosione: ero talmente incazzata che mi sono ritrovata irrigidita dal rigor mortis della ragione. Si muoveva solo il dito per far scorrere le pagine mentre leggevo e aspettavo schizzi di sangue e splatter a gogo. Invano, tra l'altro perché la Pacat è stata una signora fino alla fine, elegantissima nelle descrizioni delle scene di sesso, ha dimostrato un garbo incomprensibile quando tutti avrebbero invocato le peggiori torture nei minimi dettagli.
In un certo senso la Pacat ha dato vita ad un finale che soddisfa solo in parte la sete di sangue del lettore - la mia - perché il crescendo viene rispettato, sì, ma è oscurato da una discrezione lessicale che nessuno di loro si meritava. Siamo onesti, io il Reggente volevo vederlo annientato, distrutto a pezzettini, volevo Damen e Laurent schiacciare il suo cadavere ed innalzarsi vincitori assoluti, lasciando attorno a loro la devastazione della vendetta dei giusti.
Quello che al momento mi era sembrata un'occasione mancata, in realtà è l'ennesima nuova sfumatura della serie. Questa volta la Pacat è stata più sottile, più lenta, come se avesse pensato vi ho dato tutto, ora sta a voi capire. Quello che c'è da capire è che è facile fraintendere e lasciarsi trasportare dall'entusiasmo della lettura - come ho dato ampiamente dimostrazione qui sopra - e sentirsi privati di qualcosa. I sentimenti estremi, forti, potenti che i primi due romanzi lasciano sulla loro scia qui vengono ridimensionati per dare spazio ad un contenuto più discreto ma altrettanto importante.
Quindi siamo alla fine della serie. Quando me ne sono resa conto ho avuto un momento di rifiuto. Non poteva essere finito, basta addio e vissero incoronati e contenti. Mi mancano di già, voglio più Laurent e Damen, voglio addirittura Nikandros e quello stronzo buono di Makedon, insomma li voglio tutti e ancora ma questa volta senza quella bestia orrenda del Reggente a rovinare tutto. Come faccio? Come farò? Ho bisogno di un gruppo di sostegno, creerò un gruppo di sostegno e lo chiamerò Lamen Anonimi.

19 marzo 2018

Amy Harmon
Il segreto di Eva

Titolo originale From sand and ash

Trama
Newton & Compton
ebook | € 0,99
1943. La Germania occupa gran parte dell’Italia e le deportazioni degli ebrei aumentano di giorno in giorno. Fin da bambini Eva Rosselli e Angelo Bianco sono cresciuti come una famiglia, divisi solo dalla religione. Con il passare degli anni si sono innamorati, ma per Angelo è arrivata la vocazione e, nonostante i suoi profondi sentimenti per Eva, ha preso i voti.
Adesso, più di dieci anni dopo, Angelo è un prete cattolico ed Eva è una donna ebrea che rischia la deportazione. Con la minaccia della Gestapo in avvicinamento, Angelo nasconde Eva tra le mura di un convento, dove Eva scopre di essere solo una dei tanti ebrei protetti dalla Chiesa. Ma la ragazza non riesce proprio a stare nascosta, in attesa della liberazione, mentre Angelo rischia la vita per salvarla. Con il mondo in guerra e le persone ridotte allo stremo, Angelo ed Eva affrontano sfida dopo sfida, scelta dopo scelta, fino a che il destino e la fortuna non decideranno di incontrarsi, lasciandoli stremati davanti alla decisione più difficile di tutte.

