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31 agosto 2020

Valentina D'Urbano
Isola di Neve

Trama
Longanesi
pag. 512 | € 19,90

2004. A ventotto anni, Manuel sente di essere già al capolinea: un errore imperdonabile ha distrutto la sua vita e ricominciare sembra impossibile. L'unico luogo disposto ad accoglierlo è Novembre, l'isola dove abitavano i suoi nonni. Sperduta nel mar Tirreno insieme alla sua gemella, Santa Brigida - l'isoletta del vecchio carcere abbandonato -, Novembre sembra a Manuel il posto perfetto per stare da solo. Ma i suoi piani vengono sconvolti da Edith, una giovane tedesca stravagante, giunta sull'isola per risolvere un mistero vecchio di cinquant'anni: la storia di Andreas von Berger - violinista dal talento straordinario e ultimo detenuto del carcere di Santa Brigida - e della donna che, secondo Edith, ha nascosto il suo inestimabile violino. Del destino di Andreas e del suo prezioso e antico strumento si sa pochissimo. L'unico indizio che Edith e Manuel hanno è il nome di una donna: Tempesta. 1952. A soli diciassette anni, Neve sa già cosa le riserva il futuro: una vita aspra e miserabile sull'isola di Novembre, senza alcuna possibilità di fuggire. Figlia di un padre violento e nullafacente, Neve è l'unica in grado di provvedere alla sua famiglia. Tutto cambia quando, un giorno, nel carcere di Santa Brigida viene trasferito uno straniero. Sull'isola non si fa che parlare del nuovo prigioniero, ma la sua cella si affaccia su una piccola spiaggia bianca e isolata sui cui è proibito attraccare. E proprio lì che sbarca Neve, contravvenendo alle regole, spinta da una curiosità divorante. Andreas è il contrario di come lo ha immaginato. E bellissimo, colto e gentile come nessun uomo dell'isola sarà mai, e conosce il mondo al di là del mare, quel mondo dove Neve non è mai stata. Separati dalle sbarre della cella di Andreas, i due iniziano a conoscersi, ma fanno un patto: Neve non gli dirà mai il suo vero nome. Sarà lui a sceglierne uno per lei.
Lui l'aveva toccata nella testa, aveva acceso qualcosa, una piccola scia di luce dentro un abisso buio. La prima stella della sera che accendeva pian piano tutte le altre. E le stelle, si sa, guidano le navi e non si spengono. Era un marchio da cui non si poteva tornare indietro.

Commento
Rientro dalle ferie con lei, l'autrice spaccacuore che mi ha fatto malissimo in ogni suo romanzo - ma in questo stranamente un po' meno - perché dovevo abituare il mio cuoricino alla desolazione e alla depressione del post-vacanza. In breve, volevo farmi male, togliermi il sorriso di faccia e il relax dal corpo con uno strappo brutale e relativamente sicuro, per rientrare nel bioritmo mortale del lavoro.
Forse pensavo che un'ambientazione marittima, anche se priva di tutte le amenità e le gioie dell'immaginario collettivo, sarebbe stata un passaggio graduale dall'estate alla normalità cittadina, tutto nella speranza che la D'Urbano avrebbe trasformato un'isola bucolica e selvatica in un vero e proprio isolotto da incubo. Avevo ragione ma non in modo assoluto, perché il mare e l'isola di questo romanzo non portano con sé l'estate e la spensieratezza che tutti gli associano: scordatevi il cornetto Algida, scordatevi una rotonda sul mare, se volete gioire per il caldo e la salsedine rivolgetevi ad altri romanzi, qui c'è spazio solo per chi con il mare ha un rapporto di odio e amore.
Novembre è un'isola al largo della costa laziale e ha una gemella, Santa Brigida. Le due isole si guardano, divise solo da un po' d'acqua, una bella e vitale e l'altra maledetta. Una piena di abitanti, e d'estate di turisti, l'altra con unici abitanti i detenuti del suo carcere di massima sicurezza. Novembre non è un'isola ospitale, non si è evoluta con il passare degli anni e non tenta di offrire ai turisti una faccia diversa dalla sua. Certo, per la stagione estiva si ripulisce e diventa più disponibile e aperta, ma una volta chiusi i battenti torna ad essere ostile, chiusa, selvatica e deserta. Santa Brigida è la gemella oscura di Novembre, è uno scoglio difficile da raggiungere e ha spazio solo per il carcere, ma per qualche motivo esercita un'attrazione morbosa su alcuni abitanti di Novembre.
In particolare è Neve ad entrare nell'orbita di Santa Brigida e lo fa per un ragione precisa: la curiosità. Ultima figlia di una famiglia molto povera, Neve è l'unica a poter aiutare il padre pescatore ed è anche l'unica a farsi rimbalzare di dosso le percosse del padre. Più Neve le prende, più diventa resistente e meno si lascia guidare dalla paura. Così appena scopre che un nuovo detenuto verrà trasferito a Santa Brigida prende la barca del padre e si nasconde dietro gli scogli per spiare la faccia del nuovo arrivato. Il detenuto è Andreas Von Berger, violinista tedesco, e nessuno sa cos'abbia fatto un giovane così bello e intelligente per finire a Santa Brigida. Neve ne rimane affascinata, lo sguardo che hanno incrociato mentre Andreas entrava nel carcere l'ha lasciata con una morbosa curiosità nei suoi confronti e così comincia a frequentare l'isola, passeggia sotto le finestre delle celle facendo finta di nulla finché un giorno lui le rivolge la parola e tra i due inizia una strana relazione.
Il salto temporale ci porta al 2004 quando un giovane atterra a Novembre con l'aliscafo e butta il suo cellulare in mare. E' Manuel, scappato da Roma dopo un evento tragico, culmine di una discesa autodistruttiva che lo ha trasformato in una specie di mostro, di reietto. Manuel scappa perché ha paura di quello che si è lasciato alle spalle e non vuole affrontare le sue colpe, non vuole nemmeno affrontare se stesso. Si chiude nella casa dei suoi nonni, si isola da mondo esterno e lascia che l'alcool lo anestetizzi. Suo malgrado si ritrova a gravitare nell'orbita di Edith, una giovane di Dresda arrivata sull'isola per trovare le ultime tracce di Andreas e del suo famoso violino. Edith è una violinista ed è ossessionata da Andreas, il suo obiettivo non è solo trovare il violino ma qualsiasi cosa lo riguardi, perché a Dresda sembra essere sparito nel nulla, non ci sono più tracce di lui e del suo genio musicale. Manuel e Edith sono opposti, ma nella solitudine dell'isola e con questo mistero da dipanare trovano un punto in comune e terreno fertile sulla quale ripartire e far nascere una nuova relazione.
L'indagine maldestra dei due è parallela allo svolgersi degli eventi nel passato, e da questi due piani temporali emergono due personaggi forti: Manuel e Neve. Come spesso succede con la D'Urbano, non si deve per forza apprezzare i suoi protagonisti o affezionarsi a loro, in genere ho trovato più attraenti i personaggi respingenti perché hanno qualcosa da dire e da dare alla storia. A volte semplicemente non si può evitare di voler bene a quei personaggi spezzati e fragili che la D'Urbano sembra saper creare e tratteggiare così bene. Qui ci sono entrambi. Ho Neve che è spigolosa, selvatica, e che non mi è stata simpatica mai, nonostante abbia simpatizzato con lei. E dall'altra ho Manuel, complicato, pieno di segreti, difficile da gestire, un personaggio che non si vuole aprire a nessuno e che solo alla fine, quando non c'è altra scelta, rivela quello che aveva tenuto nascosto.
Al contrario di quello che si può immaginare, Andreas per me è non ha preso corpo, è stato un fantasma che è diventato reale solo quando arriva il suo brevissimo pov e scopriamo cosa gli è successo, oltre a quello il suo fascino ruota tutto attorno al mistero della sua incarcerazione e su cosa è successo a Roma, ed è comunque visto attraverso gli occhi di Neve.
Nonostante fossi stata pronta con i Kleenex e il Gaviscon, nonostante sapessi che la mazzata sarebbe arrivata - prima o poi - Isola di Neve non è stato un romanzo traumatico come i precedenti di Valentina D'Urbano. Stilisticamente è perfetto, come sempre lo stile dell'autrice ha personalità e struttura e si combina benissimo con la storia e i personaggi. La trama, pur non avendo perforato i miei organi interni, ha qualcosa che la rende inevitabilmente affascinante: forse è l'ambientazione, forse è il mistero che viaggia nel tempo e unisce i personaggi, forse sono tutte queste cose insieme ma alla fine il risultato non cambia, Isola di Neve è un romanzo molto bello che, come i suoi personaggi, deve essere preso in un certo modo perché dia il massimo.
Nonostante non faccia parte di quel gruppo di lettori che ha amato la storia di Isola di Neve ho comunque deciso di dargli un voto alto, non solo perché la D'Urbano è un'autrice fantastica, ma anche perché ho apprezzato le sensazioni contrastanti che ho provato: pur avendo apprezzato Manuel sopra tutto e tutti, le emozioni più forti me le hanno regalate tutti gli aspetti meno amichevoli del romanzo.
Letto in un periodo che non sia quello estivo, il romanzo probabilmente mi avrebbe colpita di più, ma ormai è troppo tardi per i rimpianti e accetto il mio errore, senza rancore di nessun genere

