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7 ottobre 2019

Diana Gabaldon
Legami di sangue & Prigioniero di nessuno

Serie Outlander 8
Titolo originale Written in My Own Heart's Blood

Trama
TEA | pag. 659 | € 12,00

Claire Fraser, l'affascinante viaggiatrice nel tempo protagonista della serie «Outlander», si è ormai abituata alla vita dell'America nel Settecento e assiste con animo consapevole ai rivolgimenti che porteranno alla nascita degli Stati Uniti, anche se, nel 1778, agli occhi dei contemporanei, la situazione è ancora incerta. Washington ha costretto gli inglesi ad abbandonare Philadelphia e incomincia a profilarsi l'indipendenza delle colonie, ma l'elemento veramente rivoluzionario nella vita di Claire è il ritorno dell'adorato marito Jamie, dato per morto, il quale scopre che Claire si è nel frattempo risposata con Lord John Grey, il suo più caro amico. Intanto, nella Scozia del Ventesimo secolo, la figlia di Claire, Brianna, è disperata perché il primogenito Jem è stato rapito da un individuo determinato a scoprire il mistero del cerchio di pietre che fa viaggiare nel tempo. Il marito Roger si avventura nel passato alla disperata ricerca di Jem, senza sospettare che il bambino in realtà è più vicino nel tempo di quanto non creda...

TEA | pag. 531 | € 12,00

Giugno 1778. Nell'infuriare caotico della battaglia di Monmouth, che vede la vittoria definitiva dell'esercito guidato da George Washington, Claire Fraser viene ferita gravemente ed è in pericolo di vita. Jamie, terrorizzato all'idea di perdere ciò a cui tiene di più, non ha un attimo di esitazione ad abbandonare la divisa di generale per restarle accanto, prima durante la pericolosa operazione e poi durante la difficile convalescenza. Ancora una volta insieme e innamorati più che mai pur tra mille avversità, Jamie e Claire si trasferiscono Philadelphia, a casa di amici, i Fergus, intenzionati a ricostruirsi una vita e determinati a trovare, insieme, un luogo da poter chiamare di nuovo, e forse per sempre, "casa". Intanto, nel Ventesimo secolo, Brianna comincia a pensare che il posto più sicuro per lei e i suoi bambini sia il passato, dove, forse, potrà ritrovare l'amato marito Roger. Ma viaggiare nel tempo con due bambini piccoli può essere molto rischioso... I pericoli e gli imprevisti per la famiglia Fraser e per i loro amici sembrano non finire mai. Tanti dolori e tante gioie, tante sorprese e tanti colpi di scena li attendono, prima di poter scrivere la parola fine a una tumultuosa avventura che supera il tempo, riscrive la storia e travolge il lettore con la forza dell'ironia, del romanticismo e della passione.
Be', io suppongo che gli uomini possano inventare tutte le leggi che vogliono. Ma dio ha creato la speranza. Le stelle non si esauriranno. [...] E non succederà nemmeno a noi.

Commento
Mi ero dimenticata totalmente dello stile della Gabaldon, mi ero scordata della pazienza e dell'attenzione che i suoi romanzi pretendono dal lettore, e mi ero dimenticata che pure quando sta descrivendo il colore di un bottone non c'è verso di scollare gli occhi dalla pagina.
Siccome sono da poco uscita da un lunghissimo periodo di blocco del lettore, appena ho preso il ritmo mi sono buttata subito su Legami di sangue perché sapevo - proprio me lo sentivo - che la sua mole, la sua trama, lo stile dell'autrice e tutto quello che dovevo ricordarmi dall'ultimo romanzo avrebbero consumato le mie energie. Quale momento migliore se non questo, quando ho le pile cariche e sono pronta per un tomo di 659 pagine?
Di solito i romanzi lunghi non mi hanno mai fatto paura ma questa volta ho avvertito un brividino di terrore: e se mi annoio? Se l'amore che ho provato per anni per questa serie sfiorisce di fronte al terribile blocco? In mio aiuto sono arrivati alcuni elementi: primo l'edizione, le economiche TEA sono belle morbide e le apprezzo proprio per la sensazione che mi danno, con un'edizione così leggo praticamente qualsiasi cosa e pure con il sorriso sulle labbra; secondo, la divisione dei capitoli composti da poche pagine e spesso divisi internamente, tanto che potevo tranquillamente leggere un paio di pagine e fermarmi senza avere l'ansia perché non mi ero fermata alla fine di qualcosa; infine, ovviamente, c'è lo stile della Gabaldon che, come sempre, fornisce una quantità incredibile di informazioni e descrizioni senza cadere nel pantano della manualistica o della saggistica. Quello che l'autrice scrive è sempre appassionante, sempre interessante e qualsiasi scelta faccia riesce a far in modo che il lettore la accetti, persino quando non ne è particolarmente felice.
Ora parliamo della storia. L'ultima volta che ho letto un romanzo della serie risale al 2012 con An echo in the bone e poi più avanti nel 2017 con il racconto Virgins che, però, conta poco in termini di trama visto che è antecedente alla serie. Sette anni sono un'eternità, infatti non mi ricordavo più nulla, solo qualche elemento chiave per ricollegarmi alla trama di An echo. Ho fatto fatica, non lo nego, e ho dovuto recuperare il maggior numero di informazioni tramite internet per non aprire Legami di sangue e avere il vuoto assoluto. Una volta tirato le fila della storia, però, sono partita senza indugi e ho terminato la lettura in meno di due settimane. Per la seconda parte del romanzo, invece, ho evitato di aspettare e l'ho presa in mano appena tornata dalle ferie per sfruttare il ricordo fresco della lettura e per concludere definitivamente la lettura dell'ultimo capitolo della saga.
La storia, volendo essere pignole, è forse la meno appassionante dell'intera saga, non perché non succeda nulla - perché così non è - ma perché il mio interesse personale per la guerra di indipendenza americana è praticamente inesistente e si è risvegliato solo e soltanto in funzione degli eventi che coinvolgono i protagonisti.
Avendo ancora alcune storyline appese dal romanzo precedente, la Gabaldon ha pensato bene di dedicare alcune sezioni del romanzo alla conclusione di quegli eventi rimasti in sospeso creando un collegamento quasi scontato che il lettore sa che, prima o poi, arriverà. Quello che era stato troncato nel romanzo precedente era la trama legata al rapimento di Jemmy e, quindi, alla vita in Scozia di Roger, Brianna e i bambini. Il loro presente si concentra sul ritrovare Jem e sul mettersi in salvo e, ad un certo punto, diventa super dinamico quando Roger decide di attraversare le pietre perché convinti che Jem sia stato portato indietro nel tempo per recuperare l'oro dei Fraser. Personalmente ho trovato l'avventura di Roger molto bella, sia perché ci ritroviamo in Scozia sia perché, per un piccolo twist sulle teorie dei viaggi del tempo, Roger e il suo compagno arrivano in un anno che è molto indietro rispetto a quello a cui miravano. Possiamo incontrare, così, il papà di Jamie e Lallybroch prima del crollo degli eventi con l'arresto di Jamie e la morte di Brian. E' uno spaccato affascinante, la storia diventa oltre che avventurosa anche sentimentale, per noi e per i personaggi, e diventa anche un pretesto per arricchire il funzionamento dei cerchi di pietre. Roger e Brianna, quindi, si tengono per sé una buona parte del romanzo ma lo fanno con un vago desiderio di ricongiungimento alla famiglia.
La famiglia Fraser, invece, è sempre più invischiata allo scoppio della guerra: Jamie e Jenny si scoprono vivi, Claire e John e pure William vedono le loro vite messe sottosopra e finalmente tutti i pezzi tornano a posto. Jamie e Claire si ricongiungono, non prima che lui venga coinvolto da Washington stesso; John finisce in mano ai ribelli, William deve scendere a patti con la verità su suo padre e nel frattempo giostrarsi in una guerra che non è la sua.
Per me i personaggi che si sono giocati una posizione importante in tutto il romanzo, oltre a Jamie e Claire, sono William, John, Ian e Rachel. Claire è molto attiva sul fronte medico, ma ho apprezzato che qui venga messa più in prima linea del solito e che finalmente anche lei risenta della guerra con tanto di ferite e traumi. La sua età comincia a farsi sentire soprattutto nella sua fragilità emotiva, nel modo in cui risente ancora di traumi passati e di come anche il minimo pericolo riesca a scuotere un carattere che è sempre stato forte. Intendiamoci, Claire è sempre lei, non si tira mai indietro, ma ha un lato più materno e mortale che fino ad ora era apparso pochissime volte. La sua voce narrante è diventata meno energica e più materna, in un certo senso, e trasmette una stanchezza che spesso vocalizza con Jamie. La stanchezza per le guerre, per i morti, per l'insicurezza, la nostalgia del Ridge e dell'avere una casa loro, una vita loro. Jamie, d'altro canto, prova in tutti i modi a schivare l'arruolamento ma la sua fama lo precede e lo incastra nel ruolo di comandante, come se non ne avesse le tasche piene di soldati, battagli e morte. Jamie, però, ha un carattere saldo e si rassegna ad affrontare l'ennesima guerra con l'unico obiettivo di rimanere vivo e di levare le tende il più in fretta possibile con tutta la famiglia. Loro due sono i soliti Jamie e Claire, con un po' più di acciacchi, più stanchi e desiderosi di pace, ma pur sempre solidi e tridimensionali, tanto li conosciamo.
Ian e Rachel sono la vera nuova coppia, se mettiamo da parte Roger e Brianna. Ian mi è sempre piaciuto e ho gradito che finalmente il suo punto di vista facesse luce su una personalità che all'esterno sembra viva con scioltezza, ma che dentro ribolle con una complessità sorprendente. Rachel è per lui una compagna perfetta, è capace di guardare senza pregiudizi e di comprendere quando è quasi impossibile farlo, per lei la natura mista di Ian così come la sua distanza morale dagli Amici non è un fattore negativo, la sua diversità è ciò che lo rende così speciale. Lei stessa dimostra di essere coraggiosa in modo sorprendente e di avere un nucleo avventuroso che la rende la metà perfetta per Ian.
William, infine, è un personaggio che spesso prende la direzione opposta a quello che vorremmo. La sua animosità per Jamie, il suo rifiutarsi di affrontare John, il voler a tutti i costi rimanere solo in una situazione già di per sé complicata lo rendono incline a cacciarsi nei guai e a farlo con un trasporto quasi suicida. Forse non ha niente da perdere, a parte la vita, e difende con i denti quel poco di dignità che sente di avere: prende sotto la sua protezione una prostituta e la sua sorellina, si fa carico della loro sopravvivenza e fino alla fine - anche se a distanza - non perde di mente tutte le persone a cui è legato. C'è un momento molto bello, verso la fine, quando ingoia il boccone amaro e chiede aiuto a Jamie, il loro confronto è quasi alla pari ed è una scena che desideravo vedere dall'inizio del romanzo. William e Jamie sono molto simili, ma allo stesso tempo sono diversi ed è giusto così, non c'è bisogno di un clone ma di un erede degno.
Tutti gli altri personaggi che entrano nella storia lo fanno in modo pacato e non sento l'esigenza di commentare più di cosi: Fergus, Marsali e i bambini sono una presenza costante in tutto il romanzo e la scena più crudele e drammatica è legata proprio a loro, per il resto credo che altro non ci sia da dire.
Sono lontani i tempi in cui divoravo i romanzi con un trasporto quasi maniacale, anni da quando l'entusiasmo della serie era al suo massimo, ma se anche la storia e la mia percezione di essa risentono del tempo e dei cambiamenti personali in fatto di gusti, questa saga rimane sempre una delle migliori che abbia letto, è un'avventura continua scritta con un dettaglio e una cura impossibili da non apprezzare, e con uno stile che ti fa entrare - sempre - nel vivo dell'azione, come se le pagine fossero degli ingressi e la Gabaldon avesse il potere di aprire le loro porte per te. 
Ancora una volta inizia la lunghissima attesa, solo che a questo giro l'affronterò con la calma zen di una veterana.

