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14 giugno 2021

Thomas Hardy
Due occhi azzurri

Titolo originale A Pair of Blue Eyes

Trama
Fazi | pag. 428 | € 18,00
La bellissima e volubile Elfride, orfana di madre e unica figlia del pastore Swancourt, si innamora di Stephen Smith, giovane architetto di Londra erroneamente ritenuto di nobili origini. Poi, quando questi per poterla sposare accetta un incarico in India, Elfride conosce l’affascinante e maturo Henry Knight, antico mentore di Stephen; ben presto Knight, come già era accaduto al suo pupillo, perde la testa per la fanciulla. Elfride, divisa tra la promessa di fedeltà a Stephen e la nuova passione per Knight, infine accetta la proposta di matrimonio di quest’ultimo. Ma ancora una volta le cose non vanno come immaginato: una presenza oscura dal passato di Elfride insinua in Knight il tarlo del sospetto sull’onestà della sua futura sposa e il fidanzamento è sciolto. Smith e Knight si incontreranno casualmente qualche anno più tardi, entrambi si scopriranno ancora innamorati di Elfride, ma ormai sarà troppo tardi.
Stephen si era innamorato di Elfride guardandola, Knight smettendo di farlo.
Commento
Dare un voto così basso a Thomas Hardy mi causa un notevole dolore al cuoricino, ma purtroppo devo tenere conto che ho provato di un tipo diverso di dolore durante la lettura, cioè quello della delusione.
Di solito con un romanzo di Hardy so sempre cosa aspettarmi e, nel caso in cui non mi piaccia da morire, c'è sempre qualcosa che rimane e che rende la lettura degna di essere fatta. A volte, però, la predisposizione mentale mi mette in un mood che boicotta il romanzo fin dall'inizio: spero e mi aspetto qualcosa che non arriva, o che arriva in modi che non mi sconfinferano e che mi mettono in una posizione di sopportazione indegna di questo autore. Al 100% la colpa è mia, Hardy è un gigante del suo genere e non sono degna nemmeno di lamentarmi e, più in generale, la media dei voti è sempre alta, eppure - eppure - come lettrice posso tenermi per me la delusione di non aver sperimentato ancora una volta l'idillio hardiano.
Dando per scontato che nulla nello stile o nel lessico - inclusa la traduzione - non funziona meno che bene, e che tutto rispecchia al massimo Hardy e il suo periodo, rimane solo la trama da poter criticare.
Non mi è piaciuto quasi nulla dei personaggi della storia, ho trovato difetti enormi in ognuno di loro, mentre l'ambientazione della campagna inglese è sempre talmente meravigliosa e ben fatta che spesso ruba il ruolo di protagonista. La descrizione della natura e degli spazi è sempre stata una caratteristica distintiva dei romanzi di Hardy, così come la sua presenza massiccia nella narrazione è una costante che catalizza l'attenzione ed è veicolo per descrizioni che evocano immagini bucoliche precise come fotografie. Hardy ha la capacità di trasportarti nello spazio, spostarti grazie alle sue parole da una città afosa come Milano nella campagna inglese fresca e bagnata e spazzata dal vento. Ci vuole un po' per abituarsi, ci vuole pazienza per raggiungere quel punto di rottura che cattura la tua attenzione e ti catapulta dentro la storia, ma quando succede è difficile uscirne. E' questo il pregio assoluto di Hardy che, ancora una volta, si ripresenta in questo romanzo. Poco importa se ti immergi e poi scopri che i personaggi non ti piacciono perché la trama è costruita in un modo tale che ti suscita continuamente la smania di vedere e sapere perché il voyerismo morboso per le sfighe dei suoi personaggi che Hardy suscita in me ha qualcosa di estremo e sublime.
Ora alla parte deludente. Elfride è una giovinetta che vive con il padre, curato di un piccolo villaggio e imparentato alla lontana con la piccola nobiltà. Elfride cresce abbastanza libera perché il padre non vede la necessità di preoccuparsi troppo, la asseconda perché è una brava ragazza e non ha grilli per la testa ma, così facendo, le permette di abituarsi ad una condotta che in circostanze diverse sarebbe la sua rovina. In un villaggio isolato, in una casa isolata, dove Elfride passa la maggior parte del tempo sola, le occasioni per sollevare scandalo sono pochissime ma anche in un posto remoto come questo trovano la strada per seminare il germoglio di una catena di eventi che culmina con un sad ending. Elfride conosce il giovane Stephen, architetto di Londra ma originario del villaggio, che viene ospitato dal curato per fare degli schizzi della chiesa da ristrutturare. Elfride per la prima volta si trova di fronte un giovane di bell'aspetto, intelligente e di cultura, che arriva dalla città e il suo essere sofisticato e bellissimo apre la porta alla nascita di un sentimento romantico per entrambi. Dopo settimane di convivenza e di tempo passato insieme i due ragazzi decidono di dichiararsi ma Elfride si scontra con il voler del padre che non intende darla in sposa ad un ragazzo di umili origini. Stephen non si arrende e decide di buttarsi nel lavoro per dimostrare al curato di essere degno di Elfride, iniziando così un fidanzamento segreto con la ragazza. I due, in un momento di lucida disperazione, decidono di fuggire e sposarsi ma Elfride - che qui svela il suo vero carattere - tentenna fino all'ultimo momento quando decide di non poterlo fare. Stephen parte per l'India e nel frattempo Elfride rimane a casa, tenendo il segreto e rimuginando sulle sue azioni. In questo momento Elfride svela la sua personalità e cade il velo di innocenza che l'aveva dipinta come una specie di santa. E' con l'arrivo di Knight che Elfride sfoggia il suo peggio: si lascia affascinare da un uomo adulto e dalla sua mente, la personalità dominante di Knight - che all'inizio non la vede in modo romantico - ha un forte ascendente sulla ragazza che comincia a paragonare il nuovo ospite con il fidanzato più giovane e inesperto. Elfride si mette sulla strada di Knight fingendo di non civettare ma è quello che fa: ignora l'esistenza di Stephen e si decida a coltivare un rapporto con Knight che ci metterà un po' a farsi prendere. A quel punto inizia il declino della storia: Elfride non è che una ragazzina egoista, una gatta morta che in base alla sua convenienza asseconda o rifiuta i suoi innamorati, fingendo di non sapere cosa sta facendo e fingendo di non avere il controllo dei suoi pensieri, Stephen si ritira nell'ombra di fronte al palese tradimento della ragazza ma non si abbassa a rovinare il suo nuovo fidanzamento perché una forte amicizia lo lega a Knight, unica vera vittima di tutta la vicenda perché rimane all'oscuro fino all'ultimo e il tradimento per lui sarà un colpo durissimo da sopportare. Elfride, nonostante giochi all'innocente fino alla fine, non ottiene altro se non allontanare tutti con le sue bugie e mezze verità e quando si arriva al finale credo sia impossibile dispiacersi per lei.
Il sad ending è, secondo me, un sorta di ammonimento: occhio che a comportarsi così non c'è altra fine se non quella del topo, perché Elfride non è mai messa su un piedistallo da parte di Hardy che, invece, analizza in modo freddo e oggettivo le sue mancanze così come i suoi pregi. Purtroppo l'immagine dei personaggi femminili non ne esce bene, se non sono mogli e fattrici sono giovani seduttrici camuffate da angeli innocenti, la via di mezzo che Hardy sa trovare qua non c'è e sembra che sia voluto. I due protagonisti maschili sono troppo dimessi, al di là del discorsetto che Knight riserva a Elfride, rimangono legati a dei sentimenti ormai inquinati dalle bugie della ragazza e onestamente vederli ancora così attaccati a lei ha distrutto il poco rispetto che avevo per loro.
La mia delusione è legata al fatto che ho detestato tutti i personaggi e che ho trascinato la lettura solo per arrivare al punto in cui la gatta morta avrebbe perso ogni cosa. Ho deciso di cedere il romanzo, non ha senso rimanere attaccata ad un libro che non mi è piaciuto, anche se è di Hardy, perché ormai l'idea di collezionare tutti i suoi titoli mi ha abbandonata: lo spazio è poco, lo tengo per ciò che mi è piaciuto. 

