31 ottobre 2019

K-drama della settimana: Her private life


Una professionista impegnata, Sung Deok Mi (Park Min Young), vive per il suo lavoro di curatrice di una galleria d'arte. Dedicandosi completamente al proprio lavoro, è eccezionale sotto ogni punto di vista, tranne uno. Sotto quell'apparenza fredda e professionale, Deok Mi nasconde un oscuro segreto. Un segreto che desidera disperatamente tenere lontano dal mondo. Un segreto che ha allontanato i suoi spasimanti. Un segreto che domina ogni momento della sua vita personale...Sung Deok Mi è la fan più sfegatata che esista di Cha Shi An (Jung Je Won). Devota responsabile del sito che riunisce i fan di Shi An, Deok Mi mangia, respira e dorme per Shi An. È il suo sole e la sua luna. Il suo intero universo ruota intorno a lui. Questo è il segreto oscuro che Deok Mi deve nascondere al mondo. Ed effettivamente riesce a tenerlo per sé. Almeno fino a quando Ryan Gold (Kim Jae Wook), il nuovo direttore della galleria d'arte, non si insinua nella sua vita. Un tempo un pittore famoso, l'ex artista poi diventato direttore si considera una persona indifferente, che non si interessa alle vite altrui. Ma quando scopre il segreto di Deok Mi, tutto cambia.
Trailer
Anno: 2019
Episodi: 16 (1 ora e 15 min. circa a episodio)
Dove guardarlo: Viki sottotitolato in italiano
Genere: FriendshipBusinessComedyRomanceLifeDramaFamily
Diapositiva esplicativa   

Dopo un paio di mesi di drama che mi hanno messa alla prova, finalmente ho fatto la scelta giusta per ricaricarmi il cervello e l'anima. Her private life è un drama fuffoloso, romantico, divertente, che non si prende mai troppo sul serio (o meglio, lo fa solo alla fine ma glielo perdoniamo) e che fin da subito vuole far sorridere. Sta diventando difficile riuscire a beccare un drama che non diventi stucchevole o noioso quando tenta la strada romantica, e soprattutto sta diventando complicato trovare personaggi femminili che riescano a rimanere nello schema pur dando una spinta in più a quell'immagine femminile patinata e sottomessa che mi manda al manicomio.

Her private life parla principalmente di una donna in carriera, Deok Mi: di giorno professionista stimata ed elegante, nel tempo libero è una fangirl hardcore con tanto di sito fansite e casa arredata con poster e memorabilia del suo idolo preferito. Riprendendo un tema di grande attualità, questo drama porta sullo schermo il mondo dei fan degli idol, una specie di buco nero dove si trova di tutto, dalla persona comune alla stalker psicopatica, giocando con astuzia sull'immagine carinamente ossessionata di una donna per il suo idolo.
Deok Mi non ha una vera vita privata proprio perché dedica tutto il suo tempo libero al sito e alle attività dell'idol e nessuno, solo i due amici stretti e la famiglia, è a conoscenza di questa sua seconda identità. Non ha relazioni, perché dovrebbe spiegare la sua ossessione, non fa entrare in casa nessuno se non un paio di persone perché non c'è un angolo che non abbia sopra la faccia del cantante, e non ha nessuna intenzione di abbandonare questa passione perché la rende felice.
Forse solo il suo lavoro di curatrice le regala altrettante soddisfazioni ma è chiaramente un luogo dominato da regole e da una gerarchia che spesso la relega in un angolo nonostante i suoi numerosi sforzi e le sue doti.

Deok Mi è una protagonista che sorride spesso, gioca tanto, e che rappresenta in modo tenero una sezione di pubblico (i fan) riuscendo quasi a farsi prendere in simpatia anche da chi disprezza questi estremi. E' chiaro che nella riuscita del personaggio ha giocato un ruolo decisivo la scelta dell'attrice: la Park Min Young è sì un po' rifattina, ma è sempre molto espressiva e disinvolta quando si tratta di tirare fuori un lato comico ma non ridicolo.
Certo, ormai hanno trovato uno styling che le dona e lo ripetono, però esteticamente Deok Mi è una replica fedele della protagonista del drama What's wrong with secretary Kim che le aveva regalato l'immagine elegante e meravigliosa da donna in carriera.
In questo panorama frizzantino e divertente, con una Park Min Young che ormai sguazza in questo tipo di personaggi e li fa suoi in un battito di ciglia, entra in scena la controparte maschile.

Ryan Gold è un pittore in blocco artistico che prende le redini della direzione del museo, portando con sé uno stile americano che i suoi collaboratori faticano a seguire: Ryan è molto esigente, a tratti brutale, e si aspetta il meglio e il massimo e non si fa tanti scrupoli a traumatizzare le persone con la sua devastante onestà. Con Ryan se sbagli qualcosa finisci male, ma nonostante il suo essere difficile da gestire è onesto, capace e sempre schifosamente elegante nei modi.
Tra Ryan e Deok Mi le cose partono subito con il piede sbagliato: incontratisi mesi prima durante un'asta e subito presi da un battibecco, i due si incontrano nuovamente in aeroporto solo che questa volta il poveretto si trova contro la fangirl in incognito e non Deok Mi che poi lo riconosce al suo arrivo al museo. Le scintille tra i due sono immediate, aggressive e passano dal massacrarsi - sempre con grande eleganza - ad avere subito una strana connessione che devono gestire con i guanti.
Il drama si rimbalza tra gli scontri dei protagonisti e tra il continuo giostrarsi di Deok Mi per tenere segreta la sua identità. Non lo nego, è divertente. Per chi segue uno o più idol vedere messo su schermo alcuni dei nostri comportamenti fa sorridere e fa anche un po' riflettere, anche se a volte esagerano per assicurarsi la risata nella maggior parte dei casi è realistico.

Il vero punto di forza del drama, decori divertenti a parte, è la coppia. Io non so come faccia questa donna, ma in qualsiasi drama abbia fatto si è sempre beccata attori bellissimi e affascinanti e con ognuno di loro ha dimostrato di avere una chimica pazzesca.
Park nazionale sarà anche brava e bella - anche se certi outfit... - ma è stato lui a darmi il colpo di grazia.
Ryan Gold non è il solito ragazzotto, è un uomo fatto e finito, è elegante, raffinato, ha un carattere forte ma - e qui si gioca il tutto e per tutto - è uno che non gira attorno al cespuglio e non incasina le cose con scenate inutili. Va dritto al punto, è razionale, ha buon senso e ha un senso dell'umorismo che spunta fuori quando meno te lo aspetti. E' un gran bell'uomo, c'è poco altro da dire, ma soprattutto l'attore che lo interpreta è bravo, ha una mimica e un'espressività molto fluide e sciolte, è genuino e poco affettato e si muove benissimo nei panni di un uomo come Ryan Gold.

Appurato che la coppia e il tema del drama funzionano, rimangono solo da spendere due parole sui personaggi secondari. Da parte di Ryan non c'è molto, a parte il mistero legato ai quadri e alla madre, ma da parte di Deok Mi c'è fin troppo: i genitori sono due fulminati, il padre colleziona pietre e la madre è perennemente incattivita, c'è l'amico d'infanzia (che fa il second friendzonato) che ci regala un paio di docce notevoli e la migliore amica che è pazza peggio di Deok Mi. Poi ci sono i colleghi del museo, abbastanza piacevoli anche se è la Direttrice isterica a far schiattare dal ridere. C'è ovviamente una controparte cattivella che, però, si adegua subito allo spirito del drama e diventa un bel personaggio. Dell'idol posso dire solo che fa l'idol e che non disturba i neuroni più di Ryan.
Sulla colonna sonora stendo un velo pietoso, niente di esaltante purtroppo.