9 settembre 2019

Diana Gabaldon
Lord John e i fantasmi del passato

Serie Lord John 2
Titolo originale Lord John and the brotherhood of the blade

Trama
TEA | pag. 319 | € 9,50

Londra 1758: l'Europa è precipitata in una sanguinosa guerra destinata a durare sette anni e il governo della Corona sta manovrando per stringere inedite alleanze. L'enigmatico Lord John Grey, ufficiale dell'esercito di Sua Maestà è però distratto dallo scacchiere internazionale da un amore clandestino e da un terribile segreto di famiglia. Suo padre, il duca di Pardloe, si era suicidato tempo addietro, appena prima di venire accusato di essere un traditore giacobita. A distanza di diciassette anni l'onore della famiglia sembrava essersi ristabilito, quando l'incipiente matrimonio della madre sembra resuscitare lo scandalo. E Lord John sa bene che chiacchiere e pettegolezzi di questo genere fanno in fretta a portare alle patrie galere se non al patibolo. Dagli accampamenti militari ai campi di battaglia, John Grey affronterà pericoli mortali per cercare la verità e per conservare il segreto del suo amore.

Corbaccio | pag. 176 | € 14,90

Nel pieno della Guerra dei sette anni Lord John Grey, brillante ufficiale dell'esercito inglese e figlio cadetto di un'aristocratica famiglia, si trova a combattere su più fronti: ha appena scoperto che il suo amore segreto lo tradisce, non riesce a venire a capo del mistero che si cela dietro le pagine strappate del diario di suo padre, morto suicida anni prima, e viene catapultato in pieno nella terribile battaglia di Hückelsmay, dove inglesi e prussiani fronteggiano le forze imperiali e francesi. Ferito è costretto a far ritorno a casa, dove riuscirà, con l'aiuto di uno scozzese giacobita, James Fraser, a scoprire che dietro il suicidio del padre in realtà si cela un omicidio commesso da qualcuno che lui conosce bene.


Diari scomparsi, pagine che riapparivano, antiche scommesse...era quella scommessa l'origine del rancore tra suo fratello e il colonnello Tweltetrees? E la cosiddetta cospirazione dei sodomiti...aveva qualcosa a che fare con la storia della sua famiglia? Tanto valeva tentare di combinare i fiocchi di neve in base a uno schema che avesse un senso...
Commento
Siccome le regole del mercato editoriale sono sempre oscure, non ho ancora capito perché 1. Corbaccio abbia diviso in due un romanzo che non è poi così voluminoso e 2. abbia evitato di far uscire in edizione economica TEA anche la seconda parte. Il risultato è che ho comprato e letto la prima parte mentre per la seconda ho dovuto aspettare settimane perché l'edizione cartonata è introvabile e il prestito bibliotecario non è così veloce come fanno credere.
Quindi, per forza di cose, ho dovuto scrivere la recensione in due momenti diversi, altrimenti se avessi aspettato di aver finito il romanzo (nel senso della sua totalità, non della sua divisione fisica) mi sarei dimenticata tutto. Come già è successo più e più volte.
Ho ripreso in mano la Gabaldon dopo anni che non leggevo un suo libro, e l'ho fatto principalmente perché sto smaltendo i romanzi fermi in libreria da troppo tempo. Sapevo che il secondo volume della serie di Lord John era diviso in due, ma non mi ero mai preoccupata di recuperarne le due parti. Il risultato è che solo a metà romanzo (primo volume) mi sono resa conto che qualcosa non andava, che non c'era abbastanza spazio rimasto affinché la trama si manifestasse, si sviluppasse e trovasse pure la chiusura. Mi è venuto un po' di nervoso, lo ammetto, perché per quanto la Gabaldon sia molto brava a scrivere e ad acchiappare l'attenzione del lettore, è anche molto brava a non farti capire che la storia si sta trascinando senza che succeda una mazza.
Lord John e i fantasmi del passato è questo: un lungo, ampio, infinito susseguirsi di episodi quotidiani spruzzati qua e là da una piccola avventura, vengono seminati indizi su quella che sarà la trama portante, solo che non ce ne rendiamo conto perché questa trama in questo benedetto romanzo non c'è. O meglio, c'è la sua ombra, proiettata da quei piccoli indizi, ma non c'è la sostanza.
E' chiaro, quindi, perché mi è venuto il nervoso: se il romanzo fosse stato unito il problema non si sarebbe nemmeno posto. Giro la pagina e continuo, qua invece ho girato la pagina su un cliffhanger grosso come una casa e poi il nulla.
Da un certo punto di vista, avere un'introduzione lunga e articolata facilita la tridimensionalità dei personaggi, e in effetti John diventa una voce narrante molto gradevole, con quei suoi picchi di volgarità e di eleganza che contrastano tra di loro. La sua personalità spicca proprio perché l'autrice riesce ad entrare nel dettaglio di ogni singolo evento, persino un'attività prosaica come una colazione o il mettersi a letto diventano occasione per tirare fuori ogni sfaccettatura del carattere di Grey.
Il romanzo si apre su un momento di relativa quiete nella vita di John, la sua carriera militare è solida, la famiglia sta bene, il suo rapporto con il fratello Hal e la madre è felice e la sua vita personale - nonostante la malinconia per un amore non corrisposto - non ha grossi problemi. John è felice, tranquillo, eppure qualcosa rovina questo equilibrio: lo spettro della morte del padre. Il duca, secondo la versione ufficiale, si era suicidato a seguito di un'accusa di sodomia e di essere giacobita, e dal nulla qualcuno sta facendo recapitare alla famiglia Grey delle pagine di diario del duca defunto, facendo intendere a John e ad Hal che qualcosa bolle in pentola.
Parallelamente al filo legato al suo passato, John vede srotolarsi anche quello del presente con l'ingresso in scena di un giovane attraente che diventerà suo fratellastro e anche suo amante. John non dimentica il mistero legato al padre, ogni tanto ci ripensa e trova un nuovo indizio, ma per lo più è concentrato sul presente, sulla sua passione travolgente e carnale e sull'imminente partenza per la Germania con l'esercito. La prima parte del romanzo si chiude così, in bilico sul precipizio con John che barcolla sotto al peso del tradimento e sotto la nuvola temporalesca dello scandalo.
La seconda parte del romanzo è una barzelletta. Mi spiego: dividere un romanzo che intero avrebbe avuto 495 pagine (quando un volume della serie Outlander arriva ad averne anche 600) è ridicolo. Spendere dei soldi per avere un volumetto microscopico è una presa in giro e l'editore dovrebbe vergognarsi perché l'impressione è che abbiano giocato sull'affezione dei lettori per la Gabaldon. Della serie se c'è il suo nome possiamo combinare la qualunque tanto comprano lo stesso.
A parte questo scoppio di acidità, in generale la seconda parte del romanzo mi ha delusa parecchio. Mi aspettavo che la questione del mistero della morte del padre fosse una parte importante e che la trama si infittisse ancora di più fino ad una risoluzione scoppiettante. Purtroppo, per quanto l'autrice abbia dato una spiegazione e una chiusura alla questione, il mio interesse non è stato stuzzicato. Mi è piaciuta parecchio la descrizione della battaglia, dove John rimane ferito, penso che sia stata forse l'unica scena veramente emozionante del romanzo. La questione legata a Percy, invece, viene sì portata a termine ma è tutta incentrata sui pensieri di John, su come supera il senso di tradimento e sulla sua realizzazione di come i sentimenti che provava per lui fossero poco profondi lasciandogli capire come in realtà il suo dubbio fosse legato all'onore della famiglia e al suo come soldato e come uomo. Il finale è ok ma, ripeto, mi aspettavo un vero mistero, una vera indagine sul chi e come e perché e non un semplice inseguimento barcollante.
Se devo essere brutalmente onesta capisco perché Corbaccio non sta continuando a pubblicare la serie. La Gabaldon è stilisticamente bravissima, ma con John si è un po' lasciata andare alla descrizione della vita quotidiana, pensando erroneamente che potesse appassionare il lettore tanto quanto una vera avventura. Ci vuole qualcosa di più, qualcosa che non ho trovato in questo romanzo.

