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1 dicembre 2023

Michel Faber
Natale in Silver Street: nuove storie del Petalo cremisi

Titolo originale The Apple: New Crimson Petal Stories

Trama
Einaudi | pag. 137
Tornano, in questa raccolta di racconti inediti, i personaggi che sono stati protagonisti de "Il petalo cremisi e il bianco" (2003, Einaudi): da William Rackham, l'erede dell'industria profumiera, alla piccola Sophie, ma soprattutto Sugar, la giovane prostituta, la più ricercata. Storie brevi che raccontano il prima e il dopo del "Petalo cremisi".








Commento

Mi ero quasi dimenticata come fosse leggere Faber, in particolare queste storie legate a Il petalo cremisi e il bianco. Io ho amato alla follia Il petalo, è stato un romanzo rivelazione che mi ha aperto un mondo e che ho apprezzato proprio perché era disincantato e crudo, un po' cattivo a presentare i suoi personaggi e la sua storia. Non so perché, ma avrei voluto leggere questi racconti molto tempo fa alla sua uscita ma poi mi è sfuggito di mente, salvo ricordarmene mentre giravo a zonzo in biblioteca.
Sono contenta di averlo letto, tra l'altro proprio prima del periodo natalizio così come il titolo ambienta le storie della raccolta.
Ora, se si pensa che Faber ci proponga storielle amene e bucoliche a lieto fine circondate da soffici fiocchi di neve, scampanellii e canti gioiosi c'è da ricredersi in fretta perché anche qui, come ne Il petalo, l'aria che si respira sa di chiuso, di sporco e di disperazione e forse lo spirito natalizio è l'ultima cosa che emerge da questi racconti. Il titolo è un po' una presa in giro, come a dire siamo a Natale! ma sono tutti dei disperati e a fine raccolta rimane un sapore amaro in bocca.
Si incontrano personaggi legati al romanzo, inclusa una giovanissima Sugar, ma nessuno ne esce bene. I racconti sono scritti molto bene, non mi ha disturbata il formato, così come non mi ha disturbata il fatto che non ci sia molto di cui gioire. Va bene così, del resto da quella storia nessuno ne esce vincitore, perché avrebbero dovuto farlo i protagonisti di questi racconti?
Da leggere in qualsiasi momento, il Natale è solo uno specchietto per le allodole, non fatevi fregare.
PS: credo che il volume sia fuori catalogo e la cosa non mi sorprende affatto.

6 marzo 2023

Haruki Murakami
Ranocchio salva Tokyo

Titolo originale かえるくん、東京を救う Kaerukun, Tōkyō o sukuu

Trama
Einaudi | pag. 60 | € 15,00

Uno dei racconti più surreali, delicati ed emozionanti di Murakami si anima grazie alle illustrazioni di Lorenzo Ceccotti.Quando Katagiri rientrò nel suo appartamento, ad attenderlo c'era un ranocchio gigante. Eretto sulle zampe posteriori, superava i due metri. E aveva anche un fisico massiccio. Katagiri, alto appena uno e sessanta e mingherlino, si sentì sopraffatto dal suo aspetto imponente.
– Mi chiami Ranocchio, – disse il ranocchio.



Commento
Quanto deve aver mangiato pesante, Murakami, per aver partorito una storia del genere?
Scherzi a parte, questo è il mio primissimo approccio al famoso autore giapponese e, sarò onesta, forse nemmeno quello più saggio da leggere. Non che la storia non mi sia piaciuta, tra la sua brevità e le illustrazioni si legge in un baleno, ma forse per apprezzarlo al meglio avrei dovuto prima conoscere lo stile dell'autore. Mea culpa, quindi, anche se alla fine il voto è più che discreto e il mio ricordo di questa lettura è più che positivo.
La storia può essere letta come se steste sognando, con questo Ranocchio enorme che spunta all'improvviso e non solo parla ma vuole che lo aiutate a salvare Tokyo da un vermone nel sottosuolo che si è svegliato dal suo sonno. Tutto questo è anche molto originale e curioso, forse un po' poco appassionante perché è breve, ma in generale è un volumetto per chi già conosce l'autore o per chi se ne frega altamente e ha una passione per le storie strane. Io non appartengo a nessuna delle due categorie, però non ne sono uscita sconfitta perché ero consapevole del mio errore praticamente già alla prima pagina.
Ripeto, non avrei dovuto sceglierlo come primo incontro, ma visto che ormai la frittata era fatta tiro le fila: a me è piaciuto proprio perché è fuori dall'ordinario, perché la sua originalità sta nella scelta di piazzare Ranocchio in casa di un uomo trasparente nella sua banalità e socialmente invisibile, perché l'idea di salvare Tokyo da un super terremoto e che i terremoti sono causati dai vermoni nel sottosuolo è talmente assurda da essere perfetta (insomma, perché no?). Con la mente aperta, con il giusto mood, questo racconto è uno spasso, a tratti anche divertente, purtroppo però senza la giusta conoscenza dell'autore forse si perde il senso nascosto (se c'è).