Basta, non c'è altro da dire. Her private life è così, fuffoloso per 15 puntate, tenta il melodramma alla sedicesima puntata ma ci riesce poco perché sbrodola fuori dalla scodella. Il fatto che sia così consistente nella sua romantica pucciosità è il suo principale punto di forza, insieme alla fascinosa eleganza di Ryan.
Passo e chiudo.

28 ottobre 2019

Stuart Turton
Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Titolo originale The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle

Trama
Neri Pozza
pag. 526 | € 18,00

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell'alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento - la morte del giovane Thomas Hardcastle - ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d'artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell'attimo in cui esplodono nell'aria i preannunciati fuochi d'artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell'acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L'invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell'acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l'assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House...
La separazione dell'anima dal corpo che occupa abitualmente potrebbe evocare la morte, ma nel profondo di me stesso so che questo non è l'aldilà. All'inferno ci sarebbero meno domestici e arredi migliori, e poi privare un uomo dei suoi peccati mi sembra un sistema poco efficace per giudicarlo. No, sono vivo, anche se in una forma che non riconosco.

Commento
Ho procrastinato la recensione più che ho potuto, ma sono arrivata al punto in cui o la scrivo o non la scrivo e, onestamente, vorrei almeno provarci. Già so che il tentativo di spiegare questo romanzo mi causerà un attacco di ansia e mi lascerà in totale confusione, ma sono le 10.35 di Lunedì e questa recensione deve andare online.
Le sette morti di Evelyn Hardcastle è entrato nella pila di libri presi prima delle vacanze perché, sarò onesta, mi attirava sul serio. Normalmente non sono attratta dai romanzi contorti, cervellotici, quelli che ti prosciugano le energie nel tentativo di seguirne la storia e capirci almeno qualcosa. Conosco i miei limiti ed evito accuratamente di mettermi alla prova inutilmente, perché so che oltre a perdere la pazienza e l'attenzione non entrerò mai in sintonia con la storia.
Ecco, ho preso questa abitudine e l'ho gettata fuori dalla porta quando ho comprato il romanzo di Turton. Il merito del mio acquisto impulsivo è tutto della massiccia pubblicità positiva fatta sia dall'editore, sia da chi lo aveva letto e amato.
Mi sono avvicinata al romanzo con cautela e con un mix di morbosa fascinazione e terrore. Avevo paura di iniziarlo, di non capirci niente, di innervosirmi e poi mollarlo. A chi, là fuori, è una testa di rapa come me dico: non preoccupatevi, questo romanzo è un rompicapo ma persino i testoni come noi riescono a seguire le sue spirali fino alla fine.
Le sette morti è come un puzzle da comporre senza avere l'immagine di riferimento, e né il lettore né il protagonista e voce narrante hanno la benché minima idea di cosa stia succedendo. La comunione tra lettore e protagonista nella totale ignoranza è il primo elemento a favore del romanzo: avere un compagno con cui vivere l'esperienza che è confuso esattamente come te aiuta, se posso dirlo, a far girare le rotelline del cervello e a sfruttare la crescente consapevolezza del protagonista per trovare connessioni e indizi e a farsi una propria idea di cosa stia accadendo.
Per me è stato così, all'inizio ho dovuto concentrarmi per avere il quadro generale degli eventi, ma poi appena capito i meccanismi di base la smania di spronare il protagonista ha preso il sopravvento. Mi sono sorpresa ad avere intuizioni, a sospettare e a volte indovinare e a desiderare ardentemente che il protagonista avesse i miei stessi pensieri. Di solito ci si immedesima con i personaggi di un romanzo, qui invece si è ben consapevoli di esserne fuori, di vedere gli eventi susseguirsi ed essere dei veri spettatori. Il coinvolgimento è tutto per la storia.
Il protagonista rimane senza nome per buona parte del romanzo e l'inizio della storia corrisponde al suo risveglio in stato confusionale in mezzo al bosco. Convinto di aver assistito (o sentito?) ad un omicidio, il personaggio rientra nella dimora degli Hardcastle dove scoprirà di aver perso la memoria. O forse no? Rinchiusi nella dimora fatiscente, una serie di ospiti più o meno illustri aspettano la festa che celebrerà il matrimonio di Evelyn e che combacerà, guarda caso, con l'anniversario della morte di Thomas Hardcastle. Quella degli Hardcastle è una famiglia complicata, piena di segreti, di astio e di sofferenza ed è il seme che ha generato il mistero che il protagonista dovrà risolvere: la sera della festa Evelyn morirà e il protagonista deve scoprire chi è l'assassino. 
Naturalmente questo non è un giallo alla Agatha Christie e la storia diventa subito strana quando il protagonista - che chiamerò con il suo nome, Aiden - viene informato da un misterioso soggetto travestito da medico della peste che lui, come altre persone presenti, deve risolvere il mistero se vuole andarsene da Hardcastle, altrimenti la sua esistenza sarà condannata a ripetere il ciclo fino a che raggiungerà la soluzione. In aiuto ad Aiden c'è un escamotage, cioè ogni giorno per sette giorni si sveglierà dentro il corpo di uno degli ospiti e attraverso di loro dovrà progredire con l'indagine. La prima incarnazione è persa, il suo ospite era troppo scosso per l'omicidio e per la convinzione di essere davvero se stesso, ma le altre sono tutte determinanti. Aiden farà molta fatica ad accettare la stramba realtà e ad adeguarsi alle regole stabilite - pare - dal medico della peste. La sua personalità gli impedisce di rimanere impassibile di fronte alla morte di Evelyn ma è per lui sia aiuto sia ostacolo, perché Aiden entrerà nel vivo del gioco molto più avanti e solo quando si renderà conto che arrivare alla soluzione è davvero l'unico modo per fuggire.
Articolare la complessità della trama è impossibile perché succedono talmente tante cose che tralasciare il minimo elemento farebbe crollare la struttura della storia. Ogni elemento, ogni dialogo, ogni dettaglio confluiscono verso il finale e perderne uno significa perdere il ritmo della storia e rimanere indietro rispetto ai personaggi. L'autore ha sfoggiato un'abilità stupefacente nel non perdersi nei meandri di una storia così complicata e nel riuscire ad articolare una trama fatta di dettagli senza uscire dai margini dell'essenziale. In tutto il romanzo non c'è una sola scena superflua, non c'è una ripetizione, non c'è un filo di trama che si perde nel nulla, il lavoro di fino che c'è dietro è monumentale e per questo assolutamente incredibile.
Unendo tutti questi elementi si ha un romanzo ipnotico che crea dipendenza, ha un ritmo talmente serrato che lasciarlo da parte e riprenderlo dopo è una vera sofferenza. La storia rimane nella testa, si continua a pensarci e a fare supposizioni, e quando si riprende la lettura si riparte esattamente alla stessa velocità con la stessa smania e lo stesso livello di attenzione, il che è per me già un miracolo.
Il finale è un colpo di scena assoluto, di quelli che ti fanno implodere il neurone per la sorpresa e ti fanno pensare alla genialità dell'idea.
Se non fosse stato per quelle 20 euro extra, o per il fascino esercitato da questo romanzo, non lo avrei letto e avrei perso una vera avventura. Le sette morti di Evelyn Hardcastle è un'avventura, è come andare sulle montagne russe e nella casa dei fantasmi allo stesso tempo, è più che un romanzo ed è una delle storie più appassionanti che ho letto quest'anno, e detto da una che di solito questo genere lo rifugge è l'ennesimo segno di quanto sia bello. Leggetelo.