12 febbraio 2018

Jacqueline Carey
Il Dono e il Sacrificio & La Fiamma e la Guerriera

Trilogia di Naamah 1
Titolo originale Naamah's Kiss

Trama
TEA | pag. 382 | € 10,00
C’è stato un tempo in cui l’isola di Alba era dominata dai Maghuin Dhonn, un’antica tribù depositaria di poteri straordinari. Un secolo fa, però, quella terra è stata sconvolta da un crimine orrendo: l’assassinio della moglie e del figlio di Imriel de la Courcel. Da quel giorno, la magia è svanita quasi del tutto. L’oracolo è stato chiaro: sarà Moirin, la figlia della venerata strega dei Maghuin Dhonn, a riportare la tribù allo splendore che merita; tuttavia, perché il fato si compia, la giovane dovrà intraprendere un lungo viaggio alla scoperta delle proprie origini. Moirin lascia quindi le foreste di Alba alla volta di Terre d’Ange, dove vive il padre che non ha mai conosciuto. Di lui, Moirin sa solo che è un sacerdote di Naamah, la dea del desiderio, la stessa divinità che spesso le appare in sogno e che le ha donato innate abilità di seduzione. Non appena arriva nella capitale Moirin viene prima derubata e poi investita dalla carrozza di Raphael de Mereliot, uno degli uomini più potenti della città. Un incontro che segnerà il suo destino.

TEA | pag. 391 | € 10,00
Cresciuta nei remoti boschi di Alba, Moirin mac Fainche ha faticato ad ambientarsi nella raffinata Terre d’Ange, tra radicate convenzioni sociali e pericolosi intrighi di corte. Tuttavia i suoi sforzi sono stati premiati: non solo lei è diventata la preferita della regina, al punto di essere accolta nel palazzo reale, ma è stata pure accettata come discepola dal maestro Lo Feng, giunto dalla lontana Ch’in per insegnare l’arte della medicina e della magia. Moirin si dimostra subito un’allieva eccellente: oltre alla capacità di rendersi invisibile, infatti, la giovane dà prova di possedere straordinarie capacità curative. Ecco perché, quando viene improvvisamente richiamato in patria, Lo Feng la prega di accompagnarlo. Tigre di Neve, la figlia dell’imperatore, è caduta vittima di un terribile sortilegio, che l’ha spinta ad assassinare il marito la notte delle nozze. E adesso l’impero è sull’orlo di una guerra civile: furioso, il padre dello sposo sta sobillando i nobili locali, per convincerli a marciare sulla capitale e a uccidere la principessa. L’ultima speranza per Tigre di Neve è smascherare il traditore che le ha lanciato contro l’incantesimo e costringerlo a liberarla. E, secondo Lo Feng, solo una persona è in grado di riuscirci: Moirin.
Ero molto, molto lontana da casa mia. E per la prima volta da quando la Maghuin Dhonn aveva distolto da me il volto pieno di tristezza e di rimpianto, per la prima volta da quando avevo visto il mare oltre la porta di pietra e capito quale difficile destino mi aspettava, mi parve che qualunque errore avessi fatto lungo la strada fosse valso la pena di quel viaggio.
Commento
Tra tutti i buoni propositi letterari del 2018, quello di iniziare e finire l'ultima trilogia di Jacqueline Carey era nella top five. L'idea di avere tutti e tre i romanzi ormai da qualche anno, e che la trilogia fosse completa continuava a tornarmi in mente non appena dovevo scegliere un nuovo romanzo da leggere. Ho aspettato tanto, forse troppo, finché ad un certo punto mi sono detta o la leggi adesso, altrimenti aspetterai altri tre anni. Ammetto che il ritardo è stato causato da due motivi: il primo, la paura che Moirin non mi entrasse nel cuore come Phedre e Imriel, il secondo, che il dover leggere la trilogia in buona parte in lingua originale fosse un'impresa troppo impegnativa. Il fatto che Nord abbia interrotto la pubblicazione dopo il primo volume per le scarse vendite non mi aveva frenata dal comprare l'edizione economica del secondo e del terzo romanzo e devo dire che, in effetti, ora che ho in lettura Naamah's Curse, l'aver potuto conoscere i personaggi e i luoghi in italiano in Naamah's Kiss mi sta rendendo la transizione all'inglese meno complicata.
Tutto questo per dire che, sebbene il voto non sia alto - forse è il più basso che ho mai dato alla Carey - c'è un risvolto positivo nella mia critica principale.
Ma andiamo per ordine. L'ultima volta che ho letto la Carey, ho concentrato in un unica recensione (qui) il mio amore per Imriel e la mia passione smodata per lo stile narrativo dell'autrice. Se è vero che certe cose non cambiano, è vero anche che un autore non può ripetere la creazione perfetta di un determinato momento narrativo: la Carey ha fatto un lavoro meraviglio con le due trilogie di Kushiel, i primi tre romanzi dedicati a Phedre spiccano per romanticismo e avventura, e con gli altri tre dedicati a Imriel si è superata dando vita ad una storia appassionante, oscura e passionale; aimé l'autrice non ha saputo - ancora - ricreare una forma definita, incisiva e senza ombra di dubbio appassionante, con Naamah's Kiss.
La mia critica è relativa alla noia e alla sproporzione tra numero di pagine ed eventi importanti del romanzo. Su 773 pagine un terzo è tranquillamente trascurabile, un terzo è composto da sce di transizion e l'ultimo terzo è quello ricco di azione dove gli eventi si sviluppano. Per farla breve, un terzo del romanzo si poteva alleggerire e magari così far diminuire la sensazione che la storia si stava dilungando troppo e che fosse immobile, fossilizzata, poco accattivante.
Certo, per me la Carey avrebbe potuto fare a meno di usare ancora una volta Terre d'Ange come setting perché ormai la conosciamo talmente bene che l'elemento novità si è consumato. Speravo che la trilogia sfruttasse un po' di più l'ambientazione di Alba e vederla relegata come sfondo per la descrizione dell'infanzia di Moirin mi è sembrato uno spreco assoluto. Da Alba si passa a Terre d'Ange, ed è questa la parte che meno mi ha convinta del romanzo: i ruoli si ripetono, le circostanze si ripetono, non c'è un vero elemento di novità e la sensazione di già letto è così forte che smorza lo slancio della lettura. La svolta radicale che aspettavo è l'inizio del viaggio vero e proprio verso Ch'in dove grazie al cielo la trama comincia a svilupparsi e diventare più coinvolgente.
Per me i personaggi hanno rispecchiato il loro spazio: Fainche, la madre di Moirin, e tutti i Maghuin Dhonn oltre la loro magia e le loro tradizioni legate alla Dea Orsa non avevano altro da raccontare. Personaggi secondari erano, personaggi secondari sono rimasti, e hanno svolto senza infamia e senza lode il loro compito di accompagnare la narrazione dell'infanzia e della giovinezza di Moirin.
Da Terre d'Ange spiccano due personaggi che non ho particolarmente apprezzato: Rapahel de Mereliot e la regina Jehanne de la Courcel. Rispondendo allo schema creato dalla Carey, i due sono amanti capricciosi, volubili, infidi, calcolatori e - in pieno stile angelino - promiscui. E' Rapahel a prendere Moirin sotto la sua ala protettrice, sia per interesse personale sia per un capriccio del momento, la sua personalità si camuffa bene, fingendo di essere sensuale e innocuo per poi dimostrarsi freddo, egoista e chissà probabilmente malvagio. Jehanne è, invece, una regina capricciosa e irascibile, tende a vendette e giochi di potere sottili e all'inizio usa Moirin come pedina nel suo tira e molla amoroso con Rapahel per poi prendersela come amante e monopolizzare la sua vita tarpandole le ali.
Nel periodo in cui Moirin vive a Terre d'Ange si lascia usare e controllare da personaggi che la vedono solo per i loro interessi, mentre nel frattempo godono della sua sensualità come figlia di Naamah. In parole povere scopano come ricci e Moirin non capisce che altro fare di se stessa e del suo flebile potere.
L'arrivo del maestro Lo nella vita di Moirin riequilibra le cose. Mollati i due pesi morti (e finalmente finite le interminabili scene di sesso con quei due) Moirin sente che il suo diadh-anam reagisce alla presenza dell'anziano studioso, così decide di seguire il suo istinto e partire con loro.
Ch'in è un'ambientazione nuova e, quindi, stimola la curiosità e l'interesse, tanto più che vengono inserite tradizioni e elementi fantastici che fino ad ora non avevamo ancora incontrato. Ed è in questa fase del romanzo che Moirin smette finalmente i panni della selvaggia che serve Naamah per diventare una rappresentate potente dei Maghuin Dhonn, una donna che ha saputo legare con il saggio Lo e diventare sua discepola, imparare a conoscere i suoi poteri e sviluppare la sua personalità. Gli stimoli che Moirin riceve nel suo percorso a Ch'in sono così diversi dai banali incontri sessuali a Terre d'Ange: ora il sesso è intrecciato ai sentimenti, la sua vocazione ha uno scopo così come i suoi poteri e finalmente il suo destino viene in parte rivelato, aiutare la Principessa Tigre di Neve e liberare il drago.
Ce ne vuole di tempo, però, prima di arrivare a questa parte del romanzo e per me questo è stato un punto a sfavore: sopportare per arrivare alla parte bella non è certo un buon segno.
Non ha aiutato nemmeno che Moirin non ha ereditato il carisma di Phedre o Imriel. Le mancano intensità e forza nel carattere, non parte subito bene come gli altri protagonisti ma rimane nel limbo della gioventù docile e speranzosa che si innamora di tutti e crede sempre a quello che le viene detto anche quando di fronte ha dei serpenti.
Naturalmente Moirin, così come l'intera trilogia, hanno tutto il tempo di migliorare ed evolversi in qualcosa di bellissimo e io lo spero con tutto il cuore (altrimento sfodero un bastone come Bao e li meno tutti), ma nel frattempo devo per forza dare a questo romanzo un voto positivo ma non troppo.