21 ottobre 2019

Mary Lynn Bracht
Figlie del mare

Titolo originale White Chrysanthemum

Trama
Longanesi
pag. 370 | € 18,60

Corea, 1943. Per la sedicenne Hana sapere immergersi nelle acque del mare è un dono, un antico rito che si trasmette di madre in figlia. Nel buio profondo delle acque, è solo il battito del cuore che pulsa nelle orecchie a guidarla sino al fondale, in cerca di conchiglie e molluschi che Hana andrà a vendere al mercato insieme alle altre donne del villaggio. Donne fiere e indipendenti, dedite per tutta la vita a un'attività preclusa agli uomini. Nata e cresciuta sotto il dominio giapponese, Hana ha un'amatissima sorella minore, Emi, con cui presto condividerà il lavoro in mare. Ma i suoi sogni si infrangono il giorno in cui, per salvare la sorella da un destino atroce, Hana viene catturata dai soldati giapponesi e deportata in Manciuria, dove verrà imprigionata in una casa chiusa gestita dall'esercito. Ma una figlia del mare non si arrende, e anche se tutto sembra volerla ferire a morte, Hana sogna di tornare libera. Corea del Sud, 2011. Arrivata intorno agli ottant'anni, Emi non ha ancora trovato pace: il sacrificio della sorella è un peso sul cuore che l'ha accompagnata tutta la vita. I suoi figli vivono un'esistenza serena e, dopo tante sofferenze, il suo Paese è in pace. Ma lei non vuole e non può dimenticare... In Figlie del mare rivive un episodio che la Storia ha rimosso: una pagina terribile che si è consumata sulla pelle di intere generazioni di giovani donne coreane. E insieme vive la storia di due sorelle, il cui amore resiste e lotta nonostante gli orrori della guerra, la violenza degli uomini, il silenzio di oltre mezzo secolo finalmente rotto dal coraggio femminile.
Mentre correva nel buio, Hana  trattenne in mente l'immagine di Emiko, ma a volte il viso si trasformava e diventava quello delle altre sorelle che si era lasciata alle spalle. Pensò al loro orrore quando si sarebbero rese conto che era scomparsa, pensò all'orrore di Keiko, però continuò a correre finché i polmoni non le bruciarono e il petto non le fece male. E poi corse nonostante il dolore, come se fosse il tuffo più profondo della sua vita, come se dalle buie profondità dell'oceano stesse nuotando per risalire verso la luce.

Commento
Prima delle vacanze estive ho avuto un raptus di shopping compulsivo di libri, in parte soddisfatto online e in buona parte sfogato comprando i libri rimasti in negozio che sarebbero finiti nella resa pre-trasloco. Mi sono sentita un po' come una buona samaritana, ho comprato copie rovinate, copie singole, edizioni cartonate di titoli usciti in economica, insomma ho dato una casa a dei romanzi che sarebbero spariti nel dimenticatoio (o nel macero).
Uno dei romanzi che ho preso è stato Figlie del mare e per un minuto avevo anche pensato di spendere 5€ per l'edizione economica, invece delle 18 e passa di questa rilegata. L'ho curato da quando ci era arrivato in libreria e alla fine mi sono decisa e l'ho preso.
Ora, sono consapevole della motivazione che mi ha spinta a scegliere questo romanzo e non mi illudo di aver avuto un guizzo di interesse storico perché non sarei credibile. Ho letto Corea e già ero convinta, quindi non farò finta di avere una conoscenza storica tale da farmi dire 'ah ecco, finalmente un romanzo che tratta di questo argomento' perché non ce l'ho. Anzi, prima di prendere in mano questo romanzo non avevo mai nemmeno sentito parlare di questo episodio, ma forse è stata proprio la curiosità di scoprirne di più - anche se solo attraverso una storia inventata - a spingermi verso Figlie del Mare.
Naturalmente bisogna fare un piccolo warning. Per quanto sia una storia romanzata, l'argomento è di  una tale gravità da aver reso praticamente impossibile evitare di rendere alcune scene estremamente grafiche. E' da un lato impossibile, se si vuole trasmetterne il vero significato, ed è dall'altro ingiusto tentare di ammorbidire qualcosa di così orrendo e inumano. Quindi se avete una sensibilità che vi porta ad evitare argomenti legati alle violenze sessuali, alle violenze legate alla guerra, deportazioni, torture ecc, allora forse questo non è il romanzo per voi. Non è così crudo da leggere come si potrebbe immaginare, ma a tratti richiede una buona dose di resistenza perché, nonostante le scene lette siano inventate, sono quasi sicuramente storicamente accurate e proiettarle su una realtà lontana nel passato non è poi così impossibile.
Detto questo faccio un super riassunto sull'argomento. Durante la seconda guerra mondiale il Giappone rapiva - letteralmente - giovani donne (a volte bambine, a volte adulte) dalla Corea, dalla Cina, e da altri paesi vicini per deportarle al fronte come schiave sessuali per i soldati giapponesi. Hanno usato una definizione vagamente gentile - comfort women - per descrivere quello che queste donne erano, ma la verità è che erano schiave, che erano costrette a prostituirsi, venivano stuprate da un soldato dietro l'altro come se fossero state solo dei sacchi di carne, non esseri umani, e ovviamente la maggior parte di loro non solo non tornò a casa, ma morì tra atroci sofferenze fisiche e mentali.
L'argomento è stato causa di tensioni diplomatiche tra Giappone e Corea e da quanto ho capito a tutt'oggi il Giappone non ha ancora fatto delle scuse ufficiali. Giusto per dire, il Giappone è un paese bellissimo ma non è esente dall'aver perpetrato violenze inaudite, quindi non idealizziamolo troppo.
L'autrice racconta la storia di una ragazzina, Hana, che vive con la sua famiglia sull'isola di Jeju. Hana ha appena iniziato a seguire le orme della madre, una haenyeo (categoria esclusivamente femminile di pescatrici che si immergono in apnea per raccogliere abaloni e frutti di mare), e da quando è nata il suo paese è sempre stato occupato dai giapponesi. Di solito la sua vita prosegue come se niente fosse, raramente i soldati si fanno vedere lungo le coste di Jeju, ma il senso di pericolo non abbandona la popolazione, tanto che i genitori non lasciano mai da sole le proprie figlie sapendo del rischio di vederle sparire. Un giorno Hana si sta immergendo con la madre, mentre la sorellina Emi rimane sulla battigia a custodire il pescato, quando Hana vede in lontananza un soldato giapponese camminare verso la spiaggia, proprio verso Emi. In preda al panico, convinta che il soldato vedrà la sorellina, Hana esce dall'acqua e cerca di distrarre il soldato in modo che non si accorga della bambina. Per Hana questo è l'inizio della fine, il soldato è il caporale Morimoto che, eccitato dal carattere forte della ragazzina, deciderà di portarla via come schiava personale.
Dal momento in cui i soldati portano via Hana inizia un racconto che pone il lettore di fronte alla crudeltà dei giapponesi, senza ingigantire le scene, senza esagerare con il lessico, semplicemente descrivendo senza scuse quello che le ragazze dovevano subire. L'umiliazione, la paura, l'annullamento della loro umanità, le violenze, l'autrice non risparmia nulla ma non vuole nemmeno far soffrire inutilmente il lettore. Più che un desiderio di shoccare, c'è il desiderio di far comprendere la gravità dell'ingiustizia a fronte della continua indifferenza del governo giapponese.
Parallela alla storia di Hana ambientata negli anni '40 abbiamo quella di Emi nel 2011, quando ormai la donna è anziana e alla fine della sua vita e deve fare i conti con i sensi di colpa nei confronti della sorella. Man mano che la storia di Hana progredisce evolve anche quella di Emi e i caratteri delle due protagoniste diventano sempre più marcati. Hana è un personaggio forte, nonostante sopporti dei traumi continui non perde la sua forza, non perde mai la speranza di poter scappare, la sua è una personalità che conforta il lettore, perché rimane combattiva e non permette a niente e a nessuno di eliminare la sua identità. Emi, invece, all'inizio sembra essere la parte debole della storia, in completa negazione sulla sorte della sorella, nasconde il suo passato ai figli e rifiuta quasi di accettarlo; però dopo che la sua salute crolla Emi comincia un lento percorso di apertura e di accettazione anche verso se stessa, e attraverso i suoi figli filtra il senso di colpa, analizzandolo da lontano, sezionandolo fino a trovare il vero nocciolo: ritrovare la sorella.
La vera bellezza del romanzo non è nella storia, ma nel messaggio: non dimenticare, condividere un episodio della storia passato tristemente inosservato, sensibilizzare le persone, e non lasciare mai impunito un crimine, né permettere che queste persone facciano finta di niente.
L'autrice è stata molto brava a non sbilanciarsi troppo, a prendere le difese di una parte o cedere all'accusa sottile per l'altra, invece ha impregnato la sua narrazione con la tristezza assoluta che questa storia ha lasciato nei sopravvissuti ma allo stesso tempo ha lasciato aperto uno spiraglio verso un finale, in un certo senso, positivo. Hana, nonostante le sofferenze, riuscirà ad avere la sua libertà e Emi riuscirà a chiudere il suo cerchio di vita dando l'addio finale al ricordo di sua sorella.
Sono contenta di essermi buttata su un genere di narrativa che di solito non considero, e soprattutto sono contenta di aver aggiunto un piccolo tassello alla mia piccola conoscenza storica. Non fai male aprire gli occhi sui segreti del passato, ti fa vedere le cose con una nuova prospettiva.

18 gennaio 2018

Valentina D'Urbano
Non aspettare la notte

Trama
Longanesi
pag. 350 | € 16,90

Giugno 1994. Roma sta per affrontare un'altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent'anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell'animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l'incidente d'auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto, Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la notte, la notte li travolge...