Commento
Sarò brutalmente onesta, volevo regalare tre pallini, ma man mano che scrivevo la recensione mi saliva il travaso di bile e ho deciso di sbandierare il voto che mi è sorto spontaneo.
Per buona parte della lettura ero convinta che avrei chiuso su un bel tre diplomatico, ero dispiaciuta di non dare di più ma tutto sommato non ci ho perso il sonno. Poi il tracollo finale, unito alla noia dilagante mi hanno innervosita. Dal tre diplomatico sono passata ad un due e mezzo senza nemmeno sentirmi in colpa, perché alla fine non basta la bravura a scrivere della Harmon se scrive una storia banale.
Per un'autrice come la Harmon, che naviga tra i quattro e i cinque pallini, cadere in picchiata è una brutta cosa. Il trauma di non averla più tra le autrici sicure mi ha fatto ridimensionare parecchio la sua posizione nella mia lista (un po' come per la Hoover). Per carità, non tutti i romanzi possono piacerci e non gliene faccio certo una colpa, ma credo che in questo caso la Harmon abbia puntato troppo in alto e il tonfo sia stato bello potente.
Parto con una premessa: normalmente giro alla larga dai romance ambientati in momenti storici impegnativi come questo scelto dalla Harmon, primo perché mi sembra che nessuno sappia gestire l'ambientazione e secondo perché il romanticismo stucchevole del romance infilato in un contesto del genere per me diventa grottesco. O scrivi romance, e diluisci tutto, o scrivi storico e lasci perdere l'amore. A meno che tu sia Paullina Simons.
Detto questo è chiaro che affrontare un libro del genere è stato rischioso, infatti ho tentato di rimanere neutrale ma gli elementi che non mi piacciono si sono impilati uno alla volta fino a nascondere completamente quello che c'è da salvare (che è poco, in ogni caso).
Inizio con la banalità dei nomi. Angelo Bianco è un prete. Angelo, come gli angeli, bianco per la purezza. Lei si chiama Batsheva ma tutti la chiamano Eva e, come mi ha fatto notare Silvia, è la tentatrice. Got it? Ecco queste cose mi fanno cadere le braccia. Gli americani non sanno inventarsi nomi italiani che non siano uno stereotipo, cadono nella banalità più assoluta e la Harmon ha pure giocato con i significati religiosi. Non so se l'ha fatto volutamente o se è stato un caso, per me è comunque un no.
Proseguo con i ruoli. Lui è un prete. Un prete che è innamorato di una donna. Non sono per niente fan di romanzi con protagonisti religiosi, meno che meno un romance. Figurarsi di uno alla Uccelli di Rovo. Per me è no, assolutamente no. Lei è la solita femmina ribelle indipendente ed energica che può dire e fare quello che vuole tanto tutti la amano (tranne me), anche se è completamente fuori contesto sociale e storico. Bellissima, bravissima, fortunatissima, praticamente svolazza nel periodo più merdoso di tutta la storia italiana e se la cava con qualche ammaccatura, e vorrei sottolineare che è ebrea.
Quindi, appurato che i nomi dei personaggi mi hanno fatto roteare gli occhi come una pallina del flipper e che i ruoli scelti e sviluppati dalla Harmon mi hanno raffreddata fino al midollo, passiamo al resto.
Se tu autrice scegli di trattare un momento storico come l'occupazione nazista, la persecuzione degli ebrei e tutto quello che comporta non ti puoi limitare a fare un elenco di eventi, non è mica un manuale di storia. Se scrivi un romanzo e lo infarcisci di tanti - troppi - eventi senza descriverne veramente nessuno (scusate ma il pezzo delle Fosse Ardeatine mi ha lasciata senza parole) il risultato è che il lettore non ne rimane toccato per niente anzi, forse la quantità e la superficialità lo anestetizzano e lo costringono ad un'attesa piatta (perché tanto stabilisci un ritmo preciso se scarichi così tanto contenuto) che non emoziona nemmeno quando tocchi momenti veramente pesanti.
Forse per me è questo il vero difetto: la Harmon ha esagerato. Se invece di abbracciare un arco temporale così lungo, con così tanti micro eventi importanti, spostando i personaggi da Firenze a Roma e poi nel Nord Europa, si fosse concentrata in un breve momento e in un unico luogo, avendo così tempo e spazio per intrecciare per bene la storia e il lato romantico, forse sarebbe riuscita a coinvolgere di più. Per quanto mi riguarda, mi sono annoiata. Se avessi voluto leggere un elenco di eventi mi sarei presa un manuale, anche solo uno schema riassuntivo, invece ho dovuto resistere per intere pagine di cui non ho capito il senso: aggiungere drammaticità? Ma ce n'era bisogno? Per come la vedo io bastava un solo momento, ben scritto, ben argomentato e con i dettagli precisi, per rendere speciale la storia.
Così arrivo all'ultimo punto, ed è il romance. Ora, se sei immersa (o impantanata) nel sussidiario scolastico e nel frattempo tenti di sviluppare una storia d'amore e non ci riesci, fatti due domande. La storia tra Angelo e Eva è di una noia allarmante. Non c'è sentimento, le scene sono abbozzate e poco coinvolgenti e spesso la Harmon cade nel melenso, nello stucchevole, in una rappresentazione dell'amore patinata e superficiale, un po' da manuale per una storia ambientata durante il periodo nazista. Devo per forza dire due parole sul finale perché mi ha fatto salire la glicemia.
Non bastava tutto quello che ho letto, la pazienza che mi ci è voluta per arrivare alla fine, mi sono dovuta sciroppare il ricongiungimento miracoloso coronato dalla nascita del bambinello il giorno di Natale. Che scivolone orrendo, che chiusura patetica, che tristezza. Dalla Harmon non mi aspettavo certe banalità e, onestamente, non riesco a condividere tutti i pareri entusiasti che questo romanzo ha raccolto. Per me è un no enorme, nonostante stilisticamente non abbia nulla da dire.
Perché se vogliamo considerare solo l'elemento tecnico, la Harmon sa scrivere, lo fa bene ma il problema non è lo stile quanto il contenuto. Per me un romanzo del genere non può essere salvato né dalla bravura tecnica dell'autrice, né dalla media dei voti alti che le ho dato in tutti i suoi romanzi.
Questo non mi è piaciuto, l'ho trovato privo di un'identità precisa, sbrigativo, banale e troppo attaccato ad una visione miracolosa, spirituale e romantica della vita.
Faccio fatica ad immaginare che certe parole possano essere dette mentre ti bombardano la casa o ti mandano nel carcere della Gestapo. Però pare che la Harmon possa.
Io non sono d'accordo.