25 ottobre 2019

K-drama della settimana: Rookie Historian Goo Hae Ryung


The story takes place at the beginning of the 19th century. Goo Hae Ryung is an intern to become a palace historian. However, it was not acceptable for women to write historical records at that time. She takes one step at a time to create her own destiny in Joseon, where the Confucius ideas are deeply rooted. She wants to fulfill her duties as a historian and prove to the world that everyone is equal. Along with the fight of the female palace historians, the drama will tell her romance with Prince Lee Rim who has a secret of his own.
Anno: 2019
Episodi: 20 (1 ora circa a episodio)
Dove guardarlo: Originale Netflix sottotitolato in italiano
Genere: HistoricalComedyRomancePolitical

Diapositiva: 

Fatemi iniziare con uno sfogo:
NON E' VERO CHE CHA EUN WOO RECITA PEGGIO DI UN CANE! Non è vero, non lo accetto. Cerchiamo di abbassare tutti la cresta e rimanere umili, perché qua nessuno è critico cinematografico, nessuno è Pasolini e non siete attori da Oscar. Siete degli sbirulini come me, che guardano drama e sbrodolano come dei disperati, e tutte queste arie possiamo anche risparmiarcele.
No, non penso che Eun Woo sia un bravo attore, ma se la cava egregiamente e molto più di tanti altri e non si merita di essere massacrato perché ha un'espressività elementare. C'è qualcosa di sbagliato nell'essere persone facili da decifrare? No, per me no, quindi tifo per Eun Woo e per i suoi occhietti a forma di Sofficino Findus.
Sfogo terminato.

Rookie Historian è un drama storico di quelli che piacciono a me: non è pesantone, ha una bella dose di comicità, è romantico e a tratti puccioso, drammatico nelle giuste dosi con un intrigo di corte che intrattiene nel modo migliore, ovvero senza rovinare il mood e senza incasinare senza motivo. Certo, non è perfetto, non è un 10 e lode, non mi ha lasciata prosciugata come Mr. Sunshine, ma mi ha accompagnata in queste settimane con la sua leggerezza e la sua dolcezza.
Sì, ho detto settimane perché ho fatto l'errore di iniziarlo prima che fosse completo su Netflix, convinta che avrei visto una puntata alla settimana a dire tanto - perché gli storici sono piuttosto pesantoni e in genere non riesco a maratonarli. Ecco, ho aspirato le prime 10 puntate nel giro di pochi giorni (Tre? Quattro?) e poi ho dovuto frenarmi per centellinare le ultime puntate prima dell'attesa di quelle nuove. Ho passato tre settimane in crisi d'astinenza ma alla fine ce l'ho fatta.

Bene, come dicevo Rookie è un drama divertente, positivo, che si appoggia moltissimo, soprattutto all'inizio, alle vicende personali dei due personaggi centrali: Hae Ryung e il principe Dowon. Hae Ryung è una donna di 26 anni, zitellissima, abituata a fare come vuole perché il fratello le permette qualsiasi cosa, si guadagna qualche spicciolo per ammazzare la noia leggendo alle nobili romanzi d'amore. Essendo una donna colta, Hae Ryung schifa potentemente i romanzi d'amore, anche se vendono tantissime copie e sono il genere più richiesto. L'autore più famoso del momento è Maehwa, un misterioso scrittore amatissimo dal pubblico, dietro al quale si nasconde Dowon. Dowon è l'esempio lampante del principe annoiato, vive recluso e isolato dalla corte, ha solo l'eunuco e le due dame di corte con cui parlare e non sa niente di niente del mondo, solo quello che legge nei romanzi. I suoi romanzi sono romantici al punto da essere stucchevoli, esagerati, quasi grotteschi, ma sono un successo dietro l'altro, e il principe decide di avventurarsi fuori dal palazzo in incognito proprio per assaporare l'evento del lancio del suo ultimo romanzo.
Sì, i due si incontrano e si scornano, e sì i loro bisticci sono adorabili da morire, ma la questione un po' si perde quando Hae Ryung orienta la sua attenzione verso una nuova sfida degna del suo intelletto: diventare storica di palazzo per evitare di venire incastrata in un matrimonio combinato.

Anche se la prima parte mi aveva illusa che il drama ruotasse attorno al gioco degli equivoci legati all'identità nascosta di Dowon, prestissimo cambia rotta e si concentra su questo nuovo elemento: l'introduzione di storiche a palazzo. Se devo essere onesta non mi aspettavo che diventasse un tema così interessante e stimolante, e invece ha dato carattere al drama là dove probabilmente ci sarebbe stata ripetizione, e ha introdotto una carrellata di personaggi secondari che sono stati fantastici; in più, proprio perché le vicende si svolgono principalmente a palazzo, oltre alla prevedibile ricomparsa di Dowon, abbiamo anche il Principe Ereditario, il Re e un corollario di personaggi di potere che sostengono la parte drammatica/di intrigo del drama.
Secondo me hanno gestito benissimo la struttura del drama, hanno saputo creare delle basi molto solide, molto interessanti e molto versatili nella varietà di comicità e drammaticità.
Naturalmente il personaggio che lega tutto è Hae Ryung che, secondo me, è la vera protagonista assoluta del drama e che ho apprezzato in modo particolare grazie all'interpretazione di Shin Se Kyung. Lei mi era piaciuta molto in Bride of Ha Baek ma qui si è superata, sia perché il ruolo le donava, sia per la sua interpretazione e la sua gestualità che mi hanno veramente colpita. Lei è super promossa anche per la costanza e la coerenza, durante il drama non si trasforma, non diventa troppo dura e inflessibile o troppo mollacciona, invece mantiene una sicurezza coerente con la sua età, con la sua formazione e con la sua indole, cosa che tra l'altro contrasta in modo tenerissimo con la natura dolcina e innocente di Dowon.

Ecco, Dowon secondo me è uscito così bene proprio perché Eun Woo ha l'aria innocente, positiva, semplice. Don't get me wrong, è bello da fare male ma lo è in modo puro, quasi virginale (tzse') ed è perfettissimo per Dowon, che ha solo 20 anni e non sa niente di niente, figurarsi come gestire le questioni di palazzo o i sentimenti che prova per Hae Ryung. Anche se verso la fine il suo personaggio diventa centrale nella risoluzione del drama, proprio perché è impreparato a questa situazione rimane un pochino in disparte, tenta di uscire dalla prigionia mentale che lo ha castrato per anni ma la sua personalità gli impedisce di essere crudele e scaltro. Infatti la sua massima aspirazione è la libertà, non il potere, e se si pensa al Dowon autore di inzio drama si vede anche qui coerenza e credibilità. Ho già detto che ho trovato Dowon adorabile? Ecco, se si unisce a quanto bene gli stavano i costumi d'epoca allora avete il vostro protagonista quasi principale. Non mi è dispiaciuto che Dowon fosse spesso messo da parte e che non avesse un ruolo centrale in senso assoluto, mi è sembrata la scelta più giusta per la storia e per la natura stessa del personaggio.