Commento
In barba al mood natalizio, ho preso in mano questo romanzo la settimana di Natale.
Se avete letto tutti i romanzi di Valentina D'Urbano precedenti a questo (ma NON questo) so che la vostra espressione sarà di terrore misto a sorpresa. Cosa mi è passato per la testa a volermi fare del male proprio in quei giorni di festa e felicità? Non lo so. Forse volevo bilanciare lo spirito extra gioioso con una dose di angst che avrebbe tramortito persino Babbo Natale, forse volevo solo una sana dose di autolesionismo letterario e farmi un sacco di male, l'unica certezza assoluta è che lo volevo leggere e basta, non mi importava nemmeno di mettermi a piangere come una fontana alla Vigilia di Natale.
Ora, però, sgancio io la bomba. Questa non è una storia come le altre sue, non è cattiva cattiva. Che poi, parliamone, i suoi romanzi - persino Acquanera - non sono cattivi nel senso puro del termine, sono duri e non si nascondono quando c'è lo sporco da grattare via e non si risparmiano niente, ma sono romanzi meravigliosi, di quelli che ti rimangono dentro per anni.
Eppure Non aspettare la notte non è come gli altri. L'angst c'è, ma è quella bella. Si piange, sì, ma perché la storia ci emoziona. Si urla contro i personaggi ma poi si sorride, si soffre un po' - parecchio - ma non c'è quel sottofondo di totale disperazione che ho provato con gli altri romanzi.
Ammetto che non ci ho creduto fino alla fine. Per tutte e 350 le pagine ho aspettato la bastonata, avevo un occhio sulla pagina successiva perché avevo paura di proseguire. Mi dicevo adesso arriva, adesso arriva, preparati, e invece capitolo dopo capitolo il colpo al cuore tardava ad arrivare e ho cominciato a sperare. Vuoi vedere che questa volta non mi caverà il cuore dal petto? Vuoi vedere che forse NALN è diverso?
Ragazzi, è diverso. Prendetelo pure in mano a Natale, il giorno del vostro compleanno, in ferie, insomma quando dovreste essere più felici perché siete al sicuro.
La storia di Tommaso e Angelica si svolge tra la ormai sempre presente Roma e Borgo Gallico, un paesello microscopico toscano dove tutti si conoscono, non passa mai nessuno e le prospettive di lavoro e attività ricreative si possono contare sulle dita di una mano. Di Borgo Gallico è Tommaso, di famiglia a reddito basso, alto e ben piazzato, generalmente definito bello ma con una malattia degenerativa della vista che lo sta facendo diventare cieco. Di Roma è Angelica, figlia di un noto avvocato, di ottima famiglia, benestante da sfiorare la ricchezza ereditata dalle generazioni precedenti, bellissima ma con il corpo e il viso ricoperti da cicatrici che l'hanno sfigurata. Tra i due è Tommaso ad essere messo meno peggio. Affronta la sua condizione con una placidità zen, essendo ormai abituato da anni di vista offuscata e giornate di buio totale, ma sotto sotto non ha mai perso la speranza. Chissà forse un giorno può tornare normale.
Angelica, invece, non può certo scuoiarsi viva e farsi trapiantare la pelle. Così è e così rimane, tanto vale farsene una ragione. Però in pubblico non mette mai canottiere o maniche corte, usa i capelli per nascondere parte del viso, e ha un cappello nero a tesa larga come copertina di Linus che usa per nascondersi agli occhi degli altri.
Quante possibilità ci sono che questi due, diversi per carattere, città, estrazione sociale, si incontrino e si innamorino? Beh, una c'è, ed è durante l'estate quando la famiglia di Angelica decide di andare alla villa del nonno a Borgo Gallico.
Un cieco e una sfregiata, quasi sembra che si mettano assieme a posta. Invece no, perché Tommaso non permette alla sua condizione di obbligarlo ad accontentarsi, ad essere il cieco, ad autocommiserarsi. Non è che se non ci vede allora è mezzo scemo, e non è così immaturo da dare così tanta importanza alle cicatrici di Angelica. Per lui la bellezza sta altrove, anche se non è così ipocrita da non apprezzare la bellezza tradizionale del viso della ragazza. Nei limiti del suo possibile, Tommaso vive la sua vita con rassegnazione e praticità, senza soffocare del tutto la sua indole energica e appassionata.
Angelica, invece, si muove come un fantasma e rifugge gli sguardi delle persone e a me ad un certo punto ha messo addosso un nervoso tremendo. Non l'ho capita e alcuni suoi comportamenti mi sono sembrati stereotipati, come se essendo la ragazza problematica e sfigurata dovesse anche fare scelte assolutamente sbagliate (convinta del contrario) e condannare tutti ad anni di eterno dolore.
In questo romanzo, più che in tutti gli altri, ho trovato qualche punto traballante ma niente che facesse crollare la storia. In realtà proprio perché ai miei occhi è un po' sbavato ha più gusto: la prima parte è bellissima, è una storia d'amore dove il romanticismo non causa nausea e i personaggi ti entrano nel cuoricino; la seconda parte è un po' meno convincente e succedono cose che mi hanno fatto ribollire il sangue nelle vene, anche perché da lì si passa direttamente al finale troppo lieto rispetto agli standard di Valentina.
Naturalmente, dubbi e critiche a parte, non ce l'ho fatta a scendere sotto i cinque pallini. Per me questo romanzo è una versione meno spietata della D'Urbano che fa palpitare il cuore senza lasciarti agonizzante sul marciapiede della tangenziale in ora di punta. E' una storia d'amore fatta a modo suo ed è bella perché i personaggi non sono macchiette stereotipate, hanno una loro personalità che rende secondario l'aspetto puramente romantico: la storia è la loro, l'amore è il loro, ed è fatta come sono fatti loro, bellissimi e imperfetti.
Tra tutti i romanzi della D'Urbano questo è quello che mi ha fatto più sorridere, è il meno pesante pur essendo emozionante ed intenso, ed è anche il romanzo che ti lascia aperta la porta della speranza senza ucciderti alla fine. Non mi aspettavo un romanzo che riuscisse a mantenere lo stile della D'Urbano senza ripetere lo spirito oscuro dei titoli precedenti: è una storia a sé stante, non è frivola ma nemmeno pesante ed è riuscita ad unire i due estremi in modo perfetto.
Mi è piaciuto tanto, ma del resto i suoi romanzi sono tutti bellissimi, anche se credo che Tommaso mi rimarrà nel cuoricino di più e più a lungo di Angelica. Non chiedetemi perché, è così e basta.