27 luglio 2020

Thomas Hardy
Estremi Rimedi

Titolo originale Desperate Remedies

Trama

Fazi | pag. 541 | € 18,00
Estremi rimedi è il romanzo d’esordio di Thomas Hardy, in cui già si dispiegano tutti gli elementi che faranno la fortuna del suo autore: l’ispirazione gotica, un intreccio impeccabile, la magistrale caratterizzazione dei personaggi. Protagonista di questa storia è la giovane Cytherea Graye: rimasta orfana, la ragazza decide di trasferirsi con il fratello Owen in un’altra città, per trovare una casa e un lavoro e ripartire da zero. Qui, i due conoscono Edward Springrove, un collega di Owen, di cui Cytherea si innamora. Dopo vari tentativi andati a vuoto, la ricerca di un lavoro va a buon fine, e la protagonista viene assunta come dama di compagnia presso una ricca signora, Miss Adclyffe, il cui passato, si scoprirà poi, è legato romanticamente a quello della famiglia Graye. Tra le due donne si stabilisce un rapporto a metà strada fra l’affetto, la protezione, la devozione e la gratitudine reciproca. Proprio durante il soggiorno in casa della signora, Cytherea viene a sapere che non lontano da lì vive la famiglia del suo amato Edward, che però è già promesso a un’altra donna. Delusa e sconcertata, la protagonista decide di dimenticarlo: è a questo punto che entra in scena Manston, personaggio misterioso inspiegabilmente protetto e spalleggiato da Miss Adclyffe, il quale intraprende nei confronti della ragazza un lungo e bizzarro corteggiamento. L’intreccio narrativo, finora concentrato sul ritratto dei personaggi, si fa da qui in poi vivace e ricco di colpi di scena: incendi, fughe nella notte, inganni, suspense, persino un omicidio, fino alla conclusione, degna della migliore tradizione dei “sensation novels”, cui Hardy si ispirò per costruire questo suo primo romanzo, affermandosi subito come una delle voci più brillanti della narrativa inglese.
L'abbandono è il più freddo dei venti invernali.
Commento
Il primo giorno di lavoro post lockdown l'ho passato leggendo il secondo classico della mia personale challenge annuale, un romanzo di Hardy uscito da poco con Fazi che smaniavo di leggere da tempo immemore. Come spesso mi capita, più conto che un libro mi piaccia - quasi dandolo per scontato - più la delusione è cocente. Che poi, ecco, non posso proprio parlare di vera delusione, ma di sicuro Estremi Rimedi non è tra i romanzi di Hardy che più mi sono piaciuti, anzi è forse quello che mi ha appassionata di meno. L'edizione è bellissima, la copertina meravigliosa e la traduzione ottima, il problema è che la quarta di copertina è un filo fuorviante. Secondo la trama questo romanzo è un intrigo gotico con un finale adrenalinico, ma personalmente l'ho trovato molto tranquillo per la sua maggior parte con qualche guizzo qua e là per dare vita alla narrazione. Essendo un romanzo d'esordio forse lo stile di Hardy era ancora acerbo, non sono un'esperta e non ho la formazione adatta per analizzare un classico, però di sicuro tutta questa azione millantata dalla quarta io mica l'ho letta.
La storia è una variazione di quella che si può definire storia di persone comuni che a Hardy piace tanto, in particolare si concentra sulle vicende di una giovane ragazza e del fratello.
Cytherea e Owen si ritrovano dopo la morte del padre con un pungo di mosche. L'attività di architetto del padre, pur di successo, non aveva lasciato nessun profitto perché l'uomo aveva fatto degli investimenti fallimentari. I due all'inizio tentano di continuare a vivere nello stesso posto ma presto si rendono conto che non se lo possono permettere, così Owen - anche lui architetto ma di poca esperienza - trova un lavoro dal salario modesto in un paese lontano dal loro. I due fratelli lasciano tutto ma senza rimpianti, ormai isolati dai loro vicini, e si concentrano sulla nuova vita. I pochi soldi non fanno paura, sono razionali, umili, e si rendono conto di essere tutto sommato ancora fortunati; purtroppo però la situazione non è delle più rosee e così anche Cytherea decide di cercare un impiego, ma essendo una giovane di buona famiglia non ha ovviamente nessuna referenza e nessuna vera abilità. Durante le lunghe giornate in attesa di una risposta al suo annuncio, Cytherea incontra il collega del fratello, un giovane uomo dall'aspetto un po' trascurato ma piuttosto affascinante, e tra i due scatta subito una scintilla. Edward Springrove rimane folgorato dalla freschezza di Cytherea e la corteggia con decisione e la ragazza rimane infatuata dalle sue attenzioni così si promettono amore.
Però tra i due innamorati si intromette il destino: Edward torna a Londra dopo aver ottenuto un lavoro e Cytherea trova lavoro come dama di compagnia di Miss Adclyffe, una lady di un villaggio poco lontano dalla sua residenza attuale. La signora è una donna di mezza età, nubile, dal carattere deciso e a volte aggressivo che cambia dame di compagnia con una frequenza allarmante. Le due donne, così diverse per età e carattere, condividono lo stesso nome. Questa coincidenza è in realtà un legame con il passato del padre dei due ragazzi, un uomo che ha sempre pianto la perdita dell'innamorata di quando era giovane. L'identità della donna fa parte di quella porzione della trama che vorrebbe essere misteriosa e che unisce il passato del padre dei ragazzi a questa donna ombrosa e complicata: personalmente tutto questo intrigo si è rivelato essere molto meno interessante del previsto, i collegamenti vengono spiegati ma non c'è una vera giustificazione per questo alone di mistero. Il vero nucleo della trama che può vantare un briciolo di intrigo è quello legato a Manston, al fidanzamento con Cytherea e al suo legame con Miss Adclyffe.
Mentre Cytherea è alle dipendenze di Miss Adclyffe scopre che Edward le aveva mentito ed era già fidanzato quando si erano conosciuti. Così la ragazza, in piena crisi emotiva, si lascia manovrare dalla donna e viene blandita con astuzia ad assecondare l'interesse evidente di Manston per lei. Cytherea non è granché attratta dall'uomo, pur di bell'aspetto di evidente educazione, in lui c'è qualcosa che la mette a disagio. Anche per Manston entra in scena un ostacolo, una moglie che fino ad ora è stata tenuta nascosta e che così impedisce all'uomo di portare avanti il suo corteggiamento. Manston è furioso, detesta la donna sposata in un momento di follia, ne disprezza i modi e soprattutto non riesce a non fare un paragone con la giovane e bella Cytherea. Il caso vuole, però, che durante un incendio la donna muoia, o forse no? Comincia così la parte misteriosa del romanzo: all'inizio non si capisce se la donna è morta, poi il matrimonio frettoloso e quasi ossessivo, poi la fuga di Cytherea e i sospetti di Owen e di Edward, infine la rivelazione di tutto il mistero con un finale un po' strano che mette in luce il vero crimine e il vero criminale.
Non sono sicura quale sia stata la parte che mi ha convinta di meno, se quella romantica un po' troppo banale o quella presunta di intrigo che un po' si perde nelle elucubrazioni esistenziali dei personaggi. Personalmente credo che Hardy sia bravissimo a rendere speciali le vite dei suoi personaggi comuni, ma lo fa così bene perché non sfrutta gli stratagemmi dei gialli, rimane sempre sui drammi della vita e non su crimini o omicidi o rapimenti, è tutto molto ordinario seppur straordinario.
Ho faticato ad arrivare alla fine, ci ho messo più del previsto a terminare un romanzo di oltre 500 pagine e che mi ha pesato come se ne avesse altre 200 da leggere. Non mi aspettavo tanta difficoltà con un autore che mi piace praticamente sempre, ma immagino che prima o poi sarebbe accaduto che l'idillio con Hardy si fosse offuscato brevemente.
Ovviamente non perdo la speranza, ho un altro suo romanzo nella nuova edizione Fazi che aspetta di essere letto e questa volta eviterò accuratamente di pormi aspettative irrealistiche, così da godermi con serenità la lettura. In ogni caso questo è un romanzo che gli appassionati di letteratura inglese di tardo '800 gradiranno per il suo timido tentativo di portare un brivido di mistero in una trama ordinaria e rurale. Il risultato e il voto cambiano a seconda dei punti di vista, per me è una sufficienza pacata ma non risicata, del resto sono affezionata ad Hardy e probabilmente sempre lo sarò.

