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16 dicembre 2019

Adele Vieri Castellano
Il leone di Roma

Serie Roma Caput Mundi 4

Trama
Amazon Publishing
pag. 510 | € 9,99

Roma, 50 d.C. Massimo Valerio Messalla è nobile di nascita, colto per educazione e guerriero per scelta, ma la sua libertà sta per finire: il padre gli impone di sposarsi, per garantire una discendenza alla stirpe dei Valeri. Ottavia Lenate è una giovane inquieta e curiosa, appassionata di scienza e astronomia, che desidera la conoscenza, non un marito, specie non uno ruvido e affascinante come Messalla, l’uomo a cui scopre di essere destinata. Massimo e Ottavia si trovano così forzati in un’unione decisa da altri, finché il Fato non li porterà ad Alessandria d’Egitto. In quella terra arida, sterile come l’anima di Messalla e ricca di tesori nascosti come lo spirito di Ottavia, una terribile minaccia in arrivo dal passato metterà a rischio tutto ciò che Massimo, il Leone di Roma, ama e vuole proteggere.
Era stato la sua persecuzione, il suo salvatore, l'uomo destinato a diventare il compagno di vita. Il padre dei suoi figli. E adesso non era più niente.

Commento
Mi ricordo ancora quando Adele uscì con il primo romanzo della serie, ricordo l'entusiasmo e ricordo anche che mi era piaciuto da impazzire. Ok, era il mio periodo romance hard core, praticamente leggevo solo quello, ma anche se con gli anni ho ridimensionato drasticamente i romanzi d'amore letti in un anno non ho mai eliminato dalla mia libreria le copie di Adele, e sì che mi sono liberata di tantissimi libri, quindi qualcosa vorrà pur dire.
Il romanzo in questione mi è stato regalato da Adele durante un bel pranzo in centro a Milano, quando abbiamo riallacciato i fili di rapporti che si sono un po' persi per strada e la facilità con la quale siamo rientrate in sintonia mi ha lusingata davvero tanto. Ho tenuto il libro da parte perché non volevo rischiare di piegarmi alla costrizione del leggere e recensire subito, ormai quel ritmo e quello schema non mi appartengono più, e ora che sono qua a scrivere la recensione so di aver fatto bene.
La motivazione principale, che ho capito a posteriori, è che un romanzo - d'amore o meno - con una quantità tale di pagine e una presenza così massiccia di storia deve ricevere la giusta attenzione. Se avessi letto Il leone di Roma in tutta fretta non me lo sarei goduto, sarei passata sopra a tanti dettagli come un rullo compressore e non mi sarebbe rimasto in testa così come mi è successo adesso. Prenderlo con i suoi tempi, letto con calma e con la giusta attenzione è l'unico modo per godersi davvero questa storia.
Messalla è sempre stato uno di quei personaggi secondari troppo imponenti per starsene buoni in secondo piano, nei romanzi precedenti l'autrice ha saputo contenerlo solo perché Rufo era ancora più intenso di lui e aveva la priorità su tutto e tutti, essendo il protagonista. Una volta arrivato il suo turno, però, è come se Messalla avesse scalato la marcia e raffreddato i motori, si è ritirato nelle sue stanze e ci ha lasciate tutte fuori al gelo pronte ad elemosinare un briciolo di calore.
Quello che mi aspettavo da lui, non l'ho avuto. Il Messalla che pensavo di leggere nella sua storia non si vede da nessuna parte perché, al posto del giovane irrequieto, spericolato, selvatico, c'è un uomo che ha modellato la sua personalità a colpi di vita, una versione più dura, distaccata e razionale di sé, un uomo praticamente irraggiungibile sia per fama che per personalità. Se prima Messalla mi piaceva, in questo libro l'ho adorato proprio perché ho un debole per i protagonisti freddi e distanti, quelli che fanno penare la protagonista e che quando cedono - se cedono - regalano un'overdose di soddisfazione.
Messalla è un eroe di Roma. Spedito ad Alessandria per domare i bollenti spiriti, rimane per anni nella città e sviluppa verso di essa un amore particolare: non è Roma, non è casa, ma è dove è diventato libero, è dove è diventato l'uomo che è e non tornerebbe indietro per nulla al mondo. Solo i suoi doveri di figlio e di soldato di Roma lo riportano a casa, dove il padre lo pressa affinché si sposi e assicuri un erede alla sua famiglia. Messalla non è molto d'accordo sulla questione matrimonio e cerca di prendere la questione da un punto di vista logico per dare al padre un rifiuto che non potrà contestare. Le cose non vanno proprio come vuole e Massimo si ritrova a dover accettare un matrimonio con una ragazzina, una donna acerba che non lo attrae granché ma che trova almeno molto intelligente.
La ragazzina in questione è Ottavia ed è sì giovane e intelligente, ma è anche un esemplare rarissimo di donna che vuole emanciparsi, un esemplare raro per l'epoca. Anche a lei l'idea di matrimonio non attira, tanto più che passerebbe dal controllo del padre a quello del marito, ma il suo vero problema è che da sposata sarà costretta ad abbandonare le sue passioni, già segretamente e duramente conquistate sotto l'autorità del padre. Ottavia è una studiosa, ha una mente scientifica, è attratta dalla cultura e ne è ingorda, se fosse per lei leggerebbe tutto e imparerebbe tutto, ma ovviamente deve accontentarsi dei trattati sui quali riesce a mettere le mani, e sulle materie che riesce a studiare senza destare sospetti.
Massimo e Ottavia sono molto diversi, ma le loro strade continuano ad incrociarsi e a spingerli uno verso l'altra. Prima Massimo compra un trattato che era stato ordinato da Ottavia, dipingendolo così come un arrogante maleducato, e poi si incontrano ancora una volta quando Ottavia è in pericolo di vita e Massimo la salva. Massimo è incuriosito da Ottavia, ma è lei a cedere quasi subito all'attrazione. Come biasimarla, Massimo è bello, intelligente, eroico e non la tratta come se fosse una sciocca, l'ascolta e non la giudica. Per la giovane l'infatuazione è inevitabile, ma per Massimo è tutta un'altra storia. Fermo ancora al ricordo della sua giovane innamorata, Massimo non ha nessuna intenzione di lasciarsi andare all'amore, non ne sente il bisogno ed è contento così com'è. Eppure quando si rende conto che il matrimonio ci sarà e la sposa sarà Ottavia, capisce che cedere alle richieste del padre non sarà poi così dura. Le prime settimane da sposati sono un po' traballanti, lui si tiene a rispettosa distanza e Ottavia non capisce come muoversi attorno al marito, una volta consumato il matrimonio è come se a dividerli ci fosse un oceano. Poi Massimo parte per Alessandria e inevitabilmente i due rimangono separati per un lungo periodo: lui si concentra sullo scovare e sconfiggere il suo nemico giurato e un po' si dimentica di Ottavia, mentre lei rimane a Roma a prendersi cura del genero e a nutrire un sentimento che sa non essere ricambiato.
Il periodo di separazione, ovviamente, suscita nel mio cuoricino una sofferenza meravigliosa: i sentimenti non ricambiati, la solitudine di Ottavia e il suo struggimento per un uomo che è suo marito ma al tempo stesso un estraneo sono un dolore sottile abilmente modulato in modo da dare il massimo della pena con il minor spargimento di sangue possibile. Quando Ottavia parte per Alessandria non sa cosa e chi troverà: se Massimo sarà contento di vederla, se la rispedirà dritta a Roma, se lo troverà circondato da amanti, o se magari non  lo troverà affatto. Invece Massimo è più che presente: è all'erta, è attento e non può fare a meno di studiare la donna che ha di fronte. Ottavia non è più una ragazzina, ora si avvicina molto di più al suo ideale di donna ma, soprattutto, scopre che con lei può parlare sul serio, che hanno interessi in comune e che se si parlano riescono ad andare d'accordo e a superare la freddezza che aveva caratterizzato il loro matrimonio.
A questo punto la temperatura sale, nel senso che Massimo smette di scalare marce e parte a tavoletta, si concentra su Ottavia e decide che controllarsi è bene ma a volte non controllarsi è meglio e lo struggimento, l'angst e i patemi ormonali raggiungono un nuovo livello, con tanto di sublime ansia da finale che porca miseria ti fa stropicciare il libro perché se non se la cavano ti parte il neurone.
Beh, non so se si è capito, ma Il leone di Roma mi è piaciuto tanto. Al di là del fatto che ho ritrovato dei personaggi che già conoscevo e che qui si sono confermati essere veramente interessanti, ho conosciuto Ottavia, che è adorabile, intelligente, coraggiosa, e soprattutto ho visto germogliare l'abbozzo della storia di Raganhar e di Giulia (o almeno credo, non è mica detto). In più ho riscoperto il piacere di leggere un romance storico serio, corposo, che non si gioca tutto sulle solite scene di rotolamenti di letto ma che sfrutta al massimo l'attrazione di menti prima che di corpi. L'autrice, del resto, ha uno stile molto adulto, calcolato e in oltre 500 pagine si può permettere di sviscerare la narrazione in modo che ogni gesto e ogni decisione dei personaggi siano comprensibili e chiari al lettore. Di sicuro non è uno stile fast-food, ci vogliono un minimo di attenzione e di interesse per i dettagli legati al periodo storico, tanto per fare un esempio i termini per indicare l'abbigliamento o gli insulti  che non fanno parte del parlato attuale sono dei piccoli dossi ai quali ci si deve abituare, frenano un pochino lo slancio della lettura ma arricchiscono la narrazione e rafforzano la sensazione di essere immersi in quel periodo storico. Se Il leone di Roma è il vostro primo romanzo di Adele, spendete qualche ora in più nella lettura e favorite una lettura più lenta, poi una volta preso il ritmo si divora in un attimo.
Ho da poco scoperto che ai primi di Gennaio uscirà un altro titolo della serie e naturalmente sono già con il ditino pronto su compra con 1click.

