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13 marzo 2023

Susanna Clarke
Piranesi

Titolo originale Piranesi

Trama
Fazi Editore | 267 pag. | € 16,50
Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori. 
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancora troppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.
E Tu. Chi sei Tu? Chi è colui per il quale sto scrivendo? Sei un viaggiatore che è scampato alle Maree e ha attraversato Pavimenti Frantumati e Scale Diroccate per raggiungere questi Saloni? Oppure sei qualcuno che abiterà nei miei stessi Saloni quando io sarò già morto da molto tempo?
Commento
Prima lettura dell'anno, se non mi ricordo male, e anche prima delusione parziale. Insomma, non è che mi aspettassi di partire il 2023 con botti e fuochi d'artificio e una pioggia di voti massimi, ma nemmeno rimanere subito stroncata da una lettura underwhelming.
Piranesi è un chiarissimo esempio di aspettative continuamente nutrite, di - ammettiamolo - hype ben costruito da parte della casa editrice e, infine, dello scontro con la realtà.
La realtà è che io ho droppato Jonathan Strange & il signor Norrell anni fa perché mi aveva terribilmente annoiata ed era inutilmente prolisso senza arrivare al sodo, ma Piranesi mi sembrava diverso, sentivo la scintilla dell'interesse alimentata dalla brevità del romanzo e dalla trama un po' strana che magari - e sottolineo magari - avrebbe potuto riscattare il nome della Clarke ai miei umilissimi occhi.
Nope, confermo che il mio rapporto con la Clarke non è stato recuperato ma almeno questa volta ho terminato la lettura senza grande amarezza. Mi sento in colpa assai perché questo romanzo è stato un regalo della mia amica Mara e volevo tanto amarlo, volevo proprio che mi piacesse tutto e non solo l'idea del romanzo come oggetto del desiderio.
Per chi, come me, ha immaginazione solo quando sono gli altri a imboccarla, Piranesi richiede una certa apertura mentale. Mi spiego: non bisogna farsi troppe domande, non ci si deve chiedere l'origine di questa storia né trovare un collegamento o una spiegazione perché non ci sono. Fino ad un certo punto la cosa non disturba perché l'ambientazione della casa è tutto quello che conosci, ma arriva un momento in cui capisci che c'è un collegamento con l'esterno e la realtà e ti chiedi how...? why...? ma non dovresti farlo. Per quello parlo di apertura mentale: go with the flow, goditi l'assurdità, goditi la fantasia, goditi questo romanzo che pare un sogno reso romanzo da un'autrice che sa come scrivere.
Lo stile non si può certo commentare, non ho nulla da dire a riguardo e nemmeno una critica che sia una perché la Clarke pure se droppata o non apprezzata è una brava scrittrice che sa come usare le parole e rendere tutto fantasy-bucolico.
Per me, ripeto solo per me, la fantasia non può essere solo un salto nel vuoto, ok fare lo sforzo ma fino ad un certo punto perché se poi la storia ricade sul suolo del contesto reale, allora ci deve essere un collegamento, un ponte, un qualcosa che la faccia funzionare ancora meglio.
Credo che tutta la questione del mondo parallelo, alternativo o quello che è, funzioni solo fin quando siamo nella casa e poi appena si esce l'idea sia traballante e non sappia cogliere il morboso fascino che ha inizialmente suscitato.
Anche l'ambientazione della casa, per quanto sia sicuramente un gran lavoro a ricordarsi una disposizione praticamente infinita, è un susseguirsi di ripetizioni con piccole variazioni, tant'è che ho smesso di leggere i capitoletti del diario perché tanto erano tutti uguali. Non mi fa impazzire questo voler ribadire i contenuti di stanze già viste e riviste, le maree sono interessanti le prime tre volte poi basta, non succede mai niente, l'esperienza è borderiline claustrofobica è come stare in un labirinto vuoto con solo alghe uccelli e cozze e tu sei lì che pensi miodioquandosuccedequalcosa e quando finalmente l'autrice decide di cambiare le carte in tavola la luce si spegne lentamente nei tuoi occhi.
It is what it is, non sto a farmene un grande cruccio a parte il dispiacere di non aver amato un romanzo regalato, ma così stanno le cose e non ho vogli di aggiungere altro. Mi sembra chiaro che la Clarke non è nelle mie corde, quindi la lascio a chi ha adorato i suoi romanzi, io pascolo verso altri lidi.

15 novembre 2021

Naomi Mitchison
Il viaggio di Halla

Titolo originale Travel Light

Trama
Fazi Editore
pag. 180 | € 15,00
Per la prima volta in Italia un classico della letteratura fantasy del Novecento scaturito dalla penna di una scrittrice tutta da riscoprire, grande amica e prima lettrice di J.R.R. Tolkien. 
Questa è la storia di Halla, figlia di un re che decide di abbandonarla nei boschi. Qui viene accudita dagli orsi e poi cresciuta dai draghi sulle montagne rocciose; ma il tempo dei draghi, minacciati dagli odiosi e crudeli esseri umani, sta per finire. Odino, Padre di tutte le cose, offre ad Halla una scelta: vivere alla maniera dei draghi, accumulando tesori da difendere, o viaggiare leggera e attraversare il mondo con passo lieve? Iniziano così le fantastiche avventure della ragazza, che girovagherà alla scoperta di nuove terre e antiche leggende, in mezzo a creature incredibili, luoghi misteriosi e magie dimenticate. La sua conoscenza di tutti i linguaggi, sia quelli umani che quelli animali, la aiuterà ad andare oltre le apparenze, ma anche a mettere in discussione ciò in cui ha sempre creduto, mentre affronta, una dopo l’altra, le nuove sfide sul suo cammino. Mitchison ci prende per mano e ci conduce in una favola senza tempo, dove le divinità dei miti nordici convivono con i personaggi della letteratura fantasy per mostrare il valore di comprensione e tolleranza. Il viaggio di Halla è un racconto agile, profondo e divertente che trasporterà il lettore in un mondo dove si può incontrare un basilisco nella steppa, dove gli eroi vengono portati nel Valhalla dalle valchirie, e dove si può fare fortuna chiacchierando con il cavallo giusto. Più di una semplice fiaba: una volta giunti alla fine, questo romanzo si dimostra una vera e propria mappa di vita.
Commento
Primo, sante subito le biblioteche, perché al pensiero che avrei rischiato di comprare questo libro mi salgono i brividi. Secondo, il paragone con le saghe di Tolkien non sta né in cielo né in terra. Terzo, questo è un libro per bambini, ma non c'è scritto da nessuna parte e a te tocca scoprirlo da solo, quel LainYA è fuorviante.
Ora i pochi aspetti positivi: è un libro corto, lo stile non è impegnativo, non succede praticamente nulla quindi anche se vaghi con la mente per un minuto non ti perdi granché.
Sono cattiva, lo so, mi rendo conto che sto stroncando un libro che su Goodreads ha una valanga di voti alti (alcuni sfacciatamente inquinati dal romanzo 'sola del 2020 Così si perde la guerra del tempo, che cita questo titolo), un libriccino scritto da un'autrice che ha avuto una bella carriera prolifica ma che - guarda caso - nessuno conosce. Viene addotta la scusa che la Mitchison fosse stata nascosta dall'ombra di Tolkien, forse è vero, forse semplicemente non aveva la sua fantasia e la sua genialità, infatti questo libro è tutto tranne che simile ai libri di Tolkien.
Per carità, non dico che non valga la pena leggere Il viaggio di Halla, che sia una perdita di tempo o simili, dico solo che le premesse creano un'aspettativa che non trova un corrispettivo - per me - nel romanzo. Che poi, chiamarlo romanzo è una forzatura perché fin da subito la storia viene definita come favola, lunghetta, ma favola e la natura stessa della trama ti fa subito intendere che di romanzo non c'è molto e che probabilmente questo libro era stato scritto con una precisa utilità e cioè quella di leggerla ai bambini con la supervisione di un adulto.
Io non leggo favole, non leggo libri per bambini, non nessun interesse per questi generi e quindi è stato inevitabile che dopo poche pagine la mia attenzione si perdesse completamente e la concentrazione passasse dall'essere focalizzata sulla storia ad essere tutta concentrata a trovarne i difetti. Meno di 200 pagine si leggono in fretta, ma se ti annoi si trascinano. Non chiedetemi perché non ho droppato perché non lo so, non ne ho idea, avrei potuto farlo e ci avrei guadagnato due giorni per un altro libro, invece sono qui a sparare a zero.
La protagonista è una bambina, Halla, che come in ogni favola che si rispetti nasce da un re e una regina e finisce presa di mira dalla matrigna cattiva. Salvata dalla balia che si trasforma in orso, Halla cresce come un piccolo Mowgli, convinta di essere orso ma rimanendo una bambina. La balia orsa, capito che ormai non può più gestire la pargola perché se ne vuole andare in letargo, la scarica senza cerimonie nelle mani di un drago di passaggio che, sostanzialmente, la adotta e se la porta nella sua tana per insegnarle la vita da drago. 
Una volta iniziata la vita da drago, Halla impara un principio base che sta alle fondamenta della vita di ogni creatura: gli eroi sono malvagi. Gli uomini in generale rappresentano un pericolo ma gli eroi in particolare sono pericolosi, desiderano i tesori dei draghi e li uccidono. Così il primo contatto di Halla con gli uomini è drammatico, sanguinoso e la spinge lontano dalla sua tana, sola, in cammino verso non sa bene dove. Durante un momento di solitudine nel bosco, Halla incontra Odino, che le suggerisce di lasciarsi alle spalle l'oro dei draghi e viaggiare leggera. Halla accetta il suggerimento e inizia un viaggio accompagnando un gruppo di uomini verso una città - Costantinopoli - dove si dice regni un potente drago. Io pensavo che, a questo punto, la trama prendesse spessore e che effettivamente degli eventi degni di essere letti sarebbero arrivati, invece si rimane ancora in superficie, non c'è profondità nella storia o nei personaggi, è una semplice sequenza di eventi che come arrivano se ne vanno senza lasciare niente al lettore.
Non sto a pontificare sulla povertà del contenuto, ognuno la vive e la sente a seconda della propria sensibilità, io se leggo una storia mi aspetto che abbia corpo, che abbia un motivo di essere raccontata e qui non ho trovato nulla. Il finale, poi, arriva un po' a casaccio e pare essere predestinato, come a dire sì ok succede questo e questo ma tanto alla fine finisce lì a fare questo. Non c'è nessuna magia nella lettura, gli elementi norreni o fantastici non sono sufficientemente incisivi e personalizzati per rendere speciale la favola, e onestamente sono arrivata alla fine chiedendomi il senso di questo libretto.
Non è che non mi sia piaciuto - in quel caso il drop sarebbe stato inevitabile - semplicemente mi è sembrato inutile, e mi spiace dirlo ma una storia inutile per me non ha senso. Poi, ripeto, ognuno la vede come vuole, io avrei preferito qualcosa con più carattere o anche solo più spessore, invece di una favoletta che sembra aspirare solo a riempire un vuoto che non si sa come colmare.
Passo oltre, passo ad altro, ma lo faccio con la luna storta e mi sa che chiuderò questo mini haul di letture in modo negativo, ma va bene lo stesso, ci sta beccarsi un libro no ogni tanto.