11 febbraio 2019

Thomas Hardy
L'amata

Titolo originale The Well-Beloved

Trama

Barbès | pag. 240
fuori catalogo
"L'amata" è uno dei capisaldi della letteratura inglese dell'Ottocento e un classico di riferimento anche per tutta quella che è venuta dopo. Introvabile in italiano, questo fondamentale romanzo racconta un fantasma corporeo che assume aspetti diversi corrispondenti alle donne che il protagonista, Jocelyn, insegue invano. È la storia di un viaggio esaltante e doloroso all'inseguimento di un amore impossibile perché impossibile è riconoscere la verità della donna amata e insopportabile perché insopportabile è perdere questo amore, capire che soltanto temporaneamente e casualmente ma soprattutto in modo incomprensibile, abita il corpo, lo sguardo, l'odore, la pelle di colei che si ama.
[...] Joscelyn era il più romantico degli innamorati. Ci fu mai una storia così romantica come quella che incarnava quest'uomo nei suoi rapporti con la famiglia di lei? Dopo aver rifiutato la prima Avice, la seconda aveva rifiutato lui, e finalmente aveva raggiunto la terza, con un risultato finale che era tenero e romantico, verso il quale era ingiusto per chiunque essere cieco.
Commento
Faccio un po' di fatica ad ammetterlo, ma ho fatto un errore di valutazione.
Presa dall'entusiasmo per la lettura della raccolta Piccole ironie della vita di Hardy, mi sono buttata a pesce su un altro volume dello stesso autore pensando di non incappare in un'oscillazione di gradimento.
Naturalmente ho avuto la prova che con i classici è meglio alternare, non tanto perché si rischia un calo di qualità - quando mai, aggiungerei io - ma più che altro è probabile che lo schema della trama sia già conosciuta, che non brilli per novità e non si discosti molto dalla lettura precedente.
Con L'amata si pensa subito ma questo l'ho già letto, se proprio vogliamo essere brutali.
Ora, con Hardy è raro trovare una trama veramente diversa, a lui piace rimanere sul suo genere e raccontare le storie dei suoi personaggi. Il problema è che, lunghezza e dettagli del romanzo a parte, queste storie si assomigliano tutte un pochino e quindi sarebbe furbo evitare letture ravvicinate. Ma io ho dato prova di non avere un briciolo di furbizia, così ho iniziato L'amata convinta di essere nel giusto.
Mi sono tirata la zappa sui piedi, come si suol dire, e solo la superlativa capacità narrativa di Hardy ha tamponato l'errore, cancellando la sensazione del già letto e lasciando viva la forte impressione della particolarità della storia.
Nonostante venga descritto come un romanzo d'amore, non bisogna confondersi con l'idea generale che questo genere ci suggerisce. Hardy non si è accontentato di scrivere un romanzo d'amore con una coppia classica: lui ama lei, lei ama lui, vengono separati, superano varie insidie, vissero felici e contenti. Hardy ha modellato l'essenza di questo genere attorno alla sua idea di Amore, trasformando questo romanzo in una storia quasi incredibile di un uomo che si innamora dell'ideale.
Alla sua amata era sempre stato fedele; ma aveva avuto diverse incarnazioni. Ogni individualità conosciuta come Lucy, Jane, Flora, Evangeline o altre ancora, era stata solo una momentanea espressione di lei. [...] Per natura non era di sostanza concreta: uno spirito, un sogno, un'allucinazione, un'idea, un profumo, un intero sesso compendiato, una luce d'occhi, un dischiudersi di labbra. Solo Dio sapeva cosa fosse in realtà; Pierston no. Era indescrivibile.
A questo punto ci si chiede come sarà questa storia d'amore, visto che la trama è decisamente lontana dallo schema classico del genere. Per come l'ho vissuto io, questo romanzo è originale proprio perché non si accascia sulla solita coppia, ma si concentra sulla stranezza di una singola persona, sulla sua debolezza - in un certo senso - nel non avere la capacità di vivere l'amore come tutti.
Joscelyn è un uomo normalissimo, onesto, lavoratore, di cultura, non è crudele, o egoista, è semplicemente vittima di un'ossessione, quella di inseguire Amore come se fosse una dea incorporea che lo tortura saltando da un corpo all'altro senza fermarsi mai, senza lasciarlo vivere l'amore con la pace e la tranquillità dovute dalla costanza e dalla sicurezza.
Nel corso degli anni Joscelyn vede apparire l'Amata in diverse donne che, come se fossero possedute, perdono la loro identità per diventare l'Amata. Quando questa incarnazione svanisce, la donna diventa un involucro vuoto, e Joscelyn perde completamente interesse. Il protagonista è un esempio di incostanza ma, nonostante possa sembrare un personaggio odioso, non permette mai alla crudeltà di seguire la sparizione dell'Amata. A modo suo, con tutti i suoi difetti, Joscelyn cerca di rendere la separazione meno dolorosa possibile, cerca di non rovinare la reputazione della donna e rimane sempre interessato al suo benessere. 
Com'è tipico di Hardy, c'è una sfacciata ironia di fondo: per la maggior parte della sua vita Joscelyn ha inseguito l'Amata lasciando una scia di cuori infranti o di relazioni mai nate, ma al culmine della sua vita, quasi in dirittura d'arrivo, l'Amata gli tira un tiro mancino apparendo nella terza generazione di Avice, donne che per lui hanno sempre incarnato l'Amata, ma questa volta è Joscelyn ad avere il cuore spezzato. Sarà l'Amata a lasciarlo, e lui rimarrà segnato da questa svolta al punto da rifiutare completamente la nascita di un sentimento romantico, come a dire dopo questa esperienza non amerò mai più.
Non c'è un lieto fine classico, Hardy non può fare a meno di far crollare la situazione sul finale e salvare il suo protagonista dandogli la possibilità di riprendere in mano la sua vita ripudiando l'Amata e godendosi i suoi ultimi anni grazie ad un altro sentimento, meno complicato e più felice: l'amicizia.
Tutto sommato il romanzo è coinvolgente e divertente, e la narrazione scorre fluida anche nei momenti vagamente noiosi, per me però manca un po' di movimento. Anche se il romanzo è diviso in tre parti, che dividono la vita del protagonista a 20, 40 e 60 anni, la trama si ripete proprio perché l'episodio dell'incarnazione si ripete costantemente, quindi è chiaro che c'è uno schema che ha uno scopo e un significato ma che non è esattamente il massimo quanto a coinvolgimento.
La lunghezza del romanzo, breve tutto sommato, e lo stile di Hardy mi hanno fatto arrivare alla fine velocemente e con un gradimento sufficiente e a non farmi rimanere male, però di questo autore ho letto di meglio. O forse sono io che non ho le basi per comprendere un messaggio filosofico più sottile infilato nella trama, l'incognita rimarrà in sospeso.

