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20 novembre 2017

Marissa Meyer
Cinder

Serie Cronache Lunari 1
Titolo originale Cinder

Trama
Mondadori
pag. 394 | € 17,00
Una cyborg non può piangere, non può sperare né sognare: può innamorarsi? In un futuro lontano la Terra è divisa in sei grandi regni. Cinder è una ragazza metà umana e metà cyborg. Non ha ricordi della sua infanzia mentre il suo futuro sembra scritto: il lavoro da meccanico al mercato, una matrigna e delle sorellastre da sopportare, qualsiasi sogno da soffocare. Eppure quando per caso incontra il principe Kaito, erede al trono del regno, qualcosa in lei si accende. Ma può una cyborg sognare una vita normale? Intanto il mondo è invaso da un’epidemia e l’unica ad avere l’antidoto è la splendida ma malefica Regina di Luna: con il suo sguardo magico e letale riesce a controllare le menti. Ma il prezzo da pagare per la salvezza del mondo è troppo alto.





Commento
Ho una quantità imbarazzante di libri da leggere, alcuni che mi sogno pure di notte tanto sono eccitata al pensiero, eppure ho ripreso il brutto vizio - o bello, a seconda di come lo si considera - di prendere in prestito in biblioteca intere serie (complete) per fare una lettura scorpacciata non stop.
Nonostante abbia un taccuino pieno zeppo di serie che sto seguendo e di serie che ancora devo iniziare, e nonostante ne abbia spuntato una bella porzione, ancora oggi scopro di essermi persa delle serie che - secondo l'opinione comune - sono bellissime.
Ad esempio, le Cronache Lunari. Chissà in quale universo parallelo ho vissuto quando è uscito Cinder perché io nemmeno me lo ricordo. Ho una vaga immagine che mi frulla in testa della cover americana (nel bookstagram è uno dei romanzi ricorrenti) ma mai una volta che mi sia venuta la curiosità di recuperare la trama o cercarlo in italiano.
Poi si sa come funziona, basta che qualche conoscente ne parli ed ecco che la mia antenna entra in funzione e mi segno sul fidato taccuino tutti i titoli disponibili in italiano.
Dal block notes alla ricerca sul portale della biblioteca il passo è stato - ovviamente - brevissimo. Sono riuscita ad ordinare i primi tre titoli della serie mentre per il quarto dovrò o aspettare, o farmelo prestare in cartaceo, o comprarmelo e amen.
Ma prima di arrivare al punto di attingere al mio fondo segreto per le spese libresche, cominciamo a leggere i primi tre, mi sono detta. Del resto, se il primo mi lascia agonizzante è impossibile che continui la lettura, com'è naturale che sia.
Ed ecco qui il commento a Cinder.
E' cosa universalmente riconosciuta che io sia un totale fallimento nell'affibbiare ai romanzi le categorie che li smistano tra i vari generi. Secondo Goodreads Cinder è un distopico fantasy science fiction. Non sono sicura sul distopico, perché come sempre è una categoria che viene appiccicata anche quando non c'è niente di distopico ma vabé. Su una cosa sono d'accordo con Goodreads, è senza dubbio uno YA puro.
Normalmente non sono una big fan dei fantasy YA per il semplice fatto che tendono a spiegare e a risolvere i temi centrali un po' all'acqua di rose, con quel tono semplicistico che mi urta i nervi. YA, ovviamente, non vuol dire pensare e parlare e agire come dei bambini e quando questo succede nei romanzi apriti cielo che voglia di rispolverare il battipanni di Madreh.
Cinder è al limite, per me. E' uno YA che rischia di sfiorare gentilmente i miei nervi, che si avvicina pericolosamente a urtarli e poi, per fortuna, non lo fa mai. Questo vuol dire che lo stile, il contenuto, il modo, e persino - a volte - intere scene sono semplici, lineari, un po' banali e prevedibili anche se mai fastidiose o noiose.
Ecco il motivo del voto neutro. Mi è piaciuto, l'ho letto come una scheggia, ma non mi ha fatta impazzire; non mi lasciava con il patema d'animo quando dovevo sospendere la lettura e, a livello di angst e coinvolgimento emotivo, mi ha lasciata vagamente anestetizzata.
Tutto l'elemento del giovane amore, della ragazzina robotica e del principe, è stato carino ma nulla di più proprio perché è scivolato via e non ha scavato un buco nel mio curiocino nero di granito. Poi, per carità, ci sta anche che sia un romanticismo leggero e poco intenso, però se mi togli da una parte mi devi necessariamente dare da un'altra.
Quindi ecco che, accantonate le speranze per la love story, è l'elemento fantascientifico a darmi la botta di vita. La protagonista cyborg è una variante più che gradita della solita eroina sfigata ed emarginata ma bellissima, perché Cinder ha un bel circuito elettronico, piede e mano di metallo, bulloni, viti, ferraglia varia e non c'è proprio modo che possa passare per umana. Tutti gli elementi legati alla sua natura sono curiosi ed interessanti e trattati in modo abbastanza approfondito, così come la sua realtà - tra movimenti, reazioni, percezione del mondo - non tralascia le difficoltà oggettive che incontra quando, ad esempio, il piede cyborg è troppo piccolo per la sua taglia.
Ho notato che questo aspetto del romanzo, quindi anche l'ambientazione, i dettagli della vita quotidiana, macchine, case eccetera sono decisamente ben pensati e inseriti nella narrazione in modo intelligente: non sono vagamente accennati, né tanto meno sfacciatamente onnipresenti, sono uno sfondo nitido e coerente ad una storia che ha un bisogno evidente di una base solida e chiara.
Quanto alla trama mi ricollego alla precedente osservazione, ovvero che essendo uno YA non è che ci sia grande stratificazione o complessità narrativa. Il fatto che sia un retelling di Cenerentola e che, quindi, la storia sia a grandissime linee già nota, non aiuta a smuovere l'interesse, tanto più che fin da subito si capisce dove l'autrice andrà a parare tra principesse perdute e regni lunari e identità nascoste. Non è uno di quei momenti di stupore assoluto, c'è la conferma della teoria e poi - ovviamente - il romanzo si chiude lasciando il lettore un po' in sospeso.
Per quanto riguarda gli altri personaggi oltre a Cinder, c'è il giovane imperatore Kaito - interesse amoroso e, in teoria, personaggio chiave nello sviluppo della serie - che è carino e puccioso e tutto quello che volete ma non mi ha colpita più di tanto. Spero che più avanti, man mano che le cose si evolvono, esca un po' dalla bolla imperiale per diventare più grintoso e attivo. Nutro fiducia nella Meyer. Anche la cattiva di turno, la Regina psicopatica della Luna, è abbastanza cattiva però, ecco, forse è uno di quei personaggi che diventa più cattiva ad ogni romanzo e nel primo la sua stronzaggine è a livello embrionale. Non so, anche lei non ha lasciato il segno, però come per Kaito aspetto ancora un po' prima di esprimere un giudizio.
In ogni caso, la mia seconda preferita tra i personaggi dopo Cinder c'è Iko, la robottina di famiglia con il chip difettoso e una personalità spumeggiante che riesce a divertire e a fare da spalla in modo perfetto.
Al momento non conosco le trame dei seguiti, quindi non so se la storia di Cinder e di Kaito proseguirà subito o meno, certo è che ormai ho lì i prossimi due romanzi e tanto vale leggerli.
Un po' delusa lo sono, però, perché con tutti i commenti iper mega super entusiasti che ho letto mi aspettavo chissà cosa, invece in generale per me è un bene ma non benissimo. Rimango di mente aperta e fiduciosa nei prossimi.

31 luglio 2017

Stephenie Meyer
The Host - L'Ospite

Serie The Host 1
Titolo originale The Host

Trama
Rizzoli 24/7
pag. 569 | € 18,00
Nel futuro la specie umana sta scomparendo. Un'altra razza, aliena, potente e intelligentissima, ha preso il sopravvento, e i pochi umani rimasti vivono raccolti in piccole comunità di fuggiaschi. Tra loro c'è Jared, l'uomo che la giovane Melanie, da poco caduta nelle mani degli "invasori", ama e non riesce a dimenticare. Neppure adesso che il suo corpo dovrebbe essere niente più di un guscio vuoto, un semplice involucro per l'anima aliena che le è stata assegnata. Perché l'identità di Melanie, i suoi ricordi, le sue emozioni e sensazioni, il desiderio di rincontrare Jared, sono ancora troppo vivi e brucianti per essere cancellati. Così l'aliena Wanderer si ritrova, del tutto inaspettatamente, invasa dal più umano e sconvolgente dei sentimenti: l'amore. E, spinta da questa forza nuova e irresistibile, accetta, contro ogni regola e ogni istinto della sua specie, di mettersi in cerca di Jared. Per rimanere coinvolta, insieme a Melanie, nel triangolo amoroso più impossibile e paradossale, quello fatto di tre anime e due soli corpi.
"[...]Secondo me...ecco, credo che tu...muoia dalla voglia di diventare umana." Sentii l'ombra di un sorriso nei suoi pensieri, quando si accorse dell'ironia di quelle parole. "Dopo esserti lasciata alle spalle così tanti pianeti e ospiti, finalmente hai trovato il luogo e il corpo per cui sei disposta a morire. Secondo me hai trovato una casa, Viandante."