15 marzo 2018

J. R. Ward
Dearest Ivie

Serie Black Dagger Brotherhood 15.5

Trama
Ballantine Books
ebook | € 1,69

The last place Ivie expects to be approached by a devastatingly handsome male is in a crowded, smoky cigar bar rarely frequented by vampires—yet here he stands. Silas is flirtatious, gallant, and, above all, mysterious. Ivie is anything but. A nurse at the healer’s clinic and the daughter of a biker, Ivie is accustomed to speaking her mind. So she does. 
Since aristocrats rarely pick up females of her class, Ivie asks Silas just what kind of game he thinks he’s playing. Despite her guarded exterior, Ivie surrenders to the fierce desire she feels for Silas. And yet, just as their courtship is heating up, he reveals that it cannot last, for he is bound to return to the Old Country. Their bond only deepens as they make the most of their precious time together. But when she learns the truth, Ivie must find a saving grace—before all is lost.




Commento
E datemela una gioia ogni tanto!
Ultimamente la Ward si sta dimostrando smart. Ha capito l'antifona, ha capito che si stava discostando troppo dalle sue origini e che le lettrici non erano poi così soddisfatte e ha riparato con la serie spin-off della BDB e ora sparando fuori a tradimento un racconto breve inserito nella serie della BDB. La gioia, soprattutto perché ho in lettura un romanzo che non mi sta entusiasmando.
Dearest Ivie è un brevissimo spaccato nella vita quotidiana della popolazione dei vampiri, ed unisce i due opposti: la glymera e i civili più poveri. Dall'aristocrazia arriva Silas, educato, raffinato, ricco da fare schifo, bellissimo, ma anche silenzioso, pacato, chiuso nel suo mondo, un personaggio che non entra a gomitate ma chiede il permesso. Dal lato civile c'è Ivie, infermiera da Havers e sempre un po' a corto di soldi. Ivie è schietta, ironica, autoritaria, ma non perde l'aria da ragazzina che le appartiene e non cade mai nel cliché della donna dura e indipendente. Diciamo che è moderata ma con fermezza.
L'incontro tra i due sembra fortuito, si incrociano in un bar lui le offre da bere e da lì inizia la danza. Ma la Ward ha ruotato la storia in modo che solo alcuni personaggi conoscano sul serio la meccanica della trama, mentre Ivie e il lettore vivono il momento. Il brivido della storia d'amore arriva preciso e pulito e non si fa desiderare ma viene servito velocemente dall'autrice: il lato romantico è un piacevole mix di patemi amorosi e prime volte spogliato degli extra. Si arriva presto al clou della storia e presto la Ward ci fa girare la boa con uno schiaffone potentissimo.
La seconda parte del racconto è una scarica di sconforto. Per un attimo ho temuto che Jessica giocasse la carta decesso per lasciarci in una valle di lacrime (e si piange, porca miseria se si piange), invece scarica la carta cattiva e subito dopo tira fuori la bacchetta magica e raddrizza tutto. Sì, ovvio che la soluzione è un po' semplicistica, ma tutto sommato è ben bilanciata con il resto della storia.
Il racconto non ha punti caotici o troppo concentrati, c'è un equilibrio facilitato anche dal fatto che il lettore già conosce il mondo dei vampiri e le meccaniche delle loro relazioni.
Si prende tutto per buono anche perché non c'è grande margine di errore: non ci sono abbastanza pagine perché la Ward possa perdersi nei meandri di mille pov, non c'è una trama complicata, niente personaggi secondari ingombranti, tutto e tutti ruotano attorno a Silas e Ivie fino alla fine.
Essendo un racconto breve il mio timore era che lasciasse una sensazione di insoddisfazione, di incompletezza, come quando hai una fame boia e ti mangi una fetta di pizza invece di una quattro stagioni intera. Per fortuna la Ward ha saputo modulare ogni elemento tradizionale in modo che in breve si hanno: incontro, incertezze, sesso, innamoramento, dramma, depressione e lieto fine.
Se, da un lato, il racconto non ti lascia in crisi d'astinenza, dall'altro però apre una voragine che ti fa urlare ne voglio ancora. Ancora, ancora e ancora. Ma purtroppo il prossimo romanzo è su Sola e Assail e la mia depressione è talmente forte che non so con che forza potrò affrontarlo.
Magari se Jessica nel frattempo spara fuori un altro racconto come questo forse riesco a bilanciare l'estremo scazzo. 