21 gennaio 2019

Thomas Hardy
Piccole ironie della vita

Titolo originale Life's little ironies

Trama
Sellerio | pag. 378
fuori catalogo
La chiave dell'arte dello scrivere - sosteneva Hardy anticipando di più di mezzo secolo quello che dirà Borges a difesa della narrativa d'intreccio - sta nella capacità di mescolare in giuste dosi il banale quotidiano e lo straordinario. L'avventura grandiosa di un essere umano qualunque, o la giornata qualunque di un grande personaggio: questo è il racconto. E il dosaggio è cosi riuscito in questi racconti del 1894, da incoraggiare a sottoscrivere il giudizio che nel 1949 ne dava Annie Messina: è impossibile annoiarsi leggendoli. Sono parabole rapide e disastrose di destini comuni, che il caso invece seduce e poi atterra: ironicamente, appunto. Hardy le segue nel loro tragitto con uno sguardo di sconsolata pietà, di romantica malinconia, che si accende di speranza soltanto quando può fermarsi sui paesaggi immobili della sua antica campagna inglese.
Si congetturò che, assorti nella scambievole contemplazione di occhi i quali avevano un tempo brillato per loro soli, avessero potuto cadere in una tenera fantasticheria e, riluttanti a confessare i loro reciproci sentimenti, avessero continuato così, dimentichi del tempo e dello spazio, fino a che l'oscurità li aveva colti di sorpresa lontano dalla riva. Ma nulla si seppe mai di veramente preciso. La loro sorte era stata quella di morire così: le due metà, destinate dalla natura a formare l'insieme perfetto, erano venute meno a quello scopo durante la loro vita per essere ricongiunte dalla morte.
Commento
Sono soddisfatta di me stessa, ho iniziato il 2019 leggendo uno dei miei tanti classici, in particolare uno dei titoli della mia collezione di Hardy che sta prendendo polvere nella libreria. Forse è stata la decisione migliore in fatto di letture, perché Hardy è riuscito là dove ultimamente autrici fidate non hanno saputo arrivare: farmi ritrovare il divertimento di leggere.
Magari può suonare strano associare la parola divertimento ad una raccolta di racconti di fine 800 - soprattutto una di Thomas Hardy -, eppure è così perché con questo autore mi trovo sempre a mio agio, entro in sintonia con il suo stile e con i contenuti delle sue storie fino a ritrovarmi tra le mani un libro pieno di orecchie (sì, faccio le orecchie alle pagine).
Piccole ironie della vita è, secondo la mia modesta opinione, una raccolta perfetta per chi cerca racconti brevi per riempire dai 30 ai 40 minuti di tempo - ideali per un viaggio in treno, ad esempio - e non desidera trame troppo ingarbugliate. Questi racconti sono tutti dedicati ad episodi di vita, a personaggi comuni e ai loro destini generalmente tragici o poco fortunati. Si va dal fidanzamento sfortunato, all'abbandono, alla separazione, fino ad arrivare a fini tragiche narrate con un tono che solo Hardy sa rendere così coinvolgente. Non è ironia nel senso letterale del termine, l'autore non prende mai in giro i suoi personaggi, si limita a raccontare gli eventi in modo quasi pragmatico senza abbellire, giustificare o ammorbidire la natura umana spesso sgradevole di alcuni dei suoi personaggi.
Per dare una spiegazione corretta cito una parte del saggio finale che articola alla perfezione l'impressione che i lavori di Hardy mi hanno sempre lasciato.
Coerentemente con il titolo della raccolta, i racconti riuniti in Piccole ironie della vita si imperniano su una qualche tragica ironia della sorte. L'angolazione è parte integrante della Weltanschauung hardiana che, inquadrandosi nella prospettiva scettica tardo-vittoriana, attribuisce l'origine del mondo a una Causa universale, cieca e inconsapevole, e conseguentemente vede gli uomini schiavi delle circostanze e 'zimbelli del tempo' [...] Il gioco bizzarro del Caso, e quindi l'ironia della sorte, è dunque un motivo che sottende tutto il canone narrativo e poetico dell'autore, ma si esplicita nel titolo di questa raccolta, che pur ingloba molti altri temi tipicamente hardiani.
Il fatto che l'autore presenti gli eventi che coinvolgono i personaggi come impossibili da prevedere e da evitare ha un qualcosa di fatalistico: non importa quanto si impegnino, quanto ci provino, i personaggi sono destinati a vivere quel destino, a soffrirne e a subirlo senza possibilità di scampo. Ma se il concetto di base non è per niente positivo, lo stile di Hardy trasforma una tragedia in intrattenimento, facendo oscillare il lettore tra divertimento e tristezza senza lasciarlo cadere in nessuno dei due estremi.
Oltre a interessare ambiti molteplici, l'ironia degli eventi assume sfaccettature variegate: talora ha risonanze profondamente tragiche, talora grottesche, oppure paradossali; talora riguarda la sfera dei rapporti familiari, oppure quella morale, o addirittura esistenziale [...]
Mi ha sorpresa la quantità di racconti dedicati all'amore, naturalmente sfociato in tutto tranne che in un lieto fine, che a volte mi hanno divertita nonostante il risvolto tragico e a volte hanno lasciato un residuo di tristezza. In particolare mi è piaciuto l'ultimo racconto, quello più lungo della raccolta, perché è un insieme di storie dentro una storia e racchiude diversi argomenti, come tanti piccoli assaggi di storie diverse che si chiudono con quella del protagonista.
Riguardo lo stile di Hardy non posso aggiungere nulla, è talmente bravo che persino la scena più comune diventa magicamente affascinante soltanto per il modo in cui usa le parole. Così anche i sentimenti vengono rappresentati in un modo tutt'altro che comune, con una precisa scelta lessicale e una tremenda abilità di costruire i periodi che solo alcuni autori possiedono.
Ogni volta che ella si avvicinava alla metà della sua orbita più vicina a lui, si guardavano negli occhi sorridendo, con quell'inconfondibile espressione che significa tanto poco sul momento, e che conduce così spesso alla passione e allo strazio, all'unione e al distacco, alla sovrappopolazione, agli stenti, alla contentezza, alla rassegnazione, alla disperazione.
Naturalmente questa raccolta non è per tutti, non tanto perché sia complicata - anzi, per me è tutto l'opposto - ma piuttosto perché il racconto è poco apprezzato, e in generale i racconti brevi di fine 800 vengono considerati quasi da sussidiario scolastico invece che come narrativa di intrattenimento. Se, poi, aggiungiamo il fatto che i soggetti possono risultare noiosi ai più, allora si capisce perché questa sia stata una pubblicazione rimasta nell'ombra (da noi) per tantissimo tempo, e che solo ora grazie alla casa editrice Elliot è stata ristampata. Io consiglio comunque di recuperare questa edizione di Sellerio primo perché si trova nell'usato ad un prezzo veramente ridicolo e secondo perché avere tra le mani un libro così compatto e rustico al tatto riflette la gioia della lettura.