Commento
Contro ogni previsione, l'ho amato alla follia.
Mi ricordo ancora quando comprai Twilight in libreria, ancora non era diventato il fenomeno dell'anno e nessuno se lo filava. Ricordo come mi era piaciuto e il mondo che mi aveva aperto. Poi, lo sappiamo, la serie è andata com'è andata e la Meyer è andata sempre più a scomparire nel corso degli anni. Uniche due apparizioni The Host e The Chemist.
Siccome io sono una di quelle lettrici che se entri nella lista grigia ci rimani un bel po', ho snobbato la Meyer per anni, non perché non la volessi leggere ma perché proprio non mi interessava. Prima con il post-apocalittico fantascientifico e poi con un thriller, genere che rifuggo come la peste. Insomma, la vedevo, sapevo che scriveva ancora, e la lasciavo passare.
Poi ho guardato il film tratto da The Host e l'ho persino gradito assai, tanto che mi sono ripromessa di leggere il romanzo. Grazie a Soloscambio l'ho ricevuto ma è rimasto nella pila dimenticato per un bel po' di tempo. La congiunzione astrale richieste finite/zero voglia di NA/zero voglia di serie mi ha lasciata con una sola opzione, L'Ospite.
Diciamo che avendolo iniziato con la giusta predisposizione mentale l'entusiasmo è leggermente sfalsato, però i rischi di trovarlo noioso, banale o mal scritto non erano ancora da escludere.
Lento è lento, non c'è molto da dire, e mi rendo conto che come lamentela generale è anche la più sentita. In effetti bisogna avere un debole per i romanzi che scavano e descrivono fino al limite, così come si deve gradire una narrazione pacata che non corre, e se queste due cose non piacciono il romanzo risulta impietosamente noioso.
Io, che sbrodolo senza alcun pudore quando un autore usa tutte le parole possibili per descrivere i sentimenti, ho cominciato a piangere a metà romanzo e ho smesso solo alla fine. Se non piangevo avevo il magone, e se non avevo nemmeno il magone la commozione era comunque troppo intensa per liquidarla come semplice coinvolgimento.
Nella sua semplicità, nel suo voler mettere in risalto un elemento basilare come l'amore, ogni cosa cambia di prospettiva, ogni gesto, o frase, o persino uno sguardo hanno una potenza portata all'estremo, capace di spezzare il cuore o innalzare alla gioia più pura. Ed è per questo che mi è tanto piaciuto, perché la protagonista di questo romanzo non è una mega eroina che salva il mondo, non ha coraggio da vendere, non affronta mille nemici con il coltello tra i denti, è un'anima che segue la sua natura, e la sua natura è quella di amare.
Aggiungiamoci che l'idea di base è originale e semplice allo stesso tempo e che è abbastanza articolata quando serve lo spiegone, ed è leggera e superficiale quando quello che importa è tutt'altro che le specifiche tecniche. In un mondo futuro, o neanche tanto futuro, una nuova forma di vita chiamata Anima arriva sulla Terra e la colonizza. E' nella sua natura colonizzare quei mondi i cui abitanti sono primitivi, limitati, disorganizzati, e persino quelli più banali e immobili sono per loro una fonte di conoscenza. Così la Terra comincia a diventare un mondo equilibrato, pacifico, dove nessuno compie atti di violenza, nessuno soffre per la fame, o per le malattie, perché le Anime possono porre fine a tutto con un unico effetto collaterale: una volta inserite nel corpo ospite, l'umano a cui il corpo stesso apparteneva sparisce, spodestato dall'Anima.
La colonizzazione procede bene, anche se con qualche intoppo. Sebbene le anime non siano violente di natura, sono costrette a cacciare e rapire gli umani rimasti liberi, i ribelli, perché proprio loro potrebbero mettere a repentaglio il nuovo sistema di pace e prosperità.
Naturalmente questi ribelli sono persone che non vogliono sottomettersi all'invasore, ai parassiti, e che continuano a credere che la loro vita e la loro cultura siano migliori rispetto a quelli delle Anime perché appartengono alla Terra, perché sono loro i veri abitanti.
Tra tutte queste Anime una è diversa dalle altre, perché ha vissuto in tutti i mondi colonizzati dalla sua specie e sulla Terra il suo nome è Viandante. Innestata nel corpo di una giovane donna, Viandante comincia la sua vita da Anima e procede tranquilla nonostante la Cercatrice affidata a lei la martelli per ottenere più informazioni possibili dal suo corpo ospite. Viandante, infatti, è stata inserita nel corpo di una ribelle, Melanie, e i suoi simili sono convinti che nei suoi ricordi ci siano le informazioni per arrivare ad un covo di umani.
Nonostante Viandante metta in pratica tutti procedimenti e gli esercizi richiesti, Melanie non scompare, rimane nella sua testa cosciente, consapevole e forte come Viandante non si aspettava che fosse. Col il passare dei giorni i ricordi e i sogni di Melanie si fondono con quelli di Viandante e le immagini della sua vita passata, del fratellino Jamie e del suo amore Jared risvegliano in Viandante sensazioni e sentimenti estremi, fortissimi, difficili da gestire e da comprendere, sentimenti che con la loro potenza finiranno per influenzarla completamente.
La coesistenza tra Mel e Viandante diventa complicata e difficile da nascondere alla Cercatrice che, più che una simile, sembra essere loro nemica. Così entrambe decidono che è arrivato il momento di trovare Jamie e Jared, non solo perché Melanie lo desidera tantissimo, ma perché attraverso i ricordi di Mel Viandante ha sviluppato gli stessi suoi sentimenti in una versione tutta sua. Per Jamie prova lo stesso affetto, scopre cos'è l'istinto materno degli umani, la necessità di proteggere e di stare vicini ad un essere umano, e per Jared prova una versione scomposta dell'amore, più difficile e dolorosa perché sa che non ha nessun diritto di amarlo, perché lui ama Melanie e perché non c'è spazio per due diversi tipi di amore in un solo cuore.
Ma Viandante non vuole spodestare Melanie, ormai è una sua compagna, una sua amica, sua sorella durante momenti di crisi e di difficoltà, è il punto di vista che le serve per comprendere i nuovi sentimenti che prova e per capire gli esseri umani e la loro complessa mentalità.
Quando Viandante e Melanie trovano lo zio Jeb, Jamie, Jared e l'insiediamento umano di ribelli comincia per lei un percorso ancora più difficile: ora che li ha tutti di fronte deve fare i conti con l'odio, il disprezzo e la paura che provano per lei che ha rubato il corpo di Melanie, che ha cancellato una persona che loro ancora amano con tutto il cuore.
Ed è in questo punto che la drammaticità della storia tocca dei picchi di incredibile intensità. Viandante, ribattezzata Wanda, soffre perché la maltrattano, perché non si fidano di lei nonostante tema e rifiuti qualsiasi forma di violenza, perché l'isolamento al quale viene costretta non è solo fisico ma soprattutto mentale ed emotivo e per lei, creatura che ha insito in lei l'istinto di amare, è come distruggere piano piano la sua stessa natura. Di fronte alla violenza di Jared le si spezza il cuore, come lui la consideri una sorta di parassita vermiforme senza dignità senza sentimenti non è abbastanza perché lei smetta di amarlo, e la sua situazione diventa ancora più critica quando gli altri capiscono che Melanie è ancora presente e che vede e sente attraverso di lei.
Conoscevo la metafora sproporzionata con cui gli umani descrivevano la tristezza: 'cuore spezzato'. Melanie stessa ricordava di averla usata. L'avevo sempre ritenuta un'iperbole, una convenzione. Perciò non mi aspettavo di provare dolore al petto. La nausea sì, il respiro mozzato in gola sì, e anche le lacrime che mi bruciavano gli occhi. Ma cos'era lo squarcio che sentivo all'altezza del petto? Una reazione insensata e irrazionale. Non solo mi sentivo squarciata, ma anche strapazzata, sballottata in tutte le direzioni. Perché anche il cuore di Melanie si spezzò, e fu una sensazione distinta dalla mia, come se un organo in più fosse spuntato a compensare la nostra doppia consapevolezza. A doppia mente, doppio cuore. E doppio dolore.
Insomma, Wanda è costretta ad affrontare una continua aggressione fisica, sensoriale, emotiva, e non c'è tregua nel periodo di prova che i ribelli le fanno scontare. Tra chi la ignora, chi la insulta apertamente e chi tenta di ucciderla, ci sono solo tre persone che le danno il beneficio del dubbio: Jeb, che capisce subito che Wanda è innoqua, che è incapace di odio e di violenza e dalla quale vuole imparare; Jamie, che unisce l'amore per la sorella all'affetto per Wanda ed è incapace di distinguerle, e Ian, che all'inizio voleva ucciderla e poi ha capito che lei è il male minore, che è troppo gentile e non ha colpe per meritarsi un trattamento così incivile.
Poco alla volta la situazione cambia, e Wanda riesce a farsi accettare dal gruppo proprio perché collabora, aiuta, sostiene e non nasconde mai i suoi sentimenti, è impossibile fraintendere quello che pensa e quello che fa perché è trasparente e indifesa. Così Jared smette di maltrattarla e impara a vedere la sua individualità oltre a quella di Melanie, Jamie continua a trattarla come un'amica e Jeb le affida compiti e segreti come se fosse una di loro. E Ian, che è un personaggio che all'inizio non sembra essere per niente importante, si prende poco alla volta un pezzettino di cuore con la sua gentilezza, con la sua accettazione per Wanda e con l'affetto disinteressato che le regala.
La delicatezza e la precisione con le quali la Meyer descrive i pensieri di Wanda sono la parte più bella del romanzo. Ci si dimentica in fretta della natura fantascientifica della trama, della questione alieni e del pericolo per l'umanità, perché attraverso Wanda la Meyer ci sbatte in faccia alcuni dei nostri difetti più comuni e forse più distruttivi: la tendenza a diffidare del diverso, il ricorrere alla violenza come forma di autodifesa, il non sforzarsi di capire e accettare e l'incapacità di autocritica.
Da Wanda impariamo anche che essere umani ed essere imperfetti e fallibili non è sempre un male, perché si ama e si vive con un'intensità che non ha pari e che, oltre a grandi eccessi di violenza ci sono anche picchi di altruismo e di gentilezza.
La lezione più difficile, però, ce la insegna Wanda. Il suo sacrificio in nome dell'amore strappa il cuore ma è anche la soluzione più coerente per lei, perché secondo la sua natura distruggere o cancellare non è accettabile, ridare la vita, invece, è un sacrificio più che accettabile.
Qui, per forza di cose, mi devo fermare. Sono stata fortunata, però, perché avevo già tra le mani l'edizione con il capitolo finale aggiuntivo. Il pensiero che avrei potuto leggere L'Ospite senza quella parte, finirlo con quella fine mi ha fatto salire l'ansia. Lo avrei accettato, ci avrei pianto sopra ma lo avrei accettato, e non nego che il finale alla e vissero tutti felici e contenti mi è sembrato un po' troppo e troppo forzato rispetto al resto del romanzo, ma l'ho accettato perché ne avevo bisogno e perché porca miseria Wanda se lo merita.
Quindi, per favore, leggetelo. Dategli una possibilità anche se l'inizio vi sembrerà lento, non mollate e credete in Wanda e lei non vi deluderà, anzi le vorrete proprio bene.