11 ottobre 2021

Erin Morgenstern
Il mare senza stelle

Titolo originale The Starless Sea

Trama
Fazi Editore
pag. 600 | € 18,50
Zachary Ezra Rawlins è uno studente del Vermont che un giorno trova un libro misterioso nascosto fra gli scaffali della biblioteca universitaria. Mentre lo sfoglia, affascinato da racconti di prigionieri disperati, collezionisti di chiavi e adepti senza nome, legge qualcosa di strano: fra quelle pagine è custodito un episodio della sua infanzia. È soltanto il primo di una lunga catena di enigmi. Una serie di indizi disseminati lungo il suo cammino – un’ape, una chiave, una spada – lo conduce a una festa in maschera a New York, poi in un club segreto e infine in un’antica libreria sotterranea. Là sotto trova ben più di un nascondiglio per i libri: ci sono città disperse e mari sterminati, amanti che fanno scivolare messaggi sotto le porte e attraverso il tempo, storie bisbigliate da ombre. C’è chi ha sacrificato tutto per proteggere questo regno ormai dimenticato, trattenendo sguardi e parole per preservare questo prezioso archivio, e chi invece mira alla sua distruzione. Insieme a Mirabel, un’impetuosa pittrice dai capelli rosa, e Dorian, un ragazzo attraente e raffinato, Zachary compie un viaggio in questo mondo magico, attraverso miti, favole e leggende, alla ricerca della verità sul misterioso libro. Ma scoprirà molto di più.
Il tempo. E' come una poesia.
Dove ogni parola è più di una sola cosa alla volta e tutto è una metafora.
Commento
Per fortuna esistono le biblioteche, perché se non avessi avuto l'occasione di prenderlo in prestito probabilmente non avrei mai letto Il mare senza stelle, e sicuramente non lo avrei considerato per acquistarlo. Per fortuna, perché se lo avessi comprato la delusione cocente che avrei provato sarebbe stata troppo intensa per perdonarmi un colpo di testa di queste proporzioni. Avendolo letto in prestito, invece, non solo vivo questa delusione con più relax, ma riesco a prendere le distanze dal romanzo e farmi un'idea più calcolata e meno emotiva di quello che a me non è piaciuto.
Se uno attribuisce un valore alto alla media e alle recensioni su Goodreads vede questo romanzo e pensa deve essere un capolavoro, c'è una quantità esagerata di lodi sperticate, di commenti tipo è il romanzo più bello che abbia mai letto, è un capolavoro ecc. Probabilmente queste persone ci credono, ma la nicchia di recensioni basse dovrebbe far sorgere il dubbio: Il mare senza stelle è davvero un capolavoro?
La risposta è no, non lo è. E' un buon fantasy, se ti piace lo stile è pure scritto bene. Se si possiedono determinati gusti letterari può piacere moltissimo, ma dire che è meraviglioserrimo è un'esagerazione in linea con la tendenza degli ultimi anni di farsi piacere a forza romanzi iper spinti e pubblicizzati per cavalcare l'onda dell'hype della massa.
Per me, Il mare senza stelle è un romanzo ok con un grossissimo limite oggettivo: la confusione. In 600 pagine la confusione è tua nemica, perché si insinua nella tua mente e mina qualsiasi intuizione tu abbia riguardo i personaggi e la storia e fa sfumare ogni filo logico tra le nebbie degli eventi e dello stile.
Essendo una persona concreta IRL, fatico moltissimo a seguire una narrazione che si dilunga senza mai dire nulla, volutamente smuovendo le acque per intorbidire una trama che - se sfrondata dell'inutile - avrebbe potuto occupare metà dello spazio. Per alcuni questa fumosità sarà attraente, forse persino è ciò che rende speciale la storia, ma per me è un ostacolo enorme che mi impedisce di addentrarmi nella storia, mettere a fuoco gli eventi, collegarli tra di loro e arrivare alla fine con lo schema generale ben chiaro.
Purtroppo questo a me non è accaduto, ho arrancato tantissimo per seguire uno stile vaneggiante e poetico con voli pindarici per creare un mondo immaginario che, come idea di base, è anche bellissimo ma al quale non viene resa giustizia dalla narrazione diluita, opaca, forzatamente filosofica ed eterea.
Ad un certo punto, identificarsi con il protagonista Zachary è inevitabile, soprattutto nella confusione che prova nel vivere questa esperienza onirica e irreale. Proverò a dare la mia interpretazione dei fatti.
Sotto terra esiste un mondo dove ogni cosa esiste perché fa parte di una storia, raccontata da un'entità particolare, le api, che oltre a raccontare e rendere reale la storia funzionano come fondamenta: da loro nasce, con loro evolve e sempre con loro si chiude questa storia. La storia è fatta di luoghi, di magia (intesa come ogni cosa è possibile se la immagini), di persone che si spostano in questo mondo sotterraneo attraverso porte, e tutto ha un unico scopo: chiudere la storia. All'interno della storia ci sono tantissime trame, tutte diverse, che hanno la funzione di pedine mosse per arrivare alla fine. Di queste trame seguiamo quella portante di Zachary, in quanto protagonista, e di un luogo preciso, il famoso Mare senza stelle. Zachary è uno studente universitario che trova un libro in biblioteca all'interno del quale viene narrato il racconto di un momento preciso della sua infanzia. Nel tentativo di trovare una spiegazione, Zachary si imbatte in due fazioni opposte che si battono per il mondo sotterraneo, una vuole sigillarlo per proteggerlo mentre l'altra vuole che sia accessibile perché la storia si sviluppi. La fazione scelta da Zachary è la seconda, e così si trova in una biblioteca sotterranea piena zeppa di libri, di stanze fantastiche dove la logica non esiste e dove lo spazio si piega su se stesso per diventare, sostanzialmente, infinito. La quest di Zachary si trasforma man mano che le storie del suo libro si incrociano con le storie di un altro libro e si svolgono sotto i suoi occhi, portandolo ad essere la pedina principale e - in sostanza - unico giocatore che può terminarla. A me Zachary è piaciuto, è un personaggio ordinario che si trova catapultato in un mondo fantastico e deve arrivare a capo di tutto per dare un senso a se stesso e alle sue scelte. Il suo essere così normale è la vera forza del protagonista, perché si relaziona in modo realistico a ciò che accade e si pone domande e dubbi altrettanto reali. Tutti gli altri personaggi sono circondati da un alone mistico e misterioso che non me li ha fatti mettere a fuoco, quindi non posso esprimere preferenze, sono creature di una storia di fantasia e tanto basta.
Essendo questo romanzo un fantasy, la trama parte benissimo ma poco alla volte si perde - letteralmente - nel mondo che ha creato rendendo praticamente impossibile trovare l'uscita. Questa situazione è voluta, è chiaro, ma secondo me funziona solo in parte perché lo sfondo e i luoghi hanno i bordi confusi e si fatica moltissimo a concretizzarli nella propria testa. Si segue la narrazione, si è in balia dello stile e si arriva alla fine che molte delle cose importanti si sono perse nei meandri di questo mondo e, invece, quelle meno rilevanti ti sono rimaste attaccate. Ad esempio il personaggio di Dorian - che ha uno scopo ben preciso - rimane in superficie, a volte è a fuoco e a volte no e, alla fine quando la sua ragione d'essere nella storia diventa chiara, all'improvviso questa ragione si perde nel vortice finale della trama. Oppure il Custode, un personaggio curioso che ha molto da dire ma che rimane inspiegabilmente confinato nonostante sia protagonista della storia d'amore che sostiene tutto il percorso di Zachary.
Per farla breve, c'è troppa carne al fuoco in questo romanzo e la maggior parte è cruda e non godibile. L'idea è ottima, in parte ben pensata e in parte un po' ancora embrionale, non adatta a chi non sopporta di navigare una storia che ha i contorni volutamente indefiniti e necessita di uno sfondo preciso, concreto, solido. Quello che a me non è piaciuto, per altri è ciò che rende speciale questo libro, quindi non mi sento di dare un voto basso solo per questo, stilisticamente è solido e ha una sua identità, semplicemente niente di tutto questo sorride ai miei gusti. Penso che della Morgenstern non leggerò altro, se scrive così non c'è modo di trovare un compromesso.