2 gennaio 2017

Trudi Canavan
L'apprendista del mago

Trilogia Black Magician 0.5
Titolo originale The Magician's Apprentice

Trama
TEA | pag. 694 | € 12,00
Diventare una guaritrice: questo è il sogno che Tessia ha coltivato da sempre, fin da quando ha cominciato ad affiancare il padre per acquisire i segreti dell'arte medica. Ma il destino ha in serbo per lei una sorpresa: mentre si trova nella residenza di Lord Dakon, il mago del villaggio, Tessia viene infatti molestata da uno straniero e, per difendersi, ricorre istintivamente a poteri magici tanto impensabili quanto devastanti. Intuendo le doti della ragazza, Lord Dakon le propone allora di diventare la sua apprendista e la porta con sé a Imardin, la vivace capitale del regno di Kyralia. Eppure, proprio a Imardin, Tessia si renderà conto di essere entrata a far parte di un mondo molto pericoloso, un mondo su cui grava la minaccia dei perfidi maghi sachakani, determinati a invadere Kyralia e a ridurre in schiavitù tutti i suoi abitanti... Ambientato secoli prima degli avvenimenti raccontati ne La corporazione dei maghi, questo romanzo è un'introduzione all' universo creato da Trudi Canavan.

Commento
E niente, non sono stata in grado di regolarmi e ho preso in biblioteca il prequel della serie.
Non avevo fatto bene i calcoli, non avevo nemmeno pensato che con tutte queste pagine e la scadenza imminente non avrei avuto tanto tempo per leggerlo - e finire un romanzo in fretta è una tortura! - eppure l'ho richiesto, l'ho lasciato sul comodino leggendo altro e poi, quando l'ho preso in mano, mi sono detta alla faccia
Ormai è nota la mia ossessione per i paperbacks, soprattutto quando sono grossi e ciccioni, ma a volte sottovaluto il rapporto dimensione - numero di pagine. L'apprendista del mago è gigantesco in edizione TEA e non voglio nemmeno immaginare quanto deve pesare quella Nord.
Mi ha fatto un po' paura aprirlo alla prima pagina e ho tremato al pensiero di avere solo dieci giorni per leggerlo. Praticamente sono arrivata al punto di controllare la media delle pagine lette ogni giorno per essere certa di avere un margine di sicurezza. Adesso è nelle mani di madreh che oggi lo riporterà in biblioteca, evitandomi il rischio multa per il ritardo nella restituzione.
Dopo tutto lo stress che mi ha causato, questo romanzo come minimo mi sarebbe dovuto piacere non dico alla follia, ma almeno da dire bello, mi è piaciuto. Invece sono qua a rimuginare sul senso della vita e sul perché ormai abbia letto quattro romanzi della Canavan senza imparare la lezione.
Questa donna ha uno stile tutto suo e devo farmene una ragione. Invece continuo a cancellare le esperienze precedenti e ad arrabbiarmi quando la storia non mi prende alla follia.
Quindi piccola premessa: la mia totale incapacità di ricordare le caratteristiche della Canavan ha inquinato il voto.
Detto questo posso solo confermare l'idea che mi sono fatta di questa autrice e del suo genere di fantasy: è alla portata di tutti, può andare bene per diverse fasce d'età ma solo per chi ha una santa pazienza e non si aspetta chissà quali sconvolgimenti o trame fantasmagoriche. Diciamo che può essere noioso per chi è abituato ad altri ritmi e ad altri tipi di trame. Non ci vedo un fan di GoT a sbrodolare sulla Canavan, ecco.
C'è da dire, però, che al contrario della prima trilogia - di cui solo il terzo mi aveva acchiappata sul serio - L'apprendista del mago è molto più interessante ed eccitante. A parte un senso di già letto dovuto alla scelta di avere - ancora una volta - una protagonista femmina che scopre di avere poteri magici e alla struttura un po' ripetitiva, tutto il romanzo ha un contenuto molto più complesso e ricco, una mobilità dei personaggi e una sequenza di eventi che la prima trilogia non possedeva.
Se si riesce a superare la somiglianza tra Tessia e Sonea così come la presenza del tutore che richiama in modo preoccupare il personaggio di Rothen, allora il romanzo è facile da apprezzare e si legge molto bene e anche velocemente.
Certo è che, aprendosi in questo modo con tutte queste somiglianze, il primo impatto è stato di già letto e per questo mi è scemata parecchio la curiosità verso la storia. Grazie al cielo, però, Tessia è sì la prima protagonista, ma poi se ne aggiungono degli altri che diversificano parecchio la narrazione.
Assieme alla presenza di diversi personaggi ci sono altrettanti punti di vista, in alcuni casi totalmente slegati e opposti alla narrazione principale. Questo fa sì che la storia - la guerra tra Kyralia e Sachaka - venga presentata da entrambe le fazioni e dia la possibilità di vedere come influenzi e cambi la vita delle persone comuni.
Il ritmo è talmente serrato - a volte forse troppo - che gli eventi si susseguono uno dietro l'altro e i personaggi sono costretti ad un'evoluzione veloce e altrettanto intensa: se Tessia all'inizio non mi diceva granché, nel corso del romanzo diventa un bel personaggio circondato da altrettanti personaggi interessanti, Jayan tra tutti. Il fronte opposto non è da meno perché lo schiavo Hanara è uno di quei personaggi che odi e ami allo stesso tempo, una specie di cattivo buono che ti permette di scoprire usi, costumi e pensieri di una parte di popolazione che fino ad ora non ha mai avuto voce. Stesso discorso per Stara, la giovane che si scontra con le tradizioni sachakane e trova una via d'uscita per se stessa e per le altre donne durante la guerra.
Insomma, i personaggi sono ben fatti e completano una trama quasi troppo arida: troppi fatti, troppe battaglie, pochi veri sentimenti e questa mancanza è ammorbidita proprio da loro.
Per il resto c'è poco da dire, lo stile della Canavan è sempre lo stesso identico, non cambia nulla, l'unica vera differenza tra L'apprendista del mago e la prima trilogia è la concentrazione di eventi e la presenza di più punti di vista nella narrazione.
Siccome il voto finale è stato decisamente inquinato da diversi fattori, credo che per il mio bene e per il bene dei prossimi romanzi, prenderò una vera pausa dalla Canavan, perché se mi ostino a proseguire la serie so già che farò una brutta fine, odiandola e sparando brutte parole. La noia è una brutta bestia, meglio fregarla e aggirarla, poi tornerò alla Canavan fresca e rigenerata. Ma ora no, ora mi prendo una pausa.