12 marzo 2018

C. S. Pacat
La mossa del Principe

Serie Captive Prince 2
Titolo originale Prince's Gambit

Trama
Triskell | ebook | € 4,49
Con i loro due paesi sull'orlo di una guerra, Damen e il suo nuovo padrone, Laurent, dovranno lasciarsi alle spalle gli intrighi del palazzo e concentrarsi sulle più ampie forze del campo di battaglia mentre viaggiano verso il confine per scongiurare un complotto fatale.
Costretto a nascondere la sua identità, Damen si sente sempre più attratto dal pericoloso e carismatico Laurent, ma via via che la fiducia nascente tra i due uomini si approfondisce, le scomode verità del passato minacciano di infliggere il colpo mortale al delicato legame che ha cominciato a unirli.







Commento
Ciao, è stato bello, ma io sono in fase di recupero post Prince's Gambit e sto cercando di tornare allo stato solido dopo essermi liquefatta durante la lettura.
Da inizio anno non sono stata particolarmente fortunata con le letture: ho letto poco e quel poco non mi ha fatta impazzire. Ero talmente apatica che non mi era venuta voglia di leggere La mossa del Principe, anche se era una novità che attendevo. Poi non so perché, ho fatto l'anarchica, ho snobbato la lista di lettura e mi sono buttata a pesce sulla Pacat.
Ho letto questo romanzo in un'unica aspirata continua, mi è andato il sangue al cervello, mi si sono incrociati gli occhi, mi sono esplosi organi interni di vario genere (cuore/ovaie/fegato) e l'ho chiuso con la smania totale per il terzo. Addirittura posso sbilanciarmi e dire che ho quasi preferito La mossa del Principe rispetto a Il Principe prigioniero perché questo ha un ritmo più serrato, una trama che ha preso il volo e i due protagonisti hanno smesso di girarsi attorno e sono passati allo scontro diretto. Però è anche vero che questo secondo romanzo, senza il primo sarebbe solo uno spaccato di una storia complessa e ricca, e che da solo non potrebbe suscitare la stessa reazione.
Questo secondo romanzo senza il primo non solo non esisterebbe, ma non avrebbe lo spessore e la profondità necessari affinché il lettore possa comprendere e accettare (e a volte persino desiderare) uno schema ben preciso applicato ad un gioco di intrighi che è un buco nero. Una volta preso il la si apre una voragine dalla quale escono piani e progetti, accordi e alleanze che, senza l'infarinatura del primo romanzo, non sarebbero nemmeno lontanamente accessibili.
Un uccellino di nome Alexandria mi ha detto che se Il Principe prigioniero ruotava attorno a Laurent, La mossa del Principe cede il turno a Damen, bilanciando - in un certo senso - i ruoli dei due protagonisti e ponendoli alla sua fine in un punto di quasi parità, pronti per la fase finale della storia.
E' verissimo, Damen domina il romanzo, un pochino alla volta impara a muoversi in un ambiente che non conosce e a prevedere oltre che comprendere le reazioni di Laurent, assumendo un ruolo sempre più determinante nello scontro tra il Reggente e Principe.
Essendo Damen un soldato, lo spostamento di ambientazione dalla corte ai territori dove sta per arrivare la guerra gli permette di dare il meglio di sé consigliando un Laurent capriccioso e chiuso, ma stranamente ricettivo, e riformando dal nulla un battaglione di soldati che avrebbero dovuto essere determinanti nella disfatta di Laurent ma che, sotto la guida indiretta di Damen, diventano un gruppo unito, fedele al Principe e efficiente quando la situazione si fa critica.
Il lieve spostamento di autorità, però, non intacca mai la situazione di Damen. Lui è ancora uno schiavo, solo che le circostanze gli hanno permesso di avere e di prendere delle libertà che Laurent gli concede perché è consapevole che ignorare i consigli di Damen sarebbe un suicidio, tanto più che dimostra di avere sempre ragione.