22 gennaio 2015

Adele Vieri Castellano
Il canto del deserto

Trama
Leggereditore
ebook | € 4,99
1871. Sylvia, divenuta vedova dopo un disastroso matrimonio, arriva in Egitto con suo padre. Per lei è un sogno che si avvera. Finalmente vedrà i luoghi mitici che conosce solo attraverso le lettere di suo fratello Adam, che da anni collabora nelle sue spedizioni archeologiche con Lord Brokenwood, il suo amore negato dell’adolescenza, ora divenuto cieco a causa di un terribile incidente. Presto, la bellezza di Sylvia, così eterea da ricordare quella della regina Nefertiti, viene notata da Zayd Ambath, il figlio del rais. Ma lei ha altro per la testa: sta per partire per una spedizione nel deserto unica e irrinunciabile alla ricerca di quello che rimane del mitico esercito di Cambise. Solo non si aspetta che quel mare di sabbia nasconda una pericolosa minaccia, che può mettere a rischio la sua stessa vita. Toccherà a Lord Brokenwood accorrere in suo soccorso, ma l’uomo avrà bisogno di tutto il suo coraggio, e della forza dell’amore, per salvare Sylvia dalle spire del deserto.
Osservò il panorama sotto di loro e Sylvia avrebbe voluto chiedergli se vedeva con la memoria o con cuore. Aveva voglia di abbandonarsi contro di lui, respirarne l'odore, sentire sulle guance le asperità del suo volto, su cui un velo di barba era appena spuntata. Far scivolare le mani sotto la tunica per apprendere la geografia del suo corpo, confortarlo e dirgli che sarebbe stata i suoi occhi, per sempre.
Commento
La sera che ho finito di leggere Il canto del deserto mi sono svegliata alle 4.30 spaccate, in piena notte, e il mio cervello stava già scrivendo la recensione. Così, dal nulla. Invece di tornare a dormire ho elaborato la prima parte del mio commento, come se il mio cervello non potesse aspettare che mi svegliassi la mattina dopo. Non mi era mai successo prima e ammetto di essere rimasta un po' perplessa dalla mia reazione ma non dalla prepotenza del romanzo. Perché è questo, prepotente.
Prima di tutto permettetemi di aprire una parentesi, per farvi capire meglio il mio giudizio. Quando ero giovane, intorno ai 18 anni, e tutti i sogni di gloria infantili di diventare ballerina o veterinaria erano morti di morte violenta, mi ero avvicinata - per la prima volta in modo serio e adulto - alla scelta di diventare archeologa. Ero persino arrivata a scegliere l'ateneo, la specializzazione (cosa ve lo dico a fare, era egittologia!) e il piano di studi. Ma, si sa, la realtà è ben diversa dalle aspirazioni di avere un lavoro affascinante e ricco di cultura. Ora, che ho una laurea completamente diversa (e che comunque, in Italia, è riuscita a non servirmi a nulla) e che ho avuto l'occasione di conoscere ben due archeologi che fanno la fame peggio di me e sono più disillusi di me, mi limito ad assecondare la mia passione segreta per l'archeologia guardando documentari, visitando musei, e indulgendo nell'amore per le cose vecchie e polverose.
Ma, proprio perché per me l'archeologia poteva essere più di un vago interesse, tendevo sempre ad evitare di leggere romanzi che - appunto - romanzavano questo durissimo lavoro. Fino all'arrivo del nuovo romanzo di Adele Vieri Castellano.
Che io apprezzi Adele come persona e come scrittrice non mi impedisce di avere un'opinione su questo nuovo romanzo che ha oscillato pericolosamente durante tutta la lettura. Decidere per 4 foglioline è stata dura, è stato un compromesso dove hanno giocato un ruolo importantissimo la mia passione per l'archeologia e la comprensione che un autore non debba per forza scrivere sempre le stesse cose, nello stesso modo.
Se vi sembra che mi manchi l'entusiasmo, in effetti avete ragione. Mi manca l'entusiasmo che ho provato con Rufo e che ho ritrovato - anche se meno intenso - con il batavo biondo. Eppure Il canto del deserto è riuscito a trovare il modo di piacermi. Prepotente, appunto, perché insiste nel trovare il punto sensibile del lettore e, fino alla fine, non molla mai il colpo.
L'inizio del romanzo è bellissimo, fantastico, quasi magico. Unisce la tradizione del romance storico di stampo anglosassone - con ambientazioni verdi e umide, con conti e duchi, con dinastie e matrimoni di facciata - e poi si trasforma diventando rovente, esotico e prendendo tutte le sfumature del deserto. Il cambio mi ha talmente spiazzata, mi ha talmente colpita che mi sono lasciata trascinare, passiva e felice, dai personaggi che emergevano e da una trama che si è presa tutto il tempo che le serviva per uscire fuori.
A questo punto mi levo subito il pensiero di spiegare perché il mio voto è stato così difficoltoso.
Superato il primo blocco, che mi ha esaltata oltre ogni dire, ho cominciato ad arrancare incontrando blocchi che mi piacevano alternati a blocchi che - un po' - mi annoiavano. L'oscillazione di gradimento è stata una prova di forza e di costanza, non solo da parte mia ma anche da parte del romanzo stesso. Quella raccontata da Adele è una storia ricca, avventurosa, permeata di storia su due livelli (Egitto antico ed Egitto della seconda metà del 1800), dove si sovrappongo ben due storie d'amore - entrambe fantastiche - e dove si infila tra un oasi e l'altra anche qualche visione. 