21 novembre 2016

Trudi Canavan
Il segreto dei maghi

Trilogia The Black Magician 3
Titolo originale The High Lord

Trama
TEA | pag. 534 | € 10,00
Da quando ha assistito alla morte di un uomo per mano del Sommo Lord, Sonea vive giorni di angoscia. E non le è certo di consolazione aver conquistato la fiducia e il rispetto degli altri novizi grazie alle sue eccezionali capacità magiche. Infatti Akkarin non solo le ha rivelato che una minaccia mortale aleggia sulla Corporazione dei maghi e sulla città di Imardin, ma le ha anche mostrato alcuni antichi tomi, in cui viene chiarito il motivo per cui la magia nera è stata bandita: molto tempo addietro, uno dei novizi l'aveva usata contro gli altri maghi della Corporazione e l'esito era stato drammatico. Sonea è confusa: il Sommo Lord l'ha resa partecipe di quei segreti perché è in ansia per il destino della regione di Kyralia o perché vuole servirsi di lei per i suoi oscuri piani? Poi uno schiavo della vicina Sachaka confessa alla ragazza di essere una spia, incaricata di scoprire i punti deboli della Corporazione, e allora Sonea, abbandonato ogni indugio, comprende che, se dovesse succedere qualcosa ad Akkarin, nessun altro potrebbe contrastare i maghi di Sachaka. A meno che lei, a sua volta, non venga iniziata ai misteri della magia nera.


Commento
Prima di scrivere qualsiasi cosa, devo liberarmi.
Non ero pronta. Non l'ho previsto, non l'ho capito, non l'ho accettato. Chi ha letto il romanzo sa di cosa sto parlando. Conosce il mio dramma, prova la stessa confusione e la stessa sorpresa. Non eravamo e non siamo pronti, punto e basta.
Prima di leggere il terzo romanzo della prima trilogia della saga dei maghi, mi sono imbattuta nella trama dei seguiti spoilerandomi, così, le relazioni tra i personaggi. A parte il fastidio, ho trovato la conferma ai miei sospetti e ho iniziato Il segreto dei maghi rilassata e motivata. Stavo per leggere il romanzo più importante dei tre e avevo dalla mia parte la consapevolezza che alcune cose sarebbero andate per il verso giusto.
E poi il dramma, in chiusura di romanzo.
Non so se stimo la Canavan per la sua scelta narrativa, o se la prenderei a schiaffioni per quello che ha combinato. Probabilmente solo proseguendo la lettura della serie riuscirò a metabolizzare la cosa. Per ora continuo a fissare il libro e a scuotere la testa - e a mandare messaggini sconvolti a Morwen.
I primi due romanzi della trilogia mi erano piaciuti ma mi ero tenuta da parte un po' di entusiasmo, perché in fin dei conti sono stati belli ma non eccezionali. La curiosità mi ha spinta a proseguire e a caricare Il segreto dei maghi di tutte le mie aspettative.
A parte quella cosa, il romanzo mi è veramente piaciuto.
Prima di tutto perché tutto quello che prima era sembrato un continuo dilungarsi, qui trova uno scopo, una motivazione, un'utilità. Quello che sembrava essere trascurato, esplode prepotentemente sulla scena. Quello che dava l'impressione di non seguire un filo logico, qui trova la sua spiegazione. E' come se in questo terzo romanzo confluiscano tutte le fila dei primi due romanzi, per trovare non solo una spiegazione, ma anche uno svolgimento ricco di azione e una risoluzione radicale.
Per questo devo ammettere che la Canavan è stata coraggiosa: ha mantenuto i primi due romanzi sullo stesso livello, seguendo un ritmo lento ma costante, intrecciando la trama senza anticipare troppo e senza dare più importanza ad un elemento a discapito di altri. Ha preparato una base solida, ha posizionate le sue pedine e poi ha scatenato l'inferno.
Il segreto dei maghi è un movimento continuo, una continua fuga, una continua lotta, ed è un'ecatombe. Un fiume di sangue. Uno sterminio di massa. Con leggerezza, la Canavan elimina sistematicamente i personaggi - alcuni più importanti di altri - e non torna indietro senza nessuna pietà. Ad un certo punto ho cominciato a temere di dover chiudere il romanzo con pochi superstiti, ma grazie al cielo non muoiono proprio tutti. Cioè, potrei aprire una parentesi grossa come lo spoiler del secolo, ma non lo farò. Vi basti sapere che i morti non si contano.
Forse proprio perché i personaggi giocano il tutto e per tutto, emergono dalla storia e si trasformano - a modo loro - in protagonisti. Su ogni fronte ci sono trame che si evolvono e personaggi le cui decisioni influenzano e determinano gli eventi: ognuno di loro, se prima era solo una comparsa o un personaggio secondario, diventa importante esattamente come i due protagonisti.
Perché non c'è alcun dubbio che Sonea è, finalmente, protagonista. Così come non c'è dubbio su chi sia il secondo personaggio a dominare la storia. A me è bastato conoscere il titolo originale (The High Lord) per capire che tutto sarebbe ruotato attorno alla figura misteriosa, pericolosa ed affascinante di Akkarin.
Ora, Sonea nel primo romanzo era giovane e vittima delle circostanze, mentre nel secondo romanzo più che studiare e subire gli scherzi degli altri ragazzi non ha fatto, ma qui è finalmente adulta, è finalmente autrice del suo destino perché si toglie i paraocchi, mette in dubbio tutto e lascia che siano i fatti a dimostrare quale sia la verità. Il cambiamento che compie dal primo al terzo romanzo è anche frutto di un percorso che dura anni e non mesi, e che la vede diventare adulta: anche la percezione che ha delle persone cambia, se prima vedeva tutti dal basso verso l'alto, adesso è una pari, consapevole della natura umana dei maghi e dei sentimenti che li dominano.
Sonea è una protagonista attiva con un ruolo importante: è lei che sostiene una causa in cui nessuno crede, ed è sempre lei - con il suo grande potere - a dare un contributo determinante nella storia.
Akkarin, invece, è il personaggio che svela se stesso, quello che racconta il suo passato e rende chiare le sue motivazioni, perché compie determinate scelte e perché, fino all'ultimo non teme di essere giudicato per il bene comune. Non posso dire molto su di lui, perché poi dovrei spoilerare alla grande, vi basti sapere che l'ho adorato (tranne per una scelta che, onestamente, mi ha mandata al manicomio).
Come per Sonea e Akkarin, anche gli altri personaggi entrano nel cuoricino: Lorlen, che fino alla fine ha Akkarin nel cuore, Rothen, che trova un coraggio che non pensava di avere, Cery, che trova amore e prestigio e che non si tira indietro di fronte al nemico.
E poi c'è il nemico: i maghi neri che vogliono distruggere la Corporazione, partendo da Akkarin fino al più umile servo, prosciugando la magia, seminando devastazione e morte. Un nemico che non si limita a fare una debole comparsa, ma che butta giù tutti gli ostacoli che trova come birilli, un nemico che non si ferma e non si lascia sconfiggere con facilità.
L'ansia, la mia, è stata la compagna di lettura, alimentata dal pericolo, dalle difficoltà dei personaggi e dalla sensazione che un lieto fine non era in programma per nessuno di loro.
Ma la Canavan è carogna solo fino ad un certo punto, perché non permette che tutto finisca così e ci regala un finale dolce amaro, uno di quelli che ti fanno pensare è finita, ma con le lacrime agli occhi.
Se prima di leggere Il segreto dei maghi ero indecisa se proseguire o meno la serie, ora non ho proprio dubbi: a volte è meglio arrivare alla fine con un ritmo lento, e poi lasciarsi trasportare dalla storia, piuttosto che bruciare tutto subito e non provare emozioni.