Ora vengo ai personaggi secondari. La gang di storici è stata fantastica. Giuro, dei secondari così li ho incontrati raramente, la loro varietà, la loro importanza nella trama, il sostegno a volte anche silenzioso che hanno dato a Hae Ryung sono il sale del drama. Senza di loro il drama avrebbe probabilmente perso il grosso della complessità, e soprattutto avrebbe perso una storyline drammatica e bellissima.
Lo storico Min, in particolare, è stato un personaggio chiave del gruppo e per un attimo è sembrato essere il second lead. Forse, in un certo senso lo è, ma di sicuro non per la parte romantica. Il suo ruolo è decisivo in molti dei momenti critici ed è una guida importantissima per Hae Ryung sia come storico, sia come figura di riferimento per la sua moralità. Insomma, mi è piaciuto tanto, ma anche tutti gli altri storici sono stati preziosi perché regalano momenti di comicità vera - la rissa, ad esempio - e per la loro varietà riescono a sostenere benissimo i differenti momenti di dramma.
Anche le altre tre storiche sono state fantastiche, fanno gruppo in modo naturale e non sono mai antagoniste di Hae Ryung. Una di loro, Sa Hee, spicca perché è indipendente, intelligente e coraggiosa. Con lei devo per forza nominare il Principe Ereditario, la mia è stata una ship senza speranza. Il principe Yi Jin è bello, buono, bravo e ha il mai una gioia personale tatuato in fronte. A me è piaciuto tanto, l'ho trovato un buon personaggio contro la negatività della corte, forte quando deve e debole quando mostra il suo lato umano. Certo, ha vacillato un po' alla fine ma suppongo servisse solo ad aggiungere brivido alle puntate più drammatiche.



Non mi resta che aggiungere due considerazioni. La prima è per la colonna sonora, che ho trovato davvero molto gradevole anche se non eccezionale; la seconda è per l'estetica del drama, un sogno per chi apprezza i toni pastello come la sottoscritta. I costumi di Dowon sono meravigliosi, i colori di tutti i costumi sono bellissimi, anche le stoffe e quegli strati svolazzanti sono stati un balsamo per gli occhi. Set, costumi, musiche, sono dettagli che contano e che fanno la differenza e io qui ho solo voti altissimi. C'è una scena in particolare, quella della spiaggia, che è un orgasmo estetico, una cosa bellissima da vedere.
Basta buttare un occhio sulla foto a destra, ciliegi in fiore, rosini, lillini, azzurrini, è un tripudio di colori tenui e di leggerezza. Una vera meraviglia, e loro due sono bellissimi.
Se ancora non si fosse capito, io a Rookie Historian ho dato un voto alto, addirittura 9, perché mi è piaciuto tanto e perché sento un diavoletto dentro che mi spinge ad andare contro ai criticoni.

  

21 ottobre 2019

Mary Lynn Bracht
Figlie del mare

Titolo originale White Chrysanthemum

Trama
Longanesi
pag. 370 | € 18,60

Corea, 1943. Per la sedicenne Hana sapere immergersi nelle acque del mare è un dono, un antico rito che si trasmette di madre in figlia. Nel buio profondo delle acque, è solo il battito del cuore che pulsa nelle orecchie a guidarla sino al fondale, in cerca di conchiglie e molluschi che Hana andrà a vendere al mercato insieme alle altre donne del villaggio. Donne fiere e indipendenti, dedite per tutta la vita a un'attività preclusa agli uomini. Nata e cresciuta sotto il dominio giapponese, Hana ha un'amatissima sorella minore, Emi, con cui presto condividerà il lavoro in mare. Ma i suoi sogni si infrangono il giorno in cui, per salvare la sorella da un destino atroce, Hana viene catturata dai soldati giapponesi e deportata in Manciuria, dove verrà imprigionata in una casa chiusa gestita dall'esercito. Ma una figlia del mare non si arrende, e anche se tutto sembra volerla ferire a morte, Hana sogna di tornare libera. Corea del Sud, 2011. Arrivata intorno agli ottant'anni, Emi non ha ancora trovato pace: il sacrificio della sorella è un peso sul cuore che l'ha accompagnata tutta la vita. I suoi figli vivono un'esistenza serena e, dopo tante sofferenze, il suo Paese è in pace. Ma lei non vuole e non può dimenticare... In Figlie del mare rivive un episodio che la Storia ha rimosso: una pagina terribile che si è consumata sulla pelle di intere generazioni di giovani donne coreane. E insieme vive la storia di due sorelle, il cui amore resiste e lotta nonostante gli orrori della guerra, la violenza degli uomini, il silenzio di oltre mezzo secolo finalmente rotto dal coraggio femminile.
Mentre correva nel buio, Hana  trattenne in mente l'immagine di Emiko, ma a volte il viso si trasformava e diventava quello delle altre sorelle che si era lasciata alle spalle. Pensò al loro orrore quando si sarebbero rese conto che era scomparsa, pensò all'orrore di Keiko, però continuò a correre finché i polmoni non le bruciarono e il petto non le fece male. E poi corse nonostante il dolore, come se fosse il tuffo più profondo della sua vita, come se dalle buie profondità dell'oceano stesse nuotando per risalire verso la luce.