17 gennaio 2022

Kazuo Ishiguro
Klara e il Sole

Titolo originale Klara and the Sun

Trama
Einaudi | pag. 250 | € 19,50
Seduta in vetrina sotto i raggi gentili del Sole, Klara osserva il mondo di fuori e aspetta di essere acquistata e portata a casa. Promette di dedicare tutti i suoi straordinari talenti di androide B2 al piccolo amico che la sceglierà. Gli terrà compagnia, lo proteggerà dalla malattia e dalla tristezza, e affronterà per lui l'insidia più grande: imparare tutte le mille stanze del suo cuore umano. Dalla vetrina del suo negozio, Klara osserva trepidante il fuori e le meraviglie che contiene: il disegno del Sole sulle cose e l'alto Palazzo RPO dietro cui ogni sera lo vede sparire, i passanti tutti diversi, Mendicante e il suo cane, i bambini che la guardano dal vetro, con le loro allegrie e le loro tristezze. Ogni cosa la affascina, tutto la sorprende. La sua voce, così ingenua ed empatica, schiva e curiosa quanto quella di un animale da compagnia, appartiene in realtà a un robot umanoide di generazione B2 ad alimentazione solare: Klara è un modello piuttosto sofisticato di Amico Artificiale, in attesa, come la sua amica Rosa e il suo amico Rex, e tutti gli altri AA del negozio, del piccolo umano che la sceglierà. A sceglierla è la quattordicenne Josie. E fin dalla sua prima visita al negozio, nonostante l'ammonimento di Direttrice sulla volubilità dei bambini, Klara sente di appartenerle, e per sempre. Josie è una ragazzina vivace e sensibile, ma afflitta da un male oscuro che minaccia di compromettere le sue prospettive future. Per lei Klara è pronta ad affrontare la brusca autorevolezza di una madre cupa e indecifrabile, l'ostilità spiccia di Domestica Melania e gli scherzi cattivi dei compagni speciali che frequentano con Josie gli «incontri di interazione», e che mal sopportano i diversi. Quando la malattia di Josie colpisce più duramente, Klara sa che cosa fare: deve trovare colui da cui ogni nutrimento discende e intercedere per la sua protetta, anche a costo di qualche sacrificio; deve impegnarcisi anima e corpo, come se anima e corpo avesse.
Mr Capaldi pensava che dentro Josie non ci fosse niente di tanto speciale da non poter essere proseguito. Diceva alla Madre che aveva cercato dappertutto e non l'aveva mai trovato. Ma adesso credo che non cercasse nel posto giusto. C'era invece qualcosa di molto speciale, ma non era dentro Josie. Era dentro quelli che l'amavano.
Commento
In linea generale non sono una grande appassionata di AI e di romanzi o film a tema, ma avendo letto solo recensioni positive di Ishiguro e volendo ritentare di leggere qualcosa di suo dopo Non lasciarmi andare, ho prontamente approfittato della presenza di Klara e il Sole nella mia biblioteca.
L'ho finito due giorni fa e sono ancora un po' triste, ma la cosa stupefacente è che ci ho messo meno di un secondo a decidere il voto che gli avrei dato. 
Se dovessi usare un solo aggettivo per descrivere questo romanzo, il primo a venirmi in mente è dolce. La dolcezza esce a ondate dalla purezza e dalla totale assenza di filtri sociali di Klara, la voce narrante, che con un misto tra ingenuità e saggezza racconta la sua storia fino ad un progressivo frammentarsi dei suoi ricordi, per poi chiudersi alla fine della sua storia. Ovviamente dire che questo è un romanzo dolce è una semplificazione brutale della delicatezza che Ishiguro riesce a trasmettere con il suo stile che riconosco da Non lasciarmi andare e che, sono sincera, mi causa sempre una certa ansia perché temo l'arrivo di una bordata emotiva epica.
Klara e il Sole è una di quelle storie che ha un'ambientazione fumosa con elementi di fantascienza estremamente immersi nella trama del vissuto dei personaggi, al punto in cui tutto viene dato per conosciuto e assimilato ma che, ovviamente, il lettore è costretto a scoprire con tutta una serie di indizi e informazioni che emergono durante la lettura. Onestamente a me questo accorgimento è piaciuto perché l'autore usa una certa fantasia senza che questa prenda il sopravvento sulla storia, in questo caso se il romanzo si fosse limitato ad essere un trattato romanzato sulle AI probabilmente avrei mollato tutto. Invece qua la presenza delle AI ha una contestualizzazione lieve, è un elemento del vissuto consolidato, per cui attraverso le scene raccontate si capisce che ruolo hanno nella società, quale la loro importanza e quale l'utilizzo, ma soprattutto è una porta che si apre verso altri contenuti un po' più criptici ma che, alla fine, non necessitano di grandi spiegazioni affinché la trama sia capita.
Klara è la protagonista del romanzo ed è un esemplare di AI non di ultimissima generazione. Esposta nel suo negozio, con una rotazione gerarchica per essere messi in vetrina, Klara dimostra subito di avere una sensibilità e una capacità critica molto più sviluppate rispetto ai suoi simili, addirittura più dell'ultimo modello che è più richiesto del suo. Klara adora stare in vetrina perché così può guardare fuori, vedere le persone, gli oggetti ma più di ogni altra cosa è l'esposizione al sole a renderla felice. Gli esemplari di AI come Klara si alimentano con il sole che, per loro, assume un ruolo quasi benevolo, come se toccandoli con la sua luce li benedisse con la sua forza vitale. Ovviamente gli AI, per quanto siano geniali e speciali, non conoscono tutto e questo si capisce quando Klara comincia a interpretare la presenza o meno del sole come a movimenti di un'entità senziente.
Quando Klara viene scelta, finalmente, si ritrova ad essere l'amica di Josie, una bambina che fin da subito ha dimostrato di volere Klara e le due sviluppano subito un legame molto stretto. Con il passare del tempo Klara capisce che Josie è malata e che lei, al di là dell'amicizia, deve fornire anche un servizio di assistenza, stando attenta a quando sta male e a comunicarlo subito alla Madre.
La malattia di Josie è un'ombra che non verrà mai messa in luce ma che viene vagamente definita durante il romanzo come una conseguenza mortale di un processo di potenziamento a cui i bambini vengono sottoposti e che dovrebbe renderli più intelligenti, migliori sotto ogni punto di vista. Chi si sottopone al trattamento può uscirne potenziato, oppure non uscirne affatto, come il caso di Josie che per quasi tutta la durata del romanzo oscilla tra stati di malattia e salute cagionevole.
Il fulcro del romanzo, una volta stabilita una routine familiare, si sposta all'improvviso sul ruolo di Klara, sulle aspettative della Madre e sul fragile equilibrio della sua amicizia con Josie che, spesso, con i suoi sbalzi di umore diventa un mistero che Klara fatica a risolvere. C'è dietro tutto un ragionamento sui rapporti tra persone e sulle loro paure e cosa fanno in momenti di crisi con scene che a tratti hanno dell'inquitentate.
Al di là degli aspetti insoliti della trama, Ishiguro riesce a presentare contenuti strani in un modo lieve e delicato che non esaspera la drammaticità delle scene ma ne esalta la semplicità. Il romanzo mi è piaciuto molto perché, attraverso Klara, tutto viene filtrato con il filtro dell'essenzialità delle cose e delle persone, in modo che l'esubero si elimina e rimane solo ciò che è veramente importante. 
Non nego che il finale abbia un sapore dolce amaro, perché Klara è un personaggio così buono, gentile e interessante, e la sua parabola mette tristezza: dall'essere necessaria, ad essere dimenticata senza mai perdere di vista ciò che l'ha resa felice di esistere. Ho speso qualche lacrima sul finale, che fa male ma non distrugge come temevo all'inizio.
Ora credo di poter davvero far rientrare Ishiguro tra i miei autori a rotazione fissa, credo di aver capito il suo stile e di aver trovato il modo di entrarci in sintonia, quindi quando avrò voglia di dolce soffrire con lacrimuccia saprò a chi rivolgermi.