14 giugno 2021

Thomas Hardy
Due occhi azzurri

Titolo originale A Pair of Blue Eyes

Trama
Fazi | pag. 428 | € 18,00
La bellissima e volubile Elfride, orfana di madre e unica figlia del pastore Swancourt, si innamora di Stephen Smith, giovane architetto di Londra erroneamente ritenuto di nobili origini. Poi, quando questi per poterla sposare accetta un incarico in India, Elfride conosce l’affascinante e maturo Henry Knight, antico mentore di Stephen; ben presto Knight, come già era accaduto al suo pupillo, perde la testa per la fanciulla. Elfride, divisa tra la promessa di fedeltà a Stephen e la nuova passione per Knight, infine accetta la proposta di matrimonio di quest’ultimo. Ma ancora una volta le cose non vanno come immaginato: una presenza oscura dal passato di Elfride insinua in Knight il tarlo del sospetto sull’onestà della sua futura sposa e il fidanzamento è sciolto. Smith e Knight si incontreranno casualmente qualche anno più tardi, entrambi si scopriranno ancora innamorati di Elfride, ma ormai sarà troppo tardi.
Stephen si era innamorato di Elfride guardandola, Knight smettendo di farlo.
Commento
Dare un voto così basso a Thomas Hardy mi causa un notevole dolore al cuoricino, ma purtroppo devo tenere conto che ho provato di un tipo diverso di dolore durante la lettura, cioè quello della delusione.
Di solito con un romanzo di Hardy so sempre cosa aspettarmi e, nel caso in cui non mi piaccia da morire, c'è sempre qualcosa che rimane e che rende la lettura degna di essere fatta. A volte, però, la predisposizione mentale mi mette in un mood che boicotta il romanzo fin dall'inizio: spero e mi aspetto qualcosa che non arriva, o che arriva in modi che non mi sconfinferano e che mi mettono in una posizione di sopportazione indegna di questo autore. Al 100% la colpa è mia, Hardy è un gigante del suo genere e non sono degna nemmeno di lamentarmi e, più in generale, la media dei voti è sempre alta, eppure - eppure - come lettrice posso tenermi per me la delusione di non aver sperimentato ancora una volta l'idillio hardiano.
Dando per scontato che nulla nello stile o nel lessico - inclusa la traduzione - non funziona meno che bene, e che tutto rispecchia al massimo Hardy e il suo periodo, rimane solo la trama da poter criticare.
Non mi è piaciuto quasi nulla dei personaggi della storia, ho trovato difetti enormi in ognuno di loro, mentre l'ambientazione della campagna inglese è sempre talmente meravigliosa e ben fatta che spesso ruba il ruolo di protagonista. La descrizione della natura e degli spazi è sempre stata una caratteristica distintiva dei romanzi di Hardy, così come la sua presenza massiccia nella narrazione è una costante che catalizza l'attenzione ed è veicolo per descrizioni che evocano immagini bucoliche precise come fotografie. Hardy ha la capacità di trasportarti nello spazio, spostarti grazie alle sue parole da una città afosa come Milano nella campagna inglese fresca e bagnata e spazzata dal vento. Ci vuole un po' per abituarsi, ci vuole pazienza per raggiungere quel punto di rottura che cattura la tua attenzione e ti catapulta dentro la storia, ma quando succede è difficile uscirne. E' questo il pregio assoluto di Hardy che, ancora una volta, si ripresenta in questo romanzo. Poco importa se ti immergi e poi scopri che i personaggi non ti piacciono perché la trama è costruita in un modo tale che ti suscita continuamente la smania di vedere e sapere perché il voyerismo morboso per le sfighe dei suoi personaggi che Hardy suscita in me ha qualcosa di estremo e sublime.
Ora alla parte deludente. Elfride è una giovinetta che vive con il padre, curato di un piccolo villaggio e imparentato alla lontana con la piccola nobiltà. Elfride cresce abbastanza libera perché il padre non vede la necessità di preoccuparsi troppo, la asseconda perché è una brava ragazza e non ha grilli per la testa ma, così facendo, le permette di abituarsi ad una condotta che in circostanze diverse sarebbe la sua rovina. In un villaggio isolato, in una casa isolata, dove Elfride passa la maggior parte del tempo sola, le occasioni per sollevare scandalo sono pochissime ma anche in un posto remoto come questo trovano la strada per seminare il germoglio di una catena di eventi che culmina con un sad ending. Elfride conosce il giovane Stephen, architetto di Londra ma originario del villaggio, che viene ospitato dal curato per fare degli schizzi della chiesa da ristrutturare. Elfride per la prima volta si trova di fronte un giovane di bell'aspetto, intelligente e di cultura, che arriva dalla città e il suo essere sofisticato e bellissimo apre la porta alla nascita di un sentimento romantico per entrambi. Dopo settimane di convivenza e di tempo passato insieme i due ragazzi decidono di dichiararsi ma Elfride si scontra con il voler del padre che non intende darla in sposa ad un ragazzo di umili origini. Stephen non si arrende e decide di buttarsi nel lavoro per dimostrare al curato di essere degno di Elfride, iniziando così un fidanzamento segreto con la ragazza. I due, in un momento di lucida disperazione, decidono di fuggire e sposarsi ma Elfride - che qui svela il suo vero carattere - tentenna fino all'ultimo momento quando decide di non poterlo fare. Stephen parte per l'India e nel frattempo Elfride rimane a casa, tenendo il segreto e rimuginando sulle sue azioni. In questo momento Elfride svela la sua personalità e cade il velo di innocenza che l'aveva dipinta come una specie di santa. E' con l'arrivo di Knight che Elfride sfoggia il suo peggio: si lascia affascinare da un uomo adulto e dalla sua mente, la personalità dominante di Knight - che all'inizio non la vede in modo romantico - ha un forte ascendente sulla ragazza che comincia a paragonare il nuovo ospite con il fidanzato più giovane e inesperto. Elfride si mette sulla strada di Knight fingendo di non civettare ma è quello che fa: ignora l'esistenza di Stephen e si decida a coltivare un rapporto con Knight che ci metterà un po' a farsi prendere. A quel punto inizia il declino della storia: Elfride non è che una ragazzina egoista, una gatta morta che in base alla sua convenienza asseconda o rifiuta i suoi innamorati, fingendo di non sapere cosa sta facendo e fingendo di non avere il controllo dei suoi pensieri, Stephen si ritira nell'ombra di fronte al palese tradimento della ragazza ma non si abbassa a rovinare il suo nuovo fidanzamento perché una forte amicizia lo lega a Knight, unica vera vittima di tutta la vicenda perché rimane all'oscuro fino all'ultimo e il tradimento per lui sarà un colpo durissimo da sopportare. Elfride, nonostante giochi all'innocente fino alla fine, non ottiene altro se non allontanare tutti con le sue bugie e mezze verità e quando si arriva al finale credo sia impossibile dispiacersi per lei.
Il sad ending è, secondo me, un sorta di ammonimento: occhio che a comportarsi così non c'è altra fine se non quella del topo, perché Elfride non è mai messa su un piedistallo da parte di Hardy che, invece, analizza in modo freddo e oggettivo le sue mancanze così come i suoi pregi. Purtroppo l'immagine dei personaggi femminili non ne esce bene, se non sono mogli e fattrici sono giovani seduttrici camuffate da angeli innocenti, la via di mezzo che Hardy sa trovare qua non c'è e sembra che sia voluto. I due protagonisti maschili sono troppo dimessi, al di là del discorsetto che Knight riserva a Elfride, rimangono legati a dei sentimenti ormai inquinati dalle bugie della ragazza e onestamente vederli ancora così attaccati a lei ha distrutto il poco rispetto che avevo per loro.
La mia delusione è legata al fatto che ho detestato tutti i personaggi e che ho trascinato la lettura solo per arrivare al punto in cui la gatta morta avrebbe perso ogni cosa. Ho deciso di cedere il romanzo, non ha senso rimanere attaccata ad un libro che non mi è piaciuto, anche se è di Hardy, perché ormai l'idea di collezionare tutti i suoi titoli mi ha abbandonata: lo spazio è poco, lo tengo per ciò che mi è piaciuto. 