26 ottobre 2017

Alessia Gazzola
Un po' di follia in primavera

Serie Alice Allevi 5

Trama
Longanesi
pag. 304 | € 16,90
Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante…
Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta…Ma sarà quella giusta?
"Tanto per cominciare, come dice la parola stessa, gli psichiatri curano la psiche, non l'anima. Ma sono sottigliezze oltre la tua portata, me ne rendo conto. E comunque, non è esatto, io credo nell'anima. Ma in quella altrui, non certo nella mia." E' compiaciuto, come sempre quando si allude all'enormità della sua perfidia.
Commento
***spoiler***
Questo commento sarà all'insegna del mai una gioia potentissima e dello spoiler violento e selvaggio, perché sento il bisogno fisiologico di spurgare il veleno accumulato nel corso della serie, e perché in questo romanzo la quantità di cose che non mi sono piaciute superano abbondantemente quelle che mi sono piaciute.
Ma, anche in uno stream of consciousness di acidità pura, servono ordine ed equilibrio.
Nel romanzo precedente che, per altro, ho eliminato in gran parte dalla mia memoria - e ora ricordo pure perché - la trama della serie aveva raggiunto una sorta di maturità sia nei personaggi che nel tipo di storia raccontata, anche se l'elemento romantico era ancora volutamente ingarbugliato e in bilico sul classico schema del triangolo. L'indagine, però, era diventata la componente più stimolante e meglio riuscita, lasciando sempre più in disparte la realtà dell'Istituto a favore di una nuova intraprendenza da parte di Alice verso i misteri e i problemi causati dalla natura umana.
Ero diventata stranamente tollerante riguardo all'altalenarsi amoroso di Alice, avevo imparato a sopportare stoicamente le entrate e le uscite di Arthur perché ci pensava una dose massiccia di cinismo made in CC a riequilibrare le cose, e perché in fin dei conti l'adorazione di Alice era distribuita in parti uguali.
Un po' di follia in primavera attacca brutale dove aveva chiuso il romanzo precedente, ovvero ad un punto che avrei preferito evitare. E qui cominciano gli spoiler.
Arthur è tornato. Porcammerda, direte voi, eccerto rispondo io. Da buon egoista qual'è, ha deciso che la sua vita di vagabondo dedito al giornalismo e all'idealismo può essere unita ad una vita più stabile con Alice, e che - tanto che c'è - avrebbe ottenuto il meglio di entrambe le cose. Così Arthur mantiene il suo lavoro - anche se con una piccola modifica - e si riprende pure Alice, intortandola per bene come solo lui sa fare.
Che io abbia nutrito un fastidio profondo per il personaggio di Arthur from day one era risaputo, ma in questo romanzo sono arrivata a detestarlo apertamente. Un tale stronzone egoista in una serie così divertente e frivola non poteva che rovinare tutto, e con tutto intendo proprio tutto.
In primis ha rovinato Alice, perché continuando a riprendersi un uomo che fondamentalmente non la rispetta e la mette sempre in secondo piano, dimostra di essere vulnerabile a livelli patologici e di non saper veder al di là dell'immagine romantica di una storia d'amore che è bruciata intensa e si è esaurita altrettanto in fretta. I loro tira e molla hanno perso logica, hanno perso emozione, e soprattutto non hanno più ragione d'essere perché il modus operandi di Arthur è sempre lo stesso: tutto ruota attorno a lui, al suo lavoro e a cioè che vuole, se al momento gli è venuto lo sghiribizzo di mettere su famiglia è quello che succederà. Alice si lascia travolgere da questo sogno romantico, convinta che Arthur abbia trovato un equilibrio e che finalmente sia la volta buona, tanto più che lui le chiede di sposarlo e di farci pure un figlio. L'idillio è, insomma, falso come Giuda perché dura pochi mesi, dopodiché ecco che Arthur cambia ancora idea ma, questa volta, arriva la batosta e la carognata dell'altra donna.
Insomma, a questo punto spero proprio che la Gazzola ce lo abbia tolto definitivamente di torno perché io non lo sopporto più. Il libro inizia con loro due a letto in versione coppietta felice e già mi è partito il nervoso, poi prosegue su questo struggimento masochista che è una ripetizione con una lieve variazione del modello iniziale e poi si chiude - spero per sempre - con la dimostrazione che Arthur è un uomo di merda.
Avrei anche potuto sopportare Arthur se solo Claudio fosse stato presente come negli altri romanzi, e non solo come scusa perché Alice abbia i dubbi: amo Arthur ci sposeremo, epperò Claudio è un gran figo e non so se lo odio o se amo pure lui epperò lui non si vuole sposare e quindi mi tengo Arthur. Claudio viene usato perché Alice deve essere insicura, deve chiedersi se non prova più niente per lui, e perché deve avere ancora un collegamento con l'Istituto e alla sua vita da allieva stile cordone ombelicale. Fino alla fine CC entra ed esce come una cometa, illumina fortissimo il momento e poi torna nell'ombra quasi dimenticato. CC è sprecatissimo ma è anche l'unico guizzo di vita, l'unica fonte di vere palpitazioni perché come riesce a scuotere tutto lui nessuno.
"Adesso trova il coraggio di dirmi in faccia che eri gelosa fino a sentire il cuore che ti sanguinava. Ammettilo, e ti lascerò stare."
"E se anche io lo ammettessi, mi dici cosa cambia?"
"Niente. E' ovvio che non cambia niente. Perché nonostante ti sia perfettamente chiaro che tra noi c'è un bel conto in sospeso - e forse proprio per questo ti rifiuti di parlarne - tu sposerai il giovane Malcomess e lo seguirai nella sua vita errabonda all'insegna di un romanticismo da vomito. Te ne andrai da questo Istituto e così io e te non saremo più costretti a lavorare insieme. Non dovrò più scusarmi con la Forestale perché butti per terra una cicca durante un sopralluogo e non dovrò più vigilare se tieni a freno la lingua. E tutto questo sarà immensamente triste, ma me ne dovrò fare una ragione." 
Ditemi voi. C'è più passione in questa citazione che in tutte le apparizioni di Arthur nei cinque romanzi. A cosa serve quando c'è lui? A cosa?
Accettiamo che a questo giro CC sia solo un'ombra nella quotidianità di Alice, accettiamo che abbia la precedenza assoluta la risoluzione narrativa della storia con Arthur, accettiamo e speriamo che questa sia la rottura definitiva, e che Alice abbia chiuso un capitolo della sua vita e sia pronta al prossimo.
Verso la fine del romanzo gira spesso la questione della fine di un'epoca, della fine della sua vita da allieva e della malinconia del non avere più un punto fermo e la paura di non sapere cosa succederà nella sua vita. Mi sta bene che la fine si avvicini, lo accetto e lo desidero pure, però lo devi fare sul serio non devi solo stuzzicare e poi lasciarci a bocca asciutta. Ci vuole un cambio di rotta quantomeno nella sua visione di vita.
L'unica apertura finale è quella di un'ipotetica nuova avventura sempre all'Istituto che sembra eccitare Alice, Claudio e pure me in maniera assurda.
"Studia come se non ci fosse un domani per quel dottorato. Non mi interessa se sposerai Malcomess, se dovrò guardarti e non potrò toccarti. Io voglio che tu ritorni.
E su questa citazione, passo alla storia del romanzo.
Aimé, come tutto il resto, persino il caso dell'indagine mi è sembrato moscio. L'argomento era più che intrigante - psichiatria, malattie mentali, terapie cure e teorie - eppure tutto si è risolto seguendo il solito cliché dei sentimenti, della fragilità umana eccetera, mentre l'idillio iniziale sulle vere malattie mentali sfuma velocemente senza lasciare una vera traccia. Non che mi aspettassi un thriller psicologico, però che mantenesse la linea iniziale sì. Forse non è questo il suo punto di forza, ma allora sarebbe meglio addentrarsi di più nel caso, nell'indagine, e coinvolgere ad esempio Calligaris come nei romanzi precedenti.
Insomma, se non si fosse capito, questo romanzo mi ha delusa e non ha saputo regalarmi la stessa esperienza dei libri precedenti. Il brio, la brillantezza dei dialoghi, la delicatezza dello stile della Gazzola sono sempre gli stessi, ma la qualità dell'esperienza della lettura è impietosamente offuscata dall'odio viscerale verso Arthur e dalla scarsa incisività della trama.
Poi che si legga in un soffio e che in quei momenti abbia vissuto per le apparizioni di CC non lo nego, così come non nego che atterrerò su Arabesque come un falco a digiuno da una settimana. Perché a questo punto la speranza di una svolta è fortissima e io continuo a sperare che prima o poi Alice rivolti CC come un calzino e che la Gazzola si scateni in descrizioni al limite del porno (cit. amica Mara). Io mi accontento che la Gazzola ci descriva nei minimi particolari quando questi due si baciano. Solo questo chiedo, dettagli.

6 aprile 2017

Anne Rice
Il dono del lupo

Serie The Wolf Gift Chronicles 1
Titolo originale The Wolf Gift

Trama
Longanesi
pag. 442 | € 19,90
La villa è magnifica, a strapiombo Pacifico, circondata da sequoie secolari. Reuben, giovane giornalista incaricato di scrivere un articolo per la messa in vendita che ne decanti la meraviglia, ne è affascinato. Ma a colpirlo ancora di più è Marchent, la proprietaria, bella e misteriosa come la sua casa. Per lui è inevitabile subire il fascino di quella donna che lo guida tra le stanze splendidamente ammobiliate, raccontandogli del prozio scomparso nel nulla da vent'anni e solo ora dichiarato ufficialmente morto. La notte di passione tra i due sembra scritta nel destino, ma la brutale irruzione nella villa di due criminali pone fine al sogno prima ancora che inizi. Marchent soccombe sotto i colpi dei malviventi e Reuben sta per fare la stessa fine, quando viene salvato da qualcuno - qualcosa? - che uccide i suoi aguzzini e ferisce lui, lasciandolo agonizzante. Ricoverato in ospedale, si riprende in maniera sorprendente, in pochissimi giorni. Reuben sta bene, anzi benissimo, il suo corpo non è mai stato così forte, il suo udito così fine, il suo sguardo così acuto: un nuovo vigore sembra pervaderlo, una forza che si risveglia quando sente l'odore del male... Perché in quella notte maledetta Reuben ha ricevuto il dono del lupo. Ora possiede una doppia natura umana e ferina, e ne è perfettamente consapevole. Una realtà che solleva inquietanti interrogativi... Chi lo ha trasformato così? Qual è la sua vera natura? E soprattutto, esistono altri come lui nel mondo?
In tutta la sua vita la notte non gli era mai parsa più dolce, e gli piaceva illudersi di poter vivere così in eterno: autosufficiente, forte, mostruoso, impavido. Se era questo che il dono del lupo aveva in serbo per lui, forse lo avrebbe accettato.
Commento
C'è qualcosa di terribilmente sbagliato nel dare un voto così scandalosamente basso alla mia Annina, the Queen, però le cose stanno così. Ci ho pensato su, ho anche meditato sul perché sarebbe stato meglio essere di manica larga, ma alla fine non ce l'ho fatta.
La delusione è talmente forte che oltre il due e mezzo non posso andare.
Penultimo titolo della mia tbr di Gennaio/Febbraio, Il dono del lupo era anche l'ultimo romanzo di Anne Rice che dovevo ancora leggere e l'ho lasciato volutamente dopo Il Principe Lestat perché era una serie nuova, con un argomento totalmente nuovo per la Rice, un romanzo che avrebbe potuto scatenare in me la voglia irrefrenabile di abbuffarmi.
Invece no.
Normalmente, se si è abituati allo stile della Rice, si sa che gli inizi dei suoi romanzi sono lenti. Il crescendo della trama, la costruzione dei personaggi e delle vicende vengono prese con calma, una parola alla volta fino a che l'immagine finale che si crea nella nostra testa è fatta e finita, reale quanto può essere quella fornita da un romanzo. Anche in questo caso le cose vanno così, un po' per le lunghe, con questo ritmo da vacanza pigra, con questa cura maniacale per i dettagli, per gli aggettivi, per le descrizioni, eppure il crescendo è continuo finché raggiunge un certo livello e poi rimane uguale fino alla fine del romanzo.
Dal punto di vista stilistico non c'è niente che si possa dire di negativo, è tutto talmente ricco, opulento, preciso, evocativo, ma per quanto riguarda i contenuti non c'è descrizione che possa camuffare la sua banalità, nonostante la sua perfezione. C'è uno sbilanciamento assurdo tra la forma e il contenuto, manca l'equilibrio, manca la coerenza, manca - in parole povere - quello che la storia avrebbe dovuto raccontare, invece di lasciarsi andare a tranquille scene ripetute.
Reuben si muove al rallentatore e come lui tutti i personaggi senza eccezione alcuna. Solo la sua controparte lupesca riesce ad aumentare il ritmo della narrazione, a renderla più selvaggia e affascinante, ma anche qui la novità svanisce rapidamente e ancora una volta si torna alle descrizioni delle foglie, degli alberi, della caccia. Non voglio essere fraintesa, è tutto meravigliosamente scritto come solo la Rice sa fare, ma manca di carattere.
Ecco, l'ho detto. Reuben e la sua storia mancano di carattere e il problema è che tutta la questione del lupo viene presa come un'esperienza mistica, come un dono accolto con felicità, in comunione con la natura, come se fosse tutto bellissimo, magnifico, di una facilità disarmante. Manca la drammaticità, manca la fisicità di questo argomento, anche se la Rice si è concentrata benissimo sulla trasformazione non basta descrivere l'esperienza come lo scorrere orgasmico di sensazioni per dare una versione meno poetica e facile della cosa.
Sangue e violenza ci sono in abbondanza, ma sono avvolte in questa aurea di ricchezza, di opulenza, di ricchezza, che rende questo lupo uno snob fatto e finito, una figura fantastica che si muove isolato dal resto del mondo, forte di tutti i mezzi economici possibili per prosperare e aiutarlo nei suoi movimenti. I soldi, i soldi che girano in questo romanzo sono incalcolabili, e la ricchezza che sanguina dalle scene è sfacciata, totale, assurda, una condizione mitica dove chi vive in questa bolla può permettersi qualsiasi capriccio senza minimamente intaccare il suo patrimonio. Stiamo parlando di una ricchezza che scorre nel sangue stesso dei personaggi, del genere che ti rende la vita magnifica e priva di pensieri, quella che ti fa girare in Porsche e comprare manieri pieni zeppi di reperti archeologici senza spendere una goccia di sudore. Insomma, è una realtà che di reale ha ben poco e che si sposa benissimo con l'aria svampita del protagonista.
Altro aspetto negativo è la lunghezza del romanzo. Oltre 400 pagine racchiudono una storia che potrebbe tranquillamente occuparne la metà, se solo la Rice avesse dimezzato le descrizioni, le scene ripetute o quelle chiaramente fini a se stesse. Vogliamo parlare di tutte le descrizioni dei piatti, dei cibi e addirittura dei condimenti delle insalate? Ne accetto una, e solo perché è fatta ad arte, ma poi non vedo più l'utilità. Vogliamo parlare dell'inserimento assolutamente casuale di Laura, il personaggio che dovrebbe essere l'interesse amoroso di Reuben? Anonima, trasparente, non decisiva, sembra una mezza pazza che gode solo ad accoppiarsi con il lupo e discorre di filosofia e morale con Reuben come se la vita fosse fatta di elucubrazioni mentali e sesso al limite dell'assurdo. Non l'ho capita, non ho capito a cosa serviva, perché non dare più spazio a Felix o a Margon, invece, che sono due personaggi chiave in tutta questa storia? E perché riservare alla storia del Crisma solo poche pagine finali, come indizio di dove si dirigerà la serie?
Non mi spiego come sia stato possibile che la Rice scrivesse un romanzo così anormale. E' come un unione dei suoi primi libri con quelli più mistici degli ultimi anni, un miscuglio disomogeneo di sacro e profano, di violento e mistico. Eppure l'idea era perfetta, speravo in una nuova saga come quella delle Streghe Mayfair, invece mi sono ritrovata a lottare con me stessa per aprire il romanzo.
L'agonia di arrivare alla fine del libro non è mai sparita, anzi è solo aumentata man mano che passavano i giorni e le pagine sembravano non diminuire mai. Ho avuto persino un momento di crisi, pochi secondi, in cui ho pensato che se avessi mollato nessuno me ne avrebbe fatto una colpa ma poi mi sono impuntata per terminare un romanzo che, a modo suo, può essere considerato sensuale e appassionante, se solo appartenessi a quella categoria di lettori.
Insomma, per me è un no dato molto a malincuore, con un peso sul cuore e la depressione nell'anima, perché Annina è la mia Annina e per me nessuno la potrà mai superare, eppure a volte riesce a scendere dal suo piedistallo e farsi una passeggiata. Per me, l'importante è che poi ritorni, poi le concedo qualsiasi scappatella.