Commento
Prima delle vacanze estive ho avuto un raptus di shopping compulsivo di libri, in parte soddisfatto online e in buona parte sfogato comprando i libri rimasti in negozio che sarebbero finiti nella resa pre-trasloco. Mi sono sentita un po' come una buona samaritana, ho comprato copie rovinate, copie singole, edizioni cartonate di titoli usciti in economica, insomma ho dato una casa a dei romanzi che sarebbero spariti nel dimenticatoio (o nel macero).
Uno dei romanzi che ho preso è stato Figlie del mare e per un minuto avevo anche pensato di spendere 5€ per l'edizione economica, invece delle 18 e passa di questa rilegata. L'ho curato da quando ci era arrivato in libreria e alla fine mi sono decisa e l'ho preso.
Ora, sono consapevole della motivazione che mi ha spinta a scegliere questo romanzo e non mi illudo di aver avuto un guizzo di interesse storico perché non sarei credibile. Ho letto Corea e già ero convinta, quindi non farò finta di avere una conoscenza storica tale da farmi dire 'ah ecco, finalmente un romanzo che tratta di questo argomento' perché non ce l'ho. Anzi, prima di prendere in mano questo romanzo non avevo mai nemmeno sentito parlare di questo episodio, ma forse è stata proprio la curiosità di scoprirne di più - anche se solo attraverso una storia inventata - a spingermi verso Figlie del Mare.
Naturalmente bisogna fare un piccolo warning. Per quanto sia una storia romanzata, l'argomento è di  una tale gravità da aver reso praticamente impossibile evitare di rendere alcune scene estremamente grafiche. E' da un lato impossibile, se si vuole trasmetterne il vero significato, ed è dall'altro ingiusto tentare di ammorbidire qualcosa di così orrendo e inumano. Quindi se avete una sensibilità che vi porta ad evitare argomenti legati alle violenze sessuali, alle violenze legate alla guerra, deportazioni, torture ecc, allora forse questo non è il romanzo per voi. Non è così crudo da leggere come si potrebbe immaginare, ma a tratti richiede una buona dose di resistenza perché, nonostante le scene lette siano inventate, sono quasi sicuramente storicamente accurate e proiettarle su una realtà lontana nel passato non è poi così impossibile.
Detto questo faccio un super riassunto sull'argomento. Durante la seconda guerra mondiale il Giappone rapiva - letteralmente - giovani donne (a volte bambine, a volte adulte) dalla Corea, dalla Cina, e da altri paesi vicini per deportarle al fronte come schiave sessuali per i soldati giapponesi. Hanno usato una definizione vagamente gentile - comfort women - per descrivere quello che queste donne erano, ma la verità è che erano schiave, che erano costrette a prostituirsi, venivano stuprate da un soldato dietro l'altro come se fossero state solo dei sacchi di carne, non esseri umani, e ovviamente la maggior parte di loro non solo non tornò a casa, ma morì tra atroci sofferenze fisiche e mentali.
L'argomento è stato causa di tensioni diplomatiche tra Giappone e Corea e da quanto ho capito a tutt'oggi il Giappone non ha ancora fatto delle scuse ufficiali. Giusto per dire, il Giappone è un paese bellissimo ma non è esente dall'aver perpetrato violenze inaudite, quindi non idealizziamolo troppo.
L'autrice racconta la storia di una ragazzina, Hana, che vive con la sua famiglia sull'isola di Jeju. Hana ha appena iniziato a seguire le orme della madre, una haenyeo (categoria esclusivamente femminile di pescatrici che si immergono in apnea per raccogliere abaloni e frutti di mare), e da quando è nata il suo paese è sempre stato occupato dai giapponesi. Di solito la sua vita prosegue come se niente fosse, raramente i soldati si fanno vedere lungo le coste di Jeju, ma il senso di pericolo non abbandona la popolazione, tanto che i genitori non lasciano mai da sole le proprie figlie sapendo del rischio di vederle sparire. Un giorno Hana si sta immergendo con la madre, mentre la sorellina Emi rimane sulla battigia a custodire il pescato, quando Hana vede in lontananza un soldato giapponese camminare verso la spiaggia, proprio verso Emi. In preda al panico, convinta che il soldato vedrà la sorellina, Hana esce dall'acqua e cerca di distrarre il soldato in modo che non si accorga della bambina. Per Hana questo è l'inizio della fine, il soldato è il caporale Morimoto che, eccitato dal carattere forte della ragazzina, deciderà di portarla via come schiava personale.
Dal momento in cui i soldati portano via Hana inizia un racconto che pone il lettore di fronte alla crudeltà dei giapponesi, senza ingigantire le scene, senza esagerare con il lessico, semplicemente descrivendo senza scuse quello che le ragazze dovevano subire. L'umiliazione, la paura, l'annullamento della loro umanità, le violenze, l'autrice non risparmia nulla ma non vuole nemmeno far soffrire inutilmente il lettore. Più che un desiderio di shoccare, c'è il desiderio di far comprendere la gravità dell'ingiustizia a fronte della continua indifferenza del governo giapponese.
Parallela alla storia di Hana ambientata negli anni '40 abbiamo quella di Emi nel 2011, quando ormai la donna è anziana e alla fine della sua vita e deve fare i conti con i sensi di colpa nei confronti della sorella. Man mano che la storia di Hana progredisce evolve anche quella di Emi e i caratteri delle due protagoniste diventano sempre più marcati. Hana è un personaggio forte, nonostante sopporti dei traumi continui non perde la sua forza, non perde mai la speranza di poter scappare, la sua è una personalità che conforta il lettore, perché rimane combattiva e non permette a niente e a nessuno di eliminare la sua identità. Emi, invece, all'inizio sembra essere la parte debole della storia, in completa negazione sulla sorte della sorella, nasconde il suo passato ai figli e rifiuta quasi di accettarlo; però dopo che la sua salute crolla Emi comincia un lento percorso di apertura e di accettazione anche verso se stessa, e attraverso i suoi figli filtra il senso di colpa, analizzandolo da lontano, sezionandolo fino a trovare il vero nocciolo: ritrovare la sorella.
La vera bellezza del romanzo non è nella storia, ma nel messaggio: non dimenticare, condividere un episodio della storia passato tristemente inosservato, sensibilizzare le persone, e non lasciare mai impunito un crimine, né permettere che queste persone facciano finta di niente.
L'autrice è stata molto brava a non sbilanciarsi troppo, a prendere le difese di una parte o cedere all'accusa sottile per l'altra, invece ha impregnato la sua narrazione con la tristezza assoluta che questa storia ha lasciato nei sopravvissuti ma allo stesso tempo ha lasciato aperto uno spiraglio verso un finale, in un certo senso, positivo. Hana, nonostante le sofferenze, riuscirà ad avere la sua libertà e Emi riuscirà a chiudere il suo cerchio di vita dando l'addio finale al ricordo di sua sorella.
Sono contenta di essermi buttata su un genere di narrativa che di solito non considero, e soprattutto sono contenta di aver aggiunto un piccolo tassello alla mia piccola conoscenza storica. Non fai male aprire gli occhi sui segreti del passato, ti fa vedere le cose con una nuova prospettiva.

18 ottobre 2019

K-Drama della settimana: One Spring Night

The story of a couple who hits the point in their relationship where they must think about marriage, which prompts them to examine and appreciate and understand their love in a whole new way. Lee Jung In is a woman in her 30's. She works as a librarian. Yoo Ji Ho works as a pharmacist and he has a warm heart.
Anno: 2019
Episodi: 16 (1 ora circa a episodio)
Dove guardarlo: Netflix
Genere: RomanceLifeDrama

Diapositiva:   

One Sping Night, sottotitolo Signore Dammi La Forza.
Oh, sarò sfigata, tra Giugno e Luglio ho beccato solo drama che sono partiti bene e poi sono precipitati nella fossa del miodioquandofinisce, anche conosciuta come la fossa della trama che va a remengo e del picchierei tutti i personaggi, incluso il mio amore segreto Dolcezza. Se sono arrivata a voler menare pure lui è evidente che  in questo drama c'è qualcosa di sbagliato. Mi si spezza il cuoricino se penso a quanto mi sono piaciute le prime puntate e a quanto sono arrivata ad odiare tutto e tutti durante le ultime.

One Spring Night fa parte della categoria di drama che a me piace definire 'spaccato di vita comune' e riesce benissimo nel suo intento. La storia ruota attorno alla protagonista, Jung In, una donna che ha superato i trent'anni e lavora in una biblioteca. Da quattro anni ha una relazione con Ki Seok e ad un certo punto tutti attorno a loro cominciano a parlare di matrimonio: vuoi per la loro età (evidentemente in Corea se superi i 30 e non sei già sposato hai qualcosa che non va), vuoi perché stanno insieme da anni, tutti vedono per loro un unico sviluppo possibile e danno per scontato che tanto, prima o poi, si sposeranno sul serio.
Tra i due, però, è Ki Seok a dire sposiamoci e ad adottare il suggerimento degli altri come se fosse una buona idea. Jung In, invece, non solo non pensava nemmeno al matrimonio ma ha sempre vissuto la sua relazione un giorno alla volta, poco presa da questi sentimenti che si sono affievoliti con gli anni, complice anche la sprezzante indifferenza della famiglia di lui che non ha mai dimostrato di volerla conoscere o di vederla come possibile nuora.