Quello che mi ha messo in difficoltà è stato il tono da sussidiario che ha tolto ai miei occhi l'elemento base, quello distintivo, che rende lo stile di Adele Vieri Castellano così bello: la genuinità. Ho storto più volte il naso di fronte alle continue descrizioni - a volte forzate -, al continuo voler dipingere a toni vividi un'immagine quasi impossibile da ricreare attraverso i protagonisti principali che, al posto di essere guide silenziose, si trasformano in maestrini dal lessico altisonante e asettico. E' sicuramente giusto e necessario dare un minimo di informazione al lettore, ma è anche vero che questa deve fluire nella narrazione senza intoppare la lettura, senza pesare come un macigno.
Tuttavia mi rendo conto che con un romanzo del genere è inevitabile incappare nel tono didattico alla Alberto Angela perché è necessario alla storia: ricrea l'ambiente, i motivi, i sentimenti, serve a dare una complessità e una completezza la cui assenza, altrimenti, relegherebbe Il canto del deserto alla categoria romance storico all'acqua di rose. E possiamo dire molte cose della sciura Adele, ma non che è storicamente imprecisa.
Eppure, oltre lo strato di sabbia e spiegazioni, ho ritrovato quello stile sensoriale che tanto mi piace e ho potuto godere appieno della storia che viene raccontata, ed è questo che intendevo con prepotenza. Un romanzo che riesce a farsi strada nonostante a volte freni il lettore non può che essere forte, saldo, ben costruito e sicuro nei suoi contenuti. Superato l'effetto documentario - che può anche piacere moltissimo - non ho potuto fare a meno di godere della capacità di Adele di usare le parole come se fossero materiali: tutto diventa lussurioso, fisico, e ogni sua descrizione buca la pagina stuzzicando i sensi del lettore. La sabbia, il calore, i sapori e gli odori si mischiano e danno alla testa, ti avviluppano e ti costringono ad amare un luogo così fuori dalla nostra realtà, ricco di mistero e di storia, e ambientazione perfetta per una storia d'amore fuori dal comune.
Come mi è stato detto prima di iniziare la lettura, in Il canto del deserto c'è più romanticismo che passionalità. Vero, verissimo. L'amore qui è di testa, di sfioramenti, di odori e di sguardi. L'amore contrastato e chiuso dietro le convenzioni sociali, l'amore che si tiene nascosto e che ti accompagna negli alti e bassi. Ma, anche se la passionalità non si sfoga in lunghe e dettagliate scene d'amore, questa emerge comunque attraverso l'eroe ed è qui, in questo aspetto, che spunta fuori quello che mi piace tanto di questa scrittrice. I protagonisti sono fatti di carne e sangue, li puoi vedere come se fossero veri, li senti come se li avessi vicino e li vivi attraverso gli occhi dei personaggi.
Uno su tutti, naturalmente, Nicholas. Dotato dello stesso carisma dei personaggi maschili di Adele, è virile fino all'ultimo pelo del petto, è intelligente, è di classe ma non si fa problemi a sporcarsi le mani, a bruciarsi la pelle con il sole, a immergersi nella polvere e rischiare la vita per la sua passione. Nicholas è forse il personaggio più impastoiato di tutto il romanzo, quello che risente tantissimo dei limiti imposti dalla coerenza storica e dalla necessità di usare la sua bocca per divulgare e ricreare l'Egitto agli occhi del lettore. Quando lo leggi pensi che ti scioglieresti volentieri ai suoi piedi, che ti potrebbe portare in qualsiasi deserto dimenticato da Dio e rischiare la vita, basta che lo puoi annusare da lontano. Nicholas mantiene alto l'interesse, anche quando questo scema, e domina la storia senza il minimo sforzo, cieco o vedente che sia. Eppure sono Sylvia e Judith i due personaggi che più mi sono piaciuti: indipendenti senza essere fuori luogo, intelligenti e brillanti, mature, dirette. Lo stampo AVC è evidente e, nella loro insofferenza alla dominazione dell'uomo nella società, un po' mi hanno ricordato la mia adorata Livia e la selvaggia Ishold. 
Però, se devo essere sincera, la riuscita della coppia e della storia d'amore è sempre determinata da un insieme di cose e, in questo, la Castellano sa seguire alla perfezione lo schema del genere unendolo al suo stile così ricco ed evocativo.
E' inevitabile, quindi, dare un voto alto anche se alcuni aspetti non mi hanno sorriso. Un romanzo è diverso dagli altri, sempre, e ha cose diverse da dire e per questo è giusto saper dare il peso corretto dei lati positivi e di quelli negativi, andare oltre e cercare di apprezzare il suo contenuto che è, alla fine, ciò che rimane nella testa.
Lo consiglio? Sì, soprattutto a chi vuole un romanzo d'amore che sia veramente d'amore e che ricalchi il modello di quella narrativa di genere di alcuni anni fa, che non temeva di avere centinaia di pagine e pochissime scene di effusioni, e che vantava una base di tutto rispetto sulla quale costruire una storia spessa e appassionante. Si ritorna agli albori, in un certo senso, e di questi tempi è bene ricordare che un romance può essere più della solita storia d'amore, può essere tutto quello che vuole.