5 luglio 2021

Genki Kawamura
Se i gatti scomparissero dal mondo

Titolo originale 世界から猫が消えたなら

Trama
Einaudi | pag. 192
€ 14,00
Di lavoro fa il postino, mette in comunicazione le persone consegnando ogni giorno decine di lettere, ma il protagonista della nostra storia non ha nessuno con cui comunicare. La sua unica compagnia è un gatto, Cavolo, con cui divide un piccolo appartamento. I giorni passano pigri e tutti uguali, fin quando quello che sembrava un fastidioso mal di testa si trasforma nell’annuncio di una malattia incurabile. Che fare nella settimana che gli resta da vivere? Riesce a stento a compilare la lista delle dieci cose da provare prima di morire... Non resta nulla da fare, se non disperarsi: ma ecco che ci mette lo zampino il Diavolo in persona. E come ogni diavolo che si rispetti, anche quello della nostra storia propone un patto, anzi un vero affare. Un giorno di più di vita in cambio di qualcosa. Solo che la cosa che il Diavolo sceglierà scomparirà dal mondo. Rinunciare ai telefonini, ai film, agli orologi? Ma certo, in fondo si può fare a meno di tutto, soprattutto per ventiquattr’ore in più di vita. Se non fosse che per ogni oggetto c’è un ricordo. E che ogni concessione al Diavolo implica un distacco doloroso e cambia il corso della vita del protagonista e dei suoi cari. Soprattutto quando il Diavolo chiederà di far scomparire dalla faccia della terra loro, i nostri amati gatti.
Ciò che faceva la differenza nella vita di una persona doveva trovarsi proprio lì, tra il mondo in cui era esistita e quello in cui non esisteva più. La stessa cosa valeva per me, e quella piccola, piccolissima differenza era il segno che avevo vissuto.
Commento
Se anche voi, come ho fatto io, state pensando di approcciarvi a questo romanzo convinti che si parli di gatti...prendete una pausa, respirate, leggetevi qualche recensione, e poi decidete se comprarl/leggerlo. Vi dico questo perché sono in una fase acutissima di ossessione felina (in previsione dell'arrivo della mia pallina di pelo) e ho approfittato della biblioteca per spararmi saggi e romanzi a tema gatto. Questo, benché abbia la parola gatti nel titolo e abbia pure dei micetti disegnati in copertina, parla solo marginalmente di ciò che viene anticipato dal titolo. Non tutto il romanzo è incentrato sull'assenza dei gatti dal mondo e, anche quando finalmente si arriva a quel punto, è comunque subordinato ad un messaggio diverso e molto più introspettivo.
Detto questo, se ancora volete leggere questo piccoletto, sappiate che è una di quelle storie che ci aspetta da uno scrittore giapponese: breve, malinconica, a tratti buffa, con un messaggio molto profondo e semplice e il finale inevitabilmente triste all'orizzonte camuffato dalla nuvoletta di do un significato alla mia vita.
Il personaggio protagonista della storia è un giovane uomo che di mestiere fa il postino e che indossa sempre e soltanto capi bianchi e neri. E' un uomo apparentemente mediocre, poco socievole, single, vive con il gatto di famiglia, la madre è morta e non parla più con il padre. Da fuori è la classica persona che passa inosservata e della quale ci si dimentica subito: poco interessante, poco significativa, poco carismatica. La vita di questo ragazzo cambia quando scopre di avere solo poche settimane di vita, forse addirittura giorni, a causa di un tumore. All'improvviso il poverino è costretto ad affrontare la triste verità che la sua vita è stata inutile, che nessuno lo piangerà e che guardando indietro ha sempre preso delle decisioni che non lo hanno reso felice, anche se lo hanno tenuto al sicuro.
Il paranormale entra nella vita del postino con l'apparizione del diavolo. Ha il suo volto, ha la sua voce, ma indossa abiti sgargianti e il viso ha una vitalità che il ragazzo non ha mai avuto: il diavolo lo ha scelto per la sua missione di dare la possibilità a pochi eletti di allungare la propria vita a patto di eliminare qualcosa ogni giorno. Un giorno in più per qualcosa in meno nel mondo.
Il poverino, che ha un terrore incredibile di morire e che riscopre una voglia di vivere inaspettata, accetta il patto con la speranza di poter riempire i vuoti della sua esistenza.
All'inizio le proposte del diavolo sono facili, oggetti di uso comune apparentemente indispensabili, ma poco alla volta suggerisce delle cose senza corpo ma troppo importanti, come la musica, o esseri viventi come il gatto Cavolo.
Il percorso del protagonista è abbastanza scontato anche se, secondo il mio umile parere, l'essere prevedibile non lo rende meno emozionante: il poveretto si rende conto che nel grande schema delle cose la sua esistenza è solo un granello di sabbia nel deserto e che ci sono cose molto più grandi di lui la cui assenza non solo sarebbe una vera tragedia per l'umanità, ma renderebbe più vuota la sua stessa vita. In un certo senso il succo del discorso è che la vita, privata di tutto ciò che ci rende felici, è un po' un vuoto pneumatico dove ci si limita ad esistere, quindi il protagonista è costretto a scendere a patti con quella verità e ad accettare che, prima di grattare giorni di vita che non gli spettano, deve raddrizzare la sua vita guardando al passato. In questo modo gli affetti - incluso il gatto Cavolo - trasformano la sua realtà da drammatica, perché comunque morirà, a felice, per quanto lo può essere con così poco tempo da vivere. Il titolo fa riferimento al momento in cui il diavolo chiede al ragazzo di scegliere: un giorno di vita in cambio dei gatti. E' una proposta che manderebbe in crisi mezzo mondo e, ovviamente, è il punto di svolta di tutta la storia.
Essendo un romanzo breve non c'è molto da sviscerare, si punta tutto sulla morale e per me va bene così. Avrei preferito forse che la storia fosse più estrema (in relazione al titolo e a ciò che lascia intendere), ma tutto sommato l'autore è bravo abbastanza da distogliere l'attenzione da ciò che non c'è a indirizzarla verso scene emozionanti riuscite.
Non ho altro da dire, considerando che pensavo di leggere un romanzo molto diverso, alla fine mi è pure piaciuto forse perché breve, essenziale e senza fronzoli inutili; però ho dovuto arginare la mia ossessione con altri titoli veramente dedicati ai gatti.

30 marzo 2020

Noriko Morishita
Ogni giorno è un buon giorno

Titolo originale 日 日 是 好 日 - 「お 茶」 が 教 え て く れ た 15 の し あ わ せ

Trama
Einaudi | pag. 248 | € 16,00
Prenditi il tuo tempo. Vivi il momento presente e non farti travolgere dalle distrazioni. Guarda il mondo intorno a te come se fosse la prima volta. Ascolta la natura, asseconda le stagioni. Obiettivi a cui tutti aspiriamo, certo, ma che non sappiamo mai come raggiungere. Non lo sapeva nemmeno Morishita Noriko quando, ventenne, cominciò a frequentare le lezioni della signora Takeda per eseguire la cerimonia del tè. Né sapeva che quelle prime lezioni erano l’inizio di un cammino che sarebbe durato tutta la vita. «Ci sono cose che puoi provarci quanto e come vuoi ma non le capisci finché non arriva il momento giusto. Però quando poi un giorno le capisci, dopo non puoi far finta di niente». La cerimonia del tè è uno dei riti tradizionali più affascinanti del Giappone. I monaci buddisti del sedicesimo secolo hanno codificato ogni passaggio di questo rituale che, attraverso i gesti più semplici, chiama i partecipanti a concentrarsi sulla profonda ricerca di se stessi. Con quella sua ritualità che immutata attraversa i secoli, la cerimonia del tè sembra qualcosa di molto lontano dalla vita di tutti i giorni. Lo sembrava anche a Morishita Noriko quando, studentessa svogliata e indecisa sulla strada da intraprendere, su consiglio della madre prese a frequentare un corso sulla cerimonia del tè. Non sa che quelle prime lezioni sono l’inizio di un viaggio che durerà tutta la vita. I momenti dedicati alla cerimonia del tè, ai suoi riti, alla meditazione che impone e, contemporaneamente, dischiude diventano momenti per trovare un senso alle prove che la vita mette davanti a Noriko: un matrimonio annullato poche settimane prima della cerimonia, il tentativo di conciliare il lavoro con il privato, un trasferimento oltreoceano… il caos della vita si riconcilia nel tempo concentrato di una tazza di tè.