La parola chiave per questo romanzo è tensione. Dall'inizio alla fine è un continuo crescendo: azione, politica, tradimenti e accordi segreti, battaglie, attrazione, controllo, ogni elemento aumenta di intensità fino all'inevitabile strappo. Ce ne sono alcuni, di strappi, ma per me due sono quelli che spiccano in assoluto: il capitolo 19, così chi ha letto capisce e chi non ha letto non trova spoiler, e il finale. Questi due punti sono stati da esplosione totale: uno mi ha mandato a remengo le ovaie e uno il cervello.
Naturalmente, se si parla di tensione è impossibile non far riferimento all'elefante nella stanza: la tensione sessuale. In questo romanzo Damen da una descrizione breve ma alquanto precisa di Laurent: da vestito è un cervello, asessuato, androgino, intoccabile, congelato nel suo ruolo e arroccato dietro un muro di ghiaccio che tiene a distanza ogni cosa; ma appena gli si slaccia la blusa, o è reduce da una giornata campale, o scampa all'ennesimo agguato, la sua corazza si incrina impercettibilmente ed ecco che filtra un Laurent quasi ingenuo, privo di esperienza, a tratti persino umano e accessibile. Ed è in questa crepa microscopica che Damen si infila e instaura un rapporto quasi tra pari: schiavo sì, ma con più esperienza di vita di lui, ed ecco che la tensione aumenta con il cambiare delle loro interazioni. La freddezza di Laurent si infiamma e Damen impara a spegnere e accendere quel fuoco.
Non vado oltre, mi limito a dire che la disfatta ormonale che questo romanzo ha causato alla mia persona è entrata nella top five dei miei sbrodolamenti peggiori (o migliori) di sempre, ma - e voglio sottolinearlo - non è stata causata dal semplice e ormai obsoleto susseguirsi di scene di sesso (credevate, voi!) quanto dall'intensità e dalla costante tensione sessuale. Come dice zio Gotthold, l'attesa del piacere è essa stessa il piacere (e ora datemi pure un Campari).
Ora, visto che sono in ballo con questo discorso tanto vale spenderci un minuto. Avendo ormai letto due romanzi su tre posso farmi un'opinione abbastanza precisa del punto di forza della serie: non è il sesso. Scordatevelo, se pensate che questa sia una trilogia m/m erotica dove ci sono continue, fantasiose e dettagliate scene di sesso sappiate che no, non lo è, recatevi altrove se volete grattare questi pruriti. La tensione sessuale, che con il primo è iniziata e qui è letteralmente esplosa, è partita su un piano mentale e continua imperterrita su quello. E' un gioco di potere, un tira e molla, un rafforzare l'importanza dei gesti, degli sguardi, delle parole e - soprattutto - dello sviluppo lentissimo di un rapporto e di una intimità particolari.
Sarebbe stato veramente troppo facile far esaurire il gioco padrone/schiavo con del sesso morboso, forzato ma voluto, dove il rapporto tra i due ferma la sua evoluzione una volta che concludono l'atto. Invece no, per quanto uno speri - e vi assicuro che ad un certo punto quasi vi mettete a piangere in ginocchio - che la tensione trovi il suo culmine, la bellezza di tutto sta nell'attesa, in qualsiasi sua forma.
Questo per dire che è vero, la tensione sessuale è una grossa parte del romanzo, ed è importantissima, ma non è l'unica. Almeno non lo è per me, e se lo dico io, che sono un'ignorante assoluta in ambito m/m, potete farvi un'idea della potenza dell'impatto che una storia come questa può avere su chi è abituato e affezionato ad uno schema più tradizionale.
Potrei stare qui ore e trovare sempre cose nuove di cui parlare, ma sono ancora troppo in aria dopo aver finito il romanzo e sono proiettata verso l'imminente lettura del terzo. Per quello che vale, secondo me questa trilogia merita di essere letta, ma solo se riuscite a togliervi i paraocchi: non arrivate con il pregiudizio che la storia gay farà schifo, ma nemmeno approcciate questa serie con la bava alla bocca di chi vuole a tutti i costi sesso esplicito e continuo tra due uomini.
Uscite dagli schemi e considerate che qui dentro c'è molto ma molto di più e ogni capitolo è una scoperta.