2 marzo 2017

Anne Rice
Il Principe Lestat

Serie Cronache dei Vampiri 11
Titolo originale Prince Lestat

Trama
Longanesi
pag. 559 | € 19,90
Dolenti e magnifici, specchio oscuro delle nostre più ancestrali paure e del nostro eterno e inappagabile desiderio di immortalità, i vampiri sono tra noi. Vittime delle loro passioni, si muovono seduttivi e terribili nel mondo di oggi come in quello di ieri, scavalcando le ere e i confini geografici nello spazio di un giorno, pronti a scatenare le antiche e potenti forze della notte sul mondo ignaro, pronti a succhiare il sangue umano per vivere...Se può essere considerata vita la loro eterna dannazione. Ma ora qualcuno (qualcosa?) sta colpendo il mondo cristallizzato e terribile dei Non Morti. Da Parigi a Mumbai, da Hong Kong a Kyoto a San Francisco, una Voce misteriosa spinge i Bevitori di Sangue a combattersi tra loro, e sembra essere tornato il tempo dei Grandi Roghi. Anche il Principe Lestat la sente sussurrare e piangere nella propria mente... Che cosa vuole la Voce? Come potrà la tribù dei Non Morti sconfiggere questa forza immane che ha gettato tutti nel panico? Con la sua scrittura immaginifica, visionaria e sontuosa, Anne Rice torna al mondo affascinante dei vampiri, intrecciando le storie dei suoi personaggi più amati: il bellissimo Armand, Mekare e Maharet, Pandora e Flavius, e ancora David Talbot, generale superiore del Talamasca, mentre su tutti domina, pericoloso e ribelle, l'abbagliante principe Lestat, forse unica speranza di salvezza per i Non Morti...
"Sono Lestat", dissi sottovoce. "Il tuo Lestat. Sono lo stesso Lestat che hai sempre conosciuto e, indipendentemente da quanto sono cambiato, rimango tuttora la creatura di un tempo."
Commento
Il Principe Lestat è il ritorno alle Cronache dei Vampiri di Anne Rice. Undici anni lo separano dall'ultimo titolo della serie, Blood (Blood Canticle), e tra di loro ci sono ben sette romanzi divisi in tre serie.
Insomma, quando la Rice ha dichiarato di aver abbandonato i suoi vampiri tutti ci avevano creduto, e con il passare degli anni la speranza era morta ad ogni nuovo romanzo che pubblicava.
Quando è stato annunciato il ritorno di Lestat - alla fine nemmeno lei è riuscita a separarsene - si è riaccesa la lucina nel cuore dei suoi fans, e ho aspettato come un'invasata che Longanesi pubblicasse l'edizione italiana. Ragazzi, io non mi ricordavo di averlo pagato così tanto, forse l'ho rimosso, ma quando l'ho sfilato dallo scaffale mi è preso un coccolone. Solo per Annina e per zia Jo spendo certe cifre, e lo faccio con piacere, ma la mia anima sterile e taccagna piange al pensiero di aver pagato un libro così tanto e di averlo lasciato intoccato in libreria per tre anni.
Il Principe Lestat è la seconda lettura che faccio in base al mio buon proposito di smaltire le letture da me acquistate e lasciate a languire in libreria. Non mi pento assolutamente di essere riuscita a mantenere questo programma e sono contenta di essere finalmente in pari con le Cronache dei Vampiri perché ora sono pronta all'uscita di Prince Lestat and the Realm of Atlantis - titolo che, ad essere onesta, mi inquieta un pochino.
Se avessi dato retta ai commenti e ai voti, non avrei iniziato questo romanzo, perché se ne parla malissimo. Tutti lo paragonano ai primi titoli della serie, e lo trovano sempre in difetto per un motivo o per l'altro. La struttura non è piaciuta, i personaggi non sono piaciuti e la trama non è piaciuta.
A me, invece, è piaciuto.
Se penso a quanto mi è risultato strano e out of character Lestat in Blood, qui è tutto il contrario. Il principino viziato, il Lestat capriccioso e impulsivo ma brutalmente pragmatico è tornato, ed è assolutamente meraviglioso. L'ho adorato, l'ho amato, ho tifato per lui sempre e ho gradito il modo in cui la sua personalità - al di là della sua età nel Sangue - lo abbia reso speciale tra i suoi simili in un modo in cui nemmeno di Antichi potevano sperare. Soltanto lui, del resto, poteva essere innalzato a questo ruolo - quello di Principe - proprio per la sua energia e per la sua personalità, per la sua continua ricerca della bellezza e dell'amore, come se fossero la sua fede.
Gli altri personaggi sono una scoperta. Ce ne sono così tanti e così tanti di nuovi e mai incontrati prima, che tutto il romanzo sembra essere una continua presentazione. Da vampiri giovani a quelli millenari, la Rice ce li presenta con brevi capitoli con i loro punti di vista narrativi riuscendo a delineare le loro personalità in pochissime parole. La magia di scoprire nuovi personaggi, con le loro storie e le loro esperienze, è necessario affinché tutto il romanzo regga: il loro ritrovarsi ed unirsi è una sorta di evento mai accaduto, un miracolo dettato dal pericolo ma anche dalla voglia di unirsi, di stare insieme. Onestamente, non capisco perché i lettori si siano lamentati della densità di personaggi, ma senza di loro non avremmo mai scoperto le discendenze di sangue, cosa che mi ha incuriosita tantissimo.
La trama è l'altro punto critico. Effettivamente ci ho messo un po' a capire la direzione della storia, ma una volta che ti rendi conto di cosa sta succedendo tutto diventa talmente chiaro e logico che accetti qualsiasi evoluzione, perché era il momento giusto e doveva succedere prima o poi.
Certo, ci sono alcuni punti che mi hanno lasciata perplessa e di cui non ho capito la necessità, ma si impara in fretta ad accettare le stramberie della Rice perché le sa scrivere così bene, diventano così ultraterrene che non ti importa più se suonano forzate.
Il filo conduttore, anche se ci mette un po' a rivelarsi, riporta i personaggi alle loro origini e li obbliga a mettersi in discussione: qual'è la loro natura? Il loro destino? E' arrivato il momento di cambiare? E a tutte queste domande c'è la Voce che risponde a modo suo, spingendo molti vampiri ad azioni violente, costringendo la tribù - come si chiamano - a decisioni epocali. A questa rivoluzione molti non sopravvivono, vampiri che abbiamo imparato ad apprezzare - ma che io non ho mai particolarmente amato - soccombono in un modo o nell'altro, nel corpo o nello spirito, tanto che la questione si riduce alla semplice forza di volontà: o la possiedi o no, nonostante l'età nel Sangue.
Gioca un ruolo importante la struttura. Con così tanti personaggi e con una trama da costruire da diversi punti di vista e in diversi luoghi e momenti, era inevitabile che la Rice saltasse da un personaggio all'altro, in capitoli che all'inizio sembrano slegati ma che in realtà hanno uno scopo ben preciso. Non mentirò, all'inizio ho fatto un po' di fatica a farmi prendere da questo strano ritmo, perché venir sbalzati da un pov all'altro senza avere una trama già delineata non è facile, ma basta tenere duro e non perdere la concentrazione e, superato un certo punto non ci sono più ostacoli.
Per farla breve, posso capire perché tanti si sono lamentati, ma secondo me la Rice ha voluto chiudere un'epoca delle Cronache in modo svelto, senza grandi attese, dandosi spazio per iniziare storie nuove senza il peso dei primi romanzi - che sono tuttora dei capolavori. Io approvo, il romanzo mi è piaciuto e non l'ho vissuto come un ritorno smorzato, castrato, deforme, per me è stato come partire in quarta con una macchina ferma da mesi. All'inizio singhiozza, ma poi sfreccia velocissima.
I love you Annina.