28 dicembre 2013

Adele Vieri Castellano
La legge del lupo e altri racconti

Trama
Spinnaker
ebook | € 2,99
E’ una sera tiepida delle calende di maggio del 146 a.C.: Roma ha appena raso al suolo Cartagine. Nei solchi incisi con l’aratro, là ove sorgeva la città, è stato sparso il sale dai legionari affinché nulla possa più ricrescervi. Gli eroi della terza guerra Punica calpestano di nuovo il suolo della Città Eterna, è là che gli eroi tornano ad essere uomini e Una donna di Roma realizzerà i suo sogni d’amore con uno di loro… Uomini coraggiosi, che lottano lungo i secoli fino all’epoca di Roberto il Guiscardo, per la terra promessa. Aprite gli occhi, siamo nel 1155: Livio Leoclaudus, Il Signore di Veneri, ha ottenuto ciò che ha sempre sognato. Un feudo e una donna che, dall’alto di una torre, lo osserva avvicinarsi. Lei è lassù sulle mura, è stata svenduta, privata dei suoi diritti. Scenderà dalle scale di pietra con il cuore di una guerriera e affronterà occhi virili, intensi, del colore del cielo… Un cielo che si riflette sulla superficie del lago di Como, nel 1816: una giovane donna in un Giardino Incantato sogna l’amore, ode il canto di un usignolo, incontra un misterioso personaggio… Hylas, colui che fece innamorare le Naiadi, un austriaco, un generale che ha vinto a Waterloo la sua battaglia ma che ora dovrà vincere l’amore di una fanciulla… Così come una vedova, una donna segnata dalla vita, nel 1896, andrà a combattere la sua battaglia da un uomo senza scrupoli, che le vorrebbe toglierle l’affetto del suo nipotino. Freddo come l’autunno che è alle porte, Guido Odescalchi, conte di Montecorvo, è una minaccia ma lei saprà spezzare la sua corazza, saprà piegarlo con la dolcezza e l’amore non si farà attendere, Nemmeno questa notte… e proprio durante una notte fredda di dicembre 2013 ecco echeggiare nella foresta di abeti un agghiacciante ululato. E’ La legge del Lupo che domina in queste montagne dell’antica Marsia, la legge di una misteriosa stirpe di muta-forma che custodisce i segreti di Gaia, il nostro pianeta. L’Arconte lascia il suo posto all’erede e Alessandro Bersechi sta per incontrare la sua compagna, la donna che avrà il potere di scatenare la selvaggia passione che è in lui...

Commento
***Spoiler***
Donna Castellano è malvagia inside.
Fa tanto la carina e simpatica, scrive di sgnoccoli da sturbo e romanzi super e poi BAM! ti spara la raccolta natalizia che ti illude e ti frega! Bad, bad Adele! Sei una scrittrice cattiva, ti odio!
Why, chiederete voi, ora sgridi un'autrice che ti piace?
Perché non può scrivermi un racconto con un lupo mannaro e non fargli combinare niente! Non può fermarsi sul più bello, quando lui rimane in boxer e tu sei lì che stringi l'e-reader e pensi gesùbambinobenedettooramuoro! Non può illudere in questo modo le proprie lettrici e non ci può sventolare sotto il naso un racconto del genere sapendo benissimo che ha un finale aperto.
Cattiveria pura!
Naturalmente, chi conosce la raccolta, avrà capito che sono partita dall'ultimo racconto, quello che dà anche il titolo La legge del lupo. Con un'ambientazione in linea con il periodo e perfetta per il soggetto, la sciura Adele riesce a ricreare una scena d'apertuta selvaggia, ricca di azione e di pericolo che suggerisce subito al lettore quali sono i protagonisti. Il lupo/uomo è l'eroe, moro, sgnoccolo e tatuato e pure di cultura - che non guasta; la protagonista è lontana dallo stereotipo della ragazza giovane e ingenua: ha passato brutti momenti nella sua vita ed è nella fase di recupero, una fase che la mette al posto giusto nel momento giusto. Non commento oltre, perché altrimenti racconto tutto. Dico solo che se non amplia il progetto mi avrà sulla coscienza per il resto della sua vita. Intiende Castellano?
Per quanto riguarda gli altri racconti sono tutti, più o meno, piacevoli e ben riusciti. Alcuni riescono a rievocare nel loro spazio ristretto personaggi ed epoche storiche, ambienti e costumi lontani, lasciando solo una grande voglia di saperne di più. Altri, invece, nonostante abbiano una solida base che permette di capire subito l'ambientazione e il contesto sono meno riusciti forse perché la loro natura necessita di uno sviluppo più ampio. Poco male, naturalmente, perché sapere già in partenza che sono tutti di breve durata permette di prepararsi psicologicamente - anche se viene la gastrite per il fastidio - all'inevitabile fine inaspettata e non voluta.
Tutto sommato non c'è granché che si possa commentare senza raccontare tutto, e non mi sento nemmeno di sperticarmi in lodi esagerate proprio perché non c'è sostanza sufficiente per lavorarci sopra. Non che con questo voglia dire che la raccolta è niente di che. E' piacevole, veloce e scorrevole con qualche momento speciale in puro stile Castellano. Tuttavia bisogna essere sinceri e prendere la raccolta per quello che è: un insieme di racconti ed è che è nella natura del racconto deludere il lettore. Poco spazio, poche parole, è inevitabile aspettarsi qualcosa che tarda ad arrivare e in men che non si dica il racconto è finito.
L'unico modo per non farsi venire un'ulcera e chiudere il file con il sorriso sulle labbra è pensare che la raccolta può servire per tenere a bada le crisi d'astinenza tra un romanzo della Castellano e l'altro. Una specie di assaggino - o contentino - prima dell'abbuffata vera.

6 novembre 2013

Adele Vieri Castellano
Il gioco dell'inganno

Trama
Leggereditore
pag. 480 | € 10,00
Venezia, 1796. Lorenza, la giovane figlia del barone Marianin, sa che la attende un matrimonio senza amore e vuole concedersi un’ultima giornata di libertà tra le calli invase dalla folla colorata e festante del Carnevale. Bellissima e spavalda, non sa che la frenesia e la confusione nascondono grandi pericoli per una ragazza sola e sta per essere vittima della violenza di due uomini mascherati. Ma in suo soccorso arriva la più fosca e sinistra delle maschere: la baùta. Chiunque si nasconda dietro quel volto di cartapesta, ha negli occhi e nella voce il fascino della notte che è insieme rifugio dei briganti e covo delle stelle. Aristocratico o spia, la baùta non vuole rivelare il suo nome, trincerandosi dietro la sua fermezza elegante e decisa. Lorenza sa che non riuscirà a dimenticarlo, senza immaginare che poco tempo la separa dall’incontrarlo di nuovo… L’uomo misterioso è un’ombra tra le ombre che si muovono nella fitta rete di inganni della politica veneziana, in cui Lorenza sarà presto coinvolta in un crescendo di rivelazioni fatali e infuocata passione.