27 febbraio 2017

Amy Engel
Forever. Solamente io e te

Serie The Book of Ivy 2
Titolo originale The Revolution of Ivy

Trama
Newton & Compton
ebook | € 4,99

Sono ancora viva. A malapena. Il mio nome è Ivy Westfall. Ho sedici anni e sono una traditrice. Tre mesi fa, sono stata costretta a sposare il figlio del Presidente, Bishop Lattimer – come è stabilito che facciano tutte le figlie del clan perdente nella guerra che sono cedute in matrimonio ai figli dei vincitori. Ma io ero diversa. Io avevo una missione segreta da portare a termine: uccidere Bishop. Invece, mi sono innamorata di lui. 
Ora sono una reietta, abbandonata al mio destino e devo sopravvivere nella ferocia brutale delle terre al di fuori della civiltà. Eppure, anche qui, c’è speranza. C’è vita oltre la recinzione. Ma non posso correre più veloce del mio passato. E ogni giorno il mio cuore si chiede se riuscirà mai a battere di nuovo come un tempo.




Commento
***spoiler***
Nel lontano Aprile 2016 ho letto e recensito il primo romanzo di questa duologia? serie? (QUI il commento) e ricordo che mi era piaciuto nonostante le molte pecche. Forever era stata, a suo modo, una lettura facile, spigliata, abbastanza appassionante, con un finale che ti lasciava la voglia di proseguire anche solo per sapere cosa sarebbe successo alla protagonista.
Ecco, a distanza di quasi un anno l'editore ha pubblicato il seguito e io sono costretta a dare un voto ancora più basso perché con tutta la buona volontà, la pazienza, la tolleranza e la comprensione Forever Solamente io e te mi ha annoiata a morte.
A parte l'entusiasmo - presto violentemente sedato - della copertina, ancora molto bella, la curiosità ha messo in moto la lettura ma subito ho capito che la Engel non sarebbe stata all'altezza del primo romanzo (già per niente indimenticabile).
Tanto per cominciare, per me, questo seguito sa troppo di già letto, al punto da ricordarmi più e più volte alcune scene della serie Delirium di Lauren Oliver. Per quanto i post-apocalittici si assomiglino tra di loro, la scelta di ambientazione o di sviluppo non è poi così vasta come si crede, mi aspetto che almeno nelle piccole cose si cerchi di differenziarsi, di rendere speciale il proprio romanzo o i propri personaggi. La Engel, in un certo senso, si è adagiata sulla scelta di basare il seguito sulla vita di Ivy al di fuori di Westfall senza preoccuparsi del fatto che, dopo un po', la monotonia avrebbe preso il sopravvento. Così eccomi qui a giustificare il mio voto. La noia della ripetitività, della mancanza di eventi importanti, di svolte decisive e drastiche ha rovinato completamente il romanzo, tanto che persino i due o tre eventi chiave mi sono rimasti del tutto indifferenti. 
Avendolo letto in ebook, per darvi un'idea del vuoto assoluto, per i primi 60% non succede niente di rilevante, c'è un susseguirsi di scene uguali che alla lunga stufano. Sì, va bene, Ivy sopravvive e trova un insediamento, ok impara a vivere la sua nuova vita e cerca di venire a patti con il passato, ma al di là di questo il nulla cosmico.
Di imprevedibile, del resto, non c'è stato assolutamente niente: né Bishop che scappa per andare da lei, né il ritorno del gruppo a Westfall, né la morte di Callie e dei due padri. Insomma, si sapeva cosa sarebbe successo eppure anche così la Engel è riuscita a non renderne emozionante nemmeno uno, nemmeno il ritorno di Bishop.
Perché? Perché Ivy è una protagonista che avrei preso a schiaffoni per metà romanzo, e che alla fine ho disprezzato in modo assoluto.
Tanto per iniziare non si capisce perché tenga le distanze da Bishop. Cioè, ragazza, questo scappa per venirti a cercare, rischia la vita e ti dice che ti ama e tu fai la fredda isterica? Ma cosa ti dice il cervello? Avete la possibilità di ricominciare da capo e tu pensi ancora a quei deficienti di tuo padre e di tua sorella? Ma perché?
Il facepalm fortissimo arrivato quando Ivy dice che vuole salvare la sorella, anche se è una stronza malata che poi le punta la pistola contro (nooo, davvero? non l'avrei mai detto!), è stato da record. Il nonsense assoluto, l'imbecillità di Ivy, e soprattutto la totale mancanza di logica e di senso in tutti i personaggi: da lei me lo aspettavo, ma che Bishop la segua ciecamente come un cane mi ha fatto scadere persino il suo personaggio. Amore totale, fedeltà assoluta, mai mettere in discussione le sue decisioni, mai scontrarsi con la sua ottusità, per me queste non solo le caratteristiche di un buon personaggio maschile.
Quindi per me è no, ma un no piuttosto pesante e grosso, un no che mi fa chiudere qui ogni contatto con questa serie e con l'autrice perché onestamente il pensiero di aver sopportato un livello tale di noia per più giorni mi ha messa di cattivo umore, e io non tollero che un romanzo di questo genere e di questo livello abbia un potere simile su di me. Perciò addio, tanti saluti, tanta fortuna, ma lontano da me.

28 luglio 2016

Marie Lu
Serie Legend

Serie Legend 1
Titolo originale Legend

Trama
Piemme | pag. 362 | € 16,50
Los Angeles, Stati Uniti. Il Nord America è spaccato in due parti, la Repubblica e le Colonie, e la guerra sembra destinata a non finire mai. A quindici anni, June è già una promessa della Repubblica. Nata in una famiglia ricca e prestigiosa, oltre a una bella casa, un mucchio di soldi e la possibilità di frequentare le scuole migliori, possiede anche un vero talento nel cacciarsi nei guai e senza l'intervento di Metias, il fratello maggiore, probabilmente qualcuna delle sue bravate all'accademia militare sarebbe già finita male. Dalla morte dei genitori, Metias è l'unico su cui può contare, almeno fino al giorno in cui viene ucciso in circostanze misteriose. Il primo sospettato è Day, un ragazzo della stessa età di June, ma nato e cresciuto nei bassifondi della Repubblica. Ed è anche il criminale più ricercato del paese. Da quel giorno, June ha un unico desiderio: vendicare Metias. Ma per lei e Day il destino ha altri piani.