31 dicembre 2015

Thomas Hardy
Il braccio avvizzito

Trama
Robin Edizioni
pag. 163 | € 12,00
Sullo sfondo dei pacifici paesaggi della campagna inglese, i protagonisti di questi "racconti dell'orrore" si trovano ad affrontare l'incombere nelle loro vite di potenze esterne che portano scompiglio, quasi un destino malvagio contro il quale l'uomo non può nulla. Una costante di tutta la produzione letteraria di Hardy è "il contrasto tra la vita ideale desiderata dall'uomo e quella reale e squallida che è destinato ad avere".
Malattia, odio, morte sono i temi ricorrenti di queste storie, immerse in un'atmosfera magica e cupa, densa di presenze sovrannaturali, dove il Male appare un castigo imposto a creature deboli e oneste, le cui sorti si incrociano tragicamente.
E infatti il cuore di un innamorato dopo il possesso può essere paragonato alla Terra nei suoi stadi geologici [...] dapprima carbone ardente, poi soltanto caldo, poi una cenere che va raffreddandosi, da ultimo il gelo; e non proseguiamo oltre con il nostro paragone.
Commento
Nonostante non sia una grande appassionata di racconti, per Thomas Hardy faccio un'eccezione.
Avevo a disposizione solo due giorni prima dello stop natalizio - sì, lo so, sono strana ma ho bisogno di finire sempre un libro prima di uno stop forzato/feste comandate - e non volevo iniziare un romanzo vero e proprio perché sapevo che non sarei mai riuscita a finirlo in tempo.
Così ho spulciato la sezione classici della mia libreria e ho deciso di prendere in mano una raccolta di racconti e, tra i tanti che ho, ho scelto Il braccio avvizzito. Certo, come libro da leggere prima di Natale, non è stata la scelta migliore, eppure ha saputo accompagnarmi negli ultimi due giorni di lavoro senza caricare sulla mia povera mente già logorata altri feels natalizi. Ha ripulito brutalmente con il suo cinismo tutti i trullalero che mi bombardavano da ogni direzione e mi ha preparata come una tavola bianca ripulita per le feste - e per le prossime letture.
Certo, leggere Hardy con il cervello stanco è stata una prova di forza, visto che spesso ho dovuto rileggere due volte gli stessi periodi, ma ce l'ho fatta e lo sforzo ha contribuito a farmi concentrare - cosa che ho faticato a fare, ultimamente - e a farmi isolare dal caos natalizio. Ne avevo bisogno, e ora mi sento più leggera.
Sembra assurdo dire che un classico, pure impegnativo da leggere, possa alleggerire la mente eppure a me Hardy fa questo effetto: è come se candeggiassi il neurone e mi liberassi delle scorie letterarie, come uno scrub approfondito del cervello. E' bastato poco per ottenere una massima resa.
I racconti sono veramente brevi, poche pagine e tutti auto conclusivi, alcuni con un tono più horror e altri con il tipico tono brutale, cinico e disilluso di Hardy: io e lui condividiamo la visione della natura dell'umanità, la sua è ancora così attuale che non c'è nulla che cambierei.
Il ventaglio di casi umani racchiusi in 163 pagine basta a soddisfare ogni inclinazione: vuoi la ragazza tremebonda e impressionabile? Vuoi il giovanotto sfortunato? La vecchia strega? Ogni gusto è assecondato, e ogni storia ha una diversa sfumatura. Come ho già detto in poco spazio, tanta resa.
Il braccio avvizzito è anche un ottimo primo tentativo se volete entrare in confidenza con Hardy ma non avete il coraggio di prendere di petto un romanzo dei suoi. Fatevi un'idea con i racconti e poi decidete, un libricino perfetto e versatile. Grazie al cielo ne ho ancora pronti per essere tirati fuori in occasioni simili.