Commento
Swiiisssssh...swishhhhhhhhhhhh.
Capito cos'è? No? Niente? Nessuna idea?
Swisssshhhhhhhhhh ciak!
Ma è la frusta di Jacopo Barbieri! *frusta chi non lo aveva capito*
Allora donna Adele, parliamone. Rufo, bello, romano, scuro e cattivello *è ammore*. Aquilato, biondo batavo tutto dorato e muscoloso *sbav*. Jacopo Barbieri sfregiato con la maschera e la frusta! *muore*
Seriamente. La prossima volta mi devi spiegare come ti escono questi uomini dalla testa, perché va bene crearli gnocchi - a quello son capaci tutte - ma pure con un cervello funzionante, una testa di tutto rispetto e un carattere fatto e finito come se fossero veri, questo me lo devi spiegare (tra una fetta di salame e l'altra). 
Poi, vabbé, che il trucido unto in copertina non rispecchi per niente il carisma di Jacopo e il suo ruolo all'interno del romanzo credo che lo abbiano capito tutte le persone che hanno letto il libro. Jacopo non ha bisogno di tendere la tartaruga per mandarci in crisi ormonale. Deve solo fissarci con il suo occhio scuro e attento e...beh...ci partono i neuroni. Anche perché, a me, tutto quell'unto fa venire voglia di tirare fuori la spugnetta e lo sgrassatore e ripulirlo per bene *che schifo*.
Ok, adesso basta con le scemenze, mi ricompongo e passo al commento serio.
Al contrario dei primi due romanzi, che ho letto e recensito subitissimo, con Il gioco dell'inganno ho fatto un esperimento. Ho provato ad aspettare qualche giorno prima di riprenderlo in mano per vedere se l'effetto e il ricordo fossero uguali a quelli iniziali. Anche se a caldo il verdetto è positivo, capita che le sensazioni date dalla storia si affievoliscano dopo poco tempo. Una specie di prova del nove, quindi, per capire se la sciura Castellano è una di quelle autrici che cambia la sua impronta quando cambia ambientazione, o se è riuscita - once again - a lasciare un segno tra le tante letture del genere.
Verdetto? Se i romani sono stati la sua fortuna, il veneziano è la sua conferma.
Con le dovute modifiche per adattare lo svolgimento della storia all'epoca dell'ambientazione, lo stile della Castellano resta quasi lo stesso, corposo e deciso, sensoriale ed evocativo. Mi piace come usa le parole per creare delle immagini precise nella testa del lettore, come riesce a far diventare importanti piccoli dettagli che normalmente vengono trascurati e che, con lei, sono determinanti nella descrizione di un personaggio. In Jacopo, per esempio, la prima immagine che mi si è formata nella mente è stata quella di una figura scura, imponente con il mantello che si muove a ritmo con il suo passo: "Il tabarro si sollevava ad ogni passo per poi ricadere sfiorando il selciato." Questo, per me, è più potente di qualsiasi bel viso e tartaruga scavata.
Tutto è vivido e dettagliato come un film, ma con l'aggiunta dell'intimità della lettura. E' il romanzo, quindi, che sfrutta questo effetto e non solo le scene romantiche e d'amore - ridotte e meno strappamutande rispetto ai romani; i personaggi escono fuori dalle pagine precisi e reali, da Jacopo e Lorenza fino allo stalliere e alla cameriera. Senza contare che Venezia non è solo un luogo, ma una componente importante del romanzo: è parte di Jacopo ed è sfondo della storia d'amore e delle vicende che si sviluppano durante la narrazione.
Senza dubbio la Castellano ha superato la mia prova forse più con Il gioco dell'inganno che con i due romanzi precedenti. Ha saputo dare maggior importanza e risalto alla struttura, alla forma, alla cura della parola, ed è riuscita a creare una connessione tra la pancia del lettore e lo scorrere delle scene. Ad un certo punto mi sono resa conto di non aspettare l'inevitabile scena d'amore perché tutto quello che leggevo mi appagava talmente tanto che non sentivo il bisogno della solita romanticheria da manuale. Precisa la struttura, sì, ma coinvolgente e ipnotizzante la storia, per cui il risultato finale è una lettura serratissima dalla prima all'ultima pagina.
A questo punto devo per forza spendere quelle 2 paroline sul protagonista. Io ho un debole per il maschio mascherato - da non confondere con Zorro, please. Se dietro la maschera c'è un uomo con una fisicità importante - se mi capite - e movenze marcate, e se poi da sotto il tabarro gli spunta una mano guantata e una frusta io sono fritta. Il non sapere chi si nasconde dietro la bauta, sentire la sua voce cavernosa, vedere lui attraverso Lorenza e viverlo senza essere influenzate dall'aspetto esteriore è un'esperienza viscerale. In quel momento non è solo Lorenza a provare il bisogno fisico di sollevare la maschera, ma anche chi legge sente lo stesso impulso. Il fascino potentissimo dell'anonimato stimola la fantasia della protagonista e della lettrice perché l'uomo mascherato potrebbe essere chiunque eppure in quel momento esatto è la persona di cui Lorenza ha bisogno e che risponde ai suoi desideri e alle sue necessità. Quella tra Lorenza e Jacopo è una connessione che va al di là dell'attrazione e che si evolve piano, con calma e l'evoluzione del loro amore è una vera - ma bellissima - sofferenza. Poi arriva il colpo di grazia, quello che fa stramazzare al suolo. Da bauta senz'anima, Barbieri scopre che tutto sommato l'anima ce l'ha ed è proprio Lorenza a grattare via quello strato di bugie che ha coperto il vero Jacopo: "Ho gettato via la larva. Verrò con questa faccia, dovrete accontentarvi dell'uomo vero e non dovete averne paura."
Ogni giro di pagina è una scoperta nuova sulla personalità di Barbieri, sulle sue motivazioni, sui suoi desideri e sui suoi sentimenti e la persona che esce è un uomo complesso, profondo e intenso, capace di forti impulsi, di grande passione e fedeltà, e semplice, in un certo senso, nel voler ritagliarsi qualcosa - e qualcuno - per sé. Jacopo è come un buco nero: è oscuro e potente, ed esercita un'attrazione che ha fatto gravitare la Mira-particella nel suo campo, inglobandola senza speranza di salvezza.
Mentre Rufo e Aquilato sono istinto puro, carne e sangue, Jacopo è più mentale, quasi un'esperienza spirituale. In più dalla sua bocca escono delle dichiarazioni d'amore così pure e struggenti che ti tramortiscono, mentre lui continua come se non avesse appena fatto piangere Lorenza, me, e tutte le comari che lo hanno letto. Bello sotto la maschera, bello dentro e bello fuori.
Con un personaggio maschile così potente, poche eroine possono uscire dalla sua ombra e affermarsi indipendenti. Lorenza ci riesce per buona parte del romanzo, tenendo testa alle convenzioni sociali dell'epoca, alle aspettative del padre e al matrimonio con quel burattino di uomo. Mi piace che non venga magicamente risparmiata e che sopravviva ad ogni episodio che le intralcia la strada verso la felicità. La rende meno impagliata, meno finta e più vicina ad una donna reale. Infatti, con quello che le capita, si capisce subito il suo attaccamento verso la bauta e poi verso Barbieri e si giustifica ampiamente la sua ossessione fisica ed emotiva. Purtroppo, però, appena cede ai sentimenti Lorenza perde autorità e si lascia trascinare dal carisma di Jacopo come una classica eroina di romance. Non la definirei mollacciona, questo no, però la sua forza e il suo carattere svaniscono un pochino di fronte all'ingombrante evoluzione del personaggio di Barbieri.
In ultimo - perché mi sto dilungando veramente troppo - devo elogiare la scelta della Castellano di intrecciare una storia di spie, di guerra e di politica che rivendica una buona parte della narrazione senza pestare i piedi a quella romantica e ai due protagonisti. L'avventura coesiste con l'amore in armonia, senza stufare e senza appesantire la lettura, e in alcuni casi diventa addirittura più intrigante della relazione tra Jacopo e Lorenza. Sarebbe ingiusto cercare di riassumere la trama perché non renderei giustizia non solo al romanzo ma anche al piacere di scoprire la storia durante la lettura. Mi limito a questo, quindi, per non rovinare la bellissima sorpresa a chi vorrà leggere la storia di Jacopo e di Lorenza.
Il gioco dell'inganno è un libro corposo, che non sono riuscita a divorare in poche ore come con Rufo e Aqui perché sentivo il bisogno di rallentare per cogliere tutte le sfumature della storia. Va letto con calma, con pazienza, con una scorta di post-it per segnare tutte le citazioni e le parti emozionanti e con la voglia di vivere un'avventura a tutto tondo e non solo una storia d'amore - per quello ci sono altri tipi di romance.