15 marzo 2021

John Williams
Stoner

Titolo originale Stoner

Trama
Fazi Editore
332 pag. | € 10,00
Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. È un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell'amore, della passione che dà forma a un'esistenza.
Non era abituato all'introspezione, e riflettere sulle proprie motivazioni gli risultava difficile e anche un po' sgradevole. Sentiva di avere poco da offrire a se stesso, e che non c'era molto da scoprire dentro di sé.
Commento
Era arrivato il suo momento, dai. Da quando l'ho comprato, Stoner è rimasto nella mia libreria a giudicarmi ogni volta che prendevo in mano un altro romanzo. Avevo paura di lui anche se ne ero morbosamente attratta. Prima di tutto avevo paura che lo stile mi sarebbe risultato ostile e difficile da apprezzare, ma più di tutto temevo che la sua fama di capolavoro non trovasse in me la stessa opinione di tutti. Ora che l'ho terminato ho un mio personalissimo parere che rispecchia in parte quello della maggior parte dei suoi lettori ma che mi tiene indietro sullo sbrodolamento.
Il voto che ho dato è alto ma non è massimo perché, pur avendo trovato Stoner molto bello, emozionante e ben scritto, non è scattata quella scintilla che avrebbe acceso in me il desiderio di rileggerlo nel futuro o tenerlo per collezione. Mi separerò da Stoner, molto probabilmente non subito, ma lo farò perché mi piace più l'idea di darlo in mano a qualcuno che potrebbe innamorarsene perdutamente, piuttosto che tenerlo senza particolare passione a prendere polvere nel buio della mia libreria. Detto questo devo fare anche una doverosa precisazione: non mi sento in grado di dare un giudizio assoluto su questo romanzo perché sento che c'è tantissimo oltre la sua superficie e che solo una persona con una preparazione adatta può permettersi di sparare aggettivi e teorie nel modo giusto e con la giusta autorità.
Però, dal basso della mia ridotta preparazione in materia di letteratura contemporanea americana, posso dire che mi è piaciuto e che la storia del libro mi ha fatto tenerezza. Passato in sordina alla sua pubblicazione, Stoner ha avuto successo solo quasi quarant'anni dopo, quasi come il suo personaggio che da morto è stato più importante di quando era in vita.
Tutto il romanzo ruota attorno ad un protagonista, William Stoner, e quasi in modo distaccato e impersonale racconta la storia della sua vita scegliendo con attenzione pochi episodi sui quali puntare l'attenzione del lettore, per poi far passare il resto del tempo in modo sbrigativo e poco dettagliato. La vita di Stoner si apre sulla sua infanzia in campagna, figlio di contadini in perenne lotta con un terreno arido e asciutto, e sulla sua vita da adulto che si svolge solo ed esclusivamente nello spazio circoscritto dell'università. Stoner nasce che ha già sulle spalle il peso del lavoro manuale e del portare avanti l'attività anoressica del padre: la terra è difficile da coltivare e la stessa essenza delle persone che la coltivano viene schiacciata dal continuo lavoro, dall'assenza di prospettive e di speranza in un futuro migliore. Stoner nasce senza nessuna particolare aspirazione e non ha un carattere coraggioso o proattivo, si limita a vivere la sua quotidianità seguendo una routine prestabilita che si rompe solo nel momento in cui il padre decide di iscriverlo alla facoltà di agraria per migliorare la loro attività.
Stoner, che non aveva mai nemmeno considerato l'idea di farsi un'istruzione, segue le direttive del padre e, con una certa apprensione e spaesamento, affronta il primo anno di studi come se galleggiasse in una bolla. Scoprire che il mondo, fuori dal confine della terra brulla, è fatto di città, sapere e persone, risveglia in lui una fiammella che ci metterà un po' a diventare un fuoco. Stoner ha un momento di svolta importante durante una lezione di letteratura inglese: pur faticando a stare dietro a ciò che il suo insegnate dice, pur non trovando le parole per esprimersi ad una domanda diretta, Stoner sente. Ha un'epifania che lo porterà a cambiare corso di studi e a scegliere la letteratura al posto dell'agraria.
Stoner dedica la sua vita allo studio, alla letteratura, si immerge così tanto nella vita accademica prima come studente e poi come insegnate che, tolto questo enorme elemento, della sua vita e della sua personalità rimangono pochissime cose: un matrimonio disastroso, una figlia che adora ma che diventa sempre più distante, un amore improvviso e senza futuro e una carriera costantemente ostacolata. Infine la morte, perché questa è pur sempre la storia di un uomo comune che nasce, cresce e muore.
Sebbene la storia della vita di Stoner non abbia nulla di eroico o entusiasmante, quel poco che esce dal binario della monotonia è più che sufficiente per trasformare Stoner da personaggio piatto a personaggio vivo, così che seppur spesso passivo di fronte agli eventi, diventa impossibile non empatizzare con lui e lasciarsi coinvolgere dalle tragedie comuni di una vita comune. E' un po' come se in questo romanzo si esaltasse l'importanza di una vita e di un uomo normali, come a dire che non solo le vite eccitanti e piene e avventurose e i personaggi altrettanto eccitanti e carismatici sono degni di essere raccontati: del resto tutti noi siamo persone comuni e ai nostri occhi le nostre vite sono speciali.
E' molto bello il modo in cui l'autore tiri fuori delle riflessioni che ad un primo sguardo superficiale possono sembrare scontate, ma che invece stimolano un dialogo interiore e ti spingono a fare le stesse considerazioni che Stoner fa sulla sua vita. Di riflesso, appena Stoner si sofferma nei suoi momenti più importanti e dolorosi, il lettore ripete l'introspezione del protagonista, e anche io spesso mi sono ritrovata a comprendere ciò che leggevo più ad un livello istintivo che verbale e forse è questa la vera forza del romanzo: attraverso una storia comune, con uno stile elegante e accurato ma semplice, si parla al lettore e al suo cuore.
Essendo un romanzo che ha avuto solo ora il suo momento di gloria, probabilmente non ci sono là fuori grandi teorie o analisi a riguardo, il saggio in postfazione però, è stato sufficiente per me affinché alcune sfumature che non avevo colto venissero alla luce. E' chiaro che un testo come Stoner dovrebbe avere un posto tra i grandi classici e secondo me meriterebbe di entrare nelle aule, perché fino ad oggi non ho mai letto un romanzo che sia stato in grado di elevare un uomo comune ad eroe, con le sue fragilità proprio perché umano, con la sua forza proprio perché umano, senza fare troppe scene, senza fare troppo casino, Stoner è un personaggio che pur non avendo granché da dire riesce a comunicare più di qualsiasi eroe letterario.
Sono molto contenta di aver letto Stoner, non so perché ci ho messo così tanto a convincermi ma non mi dispiace aver aspettato fino a che non fossi 'pronta'. Non importa quanto sia poco impegnativo leggerlo, se non è il suo momento un romanzo non sarà mai come te lo aspettavi.