15 gennaio 2015

Thomas Hardy
Nel bosco

Titolo originale The Woodlanders

Trama
Fazi | pag. 441 | € 9,50
Fin dove possiamo vedere la nostra felicità? Fino a che punto possiamo conoscerla? Nel bosco (The Woodlanders, 1887) è forse il più struggente tra i romanzi di Hardy per intensità espressiva e sentimentale. Hardy contrappone con maestria due modelli di vita: l'esistenza semplice e dignitosa dei boscaioli e dei contadini e quella raffinata e artificiosa dei personaggi di alto lignaggio.
Il contrasto è inevitabile ma profondo: e la giovane Grace, la protagonista, è il punto di luce e di improvviso ardore tra gli uni e gli altri, tra la felicità e la disperazione. L'opera non si risolve comunque in una parabola morale intorno ai limiti delle nostre scelte.
Possiede il fascino della maggiore letteratura dell'Ottocento: la grazia di uno stile acuto e piacevole, la forza di un'eccezionale tensione narrativa.
Quando molti occhi si infrangono come onde su un volto solo, finiscono quasi con l'esaurire la sua mutevolezza; ma nelle acque immote della solitudine ogni singola emozione del corpo e dello spirito fiorisce rigogliosa, e anche un estraneo può interpretarla con chiarezza, come un libro aperto.
Commento
Life sucks.
Se Hardy avesse la mia età direbbe che la vita è uno schifo. E avrebbe ragione da vendere. Non sempre si ottiene ciò che si vuole e quasi mai la vita gira come dovrebbe.
Per esempio, per più di un anno ho curato questo titolo nella speranza che venisse ristampato e tornasse ad essere disponibile. Poi, un bel giorno, eccolo. Ovviamente, fissata come sono con Hardy, l'ho preso in un raptus tale che se ci metteva solo un giorno di più ad arrivare mi sarei tagliata le vene e ora, che mi ritrovo qui a parlarne, mi sento un po' in colpa perché è nuovamente esaurito. Quindi, se a qualcuno venisse voglia di leggerlo dopo il mio sproloquio, penserà che - in pieno stile hardiano - la vita fa schifo.
Thomas Hardy si è guadagnato un posto d'onore nella mia libreria, a fianco della mia paladina Anne Rice, e non credo che lo sposterò tanto presto o addirittura mai. Insomma, quando si trova l'autore della propria anima come si può nasconderlo o abbandonarlo, anche se si ha letto tutta la sua produzione e non lo si rileggerà mai?
Hardy è così terribilmente moderno, pur essendo un autore tardo vittoriano, ed è padrone di un pessimismo quasi divertito - altro che il nostro deprimentissimo Leopardi - che rappresenta alla perfezione ciò che io penso della vita nel senso più ampio e universale del termine.
Come sua abitudine, Hardy ambienta Nel bosco in un paesaggio bucolico immerso in una foresta fitta, rigogliosa e padrona della terra su cui cresce. Gli uomini e le loro case, le attività, le intere esistenze sono talmente dipendenti dal bosco che non si può scinderli: ognuno dei personaggi creati da Hardy è solo una creatura tra le tante che popolano il verde e, come tali, non possono esistere al di fuori di questa piccola porzione immaginaria di Inghilterra.
Il romanzo si basa su un triangolo, anche se questo è - per fortuna - privo della malizia e dei sotterfugi di cui ogni triangolo amoroso si nutre. Giles, Grace e Edgar si girano attorno, a volte consapevolmente, a volte no, dall'inizio alla fine del romanzo e la storia stessa si nutre delle vicende dei tre.
Fino ad ora, tra tutti i romanzi di Hardy che ho letto, ho incontrato solo un solo personaggio maschile che non mi ha colpita mentre di tutti gli altri - e intendo tutti - me ne sono innamorata di un amore platonico e idealizzato, che solo un personaggio letterario può suscitare.
Egli aveva l'aspetto e il profumo dell'autunno, con il viso del color del grano, bruciato dal sole, gli occhi azzurri come il fiordaliso, le maniche e i calzoni macchiati dagli schizzi della frutta, le mani appiccicose per il succo di mele, il cappello spruzzato di semi; ogni cosa di lui sapeva del sidro, dell'atmosfera di quella stagione che ogni anno, al suo arrivo, esercita un fascino indescrivibile su tutti coloro che sono nati e cresciuti tra i frutteti.
Giles Winterborne - anche il nome è così poeticamente evocativo che si sospira al solo leggerlo - è l'elemento debole del triangolo, è la vittima, il puro di cuore, è il personaggio che risente della sua estrazione sociale e che non godrà mai appieno dei suoi sentimenti. Fin da piccolo Giles e Grace sono promessi sposi in base alla decisione del padre di lei che Giles - figlio di un suo amico - potesse redimere le sue colpe nel momento in cui fosse entrato in famiglia, risalendo di qualche gradino la scala sociale e godendo della bellezza e della cultura di Grace. 
Umile di natura e con un cuore genuino, Giles aspetta praticamente per tutta la sua vita, sopportando i continui alti e bassi, l'incertezza del suo futuro e della coronazione del suo amore. Perché in mezzo a tutto questo Giles è onestamente innamorato di Grace e non per la sua educazione o per il suo comportamento da lady, ma perché Grace è parte di una vita che Giles vive, l'unica che conosce e l'unica che conoscerà mai. Ben consapevole delle sue mancanze, Giles è un eroe silenzioso, si tira indietro perché sa quand'è la cosa giusta da fare e lascia che la vita - nella sua crudeltà - lo calpesti. E' nell'ordine naturale delle cose seguire un destino che non si può controllare, così Giles viene sballottato in una serie di alti e bassi emotivi che lo logorano ma che non cambiano la sostanza del suo carattere. Solo alla fine il suo personaggio diventerà un eroe - idealizzato, ma pur sempre un eroe - in una chiusura che si ricollega all'apertura del romanzo.
Anche se Hardy è abile nel maltrattare i suoi personaggi, soprattutto quelli buoni, spesso è ancora più crudele con le sue eroine, donne vittime delle regole di una società che le considera solo come carne da matrimonio e poco altro. Grace, invece, gode dell'amore e del sostengo della famiglia che la vuole acculturata e pronta per una scalata sociale che è difficile, crudele e per niente compassionevole. Così, dall'essere una felice ragazza di campagna di buona famiglia, Grace si trasforma in una lady dalle aspirazioni troppo alte, troppo di classe, troppo fredde, che si vergogna e un po' disprezza le persone che le ricordano le sue origini. Verrebbe da dire che se l'è cercata, eppure quando Grace sposa il dottore - un personaggio terribile ma anche divertente - non si può rimanere indifferenti: un matrimonio infelice, freddo, dove manca l'amore ma soprattutto il rispetto, intrappola la povera Grace che, in fretta, si rende conto che il prestigio sociale non porta anche felicità.
Il dottore, che dovrebbe essere il cattivo, vacilla tra l'essere una macchietta - personaggio ridicolizzato per certi suoi comportamenti -, un aguzzino per l'infelicità di Grace e un ostacolo insormontabile alla felicità di Giles e Grace; eppure anche lui, come tutti, è vittima della perfidia di Hardy e paga con gli interessi lo scotto per le sue azioni - quelle compiute e non.
Insomma, in un certo senso non c'è lieto fine perché la vita raramente regala il finale fantastico, perfetto, felice. Il più delle volte le persone muoiono ben prima di conoscere la vera felicità, di vedersi realizzati o di assaporare il trasporto di un amore corrisposto, e Hardy questo lo sa bene, come sa che i suoi personaggi - umili, semplici, reali - sono perfetti per rappresentare questa filosofia di vita.
Ad ogni romanzo di Hardy che leggo mi convinco sempre di più che certi autori - o autrici (una tra tutte la Austen) - considerati pilastri dei classici inglesi sono terribilmente sopravalutati, mentre lui - che è genuino e ha uno stile magnifico - viene lasciato nello sgabuzzino come un vecchio autore polveroso indegno di essere divorato. Per me Hardy è un maestro, è uno scrittore abile, profondo, e - anche se i suoi romanzi non si discostano per temi e trame - riesce sempre, sempre a trasformare una storia semplice in un'epica avventura umana.
Quando Winterborne sistemava le radici di un alberello, le sue dita avevano il tocco delicato del prestigiatore; la sua era come una carezza, sotto alla quale tutte quelle fibre si sistemavano nella direzione più opportuna per crescere meglio. [...] "Come mai sospirano appena li mettiamo dritti, e invece quando sono in terra non lo fanno?", chiese Marty. "Davvero?", disse Giles, "non me n'ero accorto." Ella prese uno dei pini più piccoli e lo tirò su; poi sollevò un dito: e allora cominciò quel sospiro delicato, simile a una melodia, che sarebbe continuato giorno e notte, senza mai fermarsi, finché l'albero adulto non fosse stato abbattuto - il che, probabilmente, sarebbe accaduto molto tempo dopo la morte dei suoi piantatori.