Serie Legend 2
Titolo originale Prodigy

Trama
Piemme | pag. 298 | € 16,50
Los Angeles, Stati Uniti. Il Nord America è spaccato in due parti, la Repubblica e le Colonie, e la guerra sembra destinata a non finire mai. June e Day arrivano a Vegas dopo essere miracolosamente sfuggiti all'ingiustizia della Repubblica quando l'inconcepibile accade: l'Elector Primo muore e il figlio Anden prende il suo posto. Mentre la Repubblica sprofonda nel caos, i due ribelli innamorati si uniscono ai Patrioti nel disperato tentativo di salvare il fratello di Day, Eden. E i Patrioti accettano, ma a una condizione: June e Day dovranno prima uccidere il nuovo Elector. È l'occasione per cambiare il mondo, per dare un senso alla morte di tante persone amate e di tanti innocenti... peccato che il nuovo Elector, l'affascinante e sensibile Anden, sembri completamente diverso dal suo crudele genitore. E se i Patrioti si stessero sbagliando?




Serie Legend 3
Titolo originale Champion

Trama
Piemme | pag. 329 | € 16,50
Per il bene della Repubblica, June e Day hanno rinunciato all'amore che provano. In cambio, June è tornata nelle grazie dell'elite, mentre Day ha raggiunto i vertici della gerarchia militare. Purtroppo è esattamente per il bene della Repubblica che sono chiamati di nuovo a lavorare fianco a fianco. Ma le richieste del nuovo governo non si limitano a questo. June dovrà convincere l'unica persona che ama a sacrificare tutto quello a cui tiene per salvare migliaia di vite sconosciute. Il che significa usare il proprio fascino, non dire tutto, fingere una convinzione che non ha e, quel che è peggio, sapere che Day non saprà rinunciare a fare la cosa giusta, costi quel che costi. Fra colpi di scena e suspense, la trilogia distopica ambientata in un'America divisa fra Colonie e Repubblica arriva al suo gran finale.



Commento
Per un attimo ho avuto la tentazione di stare stretta con il voto ma, alla fine, ho deciso che no, la Liu si merita quattro foglioline e basta.
Del resto, quando una trilogia è così precisa, pulita, razionale, coerente, strutturata e minimal non posso che festeggiare e premiare. Il dubbio per voto mi è nato da una sensazione, di cui poi parlerò, suscitata da un aspetto ben specifico della serie e che, purtroppo, considero un difetto.
Anche questa lettura, come molte nell'ultimo periodo, è stata scelta un po' a caso seguendo i consigli di lettura di IBS. Tenendo presente che non esiste un'edizione economica e che ogni volume costa 16,50 € - e non è poco - ho pescato dall'ormai infallibile sistema di prestito bibliotecario. Li ho presi tutti e tre perché nel caso in cui il primo mi fosse piaciuto, avrei avuto la possibilità di leggerli in fila senza pause, e così ho fatto.
Una delle caratteristiche che più mi ha colpita di questa trilogia è la lunghezza. Ogni romanzo non supera le 370 pagine e, per un distopico, è un miracolo. Normalmente, infatti, sono corposi, lunghi e spesso dispersivi, ma Legend non lo è. Il fatto che i libri siano fisicamente veloci da leggere è un bonus da non sottovalutare, perché per come sono fatta io, una storia così complessa deve rimanere sempre bene impressa nella mia mente, così come i personaggi, l'ambientazione e la struttura generale della storia.
Il numero di pagine potrebbe anche essere un elemento a sfavore se - e solo se - l'autore non riesce a gestire i suoi spazi, perdendosi nel fascino delle parole. Non è vero che la quantità fa la qualità e mai come in questo caso mi sento di sostenere questa tesi. La Liu ha fatto un ottimo lavoro di rifinitura, lasciando l'essenziale e togliendo le parole in eccesso. Il risultato è una trilogia di meno di 990 pagine che si legge tranquillamente in poco più di una settimana.
Anche se è una cometa nella routine di letture, la trilogia Legend lascia il suo piccolo segno, ed ha - neanche a dirlo - il nome di Day.
Il setting della serie è negli USA, una versione futura divisa in Colonie e Repubblica, due parti separate e in lotta continua. La realtà principale sfruttata dall'autrice è quella della Repubblica, una sorta di dittatura militare dove l'Elector Primo - l'equivalente del capo di stato - è al governo della Repubblica con l'organo militare come braccio destro armato e strumento unico per il controllo della popolazione. In questa Repubblica la società è rigidamente strutturata, i poveri sono poveri e i ricchi molto ricchi e ogni ruolo al suo interno viene deciso da una Prova, una sorta di esame che fornisce un punteggio che permetterà poi di assegnare lavori e salari. In questa nuova, piccola, versione di America lo spirito che si respira è di terrore, di soppressione, di degrado e di infelicità. Non basta essere nata nella parte giusta della società per essere felice e al sicuro, così come è un dato di fatto che stare nel lato povero è una certezza di vita breve e difficile. Da un lato c'è June e dall'altro c'è Day. Da un lato chi vive dentro il regime, ne è parte attiva, dall'altro chi il regime lo subisce e lo combatte.
June, l'unica ad aver mai ottenuto il punteggio massimo alla Prova, soldato della Repubblica, sorella di un soldato della Repubblica, figlia di dottori della Repubblica, pupilla del migliore comandante della Repubblica. E' la stella del regime, fedele, intelligente, razionale, perfettamente in grado di sfruttare ogni elemento per ottenere il massimo risultato, crede nel sistema ma ha un'identità talmente definita, una testa totalmente sua, da poter discernere la verità dalle bugie, trovare la luce nelle ombre, distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Day, Daniel, è il paladino di chi non è utile a questa dittatura. Non ha passato la Prova, dato per morto, passa la sua vita per strada fin dalla più tenera età. E' cresciuto tra la fame e gli stenti, tra fughe e percosse, tra odio e dolore eppure è Day, è un ragazzo che riesce ancora a trovare in sé gentilezza, umanità, a raccimolare briciole d'amore quando capita e a lottare fino alla fine per quello in cui crede.
Il momento in cui June e Day si incrociano è quello in cui l'autrice mette in discussione l'intero sistema: le bugie vengono a galla, i nemici diventano amici e viceversa, fino a far crollare l'intera struttura come un castello di carte.
La cosa bella di questa serie è la razionalità con la quale l'autrice sviluppa la trama: sembra che ogni parola abbia una funzione, ogni frase uno scopo, ogni scena un obiettivo e che niente venga messo su pagina a meno che non serva a qualcosa. Parole vuote, dialoghi ripetuti, scene riempitive, non c'è nulla di tutto questo, è tutta polpa, tutta sostanza ed è forse per questo che la storia è così snella.
E' pulita, strutturalmente perfetta, costruita in modo che non ci siano confusione e noia, lessicalmente precisa e con un ritmo armonico. Si legge bene, forse troppo, ed è scritta chiaramente con uno spirito maturo che filtra nei personaggi ma, e questo è il più grosso difetto, a tratti può sembrare fredda.
L'impressione che ci sia una sorta di distacco emotivo tra storia e lettore soffoca quel coinvolgimento che nasce quando Day e June seguono l'evolvere della storia. Il loro amore, o loro stessi e basta, sono sufficientemente intensi da avermi commossa fin troppo spesso ma ammetto che manca quel collegamento emotivo necessario affinché non solo un personaggio tocchi il lettore, ma tutta la storia.
Il problema di questa trilogia è forse dovuto all'estrema precisione con la quale i romanzi sono costruiti, praticamente non c'è spazio per niente che non sia già programmato, non c'è la più piccola fessura dove il lettore può infilarsi e dare la sua parte, provare i suoi sentimenti in relazione a ciò che legge. E' un'esperienza fin troppo precisa e, come per ogni cosa, l'eccesso ha sempre un risvolto negativo.
Naturalmente è solo una mia impressione ed è talmente irrilevante ai fini del giudizio che non ha modificato quello che penso, né quello che la storia mi ha trasmesso.
Legend è un distopico che merita di essere letto, scritto benissimo e con personaggi che - difetti a parte - riescono a lasciare il segno. Day è talmente dolce, così fragile e coraggioso che si prende il podio tra tutti, ma anche June e Anden, Thomas persino, ognuno di loro ha avuto un ruolo e ha portato a termine il compito che l'autrice aveva assegnato.
Più ordinato e completo di così, c'è solo un'utopica perfezione.

18 luglio 2016

Tahereh Mafi
Shatter Me

Serie Shatter Me 1
Titolo originale Shatter Me

Trama
Rizzoli
ebook | € 8,99
264 giorni chiusa in una cella, senza contatti con il mondo, perché Juliette ha un potere terribile: se tocca una persona può ucciderla. A tenerla prigioniera è la Restaurazione, un gruppo militare che intende usarla come arma.
 Scappare è impensabile, finché nella cella di Juliette entra Adam, un soldato semplice che scopre di essere immune al suo tocco. Il loro incontro è la scintilla che accende una speranza, la chiave che potrebbe aprire mille porte. Perché la vita li chiama, oltre i muri della prigione.