10 settembre 2015

Anne Rice
Blood

Serie Cronache dei Vampiri 10
Titolo originale Blood Canticle

Trama
TEA | pag. 358 | € 8,90
La storia inizia dove si conclude il romanzo precedente della serie, Il vampiro di Blackwood. La voce narrante è quella del vampiro Lestat - vecchio di duecento anni, ma con l'aspetto seducente di un bellissimo ventenne ossessionato dal desiderio di diventare un santo della Chiesa cattolica. Lestat vive nella sontuosa residenza di Blackwood, a New Orleans, insieme al giovane e bellissimo Quinn, da lui iniziato alla "fraternità del sangue". Quando a Blackwood giunge, all'improvviso, una splendida mortale, dotata di poteri straordinari, ma allo stremo delle forze, Quinn se ne innamora e Lestat, per salvarla, succhia il suo sangue, trasformandola in vampiro. Sulle tracce della ragazza arriva alla villa anche la sorella Rowan, famosa scienziata, per la quale Lestat prova immediatamente un inedito e violento sentimento d'amore e d'attrazione, anche se rifiuta di scambiare con lei il patto di sangue. Ma le due sorelle nascondono un segreto terribile: entrambe hanno partorito dei Taltos, esseri superiori dotati di poteri straordinari, che sono stati portati via subito dopo la nascita.
"L'innocenza non fa parte del nostro armamentario, amico mio", dissi. "Non la coltiviamo l'uno nell'altro. L'onore possiamo averlo, più di quanto tu immagini, e principi sì, e anche virtù. Gliel'ho insegnato, e di quando in quando possiamo comportarci in modo magnifico, persino eroico. Ma l'innocenza? Non ci giova di certo."
Commento
What the hell? Sono passati un po' di anni da quando ho letto Lestat - il suo punto di vista narrativo - ma non me lo ricordavo così. Non è mai stato un personaggio lineare o prevedibile, però non aveva mai toccato questi livelli di - come chiamarla? - demenza senile.
Ho scelto Blood come lettura per le brevissime vacanze al mare. Non volevo portarmi altro che un romanzo cartaceo da leggere in spiaggia e ci ho messo un pochino di tempo per decidere. Era da un po' che volevo riprendere in mano le Cronache (per leggere l'ultimo romanzo, più che altro) e così mi sono fatta un giro sulla bibbia di ogni lettore, Goodreads.
I commenti negativi mi avevano preoccupata, anche se la media dei voti è di tutto rispetto (3.69 su 5), insomma, temevo che questo romanzo fosse la classica ricaduta con tonfo. La Rice aveva sbandierato ai quattro venti che non avrebbe più scritto nulla su Lestat, eppure eccola che proprio quest'anno ne ha buttato fuori un altro. Essere arrugginiti non vale per lei - del resto non ha mai smesso di scrivere - eppure Blood Canticle è molto diverso dagli altri romanzi delle Cronache e, ora che l'ho finito, capisco tutti i commenti negativi e incattiviti lasciati su GR.
Partiamo dal presupposto che il crossover Cronache/Mayfair iniziato con Merrick qua viene portato definitivamente a compimento; teniamo bene in mente che Lestat - dopo anni di silenzio - aveva tutto e niente da dire; non dimentichiamoci che unire due grossi, enormi, pesanti filoni narrativi come quelli delle Cronache e delle Streghe non poteva che essere difficile.
Bene, dopo queste tre considerazioni è inevitabile cercare di ridimensionare la confusione che mi ha presa e mai più lasciata fino alla fine. Io amo Anne Rice e ho sempre trovato un modo per apprezzare anche i romanzi che non mi avevano soddisfatta. Mi ricordo il mattonazzo di Memnoch il Diavolo, che ho superato a stento, mi ricordo Pandora (forse il più noioso di tutti), insomma di romanzi impegnativi la Rice ne ha scritti e ho sempre trovato una scappatoia per non cadere nel book bashing.
Questa volta non riesco a scacciare la confusione. Confusione nata principalmente dalla gestione delle relazioni tra i personaggi e, soprattutto, da questo sconfinato e improvviso amore tra Lestat e Rowan, spuntato fuori dal nulla e così totalizzante da influenzare un personaggio come Lestat.
Mi è rimasto indigesto, questo amore folle. Io non sono mai stata una fan di Rowan, anzi diciamo che mi sta antipatica, e vederla spuntare dal nulla e diventare il fulcro dei sentimenti di Lestat mi ha decisamente delusa. Ma oltre all'antipatia, quello che proprio non ho superato è stato il sentimento improvviso e decontestualizzato, di quelli che ti fanno dire ma quando cavolo è successo e perché?
Grazie al cielo questo crush improvviso occupa solo una piccola parte del romanzo e incide in minima parte sulla storia, altro tasto dolente.
Così veniamo alla trama. Unendo le due serie dovevano per forza spuntare fuori i Taltos e avendo in ballo anche i vampiri la Rice ha dovuto per forza trovare un modo per mischiarli con una logica. Cronologicamente attaccato al romanzo Il vampiro di Blackwood, in Blood Lestat vive a Blackwood con Quinn e insieme sono tranquilli, soddisfatti, pacifici. Una sera arriva all'improvviso Mona - remember Mona Mayfair? La baby zoccoletta che ha sedotto Michael e tutti gli uomini Mayfair ed è rimasta incinta ecc...? - macilenta, praticamente mezza morta, con l'unico desiderio di scappare dalla sua stanza di ospedale dove è rimasta confinata per anni e morire al fianco del suo innamorato storico Tarquinn. Potrebbe Lestat lasciar morire una ninfetta come Mona? Anche se sta per crepare riesce a parlare in versi shakespeariani - nervoso! - e a diventare il nuovo baby vampiro di Lestat. Ecco, quindi, che sono in tre: Quinn, sempre squisitamente elegante e sobrio, un modesto ma bellissimo modello di vampiro, Lestat con i suoi improbabili completi di pelle e la sua ossessione di diventare un santo (con tanto di dialoghi immaginari con il papa), Mona - ristorata alla sua originaria bellezza - tutta tacchi alti, strass, piume e rossi capelli.
Potrebbe mai Mona smettere di disturbare e rovinare qualsiasi contesto in cui viene infilata? No. Quindi da resuscitata il suo unico pensiero è ritrovare la sua bimba Taltos Morrigan e odiare Rowan con tutto il suo cuore - I feel ya, sister. Lestat, in tutto questo, fa da badante ai due, da vittima al fantasma di Julien (ancora non ho capito perché), da cerbiatto innamorato con Rowan, e da paladino nella ricerca di questi Taltos che mi fanno tanta impressione.
Sebbene il romanzo sia quasi di 360 pagine, solamente nella parte finale spuntano fuori i giganti bambini e solo perché arriva Maharet e suggerisce a Lestat il dove, come e quando. Insomma, questa fantomatica ricerca si risolve in bim bum bam, Rowan si rivela essere la zoccola che pensavo fosse, Mona non si riscatta, Quinn poverino rimane in ombra, Lestat vaneggia di santi, amore puro, sacrificio e morale e i Taltos si affidano al centro Mayfair per un dolce far nulla.
Quindi? Mi sono persa qualcosa, in tutto questa noia. Mi sono persa perché, ad esempio, Julien perseguitava Lestat, mi sono persa i ragionamenti amorosi di Lestat e Rowan, mi sono persa - ma questo credo tutti - il senso della breve storia di Morrigan e Ash e dei baby Taltos. Insomma, qual'è il senso di questo romanzo? Unire i due gruppi di creature? A me non ha soddisfatta granché, se lo devo proprio dire.
Certo è che, nonostante la trama traballante e vaneggiante, la Rice continua a saper incatenare il lettore. Non potevo farne a meno, anche se una scena mi scocciava proseguivo spedita, divoravo le pagine e invariabilmente trovavo qualcosa per cui valeva la pena continuare.
Blood non è nel modo più assoluto un buon romanzo in stile Rice, sia per i contenuti sia per lo stile (certe parlate di strada in bocca a Lestat sapevano di comico), ma per il resto è di una qualità innegabile. Il fatto che non sia all'altezza delle aspettative non c'entra nulla con lo stile o con l'abilità dell'autrice, quanto nella scadente scelta della trama e di come il personaggio di Lestat viene gestito. Tutti si aspettavano di più, probabilmente, dopo tanti anni. Tutti speravano in una replica dei primi romanzi, invece credo che ci dovremmo abituare alle infiltrazioni della modernità nel nostro Principino. A questo punto è meglio se prendo Lestat (l'ultimo romanzo) al più presto, per capire se questo sospetto ha un fondamento. Nel frattempo mi sparo un po' di trash letterario per superare meglio questo trauma.
But I still love you, Anne. Forever and always.