Per Jung In la proposta di matrimonio e l'accettazione scontata di amici e famigliari sono il punto di rottura, lei proprio di fare quello che gli altri si aspettano non ci pensa proprio, visto che non ha mai desiderato sposarsi e tanto meno con Ki Seok. I suoi dubbi rimangono segreti e cerca nel frattempo di guadagnare tempo, tergiversando con Ki Seok ed evitando del tutto l'argomento con la sua famiglia. Jung In non si sente stimata, sostenuta, capita e forse nemmeno amata da Ki Seok e in un certo senso disprezza quel suo darla per scontata così, appena incontra un ragazzo che la corteggia, si ritrova davanti ad un bivio.

Jo Ho è un giovane farmacista ed è anche un padre single. Ha avuto il bambino quando era molto giovane e la madre li ha lasciati dopo la nascita, ed essendo fondamentalmente una brava persona ha messo da parte la sua giovinezza per concentrarsi sul figlio e sul lavoro, in modo da poter un giorno diventare un padre a tutti gli effetti. Jo Ho, per forza di cose, lascia il bambino con i genitori e passa spesso da loro, a volte si ferma a dormire a volte se lo spupazza in giro, ma non dimentica mai che questa lontananza è temporanea ed è necessaria. Per anni Jo Ho si è annullato come uomo, come giovane, finché Jung In entra nella sua farmacia e lo fulmina seduta stante. All'improvviso Jo Ho esce dal suo letargo, si risveglia e si apre spontaneamente ad un'attrazione immediata per una donna che è off limits. Il fatto che Jung In sia fidanzata è, ovviamente, un ostacolo, ma il fatto che questa relazione sia traballante e sia arrivata alla sua fine è l'apertura che Jo Ho aspettava. Tra i due c'è chimica, c'è attrazione, e Jung In prova per la prima volta cosa vuol dire avere qualcuno che la desidera perché è fatta così, con i suoi pregi e i suoi difetti, e che non tenta in ogni modo di conformarla all'ideale di fidanzata che tutti hanno.

La crisi della relazione con Ki Seok raggiunge la sua naturale rottura e Jung In decide che probabilmente esplorerà questo suo nuovo sentimento per Jo Ho, ma con i suoi tempi. Purtroppo la loro quasi relazione viene messa allo scoperto e lei diventa subito una traditrice, una donna che ha lasciato il fidanzato storico per un ragazzo padre.
Il drama principalmente ruota su questo contrasto tra le parti e fino alla fine si prova un'ansia tremenda per la pressione delle famiglie, degli amici e della società affinché Jung In ceda ad un matrimonio che non desidera, solo per mantenere le apparenze. Ki Seok si trasforma in un ex ossessivo e manipolatore, che non capisce un no neanche se gli arriva dritto in faccia e che avvelena con le sue azioni la fine della loro relazione, già difficile e complicata. In più ci si mette il padre di Jung In, che non accetta di perdere il suo ruolo perché il matrimonio sarebbe stato utile soprattutto a lui.

Li ho odiati parecchio, questi personaggi secondari, e ho faticato a sopportare e a capire le reazioni di Jung In che non manda tutti a fanculo, c'è un evidente contrasto culturale e non ho idea se nella società coreana sia la prassi obbligare i figli a fare matrimoni infelici, però per me arrivare alla fine del drama, dopo la quantità di assurdità perpetrate da questi personaggi, è stata una vera prova di sopportazione. Oltre a Jo Ho, che è adorabile a dei livelli incredibili, soprattutto quando è con il figlio, e a Jung In che è una protagonista molto forte ed emancipata rispetto alla media dei drama, ci sono altri due personaggi femminili - forse dovrei dire tre - che hanno saputo tenere testa alle convenzioni sociali. La prima è la sorella maggiore di Jung In, costretta dal padre a sposare un uomo rispettabile e finita per essere picchiata un giorno sì e l'altro pure, trova il coraggio di lasciarlo e di chiedere il divorzio, tutelandosi addirittura attraverso la raccolta fotografica delle lesioni subite. La seconda è la sorella minore di Jung In, uno spirito libero che va contro le richieste dei genitori per vivere la sua vita in totale libertà; e la terza è la madre delle ragazze, che all'inizio pare essere la solita donna sottomessa al volere del marito ma alla fine tira fuori una forza tale da trasformarla nel muro protettivo che sta tra le figlie e questi uomini orrendi.

Per quanto io abbia amato il personaggio di Jo Ho, la seconda parte del drama risente parecchio di questi personaggi e inquina la visione, trasformando un episodio da dolce ed emozionante ad acido e nervoso; nemmeno il finale - prevedibilmente positivo - è un richiamo abbastanza forte per farti sopportare certe fesserie.
Poi, per carità, esteticamente parlando è una goduria per gli occhi - a parte i vestiti di Jung In da nonna e la solita sigla ripetuta miliardi di volte fino alla nausea - ed è un drama probabilmente molto attuale, ma il messaggio spesso è troppo invadente rispetto al desiderio di passare qualche ora in santa pace sul divano a sospirare d'amore. Si inizia così e si finisce urlando contro lo schermo, e la fine del drama è una vera e propria liberazione.

14 ottobre 2019

Laini Taylor
Il Sognatore

Serie Strange the Dreamer 1
Titolo originale Strange the Dreamer


Trama
Fazi Editore
pag. 524 | € 14,50
In un mondo indefinito, devastato dai postumi di una guerra fra dèi e uomini, il piccolo Lazlo Strange, orfano, viene allevato da monaci arcigni che tentano con la forza di strappare il germe della fantasia dalla mente del bambino. Ma Lazlo è nato sognatore. Rimane impressionato dai racconti di un anziano monaco, che parlano di una misteriosa città, un luogo di cui si è persa la memoria ma nel quale è accaduto qualcosa di tragico, qualcosa di enorme. Conoscere questa città, chiamata Pianto, diventa il suo sogno, la sua ossessione. Anni dopo, ormai ventenne, Lazlo lavora come bibliotecario; passando tutto il suo tempo fra libri e documenti, appaga la sua sete di ricerca e di storie. Finché un giorno arriva nientemeno che una delegazione di guerrieri proveniente proprio dalla mitica Pianto, guidata da un comandante soprannominato il Massacratore degli Dei, il quale spiega che sta girando per tutto il territorio alla ricerca di uomini e donne in possesso di capacità intellettuali e manuali che possano servire a ricostruire la città, devastata dalla guerra. Lazlo chiede di essere arruolato e ottiene il posto. Inizia così un viaggio avventuroso verso la meta cui ambisce fin dall'infanzia...
Il sogno di Lazlo venne rovesciato nell'aria e la tempesta e i colori di cui era composto non furono più un futuro da raggiungere, ma un ciclone che si scatenava in quel momento. Lazlo non sapeva che cosa, ma, con la certezza con cui si sente la puntura di una scheggia quando una clessidra cade da uno scaffale e si rompe, seppe che qualcosa stava accadendo. In quel momento.