Commento
***Spoiler***
Ma vi sembra possibile che, per la disperazione, sono stata costretta a cercare recensioni negative su Goodreads per trovare qualche anima affine che la pensasse come me su questo incidente caso editoriale? Ma è normale che in giro trovi solo commenti positivi o super positivi (tranne uno o due, ma sono fin troppo civili), pozze di bava arcobaleno, occhi a cuori, esaltazione mistica quando io provo solo un nervoso totale e una noia mortale?
Mi sento sola, ecco. Mi sento come l'ultimo kiwi prima dell'estinzione.
Facciamo una piccola introduzione. Back in the day, Rizzoli pubblicò il primo romanzo - questo - con il titolo Schegge di me e sospese la pubblicazione chissà perché. Quasi un anno fa la ABC ha opzionato il romanzo per farne qualcosa una serie TV o un film e da quel momento l'autrice e il romanzo hanno cominciato ad apparire ovunque. Ogni book vlogger inglese o americano infilava la Mafi tra una lista tipo i dieci distopici da leggere prima di morire, oppure le dieci eroine teen da imitare. Insomma, hanno creato la Mafi fever che è arrivata fino a noi. Rizzoli ha ristampato il volume con il titolo originale e una cover nuova fiammante e il mondo dei lit-blog è impazzito.
Il preorder con lo sconto ha invaso le bacheche, le recensioni e i blogtour hanno otturato i social, insomma questo maledetto benedetto romanzo era ovunque.
Allora l'ho letto anche io, perché volevo capire perché tutti, ma proprio tutti, stavano vomitando arcobaleni.
Sarò impopolare, ma perdio sarò anche onesta. Mi volevo cavare le palle degli occhi. Entrare nel libro, prendere Juliette a calci in culo, uscire e cavarmi gli occhi, ecco cosa volevo fare. Ho resistito fino alla fine, ho cercato consulenza psicologica su Facebook - con scarsi risultati, ho continuato a sentirmi un kiwi in via d'estinzione - ma non ho cambiato idea da pagina 1 fino alla fine.
Non è per me, non lo è affatto. Shatter Me è distopico tanto quanto io sono alta, bionda e bella. Se basta l'intenzione, allora siamo tutti a cavallo. Perché, per me, non bastano due concetti buttati a casaccio e MAI approfonditi per definirsi distopici, non basta una bozza di società postapocalittica disgregata e un ipotetico cattivo che neanche si vede perché il romanzo abbia una definizione. Non basta la protagonista che, non si sa perché, dovrebbe essere la chiave di volta di tutto. Non basta, ci vuole una struttura che sia solida, chiara, definita, ci vuole quel qualcosa che si chiama descrizione che un autore dovrebbe inserire nella narrazione - e non parlo necessariamente di volumi assurdi di parole, bastano poche righe fatte bene - affinché il lettore capisca dove, come, perché. Mi sta bene che l'inizio sia fumoso, che sia un buco nero perché Juliette è rinchiusa, va benissimo che noi sappiamo quello che sa lei - cioè una fava - ma dopo, quando la butti fuori nel mondo, dopo lo devi fare altrimenti il lettore rimbalza tra i pensieri di una ragazzina che annega negli ormoni.
Quindi va bene, lo prendo per distopico perché così viene definito ma per me è veramente lontano anni luce dai distopici veri che ho letto e che si trovano tranquillamente nelle librerie.
L'aspetto più criticato in assoluto nelle recensioni americane è lo stile. Non so quante volte mi sono sentita dire che lo stile è particolare - senza contare le difese a spada tratta sulla scelta del barrato e delle metafore/analogie/ossimori ecc. - quindi ero preparata e, santo cielo, non è nemmeno la cosa più fastidiosa del romanzo. L'inizio è molto accattivante proprio perché è insolito nella struttura - non nel contenuto - e il barrato, anche se piuttosto fastidioso da leggere, non mi ha causato problemi, anche perché svanisce in fretta. L'unica cosa che alla lunga mi ha veramente rotto le scatole erano le - non so neanche come chiamarle - metafore? assurde e senza senso. Apri un dizionario, prendi parole a caso, uniscile per descrivere qualcosa, e passi per una poetessa visionaria della prosa teen distopica.
Esempio? Per dire che ho mal di testa: nel mio cervello tuonano 1000 tuoni mentre le mie vene sanguinano spine di rose e nelle orecchie esplodono fuochi d'artificio blu. E ci sono andata giù leggera.
Esempio reale? Questa è la mia preferita ed è anche la più gettonata tra noi kiwi in estinzione:
"I'm wondering why there are so many freight trains in my heart, why his chest is a broken harmonica." 
"My heart fails for a moment. There are 400 cotton balls caught in my windpipe." 
Ma cos'è? Dovrebbe essere poetico, questo? Ma avete la minima idea di come sia uno stile poetico in prosa? Leggetevi Jón Stefánsson, leggetevi un capitolo di Hardy, leggetevi Virginia De Winter se proprio i nomi importanti vi fanno paura, e poi ne riparliamo, questo è casino lessicale e basta.
Ma, anche per questo, passiamoci sopra. Lo stile risponde ai gusti personali e il fatto che io l'abbia trovato mediocre e ripetitivo fino a fare violenza al mio cervello nel peggior caso, e normale in tutto il resto del romanzo è assolutamente trascurabile. Diciamo che, se il contenuto fosse stato ben fatto, allora lo stile avrebbe brillato, ma così non funziona.
Non funziona perché la storia non funziona.
Fino al punto in cui Juliette viene portata da Warner la storia regge bene: interessante, carino, tutto ok insomma. Da quando entra in questa roccaforte della Restaurazione il declino è improvviso e inevitabile. Non si capisce cos'è la Restaurazione, non si capisce perché questo Warner può fare ciò che vuole senza che un superiore gli passi davanti - va bene che sei figlio del capo, ma sei comunque un ragazzino -, non si capisce con chi sono in guerra (dei generici ribelli, tutto fa brodo), non si capisce niente di niente su Juliette se non che è passata da zero a infiniti ormoni impazziti, non sappiamo niente del suo potere e non sappiamo perché Adam la può toccare - cioè, uno tra tutti ed è quello che ti piace -, non abbiamo altre informazioni al di fuori di qualche ricordo, e soprattutto le cose capitano a caso, si risolvono a caso - una cosa su tutte, che mi ha fatta imbestialire - Adam e Juliette scappano calandosi dal diciassettesimo piano, in una base della Restaurazione piena di soldati. Saltano giù, corrono e via il gioco è fatto. Cioè, WTF? Adam ha un appartamento che neanche qua in centro a Milano, sono immuni ad una zona radioattiva (cioè, qua si parla di una zona radioattiva per un'esplosione atomica e dopo dieci metri tutto è normale. WTF), Juliette sfonda muri di cemento e porte di acciaio non si sa come né perché, trovano una macchina abbandonata con le chiavi nel quadro e la spesa di frutta e verdura (ma non erano in un quartiere povero?) e vestiti giusto giusto quando ne hanno bisogno, insomma non c'è nessuna vera difficoltà, tant'è che riescono a rifugiarsi dai - boh - ribelli sottoterra per scoprire che sono un gruppo di X-Men con i poteri, regalano a Juliette una tutina viola super tecnologica e lei zompetta felice perché finalmente si accetta ed è contenta che c'è l'uomo invisibile, l'uomo elastico e il telecinetico che - chiaramente - ha i dread.
La trama sembra per un target veramente basso, tipo sotto i sedici anni, perché non mi spiego come si possano accettare certe cose in una storia e reputarla bella. Bella forse rispetto ad un Topolino e anche qui avrei i miei dubbi.
Mi sono tenuta per ultima la cosa che più non mi è piaciuta, la cosa che mi ha fatto innervosire, quella che - pare - abbia coniato una nuova definizione: distopico romantico, romantico distopico.
A me piace che ci sia una storia d'amore, persino nei distopici o nei fantastici, o in qualsiasi genere. Mi piace, giuro. Ma mi piace di più che queste storie d'amore siano coerenti con la trama. Coerenti, parola chiave.
In Shatter Me, Juliette è rinchiusa in una cella in isolamento da quasi un anno, ha passato la vita senza contatto umano e senza amore, niente di niente. Che sia affamata di ogni briciola di attenzione, amore, amicizia e gentilezza è comprensibile, che si risvegli di fronte a qualcuno che le piace, che la tratta bene e che la può toccare è prevedibile. Ma che questa ragazzina che non ha nessuna - sottolineo NESSUNA - esperienza affettiva e amorosa diventi una ninfomane in tempo zero e pensi solo ai muscoli di Adam, agli addominali di Adam, a quanto vuole baciare Adam, a quanto vuole saltare addosso ad Adam (anche mentre rischiano la vita, of course), a quanto deve dargliela subito altrimenti esplode in petali di rose fosforescenti, onestamente è assurdo. Assurdo. Invece di farle intraprendere un percorso in cui scopre tutto di sé e del mondo, in cui impara ad interagire con gli altri e a vedersi come essere umano e non come mostro, Juliette si scioglie in una pozza di bava per Adam e, a tratti, anche Warner le attizza l'ormone. E' come se ogni buona intenzione, ogni contenuto vincente fosse stato schiacciato da questa crisi ormonale - la pubertà - che cancella tutto, compreso il buon senso. Il mondo va a rotoli, ma aspetta che Adam mi vuole limonare duro e io gli voglio sfilare i pantaloni. WTF.
Per arrivare io a non voler leggere, per arrivare io a non voler nemmeno aprire il reader per vedere questo romanzo in attesa, vuol dire che è proprio l'opposto di ciò che mi piace leggere.
Capisco che la maggioranza l'ha amato, beati voi, e io ce l'ho messa veramente tutta per farmelo piacere ma alla fine le cose che mi hanno fatto ruotare gli occhi nel cranio sono state troppe e non ho la benché minima intenzione di proseguire, leggere le novelle, o fare qualsiasi altra cosa che coinvolga questa serie.
No, la Mafi non fa per me e chiaramente io non faccio per lei. Le auguro tante belle cose, auguro a tutte le fan che Rizzoli termini la serie, ma io mi eclisso.
Anzi, adesso devo spararmi un dolcetto altrimenti mi cola il cervello dal naso per il trauma. Shatter me, proprio, mi ha sfrantumato il cervello.