4 agosto 2014

Alessia Gazzola
L'allieva

Serie Alice Allevi 1

Trama
TEA | pag. 384 | € 5,00
Alice Allevi è una giovane specializzanda in medicina legale. Ha ancora tanto da imparare e sa di essere un po' distratta, spesso sbadata. Ma di una cosa è sicura: ama il suo lavoro. Anche se l'istituto in cui lo svolge è un vero e proprio santuario delle umiliazioni. E anche se i suoi superiori non la ritengono tagliata per quel mestiere. Alice resiste a tutto, incoraggiata dall'affetto delle amiche, dalla carica vitale della sua coinquilina giapponese, Yukino, e dal rapporto di stima, spesso non ricambiata, che la lega a Claudio, suo collega e superiore (e forse qualcosa in più). Fino all'omicidio. Per un medico legale, un sopralluogo sulla scena del crimine è routine, un omicidio è parte del lavoro quotidiano. Ma non questa volta. Stavolta, quando Alice entra in quel lussuoso appartamento romano e vede il cadavere della ragazza disteso ai suoi piedi, la testa circondata da un'aureola di sangue, capisce che quello non sarà un caso come gli altri. Perché stavolta conosce la vittima.

Commento
Il momento delle ferie è sempre difficile per un lettore. Bisogna scegliere con cura cosa portarsi dietro, quali romanzi - che hanno fatto la muffa per anni - devono finalmente uscire dallo scaffale e quali servono per compensare le eventuali delusioni. Bisogna sempre abbondare e diversificare.
Per me, che spesso leggo su commissione o a scadenza, le vacanze sono sinonimo di libertà: libertà di scegliere cosa leggere, libertà di prendermi il mio tempo e libertà di godermi un romanzo senza il pensiero fisso di doverci fare un commento (a volte pesa, anche se non sembra).
Quest'anno ero partita con un progetto che si è perso per strada. La mia idea iniziale era di portarmi solamente l'ebook reader e niente - niente - cartacei. Era un'idea idiota, adesso me ne rendo conto, che infatti è durata pochi giorni. Oltre alla svalangata di ebook che mi ero preparata - di cui ne ho letti solo due e solamente uno mi è piaciuto - ho preso ben due romanzi che erano fermi nella mia libreria da un po' e una sola scelta dalla biblioteca comunale. Tutto sommato le mie scelte sono state vincenti.
In particolare quella della biblioteca, presa a caso e per sentito dire, è stata quella che ha avuto più successo proprio perché non conoscevo l'autrice né la serie.
Quindi immaginatevi me, spalmata sul lettino sotto l'ombrellone, con tre litri di potrezione 50, occhialoni da sole riflettenti e cornetto in mano. Cosa mai avrò potuto voler leggere, se non un medical thriller chick lit? Detto così sembra un genere tremendo - e forse lo è - ma per passare due giornate senza pensieri, sopportando una nipote che mi lanciava la sabbia e vicini d'ombrellone molesti, la Gazzola è stata perfetta.
L'allieva, ovvero Alice Allevi, mi ha conquistata alle prime pagine quando, per evitare la serata di gala, snocciola nella sua testa una serie di scuse tra le quali la mia preferita: ho la salmonellosi ed è finita la scorta di Imodium. Alice ha passione, dicono, per la medicina legale ma è pigra. E' l'ultima ruota del carro tra i specializzandi e subisce con filosofia i commenti cattivi dei colleghi e dei superiori. Goffa, insicura, timida, Alice sembra essere troppo passiva per fare la differenza anche se, a dirla tutta, riesce dove i suoi colleghi falliscono miseramente. Alice usa il cervello ma anche il cuore e, in una materia gelida come la medicia legale, riesce a cogliere sfumature che, con gli occhi cinici e calcolatori dei suoi colleghi, vanno perse.
Ironica e buffa, Alice fa tenerezza e riesce ad essere ridiola e dolce, brillante e insignificante, speciale e totalmente normale. Potrebbe essere una di noi, presa a caso dalla schiera di povere lavoratrici che subiscono l'arroganza dei superiori e la fame di successo dei colleghi, con quel tocco di magia che solo la letteratura riesce a donare a chi, di base, magico non lo è per niente.
Così Alice vive una love story degna di un film con il fascinoso e irrequieto giornalista Arthur e, in linea con il suo lavoro, segue (un po' morbosamente un po' grazie alla sua forza di volontà) il caso di un apparente suicidio.
Ho apprezzato che la Gazzola non si sia dilungata nei dettagli anatomici o tecnici, semplificando l'aspetto medico legale attraverso l'approccio non convenzionale di Alice, fatto di intuito e sentimenti più che di virtuosismi dell'anatomopatologia; anche perché - diciamocelo - come argomento da trattare il medical o si avvicina al thriller pesante (un po' CSI un po' Kay Scarpetta) altrimenti è meglio sdrammatizzarlo, mischiandolo selvaggiamente con altri generi in un crossover sregolato.
L'allieva è un esempio di come più generi si uniscano, più il risultato ha un brio e un'unicità che altrimenti non avrebbe mai avuto. E' un romanzo che ha la giusta dose di tecnicismi per rendere la storia realistica e un'iniezione di leggerezza - fatta in parti uguali di amore e di ironia - che lascia il sorriso sulle labbra.
Alcune hanno paragonato questa serie a quella di Stephanie Plum della Evanovich e devo dire che non hanno per niente torto: è un'ottima alternativa se seguite quella serie e state invecchiando tra un'uscita e l'altra. Da parte mia ho già messo in richiesta in biblioteca i due seguiti, in modo da scatenarmi durante le prossime vacanze.

31 luglio 2014

Diana Gabaldon
Lord John e una questione personale

Serie Lord John Grey 1
Titolo originale Lord John and the Private Matter

Trama
TEA | pag. 299 | € 9,50
Londra 1757. In una serena mattina di giugno, Lord John Grey, ufficiale al servizio di Sua Maestà, esce turbato dal Beefsteak Club di cui è membro. Ha appena scoperto che il futuro marito di sua cugina è probabilmente affetto dal «mal francese»; decide di approfondire la questione, ma i suoi sforzi per evitare uno scandalo che potrebbe distruggere il buon nome della sua famiglia vengono interrotti da un compito più urgente: la Corona lo incarica di indagare sul brutale omicidio di un altro ufficiale, sospettato di essere una spia al soldo dei francesi. Costretto a seguire due indagini in parallelo, il Maggiore Grey si trova invischiato in una rete di tradimenti e di malcostume che tocca ogni strato della società. Dalle molly houses per soli uomini della Londra notturna ai saloni della nobiltà, dalla strada macchiata dal sangue di un uomo assassinato al mare tempestoso solcato dai vascelli della Compagnia delle Indie, Lord Grey insegue le tracce di una misteriosa donna con un abito di velluto verde che potrebbe essere la chiave di tutto.