27 luglio 2020

Thomas Hardy
Estremi Rimedi

Titolo originale Desperate Remedies

Trama

Fazi | pag. 541 | € 18,00
Estremi rimedi è il romanzo d’esordio di Thomas Hardy, in cui già si dispiegano tutti gli elementi che faranno la fortuna del suo autore: l’ispirazione gotica, un intreccio impeccabile, la magistrale caratterizzazione dei personaggi. Protagonista di questa storia è la giovane Cytherea Graye: rimasta orfana, la ragazza decide di trasferirsi con il fratello Owen in un’altra città, per trovare una casa e un lavoro e ripartire da zero. Qui, i due conoscono Edward Springrove, un collega di Owen, di cui Cytherea si innamora. Dopo vari tentativi andati a vuoto, la ricerca di un lavoro va a buon fine, e la protagonista viene assunta come dama di compagnia presso una ricca signora, Miss Adclyffe, il cui passato, si scoprirà poi, è legato romanticamente a quello della famiglia Graye. Tra le due donne si stabilisce un rapporto a metà strada fra l’affetto, la protezione, la devozione e la gratitudine reciproca. Proprio durante il soggiorno in casa della signora, Cytherea viene a sapere che non lontano da lì vive la famiglia del suo amato Edward, che però è già promesso a un’altra donna. Delusa e sconcertata, la protagonista decide di dimenticarlo: è a questo punto che entra in scena Manston, personaggio misterioso inspiegabilmente protetto e spalleggiato da Miss Adclyffe, il quale intraprende nei confronti della ragazza un lungo e bizzarro corteggiamento. L’intreccio narrativo, finora concentrato sul ritratto dei personaggi, si fa da qui in poi vivace e ricco di colpi di scena: incendi, fughe nella notte, inganni, suspense, persino un omicidio, fino alla conclusione, degna della migliore tradizione dei “sensation novels”, cui Hardy si ispirò per costruire questo suo primo romanzo, affermandosi subito come una delle voci più brillanti della narrativa inglese.
L'abbandono è il più freddo dei venti invernali.
Commento
Il primo giorno di lavoro post lockdown l'ho passato leggendo il secondo classico della mia personale challenge annuale, un romanzo di Hardy uscito da poco con Fazi che smaniavo di leggere da tempo immemore. Come spesso mi capita, più conto che un libro mi piaccia - quasi dandolo per scontato - più la delusione è cocente. Che poi, ecco, non posso proprio parlare di vera delusione, ma di sicuro Estremi Rimedi non è tra i romanzi di Hardy che più mi sono piaciuti, anzi è forse quello che mi ha appassionata di meno. L'edizione è bellissima, la copertina meravigliosa e la traduzione ottima, il problema è che la quarta di copertina è un filo fuorviante. Secondo la trama questo romanzo è un intrigo gotico con un finale adrenalinico, ma personalmente l'ho trovato molto tranquillo per la sua maggior parte con qualche guizzo qua e là per dare vita alla narrazione. Essendo un romanzo d'esordio forse lo stile di Hardy era ancora acerbo, non sono un'esperta e non ho la formazione adatta per analizzare un classico, però di sicuro tutta questa azione millantata dalla quarta io mica l'ho letta.
La storia è una variazione di quella che si può definire storia di persone comuni che a Hardy piace tanto, in particolare si concentra sulle vicende di una giovane ragazza e del fratello.
Cytherea e Owen si ritrovano dopo la morte del padre con un pungo di mosche. L'attività di architetto del padre, pur di successo, non aveva lasciato nessun profitto perché l'uomo aveva fatto degli investimenti fallimentari. I due all'inizio tentano di continuare a vivere nello stesso posto ma presto si rendono conto che non se lo possono permettere, così Owen - anche lui architetto ma di poca esperienza - trova un lavoro dal salario modesto in un paese lontano dal loro. I due fratelli lasciano tutto ma senza rimpianti, ormai isolati dai loro vicini, e si concentrano sulla nuova vita. I pochi soldi non fanno paura, sono razionali, umili, e si rendono conto di essere tutto sommato ancora fortunati; purtroppo però la situazione non è delle più rosee e così anche Cytherea decide di cercare un impiego, ma essendo una giovane di buona famiglia non ha ovviamente nessuna referenza e nessuna vera abilità. Durante le lunghe giornate in attesa di una risposta al suo annuncio, Cytherea incontra il collega del fratello, un giovane uomo dall'aspetto un po' trascurato ma piuttosto affascinante, e tra i due scatta subito una scintilla. Edward Springrove rimane folgorato dalla freschezza di Cytherea e la corteggia con decisione e la ragazza rimane infatuata dalle sue attenzioni così si promettono amore.
Però tra i due innamorati si intromette il destino: Edward torna a Londra dopo aver ottenuto un lavoro e Cytherea trova lavoro come dama di compagnia di Miss Adclyffe, una lady di un villaggio poco lontano dalla sua residenza attuale. La signora è una donna di mezza età, nubile, dal carattere deciso e a volte aggressivo che cambia dame di compagnia con una frequenza allarmante. Le due donne, così diverse per età e carattere, condividono lo stesso nome. Questa coincidenza è in realtà un legame con il passato del padre dei due ragazzi, un uomo che ha sempre pianto la perdita dell'innamorata di quando era giovane. L'identità della donna fa parte di quella porzione della trama che vorrebbe essere misteriosa e che unisce il passato del padre dei ragazzi a questa donna ombrosa e complicata: personalmente tutto questo intrigo si è rivelato essere molto meno interessante del previsto, i collegamenti vengono spiegati ma non c'è una vera giustificazione per questo alone di mistero. Il vero nucleo della trama che può vantare un briciolo di intrigo è quello legato a Manston, al fidanzamento con Cytherea e al suo legame con Miss Adclyffe.
Mentre Cytherea è alle dipendenze di Miss Adclyffe scopre che Edward le aveva mentito ed era già fidanzato quando si erano conosciuti. Così la ragazza, in piena crisi emotiva, si lascia manovrare dalla donna e viene blandita con astuzia ad assecondare l'interesse evidente di Manston per lei. Cytherea non è granché attratta dall'uomo, pur di bell'aspetto di evidente educazione, in lui c'è qualcosa che la mette a disagio. Anche per Manston entra in scena un ostacolo, una moglie che fino ad ora è stata tenuta nascosta e che così impedisce all'uomo di portare avanti il suo corteggiamento. Manston è furioso, detesta la donna sposata in un momento di follia, ne disprezza i modi e soprattutto non riesce a non fare un paragone con la giovane e bella Cytherea. Il caso vuole, però, che durante un incendio la donna muoia, o forse no? Comincia così la parte misteriosa del romanzo: all'inizio non si capisce se la donna è morta, poi il matrimonio frettoloso e quasi ossessivo, poi la fuga di Cytherea e i sospetti di Owen e di Edward, infine la rivelazione di tutto il mistero con un finale un po' strano che mette in luce il vero crimine e il vero criminale.
Non sono sicura quale sia stata la parte che mi ha convinta di meno, se quella romantica un po' troppo banale o quella presunta di intrigo che un po' si perde nelle elucubrazioni esistenziali dei personaggi. Personalmente credo che Hardy sia bravissimo a rendere speciali le vite dei suoi personaggi comuni, ma lo fa così bene perché non sfrutta gli stratagemmi dei gialli, rimane sempre sui drammi della vita e non su crimini o omicidi o rapimenti, è tutto molto ordinario seppur straordinario.
Ho faticato ad arrivare alla fine, ci ho messo più del previsto a terminare un romanzo di oltre 500 pagine e che mi ha pesato come se ne avesse altre 200 da leggere. Non mi aspettavo tanta difficoltà con un autore che mi piace praticamente sempre, ma immagino che prima o poi sarebbe accaduto che l'idillio con Hardy si fosse offuscato brevemente.
Ovviamente non perdo la speranza, ho un altro suo romanzo nella nuova edizione Fazi che aspetta di essere letto e questa volta eviterò accuratamente di pormi aspettative irrealistiche, così da godermi con serenità la lettura. In ogni caso questo è un romanzo che gli appassionati di letteratura inglese di tardo '800 gradiranno per il suo timido tentativo di portare un brivido di mistero in una trama ordinaria e rurale. Il risultato e il voto cambiano a seconda dei punti di vista, per me è una sufficienza pacata ma non risicata, del resto sono affezionata ad Hardy e probabilmente sempre lo sarò.

11 novembre 2019

Laini Taylor
La Musa degli Incubi

Strange the Dreamer 2
Titolo originale Muse of Nightmares

Trama
Fazi Editore
pag. 523 | € 15,00
La peggiore paura degli abitanti di Pianto si è concretizzata: nella minacciosa fortezza di mesarzio i figli degli dèi sono ancora vivi. Sarai è diventata un fantasma, mentre il Sognatore ha appena scoperto di essere lui stesso un dio dalla pelle blu, l’unico capace di fronteggiare l’oscura Minya, animata dall’implacabile desiderio di vendetta nei confronti degli umani che massacrarono la sua gente. Lazlo si troverà di fronte alla più impensabile delle scelte: salvare la donna che ama oppure tutti gli altri. Ma inquietanti misteri dimenticati chiedono di essere risolti: da dove sono arrivati, veramente, i Mesarthim, e cosa ne è stato di tutti i bambini nati nella fortezza durante il dominio di Skathis? Quando i portali dimenticati si apriranno di nuovo, mondi lontani diventeranno pericolosamente vicini e un inatteso, potente nemico arriverà deciso a spazzare via le fragili speranze di tutti, dèi e umani. Sarai, la Musa degli Incubi, conoscitrice di ogni genere di paura fin da quando aveva sei anni, sarà costretta ad affrontare orrori che neanche immaginava e ad andare oltre i suoi stessi limiti: l’esperienza le ha insegnato che l’odio e il terrore sono sentimenti facili da provocare. Ma come si fa a rovesciare l’odio, a disinnescare la vendetta? È possibile salvare i mostri, piuttosto che annientarli?
Possiamo essere in conflitto, odiarci e desiderare la reciproca distruzione, ma nella disperazione siamo tutti smarriti nelle stesse tenebre, respiriamo la stessa aria mentre soffochiamo nel nostro dolore.