13 luglio 2013

Adele Vieri Castellano
Roma 39 D.C. Marco Quinto Rufo

Serie Roma Antica 0.5

Trama
Leggereditore
172 pag. | € 4,17
39 D.C., Città di Roma, Gaio Giulio Cesare Germanico, Caligola, imperatore. Il tribuno Marco Quinto Rufo in battaglia è come un lupo selvaggio e feroce. Il suo coraggio conquista subito Caligola, che vede in lui il guerriero che saprà proteggerlo. Gli occhi di ossidiana, i capelli corvini e la fiera prestanza di Marco conquistano invece Agrippina, sorella del divino Cesare, che presto lo avvolgerà nelle spire sensuali e insidiose del suo fascino. Ma non riuscirà a possedere il cuore del tribuno né a tenerlo all'oscuro della congiura che sta ordendo contro l'imperatore. Non c'è nulla che possa scalfire la lealtà di Marco. C'è solo una cosa davanti alla quale è inerme: il Fato. Una profonda inquietudine lo invade al pensiero di ciò che lo aspetta a Roma e non riesce a dimenticare il desiderio impetuoso che ha provato in sogno verso una donna dagli occhi verdi come le foreste germaniche. Lo stesso sogno che ha turbato la giovane Livia, che si prepara al matrimonio con il dolce Settimio Aulo Fiacco.

Commento
Se c'è ancora qualcuno che non conosce Rufo lo meno non ha più scuse. Per 4 miserissimi euro, quattro - Q U A T T R O E U R O - e spiccioli potete avere tra le manine un mini Rufo.
Mini del formato, massimo nel gusto.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: nessuno mi paga la mazzetta per parlare bene dei romanzi, tanto meno di quelli italiani. Adele non mi regala salami per spingere i suoi libri - però, se vuole donarmi un bel felino io apprezzo il gesto. Tutto quello che dico è meritato. O meglio, Rufo si merita la mia totale, incrollabile, imperitura devozione.
Se la prima volta, con Destino d'amore, l'ho letto d'un fiato e me ne sono fregata dei commenti degli altri, questa volta mi sono isolata dal mondo del web. Ho preso un pò di tempo, ho aspettato che le mie manine smettessero di fare le scintille quando lo prendevo in mano e solo allora mi sono decisa ad iniziarlo. Iniziato e letto con molta calma, con gusto, razionando le pagine per farlo durare di più.
Però finisce, e in fretta anche. Il mio cuoricino gli vuole dare 5 cuori, perché è amore, ma la mia testa dice di no, no perché il difetto più grosso è proprio il suo essere corto. Certo, nasce come prequel, come storia breve, però credo mi sia permesso di volere di più. Rufo non basta mai. Difetto meno grosso, ma pur sempre difetto, è Livia: all'inizio c'è e poi...più nulla. Sì, è un prequel su Rufo, lo dice anche il titolo, ma pensavo di trovare Livia quasi quanto lui e un pò mi dispiace, perché è un'eroina che ho apprezzato. Ovviamente l'ho pensato solo dopo un pò che avevo finito il libro, perché fino a quel momento la mia testa era completamente concentrata su Rufo.
Lo amo. Lo adoro. Ne voglio ancora. Rufo è una droga. Lo era nel primo romanzo, lo è anche adesso e io sono fregata. A meno che Adele non lo faccia ricomparire come personaggio secondario, mi devo mettere il cuore in pace e dirgli addio.
Grosso WARNING che io ho ricevuto prima di leggerlo: il prequel non è una storia d'amore. Tenetene conto perché se vi aspettate un collegamento sostenuto con Destino d'amore, nghe rimanete a bocca asciutta.
Bene, ora posso parlare della storia - dopo la solita manfrina su Rufo.
In 172 pagine la Castellano riesce a fare 3 cose: ricostruire gli eventi che hanno portato all'attentato alla vita di Caligola, scavare nelle viscere di Rufo e creare dal nulla Claudio Galbato e Valeria Fannia, l'unica coppia presente nel prequel e, quindi, l'unico momento di amore romantico.
Con il suo stile, la Castellano riesce a rievocare in poco spazio un'ambientazione particolare come Mogontiacum, intrecciando le fila della storia con i movimenti dei suoi personaggi. Agrippina, Caligola, Rufo stesso, tutti si muovono come se fossero accordati, tuttavia per scopi diversi: Agrippina, avida e manipolatrice, cerca di assecondare la sua ossessione di Rufo e usarlo nella sua personale sfida a Caligola. Questo, invece, emerge dalle pagine come un uomo fuori dal comune, potente nella sua follia, nei suoi estremi e legato a Rufo dall'istinto e dagli eventi; e poi c'è Rufo, che spalanca la sua anima al lettore, fancendoci scoprire il suo passato, la morte del padre, la sua forza in combattimento e il legame con quella terra che non vuole abbandonare e che preferisce a Roma. Rufo ne esce come un eroe di guerra, un eroe di un romanzo storico, un eroe che vive avventure, che combatte e sanguina e che vive e respira per i suoi ideali.
Il tocco di romanticismo ci è generosamente donato da Claudio Galbato, soldato romano, e dalla bellissima Valeria, ragazza di umili origini. In poco spazio Claudio esce dalla testa della Castellano del tutto formato - come Atena - descritto magnificamente con pochi aggettivi e poche frasi che lo priettano nel lettore come un'immagine in 3D.
Si ritrovano anche Aquilato, protagonista di Cuore Nemico, e Brinnone che compare sempre sullo sfondo con la sua pelata lucida.
Lo so che ho fatto una sviolinata su Rufo e che ho osannato i romanzi della Castellano, però questa volta voglio fare un'osservazione diversa dal solito: nonostante sia conosciuta come autrice di romance storico, accurato e con una dose massiccia di ricerca alle spalle - con Marco Quinto Rufo ha dimostrato di saper togliersi di dosso il retrogusto dolciastro del genere rosa, puntando su un personaggio unico - come Rufo - e costruendogli attorno una vicenda ripresa pari pari dai manuali di storia. E' evidente, quindi, che se si distacca dal genere non si perde e non pasticcia, ma riesce a mantenere lo stesso stile, lo stesso spirito e - cosa ancora più importante - rendere coinvolgente una storia ridotta dove il poco spazio viene speso per creare una vicenda che si vuole giostrare tra storia e Rufo.
Se questo è un primo tentativo di narrativa storica pura, credo che Adele sia sulla giusta strada. Anzi, quasi spero che prima o poi si butti in un romanzo di questo genere perché secondo me ha tutte le potenzialità per andare oltre allo schema - a volte strettino - del romance.
Ultima nota è la cover, bellissima. Leggereditore ha creato una copertina degna del suo protagonista, una di quelle che si fanno prepotentemente largo tra le tante.
In attesa di ritrovarlo nei prossimi romanzi...Rufo, Miraphora te salutat.