25 maggio 2015

Lauren Oliver
Requiem

Serie Delirium 3
Trama 
Piemme | pag. 336 | € 17,00

Mi chiamo Lena e sono infetta, perché mi sono innamorata di Alex in un mondo in cui l'amore è considerato una malattia, e come una malattia viene curato. lo e Alex siamo scappati, ma poi ci hanno separati. Io sono andata avanti, ho incontrato Raven e gli altri ragazzi della Resistenza. Ho imparato a combattere per quello in cui credo, a lottare per essere davvero me stessa. E ho incontrato Julian che è il ragazzo più dolce del mondo e mi vuole con sé. 
Poi però Alex è tornato, quando pensavo di averlo dimenticato, quando mi ero convinta di riuscire a fare a meno di lui. E ora, mentre il mondo attorno a noi cade a pezzi, io sto male, e penso che forse avevano ragione loro: l'amore è davvero una malattia!
[...] le persone sono nuove ogni giorno. Non sono mai uguali, le devi reinventare in continuazione, e anche loro si devono reinventare.
Commento
***Spoiler***
Cos'è successo? Cosa diavolo è successo?
Seriamente, qualcuno mi aiuti ad elaborare questo romanzo altrimenti rischio una crisi isterica.
Tanto per cominciare non mi spiego il calo drastico - drammatico - di coinvolgimento. Ho letto questo libro senza emozionarmi mai, MAI. Sono arrivata alla fine con un senso di delusione forte, con le mie più rosee previsioni schiacciate e demolite, costretta a ridimensionare il voto di una serie che pensavo sarebbe stata una delle mie preferite.
Già Chaos mi aveva lasciata interdetta, con quel suo ritmo lento e quella trama che conclude poco e solo alla fine, ma Requiem - l'ultimo della serie - avrebbe dovuto condensare tutto, avere un ritmo quantomeno sostenuto, una trama ricca, una chiusura completa, esaustiva, niente mezze misure.
Eppure ciò che ho letto è stato tutto tranne che soddisfacente. Tuttora, dopo qualche giorno, faccio veramente fatica a ricordare alcune parti, a riprendere le sensazioni e a scrivere un commento quando il romanzo stesso mi è passato attraverso senza lasciare traccia.
E' un dramma, questo. E' una tragedia, considerando che ero convinta di avere tra le mani la fine giusta. Magari non quella che avrei voluto, ma giusta.
L'inizio di Requiem aveva tutte le carte in regola per partire alla grande: il ritorno di un personaggio chiave e la conseguente lotta interiore di Lena, la guerra che continua e le battaglie che aumentano, il disgregarsi della società dei curati, il senso crescente che qualcosa sta cambiando. Tutto lascia intendere che il romanzo viaggia spedito verso qualcosa di grosso, invece ogni aspetto rimane sciapo, passivo, blando e si limita a trascinarsi senza picchi di emozione, senza pathos, senza interesse.
Tanto per cominciare Lena rimane fossilizzata nello stato intermedio che ha raggiunto in Chaos: persegue lo spirito delle Terre Selvagge, brama la libertà, ma non riesce a scrollarsi di dosso il rimpianto di una vita semplice. Tiene Julian a distanza ma, quando ha bisogno di conforto, non ci pensa due volte a tornare nel ruolo della compagna innamorata e non si scompone più di tanto quando ricade nei sentimenti del passato. A questo punto o escludiamo Julian e facciamo il tifo per Alex, oppure si chiude la porta sul passato e si va avanti. No, la Oliver ricicla il personaggio di Alex (e il bagaglio che si porta appresso) quando non c'è altro con cui riempire la scena. Non c'è grande coinvolgimento e, lo dico a malincuore, non c'è lo struggimento sacrosanto per un amore perso e ritrovato, per un amore trascurato e per un amore senza futuro (o con un futuro incerto).
Se all'autrice il lato romantico non piaceva, tanto valeva toglierlo. Se Lena è rigida come un palo, se non si trasmette niente di quello che prova, allora è meglio lasciarle fare ciò che è capace: l'eroina di distopico, sola, insicura ma cazzuta. E tanti saluti ai cuoricini.
Alex, che ritorna alla fine di Chaos, sfoggia un lato oscuro più che giustificato, si comporta da carogna ma si limita a ignorare Lena, farsi gli affari suoi e poi sparire quando combina qualche cavolata. Ripescarlo una seconda volta nel finale, farlo tornare com'era - per non si sa quale motivo - giusto per regalare il lieto fino è una presa in giro. Stessa cosa per Lena, in finale decide che sì, dai, tutto sommato è ancora innamorata di Alex e Julian si perde letteralmente nel caos della lotta. Non sapremo mai che fine ha fatto, grazie tante.
La trama, poi, non conclude praticamente nulla. Ci sono le lotte, va bene, gli Invalidi si ribellano, i curati fanno la guerra, la gente muore eccetera, ma cosa si conclude? Niente. Non sappiamo cosa succede dopo, se il sistema viene rovesciato, se cambia davvero qualcosa, se a quella fine seguirà un cambiamento vero, sostanzioso. Non è necessario, ovviamente, che l'autrice ci dica tutto, ma che ci lasci un'idea ben precisa magari sì. O meglio, io me lo aspetto.
Di nuovo rispetto a Chaos, del resto, c'è poco e quel poco è tutto legato ai personaggi, non alla trama vera e propria. La madre di Lena che ritorna, il suo ruolo nella Resistenza e il rapporto con la figlia; Hana - il secondo punto di vista narrativo - è la controparte di Lena, e ci regala uno sguardo abbastanza dettagliato della vita da curata. E' una nota nuova e apprezzabile, considerando che ha una sua storia che si sviluppa quasi meglio di quella di Lena e ci permette uno stacco quando la noia fa venire il nervoso. La gestione dei personaggi secondari, poi, arricchisce quelle scene che altrimenti non avrebbero avuto nulla di nuovo da dire: Coral, Pippa, Raven e Tack tutti fanno la loro parte, ma non è abbastanza.
Non è abbastanza, come ultimo romanzo. Non è speciale, non è diverso, non ha un'identità forte, non mi ha lasciato nulla.
Naturalmente la mia delusione è legata alla sostanza e non alla forma, quella è sempre uguale, sempre precisa e impeccabile e non ho nulla da dire sullo stile della Oliver. Ma la qualità nella narrazione non è sufficiente quando hai poco da dire, quando i personaggi non proseguono la loro storia, quando la trama si consuma e arranca. Il finale, del resto, è affrettato, veloce, incerto e confusionario.
Ho iniziato la lettura convinta e fiduciosa eppure sono arrivata alla fine fortemente delusa, senza riuscire a trovare quel qualcosa di speciale che avrebbe cancellato l'amarezza.
In generale questa è una buona trilogia distopica, scritta molto bene con uno stile maturo e curato, con una profondità che spesso si perde e sfuma nell'inconsistenza di scene poco definite. I personaggi sono indovinati ma, nell'ultimo romanzo, non hanno modo di evolvere al meglio, di dire la loro fino alla fine e, cosa ancora più triste, non hanno la loro occasione di felicità genuina dopo le tribolazioni di tre romanzi.
Sono contenta di aver completato la trilogia e, probabilmente, terrò presente le prossime pubblicazioni di Lauren Oliver. Per ora è certo che mi darò a tutt'altro, nel tentativo di arginare la delusione.

4 maggio 2015

Lauren Oliver
Chaos

Serie Delirium 2
Trama
Piemme | pag. 317 | € 17,00
Nel mondo di Lena l'amore è bollato come delirium, una terribile malattia che va estirpata da ogni ragazza. Lena non vede l'ora di ricevere la cura, perché ha paura di innamorarsi, ma proprio il giorno dell'esame conosce Alex, un ragazzo bellissimo e ribelle. L'amore tra Lena e Alex cresce ogni giorno di più, fino a che i due innamorati non decidono di scappara nelle Terre Selvagge. Ma purtroppo i piani non vanno come previsto... Lena si ritrova sola, senza Alex, che è rimasto dall'altra parte della rete, e senza la vita che conosceva. Vuole dimenticare quello che è successo, perché ricordare fa troppo male. Adesso è il tempo di farsi nuovi amici ed è il tempo di unirsi alla ribellione: contro chi vuole estirpare la possibilità di amare dal cuore di tutti gli uomini e contro chi le ha portato via Alex...