Commento
Ok, sì, ho abbassato il voto all'ultimo minuto ma non ho potuto farne a meno. La musa degli incubi non mi è piaciuto tanto quanto Il Sognatore e per questo ho dovuto cedere di mezzo punto.
Nonostante mi sia presa una pausa tra il primo e il secondo romanzo, e nonostante abbia iniziato il libro con un ottimo ricordo del precedente, spesso durante la lettura ho accusato ondate ricorrenti di noia. Non riesco a spiegarmi il motivo, visto che la Taylor è un'autrice dallo stile costante e la storia non si discosta di un millimetro da quella de Il Sognatore; forse avrei dovuto aspettare ancora un po', o forse il mio entusiasmo si è esaurito con il primo libro, il risultato non cambia e sono qui a scrivere una recensione che avrei preferito fosse più positiva di questa.
La storia di La Musa degli Incubi inizia esattamente dopo la fine di Il Sognatore e non c'è pausa o sospensione, così come eravamo rimasti appesi allo stesso modo veniamo rispediti dentro all'azione.
Non si fatica a rientrare nel ritmo e i personaggi riemergono dalla memoria e dalle pagine con la stessa tridimensionalità che li ha caratterizzati nel primo titolo. L'unica differenza che ho notato è che del gruppo dei figli degli dei emergono in modo più spiccato - e se vogliamo scontato - sono Sarai e Minya, esattamente come il loro scontro che per buona parte del romanzo monopolizza l'attenzione.
Parallelamente a questi eventi, la Taylor introduce due personaggi nuovi e ci apre una finestra sul passato che solo in un primo momento sembra slegato alla storia narrata, ma che poi diventerà un filtro attraverso il quale trovare significato nel finale. Questi due personaggi sono Kora - Korako - e Nova - Novaline e la loro storia inizia centinaia di anni prima di quella dei ragazzi. Giusto per evidenziare la mia scarsa intuizione, non ho collegato la Kora della seconda storyline con la Korako del passato dei ragazzi, la dea cattiva che portava via i bambini. Il collegamento arriva molto dopo e quando arriva pone tutto sotto un'altra luce: tanto per cominciare si trovano le risposte ad alcune domande legate agli dei blu e soprattutto le incognite sul come, perché e quando si sciolgono poco alla volta grazie allo sbilanciamento nei giochi di potere.
Ecco, qui devo dire che ho apprezzato parecchio che i personaggi perdano il controllo della situazione e che il romanzo abbia spesso un mood ansiogeno che alimenta il ritmo di lettura: Minya per prima, Nova poi sono le due forze che distruggono la routine e scuotono le fondamenta del futuro dei ragazzi. Quello che ci si aspettava che accadesse in realtà viene ribaltato, e quello che non ci si aspettava arriva all'improvviso e tramortisce il lettore.
La cosa che mi ha delusa di più del romanzo è stata l'assenza di un vero cambiamento. Il pericolo di Minya svanisce poco alla volta senza compensare con l'evoluzione del suo personaggio. Anche lei, come gli altri, si ritrova messa alle strette da un nemico più forte e più inamovibile di lei e quindi da aguzzina diventa qualcos'altro. Naturalmente ho apprezzato questo suo tornare alle origini, solo che avrei preferito un cambiamento più sostanzioso e contestualizzato.
Stesso discorso per Nova, per quanto la sua storia sia stata presentata in modo più che preciso e approfondito, il suo ruolo di devastatrice di vite rimane troppo ingessato nell'ossessione di trovare Kora e il suo potere, presentato come qualcosa di enorme e distruttivo, è più che altro un'arma usata per abusare della sua follia e non la rende una nemica veramente pericolosa quanto più che altro una pazza vera e propria che agisce in modo illogico. In questo caso il ruolo di Sarai torna utile, ma anche lei non esce dallo schema iniziale del personaggio creato in Il Sognatore.
Su Lazlo posso solo dire che non è più il protagonista, ma è parte di un gruppo e che si lascia dominare in modo cieco e assoluto dal nuovo amore. Il Lazlo sognatore, il Lazlo con i poteri, il Lazlo gentile e profondo è ridotto ad un ragazzino in piena crisi ormonale che tenta disperatamente di riprendersi un potere fisico o psicologico che continua a perdere, prima con Minya e poi con Nova
Naturalmente Lazlo è sempre un personaggio gradevole, di quelli che suscitano un sorriso spontaneo e automatico, ma il suo declassamento mi ha un po' delusa.
Sono delusa anche dalla quasi totale assenza di Thyon Nero, un personaggio che aveva un enorme potenziale e che invece qui ha poche scene e poco spazio dove pressare tutti i suoi cambiamenti di carattere. Il cambiamento di Nero è grosso, ma per lui c'è solo il tempo di rendersi conto di desiderare qualcosa di più e poi più nulla.
Tra i secondari hanno invece avuto il loro riscatto Eril Fane e Azareen, che agiscono in modo coerente e hanno un colpo di scena altrettanto coerente con i loro personaggi. Ci voleva che in qualche modo anche loro avessero una chiusura degna della loro storia.
Per quanto riguarda il finale, sì è un buon finale ma è molto al di sotto delle mie aspettative sia in intensità che in complessità. Il pericolo presentato da Nova, come per Minya, svanisce in un soffio e il classico lieto fine ha la forma di un riassunto che serve solo a far sapere che per ognuno di loro ci sarà un futuro. Non c'è grande emozione in questo finale, è una calma piatta al posto di un picco di adrenalina e, se devo essere onesta, mi aspettavo molto di più. Arrivare alle ultime cento pagine del romanzo dopo 400 pagine di poco mi ha delusa veramente tanto. Il problema, quindi, per me è stata l'assenza di vera azione, veri colpi di scena, e veri cambiamenti rispetto al volume del romanzo. In quello spazio poteva farci stare dentro di tutto, così come aveva fatto in modo eccellente con la trilogia dei serafini, invece ha scelto di tirarla per le lunghe. D'accordo, lo stile della Taylor è fantastico e la sua ricchezza narrativa è senza dubbio di grande pregio, ma non è abbastanza per scuotermi dal torpore di questa lettura infinita.
Ecco, questo è quanto e lo dico con un po' di tristezza. Non toglierò la Taylor dalle mie letture, spero solo che tornerà con una storia più movimentata di questa. In realtà basta che torni, poi mi adeguo.

14 ottobre 2019

Laini Taylor
Il Sognatore

Serie Strange the Dreamer 1
Titolo originale Strange the Dreamer


Trama
Fazi Editore
pag. 524 | € 14,50
In un mondo indefinito, devastato dai postumi di una guerra fra dèi e uomini, il piccolo Lazlo Strange, orfano, viene allevato da monaci arcigni che tentano con la forza di strappare il germe della fantasia dalla mente del bambino. Ma Lazlo è nato sognatore. Rimane impressionato dai racconti di un anziano monaco, che parlano di una misteriosa città, un luogo di cui si è persa la memoria ma nel quale è accaduto qualcosa di tragico, qualcosa di enorme. Conoscere questa città, chiamata Pianto, diventa il suo sogno, la sua ossessione. Anni dopo, ormai ventenne, Lazlo lavora come bibliotecario; passando tutto il suo tempo fra libri e documenti, appaga la sua sete di ricerca e di storie. Finché un giorno arriva nientemeno che una delegazione di guerrieri proveniente proprio dalla mitica Pianto, guidata da un comandante soprannominato il Massacratore degli Dei, il quale spiega che sta girando per tutto il territorio alla ricerca di uomini e donne in possesso di capacità intellettuali e manuali che possano servire a ricostruire la città, devastata dalla guerra. Lazlo chiede di essere arruolato e ottiene il posto. Inizia così un viaggio avventuroso verso la meta cui ambisce fin dall'infanzia...
Il sogno di Lazlo venne rovesciato nell'aria e la tempesta e i colori di cui era composto non furono più un futuro da raggiungere, ma un ciclone che si scatenava in quel momento. Lazlo non sapeva che cosa, ma, con la certezza con cui si sente la puntura di una scheggia quando una clessidra cade da uno scaffale e si rompe, seppe che qualcosa stava accadendo. In quel momento.