8 ottobre 2012

Thomas Hardy
Jude l'oscuro

Titolo originale Jude the Obscure

Trama
Newton & Compton
pag. 300 | € 4,90
E' la storia di Jude Fawley, un ragazzo di campagna che ama studiare e sogna di entrare all'università di Christminster (Oxford), ma non può permettersi neppure di andare a scuola. Dopo un matrimonio fallito a cui era stato costretto con l'inganno, si trasferisce a Christminster. Lavora come scalpellino restaurando le facciate di quegli stessi collegi universitari ai quali gli è negato l'accesso, e conosce la cugina Sue Bridehead, una giovane colta e emancipata di cui s'innamora subito. Sue sposa un anziano maestro di scuola, pur non amandolo, e quando decide di abbandonarlo e di andare a vivere con Jude, lo fa tra dubbi e sensi di colpa. La loro convivenza sarà osteggiata dalla società, che rifiuterà a Jude un lavoro, e non potrà non finire in tragedia.
"Finché ti sto vicino, sono relativamente felice. E' più di quanto meriti questo infelice mortale, che io sono; tu spirito, tu creatura incorporea, tu caro, dolce, spettro ossessionante, che sembri non essere fatto di carne, così che, talvolta, quando ti stringo tra le mie braccia, mi aspetto quasi di attraversare il tuo corpo, come se fosse aria! Perdonami di essere così volgare, come tu dici!"
Commento
Ho una passione smodata per Hardy.
La masochista che è in me gioisce davanti alle sue storie e i miei neuroni bruciati da troppe letture poco impegnate si risvegliano brutalmente. Uno all'anno. E' questo il ritmo che mi sono imposta: un romanzo all'anno per far fuori tutta la produzione letteraria di Hardy e, forse, se sarò nel mood giusto anche quella poetica.
Ho sforato questa volta, aspettando due anni, ma solo perché Tess è stato un romanzo impegnativo, che ha lasciato un segno - un solco - che non potevo colmare così velocemente.
Ad un prezzo ridicolo la Newton & Compton ha pubblicato la versione tascabile di Jude, con una copertina tratta da una scena del film del 1996 e una grafica di un colore sabbia tenue che mi ha ipnotizzata. Odio, odio quando amo così tanto un'edizione. Divento ossessiva, la tocco, la stropiccio, la piego, la sottolineo e faccio le orecchie. L'ho finito eppure continuo a toccarlo, a sfogliarlo e rigirarmelo tra le mani. Odio diventare dipendente da un romanzo...eppure lo amo. Amo poter ricordare un romanzo per la sua storia, per ciò che è stato e ciò che può essere ora.
Hardy è un maestro dei drammi della gente comune, sa mettere a parole - brutalmente - le vicende positive e negative dei suoi personaggi. Non si impone, non influenza la storia, ma si limita a esporre i fatti così come sono.
La storia di Jude è quella di un uomo comune: partendo dalla sua infanzia, passando per l'adolescenza e arrivando ai suoi 30 anni quando la storia si ferma. Jude nasce da una coppia sfortunata: secondo un credo condiviso da tutti i Fawley non sono gente da matrimonio. Ogni volta che un Fawley si sposa, inevitabilmente viene perseguitato dalla sfortuna e finisce per soffrire. Jude, quindi, nasce con una macchia, una tara, una colpa che gli viene rinfacciata costantemente. Jude, il ragazzino giudizioso, troppo sensibile, che aspira a diventare ciò che non potrà mai essere, ispira un affetto inaspettato. Nella sua innocenza intenerisce come solo i bimbi sanno fare. Spera sempre di poter raggiungere il suo sogno: laurearsi all'università, ma più di tutto vuole imparare, conoscere, assorbire tutto quello che i grandi pensatori hanno da insegnargli. Non gli importa se ci metterà una vita intera, Jude non accetta mai di darsi per vinto. Ha una costanza, una passione che gli bruciano dentro e che niente e nessuno potranno mai cancellare. Ma Jude, come tutti, è fatto anche di carne e sangue e - proprio perché ha vissuto per anni tra le pagine dei suoi libri - finisce per farsi raggirare con deprimente facilità dalla terribile Arabella. Arabella rappresenta, in modo chiaro, tutti gli istinti più bassi dell'uomo: con lei Jude si lascia andare alla passione carnale, all'odio, all'ira e asseconda le sue debolezze. Ma Jude, grazie alla sua volontà di migliorarsi, riesce a liberarsi di Arabella e si lascia dietro le spalle il passato. Si libera, in un certo senso, dei bisogni dell'uomo comune e persegue il suo sogno. Quando si trasferisce a Christminster pensa solo alla sua istruzione e a lavorare per guadagnare abbastanza soldi per l'iscrizione. Quello che non si aspetta è che la sola vista di Sue Bridehead, sua cugina, lo catapulta nuovamente a terra. Jude brama la sua presenza, vuole essere vicino a lei e si accontenta di osservarla da lontano. Sue è il contrario di Arabella: dove questa è meschina, calcolatrice e grezza, Sue è quasi monacale, frigida, totalmente ignorante di ciò che le sue azioni provocano nel prossimo. E' una bella ragazza Sue, sembra una visione agli occhi di un povero scalpellino. E' fiera, indipendente, libera. Jude è affascinato dal fatto che Sue rifiuti in toto le convenzioni sociali. Non solo le rifiuta, è fisicamente incapace di seguire le regole sociali: è terrorizzata, schifata quasi, dall'idea del matrimonio. Non le importa quello che la gente dice e pensa di lei, e non sente mai la necessità di giustificare le sue azioni. Solo quando si rende conto che fa soffrire Jude ritratta le sue parole.
O mio povero compagno e amico, dovrai soffrire ancora!
Sue è la sofferenza di Jude fatta persona. Lui la idolatra, la venera, lei è l'espressione fisica di un misto di santità, istruzione, e carnalità e lui non può niente, niente, di fronte a lei. Jude farà tutto ciò che lei vuole, ogni cosa, accetterà ogni idea assurda, ogni cambio di pensiero, accetterà ogni colpo che Sue gli infliggerà e si lascerà morire, quando capirà che - alla fine - la sua pazzia ha cancellato la sua Sue, la donna che amava.
Il matrimonio è un tema portante nel romanzo. Jude combatte con la convinzione che un Fawley non si debba sposare perché non è destinato...combatte fino a convincersi che non ha nessuna importanza perché ciò che conta è la volontà del singolo. Mentre Sue vede il matrimonio come una costrizione, come il modo perfetto per uccidere il sentimento: per lei è un obbligo crudele che la legherà per sempre al volere di un'altra persona. Sue non accetta di ripetere l'esperienza con Jude perché non vuole, in nessun modo, che il loro rapporti cambi. Vivono assieme per anni, hanno dei figli, il loro rapporto si trasforma da spirituale a fisico ma mai, nemmeno per un momento, il matrimonio viene visto come coronazione del loro amore. Per loro è morte.
E morte sarà perché Sue vive la morte dei bambini come una punizione divina: ha abbandonato il primo marito per stare con Jude e il trauma l'ha resa folle. Si convince di poter salvare la sua anima solo abbandonando Jude e tornando sui suoi passi. E' terribile l'egoismo di questo personaggio e altrettanto terribile sopportare le pene di Jude. Mentre lui vive con dignità fino all'ultimo respiro, sempre onesto con sé stesso, completamente devoto a Sue, il lettore scuote la testa incredulo: tanta sfortuna, tanto dolore.
Hardy fa questo effetto. Concentra con clinica precisione ma con parole sublimi la vita delle persone comuni e cerca di attenersi a quello che - secondo lui - può essere la realtà. Un uomo come Jude e una donna come Sue sono come degli alieni nel loro tempo. Troppo moderni, troppo estranei nel loro mondo. Non potevano essere felici. Non era destino.
"Sembrano una persona sola divisa in due."