18 giugno 2015

Trilogia Dei Sensi
Anne Rice

aka Trilogia Bella Addormentata
Titoli originali
The Claiming of Sleeping Beauty
Beauty's Punishment
Beauty's Release


Trama
Longanesi | pag. 236 | € 14,90
Vittima di un perfido incantesimo, la principessa Bella ha dormito per cent'anni e tutti coloro che hanno tentato di svegliarla sono morti nell'impresa. Ma poi è arrivato lui, il Principe, affascinante e spietato, e Bella si è svegliata dal suo sonno secolare. Ora lei gli appartiene totalmente, ne è diventata la schiava, e dovrà seguirlo alla corte della regina Eleonora, madre del principe. Qui, in un ambiente raffinato e perverso, altri giovani di sangue reale imparano a conoscere il piacere e il dolore. Sopraffatta dal desiderio e dalla passione, Bella diventa la favorita del Principe e della sua amante, la crudele Donna Giuliana, e sperimenta i rigori della Sala d'Addestramento e le spietate prove della Sala delle Punizioni. Ma alla corte l'aspetta anche un sentimento nuovo, che ha gli occhi dolci e profondi di un altro schiavo come lei. L'amore però è proibito agli schiavi e la punizione per chi vi cede può essere molto crudele...

"Mia cara, ti ho svegliata da un sonno secolare e ho restaurato il regno di tuo padre. Tu mi appartieni. E non troverai in me un padrone duro, ma un padrone assoluto. Se di giorno, di notte e in ogni istante penserai solo al mio piacere, per te non ci saranno difficoltà." E poiché lei, anche se con grande sforzo, non distoglieva lo sguardo, il Principe lesse sollievo nel suo volto e comprese che gli era completamente sottomessa.
Longanesi | pag. 222 | € 14,90
Il Principe l'ha risvegliata da un lungo sonno e l'ha portata nel suo castello, dove la Principessa Bella ha conosciuto il piacere e il dolore, e ha scoperto che possono essere una cosa sola e alimentarsi reciprocamente. Ma poi l'amore per Tristano, un principe schiavo come lei, l'ha spinta a disobbedire e la punizione è stata terribile. Ammassati su un carro con altri ribelli, i due giovani sono stati trasportati al villaggio per essere venduti all'asta sulla pubblica piazza. Per loro non ci saranno più le raffinate torture della corte, ma solo la ferrea disciplina e la dura sferza di nuovi padroni, finché non impareranno la lezione e saranno pronti, forse, a tornare un giorno al castello, sottomessi com'è giusto che siano. Eppure anche al villaggio, nonostante le ripetute umiliazioni o forse proprio grazie a esse, Bella e Tristano sapranno trovare il piacere che hanno imparato a conoscere alla corte e si legheranno di un rapporto speciale ai loro nuovi, avvenenti padroni. Dimentichi di ciò che erano un tempo, i due giovani vivono nuove, esaltanti esperienze sessuali, ma un pericolo incombe e le loro esistenze stanno per essere di nuovo sconvolte...

Mi sentivo perduto. Le grida e i lazzi penetravano in me e con essi penetravano la luce e il dolore. Ero consapevole solo delle mie echimosi brucianti, della carne che si gonfiava, del mio membro duro e pronto, della moltitudine urlante e della paletta che colpiva ancora e ancora, mentre le mie stesse grida si levavano sempre più alte. Niente, al castello, mi aveva così fuso l'anima. Niente mi aveva a tal punto svuotato e privato di sensibilità.
 
Longanesi | pag. 241 | € 14,90
Dopo il castello e le sue dolci e terribili punizioni, la principessa Bella, che il Principe ha risvegliato da un lungo sonno e avviato a una raffinata e perversa educazione sessuale, ha conosciuto i rigori e le asprezze del villaggio, dove è riuscita comunque a trovare il piacere e la passione. Ma nuove, più sconvolgenti esperienze erotiche l'attendono nella sua ultima avventura. Rapita sulla spiaggia insieme a Tristano e Laurent da uomini misteriosi, Bella viene trasportata su una nave in lidi lontani, al palazzo del Sultano. Qui, nella sensuale penombra dell'harem, tra profumi esotici, morbidi cuscini e splendidi arazzi, Bella e i suoi compagni di avventura incontreranno uomini dal fascino inquietante, donne dal volto velato e lo sguardo voluttuoso, che apriranno loro le porte su piaceri estremi ancora sconosciuti. Una sola condizione, un solo limite: qui sono considerati semplici giocattoli sessuali, senza cuore né anima. Ma nulla può piegare la forza di Bella, capace di farsi dominatrice anche nelle situazioni più difficili, schiava in grado di dare e ricevere piacere senza alcuna inibizione.

Eppure, a dispetto delle nostre differenze e del nostro parlare d'amore, eravamo tutti autentici schiavi. Questo era sicuro. La schiavitù aveva ampliato i nostri orizzonti e ci aveva cambiati. Quali che fossero i nostri timori e conflitti, non eravamo più le sgomente creature facili al rossore di un tempo. Nuotavamo, ognuno al proprio ritmo, nell'abbacinante torrente dell'estasi erotica.
Commento
"They were pure erotic fantasy - a special genre, which some call pornography. I wanted the pen name personally so that I could feel absolutely free to write the best and most exciting erotica possible. Authenticity was the key. No half measures."

No half measures. Niente mezze misure.
Anne Rice è una donna che io stimo, a prescindere dal fatto che sia stata per anni il mio punto di riferimento. A prescindere dal fatto che i suoi romanzi hanno creato la lettrice che sono, a prescindere da cosa scrive. Io, di questa autrice, leggo e leggerei tutto, tutto. Se Longanesi pubblicasse i romanzi su Gesù leggerei pure quelli perché, nel caso di Anne Rice, non è tanto il contenuto ma la forma.
Anne Rice è una donna di cultura, una donna intelligente, che non teme di esporsi e di portare le sue idee e le sue opere su un altro livello, non si vergogna. E perché mai un'autrice del suo calibro dovrebbe mai vergognarsi di aver scritto una trilogia erotica, quando anche così riesce a distinguersi dalla massa?
La prima volta che ho letto questi romanzi solo due erano stati pubblicati in italiano e non erano nemmeno a catalogo. Tramite la biblioteca ho potuto leggerli entrambi e rimanerne scioccata. Ero troppo giovane per andare oltre alla loro sfacciata sessualità, troppo ingenua perché l'eccesso non offuscasse il mio giudizio. Ho concluso la lettura con un misto di fascino e repulsione, come se questi romanzi fossero sporchi, da nascondere, una lettura di cui vergognarsi.
Ora, a distanza di molti anni, non mi vergogno di avere in mano questi libri per il semplice motivo che il nome Anne Rice è in copertina.
Banale? Forse. Quello che è sicuro è che rileggerli ora, tutti e tre, è un'esperienza diversa, impossibile da fraintendere e impossibile da giudicare con il paraocchi della falsa moralità, del falso perbenismo.
In molti hanno giudicato questa trilogia come pornografica, per il semplice fatto che la Rice non ha sentito la necessità di infilare il solito, banale e scontato amore romantico. E' pornografia una fantasia che non si pone limiti? Io non credo. Credo che questi romanzi siano coraggiosi perché onesti, forti e estremi, non si nascondono dietro l'ombra rosea di questo amore che, in teoria, rende tutto più sopportabile.
In certi casi, però, l'amore è solo un ostacolo alla fantasia. Senza di esso, invece, non ci sono limiti, non ci sono vincoli e niente è in modo assoluto giusto o sbagliato.
La Trilogia dei Sensi è anarchia erotica allo stato puro, è un'overdose sensoriale che può risultare eccessiva, difficile da accettare e anche da leggere, è una lettura che pretende un'apertura mentale estrema: sesso estremo, rapporti omosessuali, bondage al limite della violenza, sottomissione, umiliazione, la Rice non si fa mancare proprio niente. Cavalca l'onda della sensualità, della sessualità e delle vastissime e illimitate sfumature dell'erotismo per creare un mondo fittizio di edonismo, inteso sia come ricerca del bene attraverso il piacere, sia nella sua definizione più volgare della ricerca del piacere fisico fine a se stesso.
Il concetto di piacere usato dalla Rice è, in tutto e per tutto, sottile: nel mondo della Regina e del Sultano, nel Villaggio e nelle stanze della Reggia, ogni atto, ogni punizione, ogni scelta dei padroni ha come unico scopo quello di rendere gli schiavi persone migliori. Privandole del loro ruolo, dei vestiti, del libero arbitrio, gli schiavi sono costretti ad accettare il loro destino e a scavare a fondo nella loro anima per capire le loro reazioni, le loro paure, le loro motivazioni. Ogni cosa viene messa in discussione e ogni convenzione completamente cancellata: non c'è limite, solo una totale libertà di espressione. Perché anche costretti, legati e imbavagliati, gli schiavi possono esprimere il loro dolore, la loro felicità ed è nell'eliminazione della paura la vera natura del loro stato.
Il percorso di Bella e, in parte, degli altri personaggi è una chiarissima conquista della paura: da giovane terrorizzata e completamente sottomessa al suo Principe - una figura oscura e conturbante che non verrà mai messa in luce - Bella impara a testare i suoi limiti e a non temere la punizione.
Per lei il dolore è la misura della sua forza, l'orgoglio di saper portare a termine un compito difficile e duro, è la testimonianza della resistenza del suo spirito. Così come il Villaggio la libera dalle catene dell'infatuazione e dalle pastoie dell'amore, la breve esperienza del Sultanato la trasforma in una creatura capace di aprirsi a qualsiasi forma di amore: da quello sensuale, a quello più tenero e protettivo, a quello dell'amicizia. Non c'è limite, per nessuno. Così, alla fine, Bella chiude il suo percorso accettando la sua natura, più forte e determinata di prima, più consapevole e profonda.
In nessuna scena, nemmeno nella più estrema, la Rice può essere male interpretata: la volgarità non sfiora questi romanzi nemmeno con il pensiero - perché si sa, la volgarità è quasi sempre negli occhi di chi guarda - e ogni gesto ha un fine più alto del semplice piacere fisico.
Non posso dire che questi romanzi vanno letti per forza, perché non sono per tutti. Non sono facili da apprezzare, non sono facili da capire, e non sono facili da accettare: la sessualità è un argomento troppo privato e delicato per la maggior parte di noi, persino per me, anche se io mi sono immersa in questa esperienza con la cieca e assoluta fiducia di una seguace per la sua dea. La Rice è la mia dea della letteratura, è il mio spirito guida. Mi ha insegnato tante cose, con i suoi romanzi, e con questi ho imparato ad accettare ogni cosa, persino quella che mi ripugnava.
Credo che si capisca, ma lo ribadisco, difenderò i romanzi di questa autrice sempre e comunque perché per lei non è l'argomento, ma lo stile. E Anne Rice è sublime, in ogni sua forma e in ogni suo romanzo.