Commento
Dopo un paio di letture tradizionali il mio cervello ha mandato segnali forti e chiari sul suo desiderio di fantasy YA e di nient'altro che non fosse questo. Per un attimo ho valutato l'opzione Cassandra Clare, ma non ero in vena di leggere in lingua e così mi è caduto l'occhio sui due romanzi della dilogia della Taylor, comprata subito alla sua uscita e - giustamente - lasciata a decantare in libreria.
Ora, sarà stata la brama del mio cervello, sarà stato il mood, sarà che la Taylor è un'autrice che è entrata in ritardo nella mia routine ma lo ha fatto con il botto, fatto sta che questo romanzo è stato aspirato in pochissimo tempo. L'ho iniziato e finito senza che quasi me ne rendessi conto e la sua fine - cliffhangerissima, vi avviso - è una di quelle che sì, ti lascia il bisogno di continuare, ma non necessariamente subito, righ away. E' il tipo di romanzo del quale avevo bisogno, un fantasy nuovo, ricco di immaginazione ma in un certo senso familiare (ricorda moltissimo l'universo della trilogia della Chimera di Praga), con una storia che ha un inizio e una fine che si intravede all'orizzonte e che - a seconda di cosa si decida di fare - può arrivare subito o più tardi. Io ho deciso di prendere una pausa tra il primo e il secondo libro, ma giusto perché voglio godermi i romanzi e non voglio bruciarli entrambi in tempi brevi.
Veniamo alla storia, che si apre su un Lazlo bambino alle prese con la sua fredda, noiosa e brutale esistenza. Lazlo fa di cognome Strange, dato d'ufficio a tutti gli orfani e che li distingue in modo semplice e impersonale dal resto delle persone. Uno Strange, oltre ad essere solo nel mondo, è anche privo di qualsiasi diritto o desiderio di uscire dall'ultimo livello della scala sociale. Il problema, per Lazlo, non è nemmeno l'assenza totale di prospettive sociali quanto il rigido divieto di potersi rifugiare in un mondo inventato e gioire per un pochino della sua immaginazione. La forza di Lazlo è tutta nella sua mente e, purtroppo, verrà quasi subito domata, costringendolo ad una esistenza di silenzi e servizi. Solo più in là negli anni la sua esistenza vedrà un netto cambio di rotta quando diventerà apprendista nella più grande biblioteca del regno, dove finalmente potrà scatenare la sua insaziabile sete di storie. Fin da piccolo Lazlo ha sempre trovato affascinante la storia della città di Pianto, ormai diventata una leggenda quasi dimenticata, e la sua passione divampa ancora quando - ormai uomo - trova nell'enorme biblioteca dove lavora una quantità di libri e di storie legate alla città dimenticata. Nella sua smania di trovare nuove informazioni, Lazlo diventa un vero topo di biblioteca e la sua conoscenza sulla storia di Pianto si estende là dove gli altri non si sono mai avventurati.
Il punto di rottura della routine di Lazlo arriva quando, per la prima volta dopo decine di anni, arrivano nel regno i guerrieri Tizerkane della città di Pianto. Lazlo è l'unico a non essere impreparato, ma è anche l'unico che viene escluso dall'incontro a causa della sua posizione sociale. La vera personalità di Lazlo, soppressa per tutti questi anni, affiora in superficie e rivela a tutti la sua competenza, la sua dignità, la sua pura passione per Pianto e l'onesta partecipazione emotiva alla loro storia. L'avventura di Lazlo, la sua vera avventura, inizia quando si unisce alla carovana di Eril Fane - il Massacratore di Dei - diretta verso Pianto, con l'obiettivo di aiutare la città e, in un certo senso, salvarla da un qualcosa che Eril Fane è restio ad anticipare al gruppo di studiosi.
Parallela alla storia di Lazlo si sviluppa anche quella di cinque ragazzi, cinque figli di Dei - gli stessi dei uccisi da Eril Fane - che fin dalla loro nascita vivono segregati nella fortezza sospesa nel cielo sopra Pianto, isolati dal mondo, senza possibilità di uscire e senza che nessuno possa entrare. La loro vita ha pochissime distrazioni, men che meno cibo o attività, e si concentrano tutti su un unico sentimento forte: l'odio. Nonostante quattro di loro, Feral, Sparrow, Ruby e Sarai, fossero troppo piccoli per ricordare, l'odio vero gli abitanti di Pianto e verso Eril Fane, che ha ucciso i loro genitori e tutti i bambini rimasti, è una costante alimentata da Minya, la più crudele del gruppo e colei che ha memoria del massacro. Per anni la vendetta è stata il loro unico desiderio finché sono cresciuti e la solitudine e la monotonia hanno attutito i ricordi e lasciato spazio al desiderio di entrare in contatto con il mondo esterno. Questo contatto è Sarai, nata con il dono di entrare nei sogni delle persone e manipolarli a suo piacimento, per anni li ha trasformati in terribili incubi che hanno alimentato il timore delle persone verso la fortezza. Sarai, pur avendo seguito la via della vendetta per la maggior parte della sua vita, comincia a sentire il peso di questo sentimento e a desiderare qualcosa di diverso per sé e per gli altri quattro: una vita, ordinaria come quella che spia nei sogni delle persone, ma preziosa perché impossibile per loro.
Tra i superstiti del massacro e gli abitanti di Pianto c'è un legame difficile da spezzare, un odio troppo radicato per poterlo razionalizzare, e una disperazione che permea le vite di tutti avvelenando le loro esistenze. Nel momento in cui le due storylines si toccano si crea il punto di non ritorno, quello che cambia il ritmo della narrazione e lascia intendere che le storie dei singoli personaggi diventeranno un filo nella trama della storia.
Lazlo e Sarai sono i due protagonisti, è vero, ma non monopolizzano la narrazione e lasciano ampio spazio a quei personaggi che hanno qualcosa da dire, azioni da compiere e scelte da fare che influenzeranno l'esito della storia. Da parte di Lazlo c'è Thyon Nero, un giovane alchimista che oscilla tra l'essere un eroe all'essere antagonista di Lazlo, ha una personalità molto interessante e per ora è sempre rimasto dietro le quinte, mai immobile ma non attivo nella storia. Da parte di Sarai il personaggio più forte dopo di lei è sicuramente Minya, che non nasconde il suo lato oscuro e che fin da subito mina l'equilibro del gruppo prendendone il controllo. Anche Feral, Sparrow e Ruby hanno una loro importanza, ma sono più che altro di contorno e il loro scontro è più un triangolo amoroso adolescenziale che stona con la gravità della storia. Naturalmente ci sono anche Eril Fane e gli altri Tizerkane ma anche loro rimangono un pochino in disparte.
Il romanzo ha i suoi tempi narrativi, ci vuole pazienza perché la prima parte è - forse - un filo lenta ma costruisce il personaggio di Lazlo fin nei minimi recessi della sua personalità e per me è stata parecchio affascinante. Quando la storia diventa più avventurosa e la narrazione prende un ritmo diverso anche la lettura diventa più serrata, c'è un crescendo piuttosto netto in tutto il romanzo che culmina nel finale. Onestamente non mi aspettavo che una certa cosa accadesse sul serio ma ho veramente apprezzato che la Taylor sia uscita - o forse è meglio dire che si è buttata fuori - dallo stereotipo del lieto fine. Il twist in chiusura è veramente intenso, drammatico, e cambia totalmente le carte in tavola, ma allo stesso tempo mi ha messo un po' di sana paura per il secondo romanzo della dilogia. Per questo ho deciso di fare una pausa, perché devo digerire tutto e avere la mente sgombra e fresca.
Sullo stile della Taylor non penso di dover aggiungere altro rispetto a quello che ho segnalato nelle recensioni dei suoi altri romanzi, dico solo che confermo e sottoscrivo: la Taylor non è una scrittrice frettolosa e superficiale, non lesina sulla ricchezza delle descrizioni, non ha paura di soffermarsi sui dettagli e riesce a non far pesare decine di pagine in cui - obiettivamente - succede poco o nulla. E' una brava autrice, scrive fantasy a target YA ma non usa lo stile semplicistico che purtroppo in genere si associa al genere e questo la rende godibilissima anche da un pubblico adulto.

10 settembre 2018

Laini Taylor
Sogni di Mostri e Divinità

Trilogia Daughter of Smoke and Bone 3
Titolo originale Dreams of Gods & Monsters

Trama
Fazi Lain
pag. 570 | € 14,50

A titolo di un inganno sconcertante, Karou ha preso il controllo della ribellione chimera ed è intenta ad allontanare il suo corso dal vicolo cieco vendetta. Il futuro poggia su di lei, se può esserci ancora un futuro per la chimera a Eretz devastata dalla guerra. Nemico comune, causa comune. Quando l' esercito del brutale serafino Giaele sconfina nel mondo umano, l'impensabile diventa essenziale, e Karou e Akiva devono alleare i loro eserciti nemici contro la minaccia. Si tratta di una versione distorta di un loro di tanto tempo fa, e cominciano a sperare che si potrebbe fare un passo in avanti per la loro gente. E, forse, per se stessi. Verso un nuovo modo di vivere, e forse anche l'amore. Ma ci sono le minacce più grandi di Jael in vista. Una regina malvagia è a caccia di Akiva, e, nei cieli di Eretz ... qualcosa sta accadendo. Macchie potenti si stanno diffondendo come contusioni da orizzonte a orizzonte; le grandi stormhunters alate si stanno radunando come se convocate, girando incessantemente, e un profondo senso di ingiustizia pervade il mondo. Quale potere può schiacciare il cielo? Dalle strade di Roma alle grotte della Kirin e oltre, gli esseri umani, chimere e serafini combatteranno, si sforzeranno, ameranno, e moriranno in un teatro epico che trascende il bene e male, giusto e sbagliato, amico e nemico. Alle stesse barriere di spazio e tempo, che cosa sognano dei e mostri? E null'altro importa?
Tanto tempo fa un angelo e un diavolo premettero le mani sui rispettivi cuori. E diedero inizio all'apocalisse.
Commento
Ho fatto un errore tattico. Ho finito di leggere questo romanzo ormai quasi un mese fa, prima dell'inizio delle mie vacanze estive e ho rimandato la scrittura del commento fino ad oggi. Non so perché l'ho fatto, considerando che il libro mi è piaciuto parecchio, però ricordo che non avevo mai voglia di mettermi a scrivere, oppure non avevo tempo di farlo. Quando sono iniziate le ferie ho fatto letteralmente di tutto tranne che aprire il blog, leggere, o preoccuparmi della recensione rimasta in sospeso.
Ora che sono qui mi rendo conto dell'errore perché quello che mi è rimasto in testa è poco e vago. Cercherò di essere il più precisa possibile ma la vedo molto dura. Che scema, non so perché mi caccio in queste situazioni da sola.
Sogni di mostri e divinità è il terzo ed ultimo romanzo della trilogia ed è quello che ho desiderato leggere con più ansia tra i tre perché i fili narrativi rimasti in sospeso erano veramente troppi e troppo coinvolgenti. Quando si legge una trilogia - o una serie - un romanzo dietro l'altro è naturale sentire una certa ansia e avere fretta di proseguire, ma con questo romanzo ho letteralmente chiuso il secondo e aperto il terzo nel giro di pochi minuti. Niente pause, niente attese, perché la storia era arrivata ad un punto in cui o si finisce male o finalmente arriva qualche gioia.
Nonostante le mie previsioni e le mie paure, il vero nucleo del romanzo ruota attorno all'alleanza tra le chimere e gli angeli, lasciando quasi in secondo piano il progetto di conquista mondiale di Jael. Akiva e Karou, seppur separati da un muro emotivo, non hanno perso di vista il loro obiettivo finale e fanno di tutto affinché si avveri. Gli angeli e le chimere da convincere e radunare, un piano da creare e perseguire, un nemico comune da sconfiggere, e un compito da rispettare che li separa ancora una volta. L'enormità della situazione diventa man mano sempre più chiara perché la Taylor amplia la sua complessità dando spazio ai personaggi comprimari e aggiungendo altri fili narrativi che solo all'apparenza sembrano inutili. Eliza, ad esempio, è un personaggio che sembra essere solo un punto di vista esterno e non si capisce bene quale sia il suo ruolo se non verso la fine, ma è anche un personaggio nuovo, fresco, diverso, che diventerà il jolly più importante di tutti. Anche Razgut in realtà gioca un ruolo molto più importante del previsto e la sua storia farà parte di una spiegazione decisiva nella comprensione di alcuni fatti. Jael, invece, nonostante la volontà di essere un cattivo assoluto, cade nella macchietta e finisce per essere un cattivo fallito, soprattutto quando mette piede sulla Terra.
I veri personaggi del romanzo, per me, oltre a Karou e ad Akiva, sono Liraz e Ziri. Non voglio togliere nulla a Zuzana e Mik, perché sono due personaggi altrettanto apprezzabili ma per me non hanno avuto la stessa potenza di Liraz e Ziri. In particolare Liraz mi è piaciuta veramente tanto, l'ho trovata drammatica ed intensa, ma allo stesso tempo tenera ed ingenua quasi quanto Ziri che, nel suo immenso coraggio non perde l'aria innocente di chi ancora spera.
Certo, se proprio devo trovare un difetto nel romanzo direi che l'elemento negativo è troppo poco sviluppato e poco incisivo, Jael perde costantemente slancio e da cattivone diventa un poveraccio bavoso, gli steliani che pare fossero degli alieni pericolosissimi in realtà solo delle specie di angeli con i super poteri e super devoti al lavoro, quindi alla fine il vero succo della questione è far sparire Jael e prendere il potere per ridimensionare la situazione e far iniziare un nuovo equilibrio sociale. Ok, va bene, però il finale non soddisfa granché. Stesso discorso per l'aspetto romantico. Dopo due romanzi e tre quarti di struggimento assoluto tra Akiva e Karou mi aspettavo almeno almeno qualcosa di più di un volo notturno pudico e due bacetti casti. Non dico una scena di sesso, ma più scene di coppia questo sì, perché onestamente la mia psiche ha bisogno di più di quello che la Taylor ci ha dato. L'unica soddisfazione me l'hanno data Liraz e Ziri, loro sì che hanno saputo gestire bene la loro situazione. Non aggiungo altro per non spoilerare.
Per chiudere, quindi, il romanzo è veramente bello è un continuo crescendo di attesa, la sua narrazione è sempre in tensione e, come i primi due libri, ha una quantità di contenuti veramente importante. In particolare ho apprezzato che l'autrice non buttasse a caso i colpi di scena e che lo sviluppo della storia - comprese le parti non esplicite - fosse assolutamente chiaro e comprensibile già alla prima lettura. La storia è sì ricca e complessa, ma non è ostica e scorre via velocemente. Anche adesso, a distanza di un po' di tempo, riesco a ricordarne gli elementi principali e i personaggi mi sono rimasti impressi, il che è tutto dire considerando quanto tenda a scordarmi di qualsiasi cosa.