[...] le persone sono piene di tunnel: spazi bui e tortuosi e caverne; impossibile conoscere tutti i posti dentro di loro. Impossibile anche soltanto immaginarli.
Commento
Come una formichina mi sto avvicinando alla fine di questa trilogia.
Pian pianino, perché la Oliver non si può macinare, ho superato Chaos e ho in attesa Requiem e poi sarà la fine.
Delirium, il primo titolo della trilogia, mi era piaciuto da impazzire - giusto per rimanere in tema - e mi aveva convinta a proseguire non solo la sua serie ma anche a coltivare il distopico, leggendo altre autrici e altre serie.
Non so se è stata colpa delle aspettative troppo alte, derivate dall'entusiasmo del primo, o se semplicemente ho risentito dei commenti troppo appassionati, ma per me Chaos è stata una lettura nettamente inferiore rispetto a Delirium.
Inferiore ma non brutta, non noiosa o carente. Un po' statica, forse, a tratti immobile, con questi prima e dopo alternati che hanno costruito l'anticipazione per qualcosa che avviene solo in parte e solo alla fine.
Il ritmo lento della Oliver non è qualcosa che mi disturba durante la lettura, non mi scoraggia e non influenza in nessun modo il mio giudizio. Mi piace che l'autrice non corra verso il compimento di una scena ma assapori le sfumature dei cambiamenti, dando importanza a elementi che di solito si perdono in un distopico dal ritmo veloce. Mi piace che il suo stile sia personale e che rispecchi la natura dei personaggi, lasciando anche al lettore il tempo di abituarsi a ciò che rende speciale questa trilogia (e lo dico anche sulla fiducia, visto che non l'ho finita).
Quello che mi ha costretta pian piano ad abbassare i punti è stata l'assenza di azione - o di sostanza - che avrebbe movimentato la trama. Non sono una fan sfegatata degli action e non sento la necessità di avventure rocambolesce però in un distopico - di solito - la scena d'azione è quella di svolta, quella che porta al punto di rottura e al cambiamento drastico o drammatico del ritmo. Qui, invece, la Oliver costruisce un crescendo che rimane sospeso e che sfuma in una scena finale troppo scarna rispetto alle aspettative. Naturalmente basta farsene una ragione ma, a saperlo prima, avrei assaporato di più quello che stavo leggendo e - probabilmente - avrei dato un voto molto più alto.
La storia riprende dal punto esatto dove Delirum finisce, dove il lettore rimane impalato e dolorante e le pagine finiscono. Lì comincia Chaos.
L'inizio di questo romanzo è bellissimo: la confusione e il dolore di Lena, la sua paura e la sua fragilità nelle Terre Selvagge rispecchiano lo squilibrio della storia, lo stesso che ha provato il lettore di fronte al cliffhanger finale. Ogni piano e ogni certezza, così come le speranze per il futuro, sono solo fumo e ripartire da zero senza Alex è impensabile. Lena sopravvive per pura forza di volontà e grazie alle cure forzate di Raven, ma la domanda che le gira in testa è sempre quella: perché andare avanti? Perché tollerare una vita di stenti, rischiare la morte per un ideale che, per lei, non ha più senso? Perché non tornare alla vita che conosceva e farsi risucchiare dal vuoto dei curati, tanto senza Alex niente e nessuno potrà farla emergere dal buio del dolore.
Così, insieme a Lena, impariamo a conoscere la vita vera degli Invalidi, di chi non vuole farsi curare e decide di vivere libero. Non è semplice, non è priva di rischi, non c'è la spensieratezza che Alex le aveva fatto provare e non c'è una sorta di sicurezza che le dà uno scopo. Ogni episodio legato al prima, alla sua vita nelle Terre Selvagge, è un colpo in più nella forgiatura della sua corazza. Lena, la nuova Lena, è coriacea, dura, razionale, è una combattente della Resistenza e procede spedita nel suo ruolo. Poche cose la fanno tentennare e quasi tutte sono legate al ricordo di Alex.
Nelle parti del prima non c'è nulla da cercare al di là di ciò che l'autrice scrive; niente crescendo, niente scoppio finale, niente che la separi dall'adesso. Il prima è ciò che è accaduto, senza abbellimenti, senza doppi sensi, senza uno scopo: le Terre Selvagge e il modo in cui ti cambiano.
E' l'adesso, è ciò che Lena sta vivendo a fare la differenza. Il sequestro insieme a Julian, le interminabili scene del rapimento dove pochi elementi sono in scena e le parole occupano tutto lo spazio, i dettagli che emergono dal buio forzato nei tunnel e nei cunicoli sporchi, la rinascita di un sentimento che rimane nel buio fino alla fine e poi ritrova la via per emergere nella nuova Lena.
Ogni cosa si prende il suo tempo ma si radica a fondo. Tutto tranne l'aspetto romantico che, in Chaos, è decisamente meno sviluppato rispetto a Delirium. Il sentimento per Julian c'è ma non si vede, non ha un vero sfogo e subito viene tarpato dal finale - un po' citofonato, c'è poco da fare.
Non che mi lamenti, dell'amore romantico stucchevole non se ne sente la mancanza, anzi questa asetticità esalta anche la più piccola briciola di sentimento.
Senza dubbio a breve concluderò la trilogia e mi farò un'idea più completa, però lo scivolone di Chaos ha sicuramente ridimensionato il mio modo di vedere questa serie.