Fintanto che si pensa al passato e al futuro, non si potrà mai vivere tranquilli. C'è un solo modo: godere del presente. Solo quando riesce a concentrarsi su questo istante, senza passato e senza futuro, l'essere umano si accorge di vivere una libertà senza limiti.
Commento
In queste settimane di difficoltà, tra quarantena, isolamento, immobilità e preoccupazioni, c'è una cosa che ho scoperto aiutarmi veramente tanto. Leggere. Well, duh, direte voi, invece è stata la vera sorpresa di questa pandemia. In realtà più che una sorpresa è una conferma ad un pensiero che ho sempre avuto ma che non ho mai potuto mettere alla prova: leggere è terapeutico e mai come in questi giorni sto sfruttando tutta la positività che deriva dal mettersi tranquilli sul divano, isolarsi dal mondo esterno e passare qualche ora in un posto dove non muoiono centinaia di persone al giorno per un maledetto virus.
Ovviamente c'è anche un aspetto positivo legato al far fuori - letteralmente - quei libri che avevo fermi in tbr da anni e che non mi sono mai decisa a prendere in mano, oppure quei romanzi presi per impulso e tenuti lì a occupare spazio. Uno di questi è Ogni giorno è un buon giorno, preso durante le ultime settimane di pace in un negozio che ancora non risentiva della paura del virus. L'ho preso perché mi ispirava, perché sembrava quel tipo di romanzo che si legge per staccare la testa e che non è così voluminoso da essere inevitabilmente noioso. 
La dimostrazione di tutte queste teorie è che l'ho iniziato la mattina della domenica, e l'ho finito nel pomeriggio, e che dopo avevo la mente libera e niente ansia strisciante a rovinarmi qualsiasi cosa stessi facendo. Ogni giorno è un buon giorno è un romanzo positivo senza essere irreale, è un dignitoso spaccato di vita dell'autrice, una raccolta di anni e anni di pensieri e di esperienze che si sono concentrate con una semplicità ed una essenzialità tipicamente orientali in un libricino piccolo, adorabile e, in questo momento, utile.
Piccolo perché l'edizione italiana di Einaudi è piccina, un tascabile cartonato che si infila ovunque e che si tiene aperto con una mano sola; adorabile perché la copertina, la rilegatura precisa e morbida, le foto, le note a margine e tutto quello che c'è nel mezzo lo rendono un oggetto-coccola che suscita solo pensieri positivi; e infine utile perché, nonostante non abbia una trama chissà che complicata, riesce a far passare dei messaggi fin troppo attuali e fin troppo utili in questo periodo della nostra vita. Senza neanche farlo a posta, alcuni brani del romanzo sono una specie di terapia che si può applicare sia alla vita ordinaria, senza pandemie, sia a quelle che hanno un sacco di brutti ostacoli da superare. La sua utilità, oltre che nell'essere inconsapevolmente terapeutico e zen, è anche nel tema trattato, completamente alieno alla nostra cultura e per questo affascinante e curioso da esplorare.
Forse è arrivato il momento di parlare del romanzo.
L'autrice copre un arco temporale della sua vita molto lungo, dalla giovinezza all'età matura, seguendo la sua esperienza di studentessa del rito del tè giapponese. Iniziato come un'attività per riempire i suoi pomeriggi vuoti, senza nemmeno tanto entusiasmo, il rito ha lentamente occupato uno spazio fisso nella sua vita, rimanendo una costante in una realtà dove la corsa al lavoro fisso, al matrimonio e alla realizzazione della persona in una società consumistica offuscano l'importanza delle piccole cose. Usando come spunto le sue esperienze personali affiancate alla ritualità del tè, l'autrice tira fuori dei pensieri che sono universali, asessuati, immortali e che ogni essere umano può avere nel corso della sua vita. 
Sopra ogni cosa spiccano la pazienza e la capacità di accettare le cose senza chiedersi continuamente i perché, senza ricercare un motivo dietro ad una scelta o a un movimento. E nel vuoto che si crea durante la routine del rito del tè emerge una connessione con la propria mente, con la natura che ci circonda, con le persone e con gli oggetti che ci circondano. Per l'autrice il rito è difficile da comprendere e quasi impossibile da imparare perché si chiede continuamente perché mentre in realtà dovrebbe imparare con il corpo e non con la mente. Ogni singolo elemento del rito, ogni movimento, i cambiamenti degli oggetti e della disposizione legato alle stagioni sono una serie infinita di incognite che spiazzano il lettore, si fa fatica a ricordare i nomi e ad associarli ad un oggetto reale, e quando finalmente ci riesci ecco che cambiano. La frustrazione dell'autrice in seguito al suo sentirsi inadeguata, incapace, fallita nel rito del tè è solo la proiezione delle sue frustrazioni personali, e una volta che l'effetto del rituale entra nella sua mente applicare quella stessa pace e quell'equilibrio alla sua vita è il naturale passo successivo.
La cosa bella di questo romanzo è che, nonostante racconti di un rituale a noi alieno, i suoi effetti sono comprensibili a tutti, persino a chi legge questa storia non aspettandosi nessuna lezione di vita.
Oltre a questa finalità terapeutica, ovviamente, nel romanzo c'è tutto il fascino per il rito del tè e per la sua elaborata complessità che emerge elegantemente all'improvviso tra un dialogo e una descrizione. Non c'è abbellimento utile, non c'è bisogno di uno stile elaborato, o di aggettivi ricercati, basta la semplicità e per far arrivare al lettore la bellezza di questa esperienza.
Tra noi allieve sfuggirono dei sospiri. A seguire le mani della maestra, per qualche motivo, nel nostro intimo ci eravamo rilassate.Pareva di sentire musica con gli occhi.Eppure la maestra versava solo l'acqua sul tè e lo mescolava in modo del tutto naturale, come se niente fosse.
Questo è solo un piccolo esempio di come la narrazione, semplice e senza fronzoli, arrivi non solo agli occhi del lettore ma coinvolga anche altri sensi, per regalare un'esperienza quanto più vicina a quella vissuta dall'autrice. Ci vuole veramente poco, ma si capisce che sono tutte vere, che non c'è finzione e ci si può fidare dell'autrice e di quello che scrive.
Infine chiudo lasciando alcune citazioni che non penso abbiano bisogno di contesto e che ora come ora mi sembrano molto vere, molto attuali e a volte persino cattive.
Per noi esseri umani, arriva sempre un giorno a partire dal quale incontrarsi 'di nuovo' non è più possibile...

La gente dà valore solo all'ottimismo e all'allegria. Ma l'allegria non esisterebbe se non esistesse il suo opposto. Proprio dall'esistenza di entrambe queste dimensioni nasce la profondità. Non sono una bella e una brutta: sono ognuna bella a modo suo. L'essere umano ha bisogno di entrambe.

Rimpiangiamo in continuazione il passato e ci preoccupiamo del futuro che ancora deve arrivare. Eppure, ci si può preoccupare quanto si vuole, ma comunque non si potrà mai tornare ai giorni passati, né anticipare il futuro per farci trovare pronti. Fintanto che si pensa al passato e al futuro, non si potrà mai vivere tranquilli. C'è un solo modo: godere del presente. Solo quando riesce a concentrarsi su questo istante, senza passato e senza futuro, l'essere umano si accorge di vivere una libertà senza limiti.

23 settembre 2019

Shaun Bythell
Una vita da libraio

Titolo originale The Diary of a Bookseller

Trama
Einaudi | pag. 384 | € 19,00
Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell'usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be', più o meno...Dal cliente che entra per complimentarsi dell'esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d'acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli più assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l'esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l'anticipo dell'edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.
Molti dei nostri acquirenti appartenevano a quella categoria di persone che, pur essendo capaci di rendersi insopportabili ovunque, riescono a farlo particolarmente bene in una libreria. (George Orwell)