6 settembre 2018

Laini Taylor
La città di sabbia

Serie Daughter of Smoke and Bone 2
Titolo originale Days of Blood & Starlight

Trama
Fazi | pag. 462 | € 14,50
Oltre i confini della Terra, in un luogo effimero e invisibile, due giovani creature, un guerriero serafino e una chimera si sono incontrati e tra di loro è nato un amore impossibile. Le loro due razze infatti, nemiche da secoli, sono in guerra, e tentano di distruggersi a vicenda in una spirale di vendette e sacrifici. I due ragazzi però hanno un sogno, portare la pace e la serenità tra i loro due popoli e vivere il loro amore senza l’ombra del pericolo e della segretezza. Ma il destino non sarà misericordioso per questi due amanti sfortunati, che verranno scoperti e condannati a morte.
Akiva riuscirà a fuggire e mettersi in salvo, mentre Karou verrà giustiziata, ma grazie al suo padre adottivo, un resuscitatore, la sua anima verrà trasmigrata in un corpo umano. Ma Karou non potrà per sempre nascondersi dalla sua vera identità e quando scoprirà tutto sul suo passato sarà anche il momento di ritrovare Akiva e continuare ciò che avevano iniziato insieme. Riusciranno a costruire un dialogo di pace tra i due nemici e scongiurare un conflitto che potrebbe distruggere le loro vite e il loro mondo?
Tanto tempo a un angelo e un diavolo strinsero fra le mani un osso del desiderio.
E il suo schianto spaccò il mondo in due.
Commento
Sono un po' in difficoltà, sono sicura del voto ma non so come articolare questo commento. Probabilmente è colpa del mio stato mentale attuale - sono stanca morta, ho bisogno di ferie - ma all'inizio pensavo che il romanzo non mi stava prendendo quanto il primo della serie. Ci ho messo un pochino ad ingranare, ma una volta preso il ritmo vero mi sono ingarbugliata tra le pieghe della trama con gli occhi a cuore pieni di lacrime.
Ora, partiamo dal presupposto che mi piace quando un autore è senza pietà e stermina i personaggi. In generale apprezzo anche il coraggio di far fuori personaggi secondari importanti. Qui ho pianto. Gente ho versato un fiume di lacrime per l'angst, la depressione, la separazione, la sofferenza e la morteh. Non dirò chi muore, però dirò che mi si è spezzato il cuore perché a me quel personaggio piaceva.
Forse è stato proprio quando ho finito il libro che ho realizzato quanto mi era piaciuto, quanto fosse diverso e più maturo rispetto a La Chimera di Praga.
Scommetto che come me, la maggior parte dei lettori pensava che la Taylor avesse in serbo una reunion tra Akiva e Karou degna del più romantico YA fantasy, con tanto di rocambolesche avventure.
Ebbene, no. In tutto il romanzo Karou procede sulla sua strada e Akiva non ne fa parte, e quel briciolo di idillio romantico viene brutalmente e costantemente sbriciolato dalla spietata - ma devo dire intelligente - costruzione del romanzo.
Karou, consapevole del ruolo di Akiva durante l'attacco finale a Loramendi, ha deciso che forse gli altri avevano ragione e lei torto, che gli angeli sono davvero malvagi e che non c'è speranza di vivere in pace, a dispetto del grandioso progetto che aveva immaginato con Akiva.
Ora che gli angeli hanno sconfitto quasi definitivamente le chimere, Karou decide di credere ciecamente ai fatti e di allontanare Akiva. D'ora in poi sarà dalla parte delle chimere, dalla parte della resistenza, e farà di tutto per aiutare i suoi simili a sconfiggere il nemico.
Il ruolo di Karou, però, è particolarmente complicato. Il gruppo di chimere rimaste, incluse Thiago, non si fidano di lei. La tengono all'oscuro dei loro piani, la isolano, la ignorano quando non la disprezzano apertamente, e la illudono di essere parte del gruppo e non un ostaggio. Del resto Karou si è volutamente messa in questa situazione, ha accettato il ruolo che le è stato imposto da Thiago e soffrirne non serve a niente: la sua vita ormai è molto diversa da quella di prima, molto diversa da quella che sperava di vivere dopo aver ritrovato Akiva e i suoi ricordi come Madrigal.
Dall'altra parte c'è Akiva. Dopo essere stato rifiutato da Karou e segregato al ruolo di nemico, non sa più cosa fare. Non vuole ricadere nella furia cieca e continuare a uccidere le chimere ma allo stesso tempo, non avendo più uno scopo e senza Karou, sa di non poter disertare e abbandonare i suoi fratelli. Ormai Akiva non è più l'angelo soldato spietato, ma non è nemmeno l'angelo pieno di amore e di speranza. Non ha posto, non ha scopo, non sa più cosa fare di se stesso, Akiva è in un continuo stato di prostrazione emotiva che si traduce in una serie elegante e dignitosa di meditazioni e malinconia. Akiva non è una lagna, non piagnucola senza motivo, ha una dignità nella sua sofferenza che lo astrae dal resto del mondo. Gira come una stella, nessuno sa cosa e dove va, semina piccoli indizi e tenta di modificare le sorti pur rimanendo nell'ombra: se non può avere Karou e il loro sogno, allora si accontenta di migliorare la sua situazione.
Ad affiancare Akiva, con sorpresa, Hazael e Liraz, entrambi personaggi che all'inizio avevo liquidato come due fastidi si sono rivelati fedeli, profondi, commoventi e a modo loro determinanti nello sviluppo del romanzo. Senza di loro Akiva avrebbe perso l'ultimo sostegno prima del tracollo, ed è grazie al loro aiuto che riesce a rimettersi in sesto e a portare a termine l'obiettivo che si era prefissato.
Dal punto di vista della trama, il romanzo è pieno zeppo di colpi di scena che proprio non si potevano prevedere. Da quello legato a Thiago, a quello legato a Jael, insomma ci sono moltissimi elementi che hanno arricchito la narrazione rendendola appassionante e serrata, impossibile da mettere giù.
In particolare ho trovato affascinante che l'inserimento di punti di vista extra di personaggi non rilevanti all'inizio mi fosse di peso per poi diventare interessante ed emozionante: Ziri, Zuzana, l'angelo che fa una brutta fine, addirittura Festival - personaggio che fa un guizzo di comparsa ma sento già che ci regalerà tante gioie.
Insomma, se è possibile La città di sabbia è ancora più ricco, emozionante e articolato di La chimera di Praga, è meno spensierato, c'è talmente tanta guerra che non si sa più da che parte girarsi senza vedere morti ammazzati, eppure è struggente perché i personaggi non sono piatti, non sono cliché e non si limitano a due reazioni in croce: il lettore entra in confidenza con loro, impara a conoscerli e ad amarli e alla fine si ha un bisogno fisico di proseguire con la lettura.
A questo punto dalla Taylor mi aspetto di tutto, sono pronta a qualsiasi forma di trauma, di colpo di scena, di plot twist e alla guerra assoluta e apocalittica.