5 gennaio 2015

Karen Thompson Walker
L'età dei miracoli

Titolo originale The Age of Miracles

Trama
Mondadori
pag. 272 | € 10,00
“Il 6 ottobre, gli esperti comunicarono ufficialmente la notizia. Dissero che c’era stato un certo cambiamento, un rallentamento. Da quel momento lo abbiamo chiamato proprio così: il rallentamento.” Julia ha dodici anni quando la terra inizia a rallentare la sua rotazione, prima di sei minuti, poi dodici, poi ventiquattro, fino a quando il giorno si allunga oltre le cinquanta ore, la gravità si indebolisce, gli uccelli smettono di volare, gli astronauti si allontanano dalla terra, compare una nuova malattia chiamata “sindrome da rallentamento”... La terra inizia a cambiare e Julia con lei. E mentre il mondo impaurito si divide tra coloro che continuano a seguire le ventiquattro ore e quelli che si regolano con la luce del sole, Julia cerca di trovare il proprio posto nonostante tutto: nonostante la migliore amica che decide di non vederla più, nonostante le crepe nel matrimonio dei suoi genitori e le paranoie del nonno stravagante, e poi ancora la solitudine, l’adolescenza con tutti i suoi turbamenti, quell’ “età dei miracoli” piena di paura ed eccitazione, e un ragazzo di cui innamorarsi davvero... Intanto il rallentamento, inesorabile, continua.
Non c'erano filmati da mostrare in televisione, né palazzi in fiamme o ponti crollati, né pezzi di metallo ritorto né terra bruciata, nessuna casa che crollava dalle fondamenta. Nessuno era rimasto ferito. Nessuno era morto. Era stata, al principio, una catastrofe invisibile.
Commento
Nell'ormai sempre più nutrita schiera di romanzi distopici può capitare che uno vada perso, che rimanga nascosto all'ombra delle grandi saghe, delle grandi serie, quelle che finiscono nei cinema e di cui tutti parlano. Per questo quando si parla di distopico si pensa sempre ad una protagonista giovane che combatte contro una dittatura per salvare il mondo e se un romanzo non trova una corrispondenza in questo aspetto diventa automaticamente noioso, poco appassionante, poco coinvolgente.
Questo è, per me, un grosso errore. Non c'è una regola che stabilisce chi e come deve essere la voce narrante, non c'è un modello che tutti devono usare - con il rischio di diventare copie.
Il distopico, come la maggior parte dei generi fantastici, ha un ampissimo terreno sul quale lavorare, offre tantissime scelte e tantissime possibilità. Mi ha stupita, quindi, leggere un romanzo come L'età dei miracoli, che in sé racchiude più potenza di tanti altri titoli osannati, e scoprire che è praticamente sconosciuto.
Ma, a pensarci a libro chiuso, si capisce perché. Non ci sono eroine combattive che diventano da perfette sconosciute a paladine degli oppressi, eroine di una nuova società. Non c'è un dittatore o una dittatura, non c'è un evidente cattivo contro il quale scatenare l'indignazione dei buoni. Non ci sono guerre, lotte, combattimenti, morti epiche o epici amori.
L'età dei miracoli è silenzioso, è pacato, è una versione decisamente più realistica di un mondo post apocalittico, una possibilità futura più che una fantasia selvaggia.
Al contrario di quello che ci si può aspettare, in questo romanzo è protagonista la normalità. Quando il mondo come lo hai sempre conosciuto si trasforma in un incubo, una trappola senza via di fuga per l'intero genere umano, come reagiscono le persone comuni? Cosa succede in un quartiere residenziale dove la vita continua nonostante i cambiamenti drammatici?
È il punto di vista che di solito rimane in ombra quello che in questo romanzo diventa la lente  attraverso la quale anche noi viviamo il rallentamento.
Julia ha undici anni, è una bambina che si sta affacciando all'adolescenza con tutti i suoi problemi. Le amicizie che vanno e vengono, la solitudine quando si è in mezzo ai compagni, i bulli, le prime cotte sono tutto ciò che Julia vive ogni giorno. A lei importa poco delle notizie in TV, dei discorsi dei grandi che coglie solo e sempre a metà, e dell'aria che tira fuori dalla bolla dell'adolescenza.
L'inquinamento, l'abuso delle risorse naturali e i cambiamenti climatici non entrano nella casa di Julia e, se lo fanno, rimangono relegati in poche frasi scambiate dai suoi genitori. Come per la maggior parte delle persone, Julia dà per scontato tutto fin nelle piccole cose. Alla mattina il sole sorge e alla sera tramonta. E' una verità talmente radicata che nessuno si cura della straordinarietà di questi eventi quotidiani.
Quando la rotazione terrestre rallenta in pochi capiscono che niente sarà più come prima. Il rallentamento diventa piano piano una minaccia, una rottura che nessun scienziato è in grado di mettere a posto e che gradualmente trasforma la vita. Non la vita di Julia ma LA vita, la vita di ogni essere vivente, umani, animali e piante. Il sole sorge sempre più tardi, i giorni si allungano gradualmente come le notti finché le ore di luce e di buio triplicano. I cicli di coltivazione vanno in tilt, muoiono interi raccolti, le migrazioni entrano nel caos più totale, gli animali muoiono a centinaia ogni giorni, intere razze spariscono per non ritornare mai più. Il mondo è una terra inospitale, povera, arida, dove l'unica cosa che conta è fare scorta di acqua e viveri non deperibili, fucili, candele, pile, vitamine e un bunker è l'unica cosa che ti può salvare dalle radiazioni solari.
E' chiaro che nel mondo della Thompson Walker non c'è futuro. Il futuro normale, fatto di insalata e partite di calcio, di passerotti sui rami, di lezioni a scuola, di primi amori e di amicizie che durano. Non c'è nulla di tutto questo e niente e nessuno può cambiare la situazione.
Julia, nel suo piccolo, cerca di mantenere una parvenza di normalità, continuando ad andare a scuola, festeggiando il suo compleanno e soffrendo quando la sua ex migliore amica la ignora, anche la sua cotta per Seth Moreno fa parte di un comportamento sempre più forzato. Nemmeno i sentimenti seguono più il loro corso naturale, tanto che per Julia e Seth non c'è futuro, niente, nemmeno una lettera o una telefonata.
E' chiaro quasi da subito che l'autrice non ha intenzione di trovare una soluzione al rallentamento. Non le importa di condannare i suoi personaggi perché le interessa solo trasmettere un messaggio: abbiate cura di ciò che avete, non date nulla per scontato, ogni cosa è speciale e preziosa. Non indora la pillola eppure riesce ad essere delicata nella narrazione, infondendo la giusta dose di pericolo e di ansia senza eccedere e senza dimenticare che la quotidianità persa è un dramma che nessuna invenzione distopica può uguagliare.
L'età dei miracoli - sempre se si possa definire tale - si discosta parecchio dai romanzi distopici che ho letto fino ad ora, è un mondo a parte, si definisce da solo e non si omologa al genere. E' speciale - in un certo senso - perché è semplice, perché la trama è quasi banale, non ha un approfondimento che sviscera il problema e - cosa ancora più curiosa - la completa assenza di una base razionale non rovina la lettura.
Lo consiglio a chi non cerca un finale chiuso, a chi non si aspetta una super eroina, a chi se ne frega dei virtuosismi e a chi - ovviamente - ha una coscienza ecologista che sta germogliando.

14 luglio 2014

Veronica Roth
Allegiant

Trilogia Divergent 3

Trama
De Agostini
pag. 538 | € 14,90
La realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più, cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante scoperta che il "sistema per fazioni" era solo il frutto di un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza non si lascia sfuggire l'opportunità di esplorare il mondo esterno, desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive marchieranno per sempre le persone che ama, e ancora una volta Tris dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra l'amore e il sacrificio.
Non appartengo agli Abneganti, né agli Intrepidi e neanche ai Divergenti. Non appartengo al Dipartimento o all'esperimento o alla Periferia. Io appartengo alle persone a cui voglio bene e loro appartengono a me. Loro, e l'amore e la lealtà che provo verso di loro, definiscono la mia identità molto più di quanto potrebbe farlo qualunque termine o gruppo.
Commento
***Spoilers***
Soffro fortissimo.
Soffro talmente tanto che non voglio scrivere il commento.
Nemmeno con tutta la preparazione che ho potuto raccimolare - perché sapevo che sarebbe successa quella cosa - la botta emotiva è diminuita. Non ci sono anticipazioni abbastanza esplicite che ti possano preparare, non ci sono false speranze che addolciscono la storia, nemmeno pensare ad un quarto romanzo - che non c'è - cambia le cose.
La trilogia è conclusa, stop. Facciamocene una ragione.
Di questo ultimo romanzo ho letto pareri opposti: o lo hanno adorato, o lo hanno odiato. Non ci sono vie di mezzo e se ci si pensa un po' su questa cosa può spaventare. Suscitare emozioni così contrastanti è indice di potenza, di scelte narrative difficili e di scene di grande impatto emotivo. Quando un romanzo chiude una trilogia, poi, deve sostenere le aspettative, le speranze e i desideri dei lettori: il lieto fine è quasi un obbligo, come se ci fosse una regola fantasma che tutti si sentono costretti a rispettare. Le storie devono finire bene e questo è quanto.
Ma la Roth ha seguito le sue regole e ha scritto la sua storia fregandosene altamente di accontentare l'indole stucchevolmente romantica di un popolo di lettori che si aspetta di ottenere sempre ciò che vuole. Ha dato prova di grande coraggio e di grande capacità narrative chiudendo letteralmente la storia, sprangandola dietro ad una fine senza possibilità di ritorno.
E poi, diciamocelo chiaramente, i distopici possono avere davvero un lieto fine banale? Possono essere così apocalittici e drammatici senza veri drammi e vere perdite? No. La sofferenza che permea le società distopiche possono toccare il lettore solamente attraverso i sentimenti, attraverso l'empatia, perché altrimenti una realtà così distante e fantastica non ci coinvolgerebbe più di tanto.
Per come ho vissuto io Allegiant il lieto fine c'è. E' amaro e ti fa singhiozzare ma c'è, ed è ancora più difficile da capire (piango per la tristezza o perché accetto di dire addio?) perché la Roth ha creato un personaggio che non si può fare a meno di ammirare, una protagonista di soli sedici anni che in tre soli romanzi compie un percorso di maturazione talmente profondo e difficile da entrarti sotto pelle, da diventare una voce nella tua testa talmente la senti e la capisci. Ed è per Tris che - finale a parte - questa trilogia va letta e va accettata così com'è, perché è lei che detta il ritmo e che decide del suo futuro. Non per niente la Roth ha dato una spiegazione particolare che racchiude il senso di tutto: il sacrificio inteso non come semplice annullarsi per gli altri ma come percorso di accettazione dei pregi, dei difetti, delle diversità, di tutto ciò che rende unica e speciale una persona.
La trilogia si chiude esattamente come doveva chiudersi e gli incastri della trama avvengono con una scioltezza che quasi non si sente. La costruzione della storia fatta da Divergent a Insurgent si è dimostrata così salda da non richiedere un ulteriore appesantimento in Allegiant.
Infatti, tra i tre, questo romanzo è quello meno ricco d'azione, meno adrenalinico e con un tasso di introspezione più alto. Elemento fondamentale è l'inserimento del punto di vista di Quattro che, non solo ci permette di conoscerlo sul serio, ma fornisce un'interpretazione alternativa alla vicenda, oltre al pov principale di Tris. Così, oltre a Tris e alla sua forza costante, al suo carattere dominante e alla sua intelligenza, si contrappone un sorprendente Tobias emotivo, silenziosamente impaurito, estremamente vivo, con una personalità all'apparenza quasi opposta a quella di Tris. Ed è così che si capisce che Tris e Quattro si completano in modo perfetto, quasi matematico, secondo la classica legge che gli opposti si attraggono.
Se il primo romanzo mi ha entusiasmata e mi ha introdotta ad un nuovo genere, il secondo mi ha coinvolta con più serietà e il terzo, la chiusura della trilogia, mi ha regalato quelle emozioni umane, terrene, che nei precedenti romanzi erano troppo diluite all'interno degli elementi distopici. E' vero quello che dicono, questa è la migliore trilogia distopica in circolazione al momento e anche chi come me ha un'esperienza limitata nel genere riesce a coglierne la particolarità e riesce a sentire quanto è speciale. Veronica grazie, mi hai aperto un nuovo mondo. Spero di leggerti ancora, prima o poi.