6 febbraio 2013

Adele Vieri Castellano
Roma 42 d.C. Cuore Nemico

Serie Roma Antica 2

Trama
Leggereditore
pag. 437 | € 10,00
Il legato Marco Quinto Rufo, uomo di estrema forza e coraggio, è di stanza a Mogontiacum, ultimo avamposto dell’Impero Romano in terra germanica; a lui il compito di asservire la tribù dei chatti. Dopo una drammatica battaglia, il suo amico e compagno fraterno, Quinto Decio Aquilato, riesce a fare prigionieri i due principi, Ishold e suo fratello Raganhar. Ora che i nemici sembrano essere domati, un pericolo ancora più insidioso incombe su Aquilato, qualcosa che lui non avrebbe mai pensato di affrontare…Inizia così un amore impossibile tra un guerriero valoroso e una donna forte e caparbia divisi dai confini degli uomini ma non da quelli del cuore. Dalle selvagge foreste germaniche ai fasti, ai palazzi, ai templi della Roma antica, una storia di passione, ribellione e tradimento che vi trascinerà in un turbine di emozioni e colpi di scena con indimenticabili protagonisti.
"Quinto Decio Aquilato. Si gustò in segreto quel nome e fu come succhiare un dito affondato nel miele."
Commento
Meno di 8 ore per finirlo. Iniziato alle 17, letto non stop fino a mezzanotte e ripreso per finire le ultime 30 pagine. Meno di otto miserissime ore e adesso mi tocca aspettare il prossimo.
Insomma, un po' me lo dovevo aspettare. Dopo Rufo - che ho adorato fino al deliquio - l'aspettativa e la speranza che il prossimo romanzo fosse alla sua altezza erano veramente esagerate. Di solito, quando il primo romanzo di una serie è così potente, il secondo subisce l'infelice destino del 'mi aspettavo di più'. Capita, cioè, quello strano meccanismo per cui nella nostra testa ci aspettiamo che il seguito sia sempre cento volte più bello del primo e che, quindi, non riusciamo ad apprezzare veramente la storia. Per Cuore Nemico, però, ho cercato di evitare il dramma incanalando le mie alte aspettative nell'ignoto: in che senso? Nel senso che ho riposto in Adele la mia fiducia incondizionata, sicura che - se ha saputo modellare un Rufo una volta - avrebbe creato un Aquilato altrettanto indimenticabile.
Eppporcamiseriac'hoavutoragione!
Prima di tutto devo parlare della copertina, DEVO. Già ero in fibrillazione per l'uscita del romanzo e vedere questa cover mi ha fatto esplodere il neurone buono! Mi è partito un embolo e ho cominciato a rimbalzare sulla sedia (del lavoro) neanche avessi una crisi epilettica! Non solo! La Leggereditore mi ha spedito un volantino promozionale che mi ha tramortita. Ho aperto la busta e mi sono trovata Aquilato in versione HD formato A4 e sono rimasta senza parole. Il Trauma, con la T maiuscola. Capita, è raro ma capita, che la copertina corrisponda perfettamente all'idea che mi sono fatta del personaggio. Il mio Aquilato personale è lo sgnoccolo della copertina.
Insomma, le premesse per questo romanzo erano delle più favorevoli, neanche ci fosse stata la congiunzione astrale perfetta o l'allineamento dei pianeti. Quindi ora posso, con tutto il caos che mi contraddistingue, fare il mio commento.
Cuore Nemico è diverso, in un certo senso, da Destino d'amore e allo stesso tempo così simile che non mi sono resa conto della differenza. E' stato come riprendere in mano il primo romanzo e scoprire che in realtà non era finito, ma che la narrazione continuava spostando il focus su altri protagonisti. Il continuum tra una storia e l'altra - a distanza di mesi - ha riacceso la scintilla che Rufo e Livia avevano acceso. Scoprire poi che l'autrice ha mantenuto la sua voce narrante e tutti gli elementi che mi hanno fatto apprezzare il suo stile mi ha soddisfatta quasi quanto la storia stessa. Lo stile di Adele, me lo ricordo bene, era più sensoriale che descrittivo: per quanto avvenente sia Aquilato, non è il suo essere bello ad essere analizzato, ma ogni singola parte del suo corpo, di ciò che lo rende Aquilato. Sono una grande estimatrice della descrizione carnale, passatemi il termine. Le vene sulle braccia, l'odore della pelle...questo è ciò che rende reale un personaggio ai miei occhi. Non il viso, non la bellezza...ma ogni parte che lo rende così com'è, presa da sola. E' come se, durante la lettura, Aquilato (e Rufo prima di lui) passasse sotto alla lente d'ingrandimento e tu potessi vederlo, vederlo sul serio, e apprezzare ogni peletto delle braccia, ogni cicatrice e ogni espressione, goccioline di sudore comprese. Lo stile, nel caso della Castellano, compie metà del miracolo.
Poi, ovviamente, arrivano i personaggi. Se nel caso di Destino d'amore era Rufo il personaggio dominante - sbavo - in Cuore Nemico c'è uno sbilanciamento di potere. Aquilato è sì magnetico, con una fortissima presenza, ma Ishold è l'elemento che dona forza, brio, che destabilizza l'equilibrio che si è formato alla fine di Destino d'amore.
Aquilato cammina su una linea retta: ha onore, è giusto, fermo, forte e coraggioso, è troppo perfetto. Troppo per poter mantenere quell'andatura. Infatti, proprio quando tutto sembra aver raggiunto il karma, ecco che si trova a rincorrere una vera e indomita selvaggia, uno spirito libero e indipendente. Di fronte alla forza di Ishold rimane completamente spiazzato, lei lo fa deragliare dalla sua linea retta e lo obbliga a prendere strade tortuose e ad accettare la sfida che lei rappresenta, a mettere in dubbio le sue scelte e i suoi desideri. Il vero potere di Ishold non sta nella bellezza, sporca e scarmigliata, sanguinante e sputacchiante riesce a colpire Aquilato dove conta, cioè nell'anima. Ishold mi è piaciuta tantissimo, è un personaggio forte senza essere rigido, coraggioso senza essere incosciente ma soprattutto subisce un cambiamento reale, credibile che la porta ad accettare Aquilato per la persona che è e non per il nemico che rappresenta. Il cambiamento di Ishold è umano e - onestamente - impossibile da evitare quanto è impossibile che Aquilato riprenda la stessa strada ritta e noiosa. La sua vita cambia in meglio e la differenza si sente in modo netto quando ogni azione che compie e ogni pensiero ruotano attorno a lei. Aquilato è molto romantico, anche, perché non si cura per niente della debolezza rappresentata dall'amore, ma si lascia trascinare con trasporto e desidera poter avere Ishold per la vita e non solo per una notte.
Un altro aspetto che ho apprezzato è lo stacco di ambientazione da Mogontiacum a Roma, che divide la storia d'amore in due parti ben distinte: la prima è concentrata sul contrasto 'ostaggio/nemico-rapitore', dove Aquilato è il carceriere che dimostra di essere più che altro un protettore, un amico; la seconda parte ambientata a Roma è quella che stabilisce il cambio di rotta nei sentimenti dei due protagonisti: Ishold smette di vedere Aquilato come un nemico romano e accetta la sua attrazione, la necessità che prova per lui - fisica e sentimentale - mentre Aquilato ammette di provare amore per lei e agisce di conseguenza. Le due ambientazioni non sono rigide nella divisione, ma lasciano un senso di connessione e sottointendono uno sviluppo ulteriore nel pezzo di transizione. Inoltre la storia non si svolge in una settimana, cosa che odio, ma in un arco temporale decisamente sufficiente a rendere la storia d'amore corposa e credibile.
Ultima nota riguardo a Ishold: adoro le sue sputate e i suoi intercalare da barbara! Mi ha fatto morire dal ridere! "Che Fenrir ti rosicchi il fegato, pervertito di un romano!" Muoio.
Anche per Cuore nemico i personaggi secondari sono di tutto rispetto: il mio preferito è Raganhar, il fratello di Ishold. Lo amo lo adoro voglio che il prossimo protagonista sia lui! E' selvaggio, passionale, esteticamente perfetto - per quanto mi riguarda - e caratterialmente moooolto interessante. E' protagonista - assieme a Messalla - del capitolo più aaaahggggah esplicito del romanzo, così erotico che ti lascia a bocca aperta. Raganhar ha un potenziale esplosivo! L'altro personaggio interessante è Messalla, anche se mi ha incuriosita ma non conquistata. Vedo il suo potenziale, immagino anche che diventerà un personaggio importante ma, per ora, non si innalza al ruolo di ipotetico eroe. Messalla deve maturare, non c'è dubbio, e sono disposta a vedere in che modo lo farà.
Devo ringraziare Adele GRAZIEGRAZIE per aver messo Rufo nella narrazione. Mi mancava e averlo tra le pagine mi ha reso veramente felice. Compare in poche scene, ma quando lo fa è il paradiso.
Cosa posso dire ancora? Avrò anche giocato sporco - ero praticamente convinta che mi sarebbe piaciuto prima di iniziarlo - ma nonostante questo il romanzo mi è piaciuto davvero tanto. La cosa curiosa è che è stata una lettura diversa: mi aspettavo/speravo una cosa e ne ho trovata un'altra che mi è piaciuta forse di più. La sorpresa, in certi casi, è gradita e Cuore nemico è stata una sicurezza con quel brivido da ignoto che rende sempre più appassionante e coinvolgente la lettura.
Non mi resta che sperare che il terzo volume possa vedere la luce. Tengo le dita incrociare e tifo per te Adele!