Commento
Mai come in questi giorni (mesi, anni) sento il peso di lavorare al pubblico. C'è gente che mi dice che il mio deve essere un lavoro bellissimo, visto che lavoro in una libreria, senza tenere conto che purtroppo non è il negozio a stabilire il livello dei clienti e più spesso di quanto si creda entrano dei citrulli totali.
Insomma, sì è un bel lavoro e sì lavorare al pubblico è estenuante, ma se i clienti almeno fossero persone dotate di logica e senso pratico che rispettano chi sta dietro al bancone e sgobba come un pazzo per portare a casa un incasso microscopico, allora ci sarebbe un senso. Ma spesso questo senso sfuma nel corso delle giornate lavorative finché una bella mattina, dopo l'ennesima richiesta stupida o l'ennesimo cliente che non riesce a distinguere l'ordine alfabetico dello scaffale semplicemente ti rendi conto che i libri e le librerie sono meravigliosi, ma non quando ci lavori dentro. Perché la gente è capace di farti odiare tutto, persino qualcosa che ami così visceralmente.
Il signor Bythell è uno di noi, con la differenza che la libreria dove lavora è sua e può permettersi di sfogare la sua frustrazione, frutto di anni di esperienza, scrivendoci sopra un diario che poi è diventato un libro e che, per quanto mi riguarda, è il grido di sofferenza di tutti i lavoratori del settore.
L'autore ha dato voce a moltissimi dei pensieri che passano nella testa di noi librai e ha messo nero su bianco la verità scomoda da non dire mai ad alta voce: molti clienti sono degli emeriti imbecilli che ti fanno perdere tempo o ti fanno odiare l'umanità; oltre a questo, dalle entrate del diario spunta fuori un'altra verità che nessuno conosce se non chi ci lavora, e cioè che il libro è un prodotto difficilissimo da vendere e che i guadagni sono frutto di rosicchiamenti continui. Forse sembrerà un'assurdità a chi compra libri, legge libri, recensisce libri, ma la percentuale di persone che per un libro vuole spendere una cifra ridicola pensando che il suo valore stia nella forma e non nel contenuto supera di gran lunga quella delle persone che spendono la cifra sulla copertina senza rompere troppo le palle.
Eppure, incredibilmente, nonostante la voglia di mandare a quel paese il cliente tipo, nonostante la frustrazione del costante confronto con Amazon (che sento persino io, che non ho attaccamento emotivo al mio luogo di lavoro), il fascino del libro e della libreria è qualcosa che non ti abbandona mai. Tra i tutti i lavori del mondo, il nostro non è il peggiore che ci sia e bisogna esserne felici e consapevoli. Solo che a volte vorresti veramente prendere a schiaffoni i clienti stupidi.
Dev'essere uno strano effetto psicologico, quello che si innesca quando un cliente si imbatte in un libro senza prezzo. Qualsiasi somma gli si dica, per quanto bassa, è comunque più alta di ciò che lui è disposto a pagare. Ho perso il conto degli spiritosoni che sono venuti a dirmi: "Su questo libro non c'è il prezzo: vuol dire che è gratis?" Non è stato divertente la prima volta, e dopo quattordici anni la battuta è completamente priva di smalto, se mai ne ha avuto.
Un vita da libraio racchiude tutto questo e, contemporaneamente, riesce ad essere anche uno spaccato autobiografico della vita di Shaun che intrattiene il lettore dall'inizio alla fine. A tratti non sembra nemmeno che sia autobiografico, la narrazione è talmente ben fatta che sembra essere un romanzo vero e proprio con tanti di personaggi secondari eccentrici, un gatto grasso che dorme tra gli scaffali e una serie di conoscenze che entrano ed escono dalla quotidianità di Shaun e che ristabiliscono l'equilibrio rotto solo dai clienti.
Si fa poca fatica ad entrare nella testa di Shaun e si fa altrettanta poca fatica ad uscirne a libro terminato, ed è questa per me la pecca più grossa del romanzo. Non ha una fine vera. Avendo scelto la struttura del diario ci si aspetta una sorta di evoluzione da un giorno all'altro, ci si aspetta un filo conduttore - seppur minimo - che colleghi i giorni e che porti ad una naturale chiusura. Purtroppo qua non c'è niente di tutto questo, il diario inizia in un giorno scelto quasi a caso e si chiude con un post scriptum che 'festeggia' i quindici anni del negozio, ma in realtà termina mesi prima ancora una volta senza un apparente criterio. E' come se qualcuno avesse iniziato il diario e poi lo avesse abbandonato senza motivo, lasciandoci un po' disorientati dalla fine improvvisa.
In effetti, verso la fine, mi chiedevo se e come la storia si sarebbe chiusa perché, nonostante il genere, da un libro ci si aspetta che abbia sempre una chiusura, ma qui non c'è. Non so è voluto, se è una scelta precisa che lascia aperta l'immagine della vita del libraio o se semplicemente l'autore abbia deciso di riprendere in mano un diario che ha trascurato aggiungendo un epilogo che racchiude in due pagine cos'è successo a chi. Non nego che l'ho trovato poco raffinato, si poteva fare un lavoro più coerente e meno brutale, ma alla fine poco importa credo, perché il punto di forza del romanzo non è tanto la trama quanto gli episodi singoli di vita reale (si suppone che lo sia, quanto meno).
Di sicuro si legge un romanzo come questo non tanto per la trama che racconta, ma per la sua semplicità e per la sua natura di diario senza capo né coda, lo si legge perché si è curiosi o perché si fa lo stesso lavoro e si vuole provare il brivido del proibito.
Shaun sei tutti noi, se dovessi mai passare dalle tue parti vengo a darti un abbraccio.