Commento
Dopo un paio di letture tradizionali il mio cervello ha mandato segnali forti e chiari sul suo desiderio di fantasy YA e di nient'altro che non fosse questo. Per un attimo ho valutato l'opzione Cassandra Clare, ma non ero in vena di leggere in lingua e così mi è caduto l'occhio sui due romanzi della dilogia della Taylor, comprata subito alla sua uscita e - giustamente - lasciata a decantare in libreria.
Ora, sarà stata la brama del mio cervello, sarà stato il mood, sarà che la Taylor è un'autrice che è entrata in ritardo nella mia routine ma lo ha fatto con il botto, fatto sta che questo romanzo è stato aspirato in pochissimo tempo. L'ho iniziato e finito senza che quasi me ne rendessi conto e la sua fine - cliffhangerissima, vi avviso - è una di quelle che sì, ti lascia il bisogno di continuare, ma non necessariamente subito, righ away. E' il tipo di romanzo del quale avevo bisogno, un fantasy nuovo, ricco di immaginazione ma in un certo senso familiare (ricorda moltissimo l'universo della trilogia della Chimera di Praga), con una storia che ha un inizio e una fine che si intravede all'orizzonte e che - a seconda di cosa si decida di fare - può arrivare subito o più tardi. Io ho deciso di prendere una pausa tra il primo e il secondo libro, ma giusto perché voglio godermi i romanzi e non voglio bruciarli entrambi in tempi brevi.
Veniamo alla storia, che si apre su un Lazlo bambino alle prese con la sua fredda, noiosa e brutale esistenza. Lazlo fa di cognome Strange, dato d'ufficio a tutti gli orfani e che li distingue in modo semplice e impersonale dal resto delle persone. Uno Strange, oltre ad essere solo nel mondo, è anche privo di qualsiasi diritto o desiderio di uscire dall'ultimo livello della scala sociale. Il problema, per Lazlo, non è nemmeno l'assenza totale di prospettive sociali quanto il rigido divieto di potersi rifugiare in un mondo inventato e gioire per un pochino della sua immaginazione. La forza di Lazlo è tutta nella sua mente e, purtroppo, verrà quasi subito domata, costringendolo ad una esistenza di silenzi e servizi. Solo più in là negli anni la sua esistenza vedrà un netto cambio di rotta quando diventerà apprendista nella più grande biblioteca del regno, dove finalmente potrà scatenare la sua insaziabile sete di storie. Fin da piccolo Lazlo ha sempre trovato affascinante la storia della città di Pianto, ormai diventata una leggenda quasi dimenticata, e la sua passione divampa ancora quando - ormai uomo - trova nell'enorme biblioteca dove lavora una quantità di libri e di storie legate alla città dimenticata. Nella sua smania di trovare nuove informazioni, Lazlo diventa un vero topo di biblioteca e la sua conoscenza sulla storia di Pianto si estende là dove gli altri non si sono mai avventurati.
Il punto di rottura della routine di Lazlo arriva quando, per la prima volta dopo decine di anni, arrivano nel regno i guerrieri Tizerkane della città di Pianto. Lazlo è l'unico a non essere impreparato, ma è anche l'unico che viene escluso dall'incontro a causa della sua posizione sociale. La vera personalità di Lazlo, soppressa per tutti questi anni, affiora in superficie e rivela a tutti la sua competenza, la sua dignità, la sua pura passione per Pianto e l'onesta partecipazione emotiva alla loro storia. L'avventura di Lazlo, la sua vera avventura, inizia quando si unisce alla carovana di Eril Fane - il Massacratore di Dei - diretta verso Pianto, con l'obiettivo di aiutare la città e, in un certo senso, salvarla da un qualcosa che Eril Fane è restio ad anticipare al gruppo di studiosi.
Parallela alla storia di Lazlo si sviluppa anche quella di cinque ragazzi, cinque figli di Dei - gli stessi dei uccisi da Eril Fane - che fin dalla loro nascita vivono segregati nella fortezza sospesa nel cielo sopra Pianto, isolati dal mondo, senza possibilità di uscire e senza che nessuno possa entrare. La loro vita ha pochissime distrazioni, men che meno cibo o attività, e si concentrano tutti su un unico sentimento forte: l'odio. Nonostante quattro di loro, Feral, Sparrow, Ruby e Sarai, fossero troppo piccoli per ricordare, l'odio vero gli abitanti di Pianto e verso Eril Fane, che ha ucciso i loro genitori e tutti i bambini rimasti, è una costante alimentata da Minya, la più crudele del gruppo e colei che ha memoria del massacro. Per anni la vendetta è stata il loro unico desiderio finché sono cresciuti e la solitudine e la monotonia hanno attutito i ricordi e lasciato spazio al desiderio di entrare in contatto con il mondo esterno. Questo contatto è Sarai, nata con il dono di entrare nei sogni delle persone e manipolarli a suo piacimento, per anni li ha trasformati in terribili incubi che hanno alimentato il timore delle persone verso la fortezza. Sarai, pur avendo seguito la via della vendetta per la maggior parte della sua vita, comincia a sentire il peso di questo sentimento e a desiderare qualcosa di diverso per sé e per gli altri quattro: una vita, ordinaria come quella che spia nei sogni delle persone, ma preziosa perché impossibile per loro.
Tra i superstiti del massacro e gli abitanti di Pianto c'è un legame difficile da spezzare, un odio troppo radicato per poterlo razionalizzare, e una disperazione che permea le vite di tutti avvelenando le loro esistenze. Nel momento in cui le due storylines si toccano si crea il punto di non ritorno, quello che cambia il ritmo della narrazione e lascia intendere che le storie dei singoli personaggi diventeranno un filo nella trama della storia.
Lazlo e Sarai sono i due protagonisti, è vero, ma non monopolizzano la narrazione e lasciano ampio spazio a quei personaggi che hanno qualcosa da dire, azioni da compiere e scelte da fare che influenzeranno l'esito della storia. Da parte di Lazlo c'è Thyon Nero, un giovane alchimista che oscilla tra l'essere un eroe all'essere antagonista di Lazlo, ha una personalità molto interessante e per ora è sempre rimasto dietro le quinte, mai immobile ma non attivo nella storia. Da parte di Sarai il personaggio più forte dopo di lei è sicuramente Minya, che non nasconde il suo lato oscuro e che fin da subito mina l'equilibro del gruppo prendendone il controllo. Anche Feral, Sparrow e Ruby hanno una loro importanza, ma sono più che altro di contorno e il loro scontro è più un triangolo amoroso adolescenziale che stona con la gravità della storia. Naturalmente ci sono anche Eril Fane e gli altri Tizerkane ma anche loro rimangono un pochino in disparte.
Il romanzo ha i suoi tempi narrativi, ci vuole pazienza perché la prima parte è - forse - un filo lenta ma costruisce il personaggio di Lazlo fin nei minimi recessi della sua personalità e per me è stata parecchio affascinante. Quando la storia diventa più avventurosa e la narrazione prende un ritmo diverso anche la lettura diventa più serrata, c'è un crescendo piuttosto netto in tutto il romanzo che culmina nel finale. Onestamente non mi aspettavo che una certa cosa accadesse sul serio ma ho veramente apprezzato che la Taylor sia uscita - o forse è meglio dire che si è buttata fuori - dallo stereotipo del lieto fine. Il twist in chiusura è veramente intenso, drammatico, e cambia totalmente le carte in tavola, ma allo stesso tempo mi ha messo un po' di sana paura per il secondo romanzo della dilogia. Per questo ho deciso di fare una pausa, perché devo digerire tutto e avere la mente sgombra e fresca.
Sullo stile della Taylor non penso di dover aggiungere altro rispetto a quello che ho segnalato nelle recensioni dei suoi altri romanzi, dico solo che confermo e sottoscrivo: la Taylor non è una scrittrice frettolosa e superficiale, non lesina sulla ricchezza delle descrizioni, non ha paura di soffermarsi sui dettagli e riesce a non far pesare decine di pagine in cui - obiettivamente - succede poco o nulla. E' una brava autrice, scrive fantasy a target YA ma non usa lo stile semplicistico che purtroppo in genere si associa al genere e questo la rende godibilissima anche da un pubblico adulto.