Commento
Quando uno scrittore è bravo, c'è poco da fare, ogni suo romanzo è un piacere.
Nel caso della Gabaldon questo è vero più che mai. Dopo tanti anni a scrivere romanzi storici è inevitabile che abbia sviluppato una certa disinvoltura, la capacità di far immedesimare il lettore nel periodo storico scelto e di farlo sentire tremendamente a proprio agio. Certo, la ricerca storica gioca un ruolo fondamentale, ma è lo stile, è ciò che rende speciale un autore a lasciare il segno.
Io adoro lo stile di Diana Gabaldon, a prescindere da quello che scrive. Potrebbe anche darsi alla saggistica ma sono sicura che il suo senso dell'umorismo secco, tagliente e brillante trasformerebbe qualsiasi cosa in una lettura appassionante. E il suo amore per i dettagli - mai noiosi - riesce a dare un tocco in più anche a scene o a personaggi che di speciale hanno poco.
Quando John Grey fa la sua comparsa nella serie Outlander quasi nessuno lo ha considerato importante o interessante. Con il passare dei romanzi si è preso sempre più spazio, ritagliandosi un ruolo all'interno della serie che si è legato a quello dei protagonisti trasformandosi, così, completamente agli occhi del lettore. John Grey è uno di quei personaggi che passano inosservati ma che hanno tantissimo da raccontare.
La Gabaldon questo l'ha capito benissimo e, infatti, non ha saputo contenere il racconto che stava scrivendo su di lui e si è trovata per le mani un romanzo. Anzi, una serie di romanzi.
Lord John e una questione personale è il primo libro e ha il fantastico compito di farci conoscere il nostro ufficiale. Prestissimo, già dalle prime pagine, John si toglie di dosso quell'aria rigida, freddina, un po' impacciata che gli è rimasta appiccicata da Outlander e, senza farsi pregare, dimostra di avere una mente molto sveglia, di essere brillante e intelligente, e di possedere un senso dell'umorismo tutto suo. Sorprendentemente sentimentale, Grey richiama alla memoria con un'onesta disarmante i suoi ricordi e i suoi sentimenti per...Jamie (sì, lui è lui!) e ci introduce nel delicato mondo dell'omosessualità nella Londra di metà '700. Senza sbandierare ai quattro venti il suo orientamento (anzi, usando cautela e una buona dose di buon senso), John sfrutta le sue esperienze passate, i suoi contatti e le sue capacità per risolvere ben due questioni. Una, la prima, è quella personale: il fidanzato della cugina sembra essere malato di sifilide ma ben presto John si rende conto che l'uomo non è solo un nobile ma un uomo con dei segreti pericolosi. La seconda è l'omicidio di un ufficiale, sospettato di essere una spia e John viene incaricato - suo malgrado - di indagare per scoprire se l'uomo era veramente un traditore e chi lo ha ucciso.
Apparentemente separati i due casi cominciano a intrecciarsi fino ad arrivare ad una risoluzione unica. Non mancano colpi di scena, indagini e intrighi a non finire, e una carrellata di personaggi che accompagnano Grey nelle sue indagini così diversi tra loro, così ben costruiti e particolari, da essere parte stessa della storia. Coerente al suo modo di scrivere, la Gabaldon riesce a rendere divertenti scene banali e interessanti sotto trame che normalmente un autore lascerebbe cadere durante la stesura. Ma lei, che è maestra dei collegamenti, dei dettagli nascosti e dell'usare la semplicità come soluzione unica di una storia, riesce a creare una struttura narrativa che sembra complessa e carica di dettagli ma che, durante la lettura, scorre velocissima, chiara e piacevole e non lascia mai all'oscuro il lettore, non lascia nessuna questione in sospeso e non teme di far vivere ai suoi protagonisti avventure e pericoli.
Al contrario della serie Outlander, quella di John Grey ha un'aria più frivola, meno drammatica, e tende a usare l'ironia come arma per combattere la noia e per portare avanti la storia. E' una versione leggera del classico romanzo della Gabaldon e ha un grosso pregio, per me: riesce a far rilassare e contemporaneamente appassionare il lettore. Coinvolge ma non pesa e non è mai invadente.
Sono così soddisfatta ed entusiasta di questo romanzo che non ci penserò due volte a comprare i due seguiti e tenermeli da parte per i momenti difficili (che, aimé, ci sono sempre).

21 luglio 2014

Valentina D'Urbano
Il rumore dei tuoi passi

Trama
Longanesi/TEA
pag. 320 | € 10,00 
In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato «la Fortezza», Beatrice e Alfredo sono per tutti «i gemelli». I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un’amicizia ruvida come l’intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un’amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent’anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.
E allora mi sono seduta per terra su quella polvere appiccicosa, ho appoggiato la fronte al muro e ho urlato. Ho urlato con quanta forza avevo in corpo, ho urlato fino quasi a strapparmi dalla gola le corde vocali, fino a sentire che mi laceravo dentro, e Alfredo si scomponeva dietro i miei occhi chiusi nello sforzo, aveva tredici anni e i capelli lunghi sulle spalle, nel aveva sette ed era imbrattato di sangue, e poi ne aveva venti e la sua faccia era blu ed era morto da un paio d'ore...e ritornava ancora a nove anni, mi faceva ciao con la manina e si allontanava ridendo, e io non avevo più la sua età, Alfredo bambino salutava i miei ventun anni da lontano, indistinto, terribile, straziante.
Commento
E' da circa un paio di anni che vedo questo romanzo sugli scaffali. Mesi che mi capita di cercarne la trama e segnarlo tra i titoli da leggere. E' stato un caso se l'ho letto, perché - conoscendomi - so bene che se non mi fosse apparso sotto gli occhi in biblioteca non lo avrei mai acquistato. Nemmeno la trama che si trova online (che sa vagamente di new adult) ha saputo convincermi.
Eppure un pomeriggio in biblioteca mi sono girata verso l'uscita e l'occhio mi è caduto sugli scaffali degli autori italiani, ed eccolo lì, di traverso con la copertina che mi fissava.
Adesso che l'ho finito mi viene quasi da dire che se lo stavo evitando forse una ragione c'era. Perché questo romanzo è cattivo. Cattivo da farti male, un male serio, che ti stordisce e ti risucchia tutto il buon umore e la felicità dell'atto di leggere, ti toglie il brivido della curiosità e ti rinchiude in un buco oscuro di incertezza prima e disperazione poi, un tunnel buio, sporco, umido, senza uscita e senza lieto fine.
Una cosa è da dire subito, prima che la trama e la copertina possano creare un'immagine distorta del romanzo: non siamo in ambiente frivolo da new adult, non siamo nella narrativa esistenziale vagamente stucchevole con protagonisti adolescenti, levatevi dalla testa l'idea romantica di una storia d'amore. I protagonisti saranno anche giovani, ma non hanno niente dei romanzi che vanno tanto di moda adesso e che, ora più che mai, assumono nella mia esperienza un ruolo puramente di evasione e di relax.
L'amore che la D'Urbano ha creato è un legame viscerale che supera ogni definizione, è un'estensione del proprio essere, un parte del corpo, dell'anima, un organo vitale importante quasi quanto il cuore. Ma l'amore non è sempre felice, non è sempre puro né spensierato perché capita che venga sporcato dalle circostanze, dalla vita, dalla sfortuna.
Leggere Il rumore dei tuoi passi è stata un'esperienza strana, contorta, perché più le parole mi facevano soffrire più leggevo veloce, più mi era difficile staccarmi dalla storia. E' stato come se anche io fossi un'abitante della Fortezza, senza scampo e senza futuro, con un unico motivo per andare avanti: chiudere questa storia e lasciarmela alle spalle il più velocemente possibile. Proprio come per Beatrice.
Bea, protagonista e voce narrante, entra in scena per sbatterci in faccia la conclusione - inevitabile - del racconto. E' la prima cosa che ci dice, la prima che ci vuole far sentire come se sconvolgere il lettore e chiarire l'aria che tira siano più importanti dell'introduzione. Ma non serve che l'autrice o Bea ci accompagnino nella storia perché è la storia che si impone, ruba l'aria, cancella ciò che ci circonda. E' un'ambientazione viva e forte, quella della Fortezza, non solo uno sfondo ma un giocatore decisivo che influenza in silenzio le scelte dei personaggi, i loro sogni e i loro errori. Così Bea non è una giovane donna, è una sopravvissuta della Fortezza, una creatura nata, cresciuta, plasmata da una realtà degradata e da una microsocietà che ti insegna a resistere a tutto, a sopravvivere a tutto, a credere solamente nel momento e mai nel futuro. Per questo Bea è così cinica, egoista, insensibile, una bambina che pretende di ottenere ciò che vuole, un'adolescente che schiaccia i desideri altrui per favorire i propri, una giovane donna che non si guarda indietro se non per dire addio. Bea può non piacere ma la sua forza è innegabile, le sue motivazioni salde.
D'altronde quando una parte di te, quella che pensavi di avere per sempre, si stacca un pezzettino alla volta è difficile evitare l'amarezza. Alfredo, il suo 'gemello', la sua estensione, il suo organo esterno, il suo amore, è ciò che la vita le ruba, ciò che le circostanze cambiano e poi rovinano. E' un cretino Alfredo, un ragazzino passivo e debole, bisognoso della solidità di Bea ma immune al buon senso. Povero Alfredo, così ingenuo e tenero e così egoista, cattivo, senza speranza. Alfredo è il lato oscuro dell'amore, quello che ti regala pochissime gioie - luminose, pure, potenti - ma tantissimi dolori e delusioni a non finire.
E' un romanzo molto duro, molto forte ma molto bello. Racconta una storia fin troppo reale e una versione dell'amore che normalmente non viene presa in considerazione. E' scritto benissimo, con una scelta lessicale adatta ai personaggi e alla loro estrazione sociale, ricco di scene semplici ma d'effetto, di dialoghi che scavano pian piano un buco nel cuore del lettore e che - a libro chiuso - ti rimane in circolo per giorni. Io ci ho messo almeno una settimana per uscire dallo stato d'animo distruttivo che il romanzo mi aveva lasciato e ho dovuto sforzarmi perché la tristezza non mi influenzasse nella vita quotidiana. Non mi capita spesso che una storia cambi il mio umore eppure la D'Urbano ci è riuscita. Se non avete lo stomaco giusto, il romanzo non fa per voi. Ma se non avete paura di uscire dal guscio sicuro dei meavigliosi mondi incantati allora buttatevi e preparatevi ad una caduta dolorosa.