5 giugno 2014

Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi

Titolo originale Never Let Me Go

Trama
Einaudi ET
pag. 291 | € 12,00
Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un'autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall'intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole "donatore" e "assistente"? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d'amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un'utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d'ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
Percorrevo le strade secondarie più buie che conoscevo, dove soltanto la luce dei nostri fanali disturbava l'oscurità. Di tanto in tanto incrociavamo delle altre auto, e avevamo la sensazione che appartenessero ad altri assistenti, che guidavano soli verso casa, o forse erano come me, con un donatore seduto accanto. Mi rendevo conto, naturalmente, che anche altre persone usavano questo tipo di strade; quella notte, però, mi sembrò che quelle cupe scorciatoie di campagna esistessero soltanto per quelli come noi, mentre le grandi autostrade luccicanti con le enormi insegne e i bellissimi autogrill fossero destinate a tutti gli altri.
Commento
Eccola, la batosta dell'anno. La delusione cocente che mi manda in depressione.
Ci ho messo anni - anni - a decidermi di leggere Non lasciarmi, mi sono vista anche il film. Ho riposto le mie più alte speranze in questo romanzo, per cosa? Per rimanere con il broncio a libro finito. Mi aspettavo IL romanzo dell'anno, del cuore, dell'anima. Il romanzo che si prende un pezzettino del cuore e lo occupa forever, che prende possesso di un ripiano della libreria e ti obbliga a riempirlo di romanzi simili a lui. Il romanzo che rimane, che si fa ricordare e che si rilegge volentieri.
Niente di tutto questo, per me, e questa cosa mi logora dentro.
C'è da dire che la materiale da sogno c'è, così come lo stile leggero ma d'impatto di Ishiguro scava un buco nella pancia del lettore. Tuttavia il mio io di lettrice non è riuscito ad entrare in sintonia con l'autore, non ha saputo apprezzare le sfumature, la tecnica narrativa, le ombre e i vedo non vedo creati dalle sue parole. La colpa non è di Ishiguro - lungi da me smontare il suo romanzo - e, tutto sommato, nemmeno mia. Semplicemente non ci siamo trovati e il miracolo non è avvenuto.
Per chi conosce il romanzo - visto che è un long seller di quelli potenti, iper presente nelle librerie e recensito a ripetzione - raccontare la trama è inutile ma, per chi ha girato al largo, è bene spendere qualche riga sull'idea di base. Non lasciarmi è un romanzo ucronico (o almeno così dice Wikipedia), ovvero un romanzo fantastico nel quale la storia contemporanea ha degli sviluppi diversi da quelli reali. Nel mondo creato da Ishiguro la società ha trovato un'unica e semplice soluzione alle gravi malattie dell'umanità: i trapianti di organi. Per soddisfare le richieste sempre più numerose è stato deciso di clonare degli esseri umani e allevarli al solo scopo di usarli come donatori, prelevando al momento giusto l'organo richiesto fino a che il soggetto conclude il ciclo e muore. Un allevamento di umani clonati, quindi, isolati dal mondo in finte scuole come Hailsham e volutamente ignorati dal resto della popolazione, preziosi solo per il loro valore ma privati fin da subito del futuro. Ragazzi creati per morire, come Kathy, Ruth e Tommy.
La voce narrante è quella di Kathy che ci accompagna per tutto il libro in una serie di flashbacks che ripercorrono la sua infanzia, l'adolescenza e l'età adulta passata tra Hailsham e i vari centri di riabilitazione. Con lei ci sono Ruth, amica/nemica, e Tommy. Grazie alla tecnica narrativa del flashback Ishiguro ha potuto presentare le varie fasi della vita dei ragazzi con un tono innocente, quasi ignorante, privo di qualsiasi consapevolezza nonostante fosse proprio la voce della Kathy odierna a raccontarci questi episodi. Con un tono leggero e malinconico Kathy espone momenti di vita quotidiana come i litigi tra amici, la scoperta dei sentimenti e la presa di coscienza della loro situazione, eppure non c'è il senso di fatalità e di tristezza che ci si aspetterebbe di leggere.
La morte non è in agguato ad ogni giro di pagina.
Tramite la protagonista Ishiguro punta sulla banalità e sulla normalità - nel suo mondo che tutto è tranne che normale - per colpire la coscienza del lettore: questi ragazzi sono esseri umani a prescindere dal motivo per cui sono venuti al mondo. Sono persone a tutti gli effetti, con pregi e difetti, con sogni e speranze ma che non combattono mai - e mai in modo concreto - il loro destino. Per loro la morte in giovane età è inevitabile ma non c'è risentimento, non c'è paura nell'affrontare le donazioni (anzi, in alcuni casi le aspettano come la liberazione dalla loro condizione) e mai, nemmeno per un secondo, l'autore vuole trasmettere un sentimento negativo, di disperazione e di terrore, eliminando le scene delle morti dei personaggi come se queste non avessero nessuna importanza. E forse è proprio così, la morte è l'unico futuro possibile ma non la si teme, non la si rifugge e non è degna nemmeno di essere descritta.
Sottile e leggero, ma inquietante e impegnativo, Non lasciarmi mi ha turbata proprio perché mi faceva nascere nella testa il bisogno di ribellione, di trovare sulle pagine una frase che trasmettesse speranza, voglia di vivere, voglia di cambiare, che non ho trovato e che mi ha impedito di lasciarmi trasportare dalla storia e dalle emozioni che suscita.
E' questo il senso del romanzo, forse? Accettare l'inevitabilità della morte come se fosse solo un momento come un'altro nella nostra vita? I personaggi del romanzo lo fanno e non si consumano nel terrore, godono dei momenti che hanno e non provano rimpianto: per loro la vita è in quel momento, non nel futuro.
La storia, l'idea di base, persino i tre personaggi sono perfetti e lo stile dell'autore racconta il romanzo esattamente come deve essere raccontato. Non c'è un solo errore, non c'è un solo passaggio che stona e rovina il ritmo e l'atmosfera, eppure per me non è scattata la scintilla.
Il flashback non è mio amico, non è un espediente narrativo che apprezzo perché crea confusione soprattutto quando si è costretti a interrompere spesso la lettura. Ho fatto fatica a riprendere il filo della narrazione e a ritrovarmi all'interno della scena: a volte c'era un flashback nel flashback e se non si sta attenti - molto molto attenti - si rischia di perdersi all'interno della storia.
Detto questo non voglio assolutamente criticare un romanzo che è - nonostante tutto - bellissimo, anche se non è stato da colpo al cuore. D'altronde ci sarà un motivo se nelle librerie questo libro è sempre messo in primo piano e se le persone continuano a parlarne.
Non badate a me e al mio commento, fidatevi solo di questo: Non lasciarmi merita di essere letto, anche se poi non sarà tra i nostri preferiti vi lascerà lo stesso un segno.

26 gennaio 2012

Michel Faber
Il petalo cremisi e il bianco

Titolo originale The Crimson Petal and the White

Trama
Einaudi
pag. 985 | € 16,00
Londra 1875.
Dall'esile candela della sua stanza nel bordello della terribile Mrs Castaway, Sugar, una prostituta di diciannove anni, la più desiderata in città, cerca la via per sottrarre il proprio corpo e l'anima al fango delle strade. Dai vicoli luridi e malfamati Michel Faber ci guida, seguendo la scalata di Sugar, fino allo splendore delle classi alte della società vittoriana, dove violiamo l'intimità di personaggi terribili e fragili, comunque indimenticabili.
Come Rackam, il giovane erede di una grande fortuna che diverrà l'amante di Sugar, e sua moglie, l'angelica e infelice Agnes.







Commento
Da molto tempo, ormai, questo romanzo mi chiamava. Mi guardava dagli scaffali e diceva 'lo sai che mi vuoi leggere...' ma solo negli ultimi mesi ha cominciato a diventare insistente.Prima mi ha stuzzicata alla sua uscita, poi mi ha tentata con la sua versione economica e infine mi ha dato il colpo di grazia entrando nel circuito della mia biblioteca. Ho preso la decisione finale guardando la minserie della BBC -pazzesca, perfetta, bellissima. La trasposizione per la tv mi ha affascinata così tanto che mi è presa la smania di leggere il romanzo, di conoscere Sugar tramite le pagine e le parole e non solo tramite l'interpretazione della bravissima Romola Garai. Ammetto, comunque, che la lettura non è stata facile, veloce e sbarazzina, come quando leggo qualsiasi altro libro che mi debba solo intrattenere. Il Petalo non intrattiene, non serve lo scopo di far passare il tempo, il Petalo ti racconta una storia -brutale e cruda- che è tutto ma non leggera.
Ci ho messo due mesi per leggerlo perché, insomma, quasi 1000 pagine non si macinano in una settimana se hai anche una vita, ma alla fine -quando l'ho chiuso- ho provato una grandissima soddisfazione. Come quando sai di aver portato a termine qualcosa che potevi benissimo abbandonare, se non ce la facevi. Resistere ha dato i suoi frutti: Sugar è libera. Chiudere il romanzo e sapere questo, sapere che un lieto fine -per quanto contorto- è arrivato ti toglie un peso sullo stomaco. Sì, perché Faber è stato perversamente bravo nell'incuriosire il lettore, nel blandirlo e nel convincerlo a prendere una posizione e a mantenerla fino alla fine. Dopotutto è la storia di Sugar, gli altri sono solo di contorno.
La prima pagina è quella decisiva. Lo stile, diretto e intimo con il lettore, crea da solo fascino, curiosità e morbosità nel suo essere schietto, crudo e cattivo. Oh si, Faber non usa giri di parole: all'inizio cerca di ammorbidire lo schifo che stai vedendo assieme a lui, ma man mano che la storia procede e tu diventi uno spettatore fisso si lascia andare all'assoluta franchezza. Che squallore, la Londra vittoriana, che degrado e quanta ipocrisia. Quanto dolore nascosto che nessuno vuole mai mettere sotto la luce. Faber ci convince a prendere le stradine secondarie, quelle che pure un ladro avrebbe paura a prendere e ci porta da lei, da Sugar. Usa diversi mezzi, come William, come le puttane sue colleghe, ma è lei che brilla. Eppure Sugar non è la classica eroina, la prostituta che aspira ad una vita migliore, una vita sprecata come tante. Sugar è strana: alta e magra, quasi mascolina o androgina, con una strana malattia della pelle che la rende simile ad un rettile più che ad una cortigiana tutta pizzi e profumi, ed è piena d'odio. Come biasimarla, visto che la sua stessa madre le ha imposto la prostituzione come unico modo di vivere. Sugar però riversa il suo odio verso i suoi clienti, uomini di ogni genere, di ogni classe e con ogni tipo di perversione: nel suo romanzo/diario li uccide tutti, li tortura, li massacra e ne gode immensamente. Insomma, Sugar non è certo una sempliciotta: sa di essere più intelligente della media e per questo fiuta la sua occasione quando William Rackam diventa suo cliente, suo unico benefattore.
William l'imbecille, odioso nella sua autocommiserazione e ancora più odioso nel suo momento di gloria, pare che per Sugar sia la via verso la salvezza, verso una probabile -ma non apertamente desiderata- vita normale. Ma l'illusione muore di una morte violenta, e Sugar sparisce dalla scena quando nemmeno te lo aspetti. Un minuto è lì e l'altro è sparita verso un futuro -forse?- migliore.
E chi rimane? Rimani tu, il lettore, e rimane Faber, il narratore, che non si fa tanti problemi a piantarti quando capisce che la storia è finita, cosa volevi ancora compagnia?, se proprio ti accontenti c'è un misero William che si piange addosso ma di lui nessuno vuole leggere e quindi il libro finisce.
Finisce  e tu rimani lì con il libro in mano a sorridere alla copertina, pensando che la puttana ha fregato tutti, alla fine. Per quanto venga schiacciata ogni volta, dalla madre, dai clienti, da Rackam, dalla società, dalla vita, Sugar non si arrende mai. Si lascia prendere dallo sconforto e a volte dalla disperazione ma, appena si rende conto che c'è una via d'uscita, non ha paura a prenderla e a fare di tutto per ottenere un briciolo di felicità. La cosa curiosa è che per tutto il romanzo Sugar non pensa nemmeno una volta ad avere una vita completamente indipendente, nemmeno quando William la riempie di denaro ha la tentazione di sparire dalla circolazione. Vuole sempre di più, e il suo errore è proprio questo: non capisce - ma d'altronde come potrebbe - quando di fronte a lei c'è solo una discesa. Tu, lettore, lo capisci ma non puoi fare proprio nulla se non essere uno spettatore passivo, che poi è proprio quello che Faber vuole.
Bello, corposo e intenso, a tratti impegnativo ma sempre, sempre, sempre coinvolgente fino all'ultima pagina. Non ha mai un momento di noia, di fermo, mai una scelta narrativa che stona, mai un personaggio o una parola fuori luogo e per un tomo di quasi 1000 pagine vuol dire perfezione.