11 ottobre 2019

Drama della settimana: Well intended love

A third-rate actress with leukemia becomes entangled with CEO Ling because she needs him for treatment. In order to receive bone marrow transplant sooner and to continue her career as an actress, Xia Lin enters into a secret marriage with Ling Yi Zhou, the CEO of a company. Despite the conspiracies and misunderstandings they encounter, the two find true love.
Anno: 2019
Episodi: 20 (45 minuti circa a episodio)
Dove guardarlo: Netflix
Genere: ComedyRomanceLifeYouth, FamilyMelodrama

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Non ho idea di cosa mi sia passato per la testa quando ho deciso di guardare un drama cinese, forse ero preda di qualche sindrome premestruale acuta e non ero in pieno possesso delle mie facoltà mentali. Però la cosa non si spiega perché le puntate sono 20 e fino alla decima ho tenuto botta come una drogata, a tratti mi ricordavo mia mamma quando guardava Beautiful - quando Beautiful era LA soap. Non so, credo di aver scelto bene come primo tentativo cinese, ma allo stesso tempo credo anche di aver fatto un errore tattico. Perché la soap che ti manda in astinenza va bene, ma se la bruci in due settimane di bruciato non c'è solo il drama ma anche il tuo cervello.

Con questo non dico che Well intended love è una trashata orribile schifosa inguardabile, dico solo che ha un livello di trash e uno stile completamente opposti a quello a cui sono abituata, senza contare il difficile scoglio linguistico da superare.

Vado per ordine. La storia è un meraviglioso mix tra Fifty Shades (senza il sesso), Beautiful (senza gli incesti), e una comedy di qualsiasi tipo o nazionalità. Il prodotto finale, quindi, è decisamente interessante e abbastanza ben fatto perché io arrivassi alla fine, ma non è stato così bello da convincermi a far entrare i drama cinesi nella mia rotazione dramosa. Oddio, qualche titolo in lista c'è, solo che non penso di vederli a breve.

Protagonista del drama è Xia Lin, una giovane attrice che non ha ancora sfondato - e che mai lo farà - che si ritrova improvvisamente malata di leucemia. Dall'oggi al domani la poverina ha una prospettiva di vita bassissima e lo 0,01% di probabilità di trovare un donatore compatibile. Caso vuole che quell'unico donatore sia il sig. Ling, CEO super mega ricco di una multinazionale che si occupa di qualsiasi cosa, dalla tecnologia allo spettacolo. Ling è un Mr.Grey formato cinese, autoritario, belloccio, freddo, sociopatico, cattivello e con un passato tormentato, che si prende subito una fissa per Xia Lin. Il malefico CEO le propone un accordo: considerando che di base lui non fa niente per nessuno, è disposto a fare da donatore per il suo trapianto solo in cambio di un matrimonio di facciata della durata di due anni, così mette in pace la nonna che lo vuole sposato con prole.
Xia Lin alla fine della fiera non ha scelta, accetta l'accordo e i due si sposano in fretta e furia tra bisticci e capricci, segue operazione che salva la nostra eroina e della quale non si vede nulla.
A convalescenza finita (sorvolo sulla velocità della cosa), inizia tutto il teatrino del finto matrimonio: lei - giustamente - sta sulle sue, lui invece fa il mandrillone e la cosa sembra sospetta. Primo perché Xia Lin è convinta che lui sia gay e secondo perché questa sua improvvisa passione sembra spuntare fuori dal nulla. La verità è che Ling è in piena regola una specie di maniaco stalker con il cuore tenero, proprio come Grey fa le cose sbagliate con le giuste intenzioni e infatti ha organizzato una bugia colossale per riuscire a sposare Xia Lin, della quale era già innamorato. Entrare nel labirintico intrigo di Ling è come spoilerare tutto il drama, ci metterei una vita, basti sapere che è una roba da jaw drop continuo e mi ha fatta divertire come una pazza.
Tra i due credo che il personaggio più riuscito sia lei, ha un carattere grintoso e una vena comica potente, anche se il melodramma e il romanticume stereotipato hanno ridotto parecchio la sua originalità. Per quanto riguarda Ling conosco quel genere di protagonista dai romanzi e ormai non mi fa più né caldo né freddo, ma ammetto che mi ha sorpresa parecchio vederlo fare battute chiaramente a sfondo sessuale e saltarle addosso (non si vede gnente, eh, ma si capisce) quando nei k-drama ti fanno penare per un bacetto a stampo. Lui non mi è piaciuto granché, cioè è belloccio ma quei capelli sono tremendi e fuori moda, senza contare alcune scelte stilistiche che lo facevano sembrare un imbecille. Non posso pronunciarmi sulle doti interpretative dei due attori, credo che i cinesi abbiano uno stile ben preciso e che ci si attengano scrupolosamente, non è niente di trascendentale, sembrano tutti un po' plastici e finti, ma in generale funziona visto l'andazzo del drama.

Naturalmente, oltre alla coppia e al lato romantico del drama, ci sono tutti i personaggi secondari che oscillano tra gli amici buoni e patatosi, e gli amici bastardi maledetti che finiscono in carcere. Tra i buoni ce ne sono tre, l'amica di lei che è ok, si vede poco e non lascia il segno; l'assistente di lui che è un soldatino di latta che fa qualsiasi cosa alla perfezione e vive in simbiosi con Ling, almeno ha una piccola storia sua che bilancia la sua professionalità estrema; infine c'è l'amico di infanzia di Ling, attore della stessa compagnia di Xia Lin, che è l'unico veramente utile quando le cose si incasinano. Se non ci fosse stato lui a - miracolosamente - risolvere metà delle situazioni Xia Lin sarebbe finita nel baratro della gogna pubblica.

Nello schieramento dei cattivi ce ne sono due: l'amica di infanzia di Ling, ovviamente innamorata di lui e determinata a prenderselo con le buone e con le cattive, ma che dico cattivissime; poi c'è il suo burattinaio, un soggetto infido e psicopatico che riesce a creare casini in sequenza e a portare più volte i personaggi vicino alla morte.
Well intended love non si fa mancare niente, sotto questo punto di vista: ci sono tentati rapimenti, tentati omicidi, droghe, scandali sessuali, scandali matrimoniali, scandali familiari, scandali economici, vendette, rapimenti, fughe, sparatorie, c'è praticamente di tutto in una escalation di trash che mi ha slogata la mascella. Ammetto di aver raggiunto il mio limite ben prima della fine, quando all'ultimo episodio si ripete un evento del quale francamente se ne poteva fare a meno.

Ora, non so se Well intended love è un buon rappresentate dei drama cinesi, non so se in linea generale quelli romantici sono tutti così e francamente non mi importa nemmeno, diciamo solo che le 20 puntate da 45 minuti si fanno guardare con facilità; dico solo che a tratti ho avuto un'esperienza extrasensoriale di binge watching con Maritoh che tentava di scollarmi dalla TV. Si sa, il trash ha un potere tutto suo e quando si assaggia un nuovo gusto spesso il cervello va in tilt.