2 marzo 2015

Alessia Gazzola
Una lunga estate crudele

Serie Alice Allevi 4

Trama
Longanesi
pag. 313 | € 16,40
Alice Allevi, giovane specializzanda in medicina legale, ha ormai imparato a resistere a tutto. O quasi a tutto. Da brava allieva, resiste alle pressioni dei superiori, che le hanno affidato la supervisione di una specializzanda… proprio a lei, che fatica a supervisionare se stessa! E lo dimostra anche la sua tortuosa vita sentimentale. Alice, infatti, soffre ancora della sindrome da cuore in sospeso che la tiene in bilico tra due uomini tanto affascinanti quanto agli opposti: Arthur, diventato l’Innominabile dopo troppe sofferenze, e Claudio, il medico legale più rampante dell’istituto, bello e incorreggibile, autentico diavolo tentatore. E infine, Alice resiste, o ci prova, all’istinto di lanciarsi in fantasiose teorie investigative ogni volta che, in segreto, collabora alle indagini del commissario Calligaris. Il quale invece dimostra di nutrire in lei più fiducia di quanta ne abbia Alice stessa. Ma è difficile far fronte a tutto questo insieme quando, nell’estate più rovente da quando vive a Roma, Alice incappa in un caso che minaccia di coinvolgerla fin troppo. Il ritrovamento dello scheletro di un giovane attore teatrale, che si credeva fosse scomparso anni prima e che invece è stato ucciso, è solo il primo atto di un’indagine intricata e complessa. Alice dovrà fare così i conti con una galleria di personaggi che, all’apparenza limpidi e sinceri, dietro le quinte nascondono segreti inconfessabili. Alice lo sa: nessun segreto è per sempre. E chi non impara a tenere a bada i propri segreti finisce col lasciarsene dominare… fino al più tragico e crudele dei finali.
Che vita di merda. Non bastavano cadaveri a tutto spiano. Si sentiva la necessità di estendere l'attività al cimitero. Scapperei a gambe levate se solo non fossi con CC, pronto a ricordarmi la vicenda negli anni a venire.
Commento
Il 2 Febbraio (ieri, mentre scrivo) sono andata al firmacopie organizzato da Longanesi per l'uscita di Quella lunga estate crudele. Io, che sono una novellina e che conosco da poco Alessia Gazzola, non avevo idea di quanto strong fossero le sue lettrici. Nonostante fossimo in poche, mi sono trovata in mezzo ad una accesa quanto divertente discussione su chi fosse meglio: Claudio o Arthur. Ho scoperto, così, che esistono due schieramenti: il Team Claudio e il Team Arthur e, a quanto pare, entrambi sono agguerritissimi.
Io, fin da L'Allieva, ho sempre sostenuto senza dubbio alcuno il Team Claudio e, secondo me, anche la Gazzola sotto sotto preferisce il fascino cattivello e imprevedibile del magnifico Conforti all'egocentrismo alimentato da alti ideali dell'Innominabile Arthur.
E voi direte sarà mica questa la cosa più interessante da dire sul nuovo romanzo di Alessia Gazzola.
E io rispondo miprendiingiroclaudioèl'unicacosacheaspetto ogni.santa.volta.
"Nessun altro oltre a Erica? Che, con tutto il rispetto, peraltro non è una specializzanda. Siete indecenti. Vi dice niente la sindrome di Churg Strauss? No, immagino di no, perché la laurea l'avete vinta con i punti delle brioscine."
Insomma, dicevo, al firmacopie ho scoperto che 1. Alessia Gazzola è tenerella da morire, ti abbraccia, ti bacia, ti sorride e ti fa sprizzare cuoricini da tutti i pori. 2. Davanti ad un'autrice come lei divento color pomodoro e blatero scemenze che nemmeno a 15 anni. 3. Tra tutte le cose che potevo dirle, tra tutte le lodi che mi potevano uscire di bocca, ho sparato un farneticante 'LUIèunsuperbastardomavabenecosìloamoperquesto'. Ho avuto il mio momento Alice Allevi.
Ma, mentre lei è un personaggio che trova un senso nella sua goffaggine, io ho solamente fatto una figura tremenda. Eppure la Gazzola, tenerella, ha fatto finta di nulla e io mi sono fatta firmare tutti i romanzi, felice come una Pasqua.
A questo punto devo dire una cosa e poi torno su toni più seri.
Io tifo CC tutta la vita. Claudio è uno di quei personaggi che, se non c'è, entri in paranoia sparatissima e - ocio allo spoiler - per fortuna questa volta prende il sopravvento e supera di gran lunga Arthur in quanto a presenza. Claudio, Claudio, Claudio. Nella testa di Alice - e nella nostra - rimbalza sempre, qualunque cosa faccia, come un pensiero fisso che non riesce a mettere da parte.
Finally, dopo ben tre romanzi, smette di apparire e scomparire all'improvviso quando meno te lo aspetti e occupa con la sua bellissima faccia tosta porzioni importanti della parte romantica del romanzo.
Perché sì - e qua torniamo ad essere seri - Quella lunga estate crudele è decisamente più romantico rispetto ai romanzi precedenti e non si frena di fronte al dilemma esistenziale di Alice: di chi è innamorata? Se fino ad ora la Gazzola ha girato attorno alla questione, nel suo ultimo romanzo si è buttata senza paura ponendo Alice nella difficile posizione dell'eterna indecisa, sfruttando fin da subito le potenzialità di questa situazione. Infatti l'esplosione di Claudio segue a ruota il filosofeggiare sentimentale di Alice, le sue insicurezze, le sue decisioni - dolorose - e la sua voglia di avere una relazione che sia vera, stabile, sicura. Così non solo Claudio serve allo scopo di scuotere queste certezze in Alice, ma - assieme alla provvidenziale apparizione di Arthur - obbliga, in un certo senso, la nostra Alice a mettere in chiaro le cose.
I luoghi del cuore più rigogliosi sono quelli in cui risiedono i ricordi più dolorosi.
Romantico in un modo tutto suo, leggero, non troppo affettato e libero dagli schemi della solita - trita e ritrita - storia d'amore, Una lunga estate crudele ha finalmente compiuto quel passo che mi aspettavo fin da subito. Ormai l'istituto è uno sfondo statico, dove Alice agisce poco o nulla e che serve principalmente a ricordarci da dove arriva, chi è, con chi ha a che fare e che fornisce un piatto perfetto sul quale servire i passaggi più divertenti del romanzo.
Dall'istituto all'indagine il passo è stato brevissimo, ma liscio come l'olio. Non pesa per niente che il background sia cambiato perché Alice rimane salda nella sua natura e nelle sue origini, e la medicina legale l'accompagna anche quando l'autrice si inoltra nei meandri delle meccaniche umane: gelosie, avvelenamenti, figli e amori nascosti, strati e strati di umanità più o meno contorta che si sovrappongono a formare un mistero misterioso ma lineare, chiaro e appassionante perché non impegnativo.
Diciamocelo, Alice Allevi piace perché è lei: goffa, sfortunata, umana, con botte di culo da non credere e scivoloni degni di qualsiasi comune creatura umana. Che sia un personaggio dall'intuito aggressivo e dalla curiosità patologica con picchi di genialità è tutto un di più, un di più che ti fa divorare il romanzo a ritmi inverosimili. Naturalmente l'elemento CC - e sì, anche l'Innominabile - fa la sua parte. D'altronde non sarebbe lo stesso senza lo struggimento amoroso di Alice.
Adesso non mi resta che ammazzare il tempo fino al prossimo romanzo e dimenticarmi di quanto mi piaccia la Gazzola, altrimenti entro in crisi d'astinenza e parto per la tangente della rilettura compulsiva. Non che questo sia necessariamente un male.
In sottofondo c'è Un homme et une femme dei Café Paris e quasi quasi mi credo uno di quei personaggi delle commedie romantiche sulla terrazza di un grattacielo di Manhattan per un party da urlo, fino a quando l'Essere Perfido non si avvicina al mio orecchio, e mormora con disinvoltura: "Allevi, se per qualunque ragione stasera finiamo soli, ti lascio in una pozza di sangue."
No, non è come pensate voi. Ma vi lascio con la curiosità, così vi decidete a entrare nel tunnel insieme a me. C'è spazio per tutti.