22 gennaio 2012

Thomas Hardy
Tess dei d'Urberville

Titolo originale Tess of the D'Urbervilles

Trama 
Mondadori | ebook
Semplice come una ballata popolare, la storia di Tess dei d'Uberville è in realtà percorsa da una vena di rara potenza tragica. Dopo essere stata sedotta da Alec d'Uberville, Tess sposa il figlio di un pastore, Angel Clare, ma quando, la notte stessa delle nozze, gli rivela la propria colpa, questi la abbandona. Sola, provata da stenti e disgrazie, la donna è allora costretta ad accettare nuovamente la protezione di Alec.
Allorché Angel, pentito della durezza usata nei confronti della propria sposa, la cerca in vista di una riconciliazione, Tess, terrorizzata all'idea di non riuscire ad allontanarlo dalla sua vita, uccide Alec. Sullo sfondo degli struggenti paesaggi del Dorset, il romanzo sembra riassumere in sé i temi fondamentali della narrativa di Thomas Hardy: la tragica incoscienza di molti suoi personaggi, il loro fatalismo di fronte agli eventi, il senso incombente della catastrofe, la presenza magica della natura. 

Commento
Ah! Ce l'ho fatta! Sono fiera di me stessa!
Non solo mi sono imposta la lettura di questo classico, ma l'ho finito e mi è pure piaciuto! A dispetto del fatto che, in base all'opinione comune, quella di Tess è una storia decisamente deprimente, raccontata con il tono tipico dei romanzieri di fine ottocento, a me non ha pesato. Non ci sono stati momenti in cui avrei pensato di chiudere il libro e tanti saluti, in cui l'abbandono è l'unica via di fuga dal baratro della noia e del pessimismo.
Seppure sia una storia triste, non lascia mai questo sentimento attaccato al lettore. La tristezza non esce dalla pagina, anche se si fa sentire abbastanza da coinvolgere nella lettura.
L'anno scorso ho avuto modo di guardare lo sceneggiato della BBC e da allora mi era rimasta la voglia di scoprire Tess e le sue sfighe anche attraverso la versione originale di Hardy. Ci ho messo un pò (più di un mese) perché non volevo obbligarmi a leggerlo anche quando non ne sentivo il bisogno; con le doverose pause/intervallo in cui leggevo altro, ho apprezzato il romanzo e l'ho finito con un grandissimo senso di soddisfazione. Tess è in tutto e per tutto una creatura tragica, ma dall'animo puro. In tutte le sue sfighe e per tutta la durata del libro non perde mai la sua aura angelica (che, stranamente, non la rende irreale e antipatica), cosa che me l'ha fatta vedere sempre con un occhio amichevole. Quasi non ci si crede a quello che ha subito per tutta la - brevissima - vita, e la fine giunge fredda, inaspettata, e ingiusta. Non si può non pensare 'nooooooooooo' durante la lettura dell'ultima pagina anche se, sinceramente, non poteva finire altrimenti (era quasi scontato). Tanto mi è piaciuta Tess, tanto poco ho apprezzato Angel, un omuncolo che si vanta di essere di mentalità aperta, ma che di fronte alla realtà non sa fare altro che accusare e puntare il dito. E' proprio colpa sua, secondo me, se Tess passa le difficoltà che incontra dal matrimonio in poi. Di sicuro lei attrae la nuvoletta stile Fantozzi, ma Angel le dà il colpo di grazia, per poi tornare umile e pieno di rimorso per mettere tutto a posto. Insomma, è un romanzo che va letto solo se non si è impressionabili alle peripezie altrui: se sfortuna, morte, povertà e sofferenza vi toccano solo in parte allora leggetelo, ma se invece vi lasciate abbattere dalle storie negative allora stategli alla larga! Unica differenza (che mi ricordi) tra il romanzo e il drama marca BBC è Alec d'Urberville: nello sceneggiato è di un affascinante da non credere, nel romanzo vorresti dargli fuoco (dopo averlo evirato con un cavatappi).