24 gennaio 2012

Jo Nesbo
Il leopardo

Serie Harry Hole 8
Titolo originale Panserhjerte

Trama 
Einaudi
pag. 767 | € 14,00
Nel cuore dell'inverno, c'è un killer che si aggira in città.
Adesso Harry Hole lo sa.
È ora di dare la caccia al Leopardo.
Prima che torni a uccidere. 
Le prime vittime sono due donne. Ritrovate con ventiquattro ferite identiche in bocca. Morte soffocate nel loro sangue, dopo una agonia atroce. Omicidi studiati, efferati, che seguono un rituale. La polizia criminale di Oslo sa di avere un solo uomo che può risolvere il caso. Harry Hole, alcolista, uomo rude e solitario, inviso a molti. Ma Hole si è rintanato a Hong Kong, tra le fumerie d'oppio, per lavare via i ricordi. Sa fin troppo bene che, per risolvere l'ultimo caso, ha messo in pericolo di vita l'unica donna che ha mai davvero amato. E solo quando lo informano che il padre è moribondo in ospedale, Harry Hole decide di tornare a Oslo. Tra le vittime non c'è in apparenza alcun legame, ma Hole subito ne trova uno. Tutte quante hanno trascorso una notte in un isolato rifugio di montagna. E qualcuno, qualcuno capace di un odio lucido e selvaggio, adesso sta braccando gli ospiti di quella notte, uno per uno... 

Commento
E alla fine la valanga di gialli nordici sommerse anche me. Sempre indecisa su cosa leggere e se leggere, sempre a fissare nelle librerie i mille milioni di titoli di thriller e gialli di autori dai nomi impronunciabili se non con la lingua surgelata, alla fine mi è piovuto Harry dal cielo. O meglio, è spuntato da uno scatolone di un riordine in libreria. Copia staffetta per i librai. Appena l'ho visto - dopo aver letto anticipazioni, critiche positive e recensioni ovunque - me lo sono preso e l'ho portato a casa. Partendo dal presupposto che io leggo pochi gialli perché, purtroppo, non li capisco posso affermare senza indugio che mi è piaciuto. Non solo ho divorato le pagine - 767 - ma ho anche apprezzato la trama, i personaggi e l'epilogo.
In teoria fa parte di un ciclo di romanzi con lo stesso protagonista, Harry Hole, ma io ho letto solo questo e non sentito granché la mancanza degli altri titoli. Certo, avessi saputo cos'era successo prima sarebbe stato meglio, ma solo per placare la mia curiosità sui fatti personali di Hole. Il resto, bhe sarà per la prossima volta.
Allora: Harry Hole. E' un poliziotto che ha dato le dimissioni (per dire) e che si è nascosto nelle viscere (topaie) di Hong Kong, dove si fa di oppio, beve, e si indebita con la mafia. Un bel dì viene riportato nelle lande desolate della Norvegia per indagare su un presunto serial killer. Questo soggetto deviato ammazza, in apparenza, persone a caso senza un elemento che le unisca. Alcune sono affogate nel loro sangue, altre sgozzate...insomma, un mix tanto per non farsi mancare nulla e Harry suo malgrado si trova ad indagare e impegolarsi sempre più in questa storia. La trama, lo ammetto, ad un certo punto mi ha confusa. Appena si scopre chi è l'assassino cominciano una serie di ragionamenti che a volte non riuscivo a seguire ma che alla fine si sono chiariti, per fortuna. Assieme al giallo del pazzo omicida c'è anche una trama secondaria, ovvero quella dello scontro tra due sezioni di indagini: la Kripos e la - ehm mi sfugge - quella di Harry. C'è anche il capo poliziotto cattivo e inquietante con la sua pelle pallidina e che ne combina di tutti colori al nostro povero poliziotto drogato e alcolizzato. Ma alla fine mi è piaciuta anche questa parte, aggiunge un pò di azione e cattiveria oltre al pazzo furibondo.
Il che ci riporta alla questione Harry Hole, perché è un esperto di serial killer. Alors, poverello, è triste perché la moglie l'ha piantato, è alcolizzato di brutto e si spara pure l'oppio. E' una specie di antieroe che fa l'eroe, in un modo tutto suo fatto di umiltà e cervello: è furbo il nostro e non ha nemmeno bisogno di usare la forza (e pare che con il suo 1.90 di altezza ce l'abbia eccome). Fa tanta tenerezza perché ha un animo buono ma si è lasciato andare e non ha nessuna intenzione di uscire dall'oceano di cacca in cui è finito; si fa tirare un pò fuori dalla storia ma alla fine torna nel suo buco. Ci piace così, negativo un po' depresso, ma incredibilmente concentrato a risolvere il caso. Si legge velocemente a dispetto della mole e appassiona. Mi è piaciuto, si, e forse che si mi sparo un altro titolo di questo giallista nordico.