5 febbraio 2015

Valentina D'Urbano
Quella vita che ci manca

Trama
Longanesi
pag. 332 | € 14,90
Gennaio 1991. Valentino osserva le piccole nuvole di fiato che muoiono contro i finestrini appannati della vecchia Tipo. L’auto che ha ereditato dal padre, morto anni prima, non è l’unica cosa che gli rimane di lui: c’è anche quell’idea che una vita diversa sia possibile. Ma forse Valentino è troppo uguale al posto in cui vive, la Fortezza, un quartiere occupato in cui perfino la casa ti può essere tolta se ti distrai un attimo. Perciò, non resta che una cosa a cui aggrapparsi: la famiglia. Valentino è il minore dei quattro fratelli Smeraldo, figli di padri diversi. C’è Anna, che a soli trent’anni non ha ormai più niente da chiedere alla vita. C’è Vadim, con la mente di un dodicenne nel bellissimo corpo di un ventenne. E poi c’è Alan, il maggiore, l’uomo di casa, posseduto da una rabbia tanto feroce quanto lo è l’amore verso la sua famiglia, che deve rimanere unita a ogni costo. Ma il costo potrebbe essere troppo alto per Valentino, perché adesso c’è anche lei, Delia. È più grande di lui, è bellissima – ma te ne accorgi solo al secondo o al terzo sguardo – e, soprattutto, non è della Fortezza. Ed è proprio questo il problema. Perché Valentino nasconde un segreto che non osa confessarle e soprattutto sente che scegliere lei significherebbe tradire la famiglia. Tradire Alan. E Alan non perdona. Questo è un romanzo sull’amore, spietato come solo quello tra fratelli può essere. Ma è anche un romanzo sull’unico altro amore che possa competere: quello che irrompe come il buio in una stanza piena di luce, quello tra un ragazzo e una ragazza, contro tutto e tutti.
La riconobbe dal brutto cappello di lana grezza che portava calcato fin sugli occhi. Nessuna ragazza normale avrebbe mai portato un cappello tanto orrendo. Forse neanche Vadim l'avrebbe mai indossato.
Un pensiero fugace gli attraversò il cervello per un attimo, una roba stupida, degna delle telenovelas che facevano piangere Anna e Mamma il pomeriggio dopo pranzo.

Il destino. Questa cosa si chiama destino.
 
Commento
Se c'è una cosa che io non so fare è condividere. Mi piace parlare di quello che leggo, mi piace trovare persone con i miei stessi gusti ma, a volte, divento irrazionalmente gelosa e possessiva.
Non accade spesso, ma qualche volta mi trovo tra le mani delle storie che non voglio condividere, che voglio tenere per me. Non voglio parlarne e non voglio che gli altri ne parlino, non voglio recensirle, non voglio che diventino di tutti. Mi prende una gelosia sciocca, senza ragione d'esistere e ci metto un sacco a superarla. Mi dico che è assolutamente stupido reagire in questo modo ad un romanzo, che è infantile e ingiusto, eppure non ci posso fare nulla, il mio primo istinto è quello.
Uscito Quella vita che ci manca la smania di possederlo, di averlo in casa e sapere che era lì ad aspettarmi mi ha mandata in crisi e poi ci ho messo tre mesi per decidermi a prenderlo in mano.
Lo dico anche se me ne vergogno un po': ci ho messo così tanto perché tutti lo recensivano, tutti lo leggevano - alcuni pure su mio consiglio - e io mi rodevo di gelosia.  Quasi mi disturbavano tutte quelle belle parole spese per descriverlo. Frasi attentamente costruite con un lessico cercato sui vocabolari, come se si volesse fare a gara con l'autrice stessa, per descrivere una storia che non ha bisogno di niente e di nessuno.
Quella vita che ci manca, come Il rumore dei tuoi passi, ha vita sua, parla da sé e non ha bisogno che qualcuno lo infiocchetti, che lo abbellisca per invogliarne la lettura. Ha una voce così forte, un'identità così netta che non serve dire nulla di più, sarebbero solo parole vuote.
Così io, che sono ancora preda di questa possessività innaturale, mi limiterò a svuotarmi la pancia, e poco importa se non sono elegante, se il mio commento verrà fuori senza un filo logico. Per me leggere la D'Urbano è così, mi toglie le parole, mi rende muta. Ogni frase che butto giù non esprime al meglio le emozioni e l'unica cosa che posso fare è sfogliare le parti che ho segnato, quelle che ti perforano il cervello con la loro potenza.
In questi casi dare  un voto è inutile, l'unico metro di giudizio sono le lacrime che ci hai speso sopra. Il podio - se si può usare questo termine - è di Bea e Alfredo, loro non li scalza nessuno. Loro non si possono nemmeno nominare senza che ti salga lo stomaco in gola. Avevo un terrore sacrosanto e una voglia morbosa di vivere le stesse emozioni. Ma non sarebbe stato giusto emulare quei due, riprendere personaggi e modelli e spalmarci sopra una trama nuova. A che serve, poi, quando dalla Fortezza puoi tirare fuori 10, 100, 1000 Alfredo e Bea?
Dalla Fortezza la D'Urbano tira fuori gli Smeraldo e quasi mi prende un colpo quando capisco che potrebbero passare per una famiglia comune. Alieni tra gli alieni, quasi non ci credi che sono mezzi delinquenti, che ti ruberebbero tranquillamente il portafogli o la macchina. Non ci credi e basta. E se c'è una cosa che ti fa veramente male è scoprire che almeno una volta nella vita hai guardato qualcuno come le persone guardano gli Smeraldo, pensando le stesse cose, temendoli e disprezzandoli, senza sprecare un minuto a giustificare una vita rovinata dalle circostanze. E ti senti pessima, orrenda, una persona ignobile perché sai che le apparenze ingannano, che ciò che vedi non sempre rispecchia l'anima delle persone e che se si tocca il fondo è perché non ci sono occasioni né vie d'uscita. E per questo non puoi fare a meno di amare questi personaggi, dal primo all'ultimo, con tutti i loro difetti.
Gli Smeraldo sono pietre grezze immerse nella cenere, ne intravedi la brillantezza, la preziosità, ma la loro luce è offuscata, nascosta dallo sporco, dalle brutture, dalla vita.
Era così la sua città, una serie di cerchi concentrici, e ogni cerchio corrispondeva al gradino di una scala sociale di cui Valentino non capiva niente.
L'unica cosa che capiva alla perfezione era che la fascia corrispondente a casa sua era quella della miseria nera, delle vite senza speranza.
Ami Anna, una giovane donna nata e cresciuta con la certezza di essere solo e per sempre la sorella che cura, cucina, pulisce. Anna senza identità, senza futuro, che ha grinta per tenere testa ai fratelli, energia e amore per accudire Vadim, comprensione per una madre che ha compiuto tanti errori ma che non li ha abbandonati. Ami Vadim nella sua semplicità di ragazzino, un uomo con la testa di un bambino, puro di cuore e legato ai fratelli da un affetto genuino. Ami Alan con i suoi numerosi difetti, con la sua aggressività e la sua fragilità. Ami Valentino per la sua tenacia nel non perdere la speranza, con quel suo attaccarsi alla normalità, ad una vita che sogna, desidera, ottiene. Ami Delia nella sua bellissima bruttezza, con quel suo continuo dimostrare che la rispettabilità - stare nella parte giusta della città - non è niente senza amore.
Ma sopra ogni cosa ami gli Smeraldo perché sono un'entità sola e non si possono scindere, non si possono definire senza la famiglia. Non si può e basta. Valentino, Alan, Vadim, Anna. Come si può cercare di capire uno senza coinvolgere l'altro?
Non fraintendetemi, la storia d'amore è struggente e bellissima, fa male come solo un amore tormentato può fare, ma non è il nucleo del romanzo. Il titolo non si può cucire solo su Vale e Delia, è perfetto per Vadim, è perfetto per Anna - in modo tragico e senza speranza che dilania -, è perfetto oltre ogni dire per Alan, perfetto persino per la madre. Quella vita che manca ad ognuno di loro è la vita che non si può fare a meno di desiderare: per Valentino che desidera e spera qualcosa di diverso; per Anna che non sarà mai altro che la sorella; per Alan, che si è strappato il cuore dal petto e l'anima dal corpo, che non sogna, non desidera e sopravvive soltanto; per Vadim che vive la vita semplice di chi è rimasto fanciullo. Per la Fortezza che sembra essere un buco nero che ti inghiotte e non ti risputa fuori e, se lo fa, è solo per ficcarti sotto terra.
Con un romanzo così non si possono controllare le emozioni. Ti lasci prendere, permetti che ti ferisca, accogli ogni luce e ogni ombra come se fossero la salvezza e assorbi le parole fin dentro l'anima.
Non c'è altro da aggiungere, le parole di Valentina D'Urbano dicono tutto e ti rimangono dentro.
Il sangue si lava, non è quello il problema.
Il problema sono le cicatrici, che rimangono e a distanza di anni ti ricordano chi sei e chi avresti potuto essere, e per questo fanno un male pazzesco.