20 gennaio 2012

Phillip Roth
Indignazione

Titolo originale Indignation
Trama 
È il 1951 America, il secondo anno della guerra di Corea. Marcus Messner, un giovane serio, studioso e ligio alle leggi, di Newark, New Jersey, sta cominciando il secondo anno di università in un campus rurale e conservatore dell'Ohio: il Winesburg College. Perché ha deciso di frequentare il Winesburg invece del college della sua città, a cui si era inizialmente iscritto? Perché il padre, il risoluto e laborioso macellaio del quartiere, pare impazzito: impazzito per la paura e l'apprensione di fronte ai pericoli della vita adulta, ai pericoli del mondo, ai pericoli che vede incombere a ogni angolo sul suo amato figliolo. Come spiega al figlio la longanime madre messa a dura prova dal marito, è una paura che nasce dall'amore e dall'orgoglio che il padre prova per lui. Ciò non toglie che Marcus covi una rabbia troppo grande per poter ancora sopportare di vivere con i genitori. Li abbandona e, lontano da Newark, nel college del Midwest, si deve districare fra le consuetudini e le repressioni di un altro mondo americano.

Commento


Mi sarebbe piaciuto fare un commento da manuale, come di quelli che ho letto su Anobii, ma purtroppo sono troppo rozza, grezza e il mio cervello non ci arriva. I miei commenti sono al limite del banale, lo ammetto, e a volte me ne vergogno anche un po' soprattutto quando prendo in mano un romanzo così: prosa da manuale, non c'è che dire. Roth sa come usare le parole, le gira e le rigira, le mette in periodi complessi e poi le usa come se fossero spazzatura. Io neanche in un milione di anni...ma è anche vero che non sono Roth. Corto, intenso e assurdo. La storia di Marcus, una stella promettente del suo piccolo quartiere ebreo. Un ribelle, sotto sotto, che pur volendo diventare il meglio del meglio, quando si trova di fronte alle piccole problematiche della vita sbarella come un qualsiasi patetico umano. La storia di una vita vissuta solo in parte e finita come finivano le costolette vendute dal padre: tranciate di netto da un coltellaccio. Marcus è un ideale, bello e promettente, brillante e pieno di vita, ma con un destino veramente triste ed inevitabile.
La storia è narrata in modo tale da sembrare tragicomica: a volte fa sorridere, a volte commuove e a volte ti lascia da pensare (cosa non facile da farmi fare alle 9 del mattino su un tram in pieno centro a Milano). Una cosa non mi è piaciuta molto e cioè il salto dall'episodio dell'espulsione all'ultimo capitolo. Ho fatto fatica a unire i due blocconi e ad accettare, ovviamente, la fine perchè non capivo come mai Marcus era finito lì. Ma poi Roth lo spiega e lo fa con una freddezza ed una fatalità che è ovvio che non poteva finire altrimenti.
I commenti positivi sono decisamente meritati, è un piccolo gioiellino da leggere e gustare in piccole dosi, altrimenti finisce subito. 

26 dicembre 2011

Kit Withfield
Sorpresi dalle tenebre

Titolo originale Bareback

Trama
Einaudi | pag. 416 | € 19,00
Lola Galley ha ventotto anni, un corpo rivestito di cicatrici e già troppi ricordi da dimenticare: è una "senzapelo", appartiene a quella minoranza di persone che durante il plenilunio non mutano, bloccate nella loro forma umana. Marginalizzati e disprezzati per questo "difetto", i senzapelo sono obbligati, una volta adulti, ad arruolarsi nel DORLA, il corpo di polizia paramilitare incaricato di mantenere l'ordine nelle notti in cui la luna trasforma il resto dell'umanità in mostri spietati e il mondo intero in un campo di battaglia. Gli altri, i "lica", sono la maggioranza della popolazione e detengono il potere del tutto indifferenti all'ingiustizia su cui fondano i loro privilegi: alcuni di loro non esitano a infrangere il coprifuoco durante le lune piene, scorrazzando per la città nella loro forma animale, se questo significa il soddisfacimento di un nuovo, brutale piacere. Poco importa se qualche senzapelo, ferito, mutilato o ucciso, ne pagherà le conseguenze per il restodella vita; come nel caso di Johnny Marcos, un agente a cui viene mozzata una mano durante una ronda. A Lola, che è un avvocato del DORLA, tocca, suomalgrado, difendere l'imputato, un arrogante finanziere della City: la scelta è un lusso che quelli come lei non si possono permettere. Quando il suo collega sarà ucciso con una pallottola d'argento -l'arma solitamente usatacontro i lica- la vicenda assumerà i toni inquietanti di una brutale caccia al senzapelo in cui il trofeo più ambito sembra essere proprio lei, Lola Galley.


Commento
Mi è piaciuto? *mumble mumble* credo di si...credo che alla fine mi sia piaciuto. 
Perché? Lola è un personaggio che ti entra dentro poco alla volta. All'inizio pensavo che fosse un essere apatico e triste, una donna bruttina ed esile, una emarginata anche tra gli emarginati. Ma alla fine...mi manca. Non posso odiare un personaggio che soffre così. Non ce la faccio. Lola per un motivo o per l'altro soffre. Fisicamente durante le ronde, e psicologicamente per tutta la durata del libro. E' dura leggere di un personaggio così, soprattutto quando parla in prima persona. La storia è cupa, triste, assurda e totalmente 'cattiva'. Un mondo brutto, violento, dove la normalità è l'anormalità, dove la bestialità e la violenza la fanno da padrone e dove un ristretto gruppo di persone, i senzapelo, sono quasi degli schiavi: lavorano per i lica, muoiono a causa loro, soffrono, sono menomati...fanno una vita a metà. Eppure in tutta questa tristezza, Lola ha la fortuna di trovare un'isola felice di nome Paul. Che la cambia totalmente nel bene e nel male. Un compagno lica che non bada alle apparenze o ai luoghi comuni: per lui Lola non è una puttana senzapelo, una facile, lei è il suo angelo e la ama. Mi ha distrutto il punto in cui...beh non posso dirlo, basti dire che avevo il magone. Il male c'è sempre, sembra che il libro sia impregnato di ingiustizia e tormenti. No, sembra non è esatto: il libro è al 100% ingiustizia e tormenti. Quelli che Lola subisce da quando è nata, un figlia anormale, una sorella senzapelo, una donna che non può permettersi di sognare di avere una famiglia perché, forse, durante una delle tante lune piene può ritrovarsi fatta a brandelli dai luni, dai lica che vagano all'aperto dopo la mutazione. Non saprei come descrivere questo romanzo...è un libro sui mannari? Si, al 100%. 
E' un libro che scorre? All'inizio no, per nulla. Ti chiedi quando succederà qualcosa, quando in realtà di cose ne capitano, e solo alla fine capisci la loro vera importanza. E' un libro che appassiona? Dalla metà in poi è bello, struggente e da lacrime in alcuni punti, affascinante e coinvolgente in altri. L'inizio è tentennante...come ho detto è lento, monotono, ma necessario perché conosci Lola, il suo mondo e soprattutto impari a vedere attraverso i suoi occhi, cosa importante per capire perché dice certe cose, perché si comporta in certi modi, perché vede le cose così e basta. Lola è un bel personaggio. Non è la classica eroina da happy-ending, che -parliamoci chiaro- non c'è, è una donna svuotata dal peso delle circostanze, dalla mancanza di affetti, dalla diversità. E' Lola May che soffre per il distacco della sorella e per il 'tradimento' di Paul, ma è anche l'avvocato che compie il suo dovere, anche se questo la porta ad allontanarsi proprio dalla cosa migliore che le sia capitata. Alla fine è sempre la stessa Lola dell'inizio, ma con il pregio in più di saper dire ti voglio bene o ti amo, con la capacità di godere delle poche cose belle che capitano nella sua vita. Mi fermo qua, perché anche dopo che l'ho chiuso, questo libro mi fa soffrire, in un certo senso. Mi mancherà Lola...ma leggendo la fine, spero che sarà più felice e più serena. E chissà che Paul non ricompaia, mentre lei suona il piano nel negozio di strumenti con il nipotino Leo che gioca con le maracas.