12 giugno 2012

Adele Vieri Castellano
Roma 40 d.C. Destino d'amore

Serie Roma Antica 1

Trama
Leggereditore
ebook | € 4,99
40 d.C., Città di Roma, Gaio Giulio Cesare Germanico, Caligola, Imperatore.Marco Quinto Rufo è l’uomo più potente di Roma, secondo solo all’imperatore, Livia Urgulanilla ha un passato da dimenticare. Lui è un uomo temprato dalla foresta germanica, bello e forte che non conosce paura né limiti. Lei è un’aristocratica raffinata e altezzosa il cui destino è già scritto. Ma il dio Fato decide altrimenti e quando Rufo la porta via con sé non immagina lontanamente le conseguenze del suo gesto. Roma non è la Provincia dove tutto, incluso rapire una donna, è concesso. E anche se Caligola in persona decide di concedergliela, possederne il cuore sarà la più ardua e temeraria delle sue imprese. E Livia saprà donare il cuore a un uomo spietato che non esita davanti a nulla, se non a quello che sente per lei? Il primo romanzo di una trilogia che vi porterà in uno dei periodi storici più affascinanti del nostro passato; una storia che vi catturerà fin dalle prime pagine e alla fine ne rimarrete conquistati.

Commento
Mi sono Rufizzata a tempo di record. E ora vi dico anche com'è andata.
Vie en Rose 2012, la Leggereditore annuncia l'uscita di un romanzo ambientato a Roma scritto da un'autrice italiana esordiente. Io, tra me e me, sbuffo e penso 'si, si, dite che ci piacerà, che l'eroe è un figo pazzesco...ma lo dite voi!'. Quest'ultima parte mi esce ad alta voce, senza cattiveria ma con un tono da 'le ho sentite tutte'. Dopo un po' mi indicano una delle partecipanti e mi dicono 'è lei Adele!' al che io rimango di cacca perché quella ragazza era poco distante da me mentre pronunciavo le infauste paroline.
A distanza di 3 mesi da quel pomeriggio ho avuto la mia meritata punizione: mi sono Rufizzata senza speranza e posso confermare che aveva ragione la Leggereditore. Mi è piaciuto e l'eroe è un figo pazzesco.
Adele, darling, lo sai che dal primo assaggino mi è presa la smania, quindi non ti sorprenderà se sono rimasta folgorata. Me lo sentivo, acciderboli.
Partendo dal presupposto che il mio appetito era stato stuzzicato avevo tutte le intenzioni di possedere Ruf...ehm il romanzo. Ormai mi era presa la fissa del romano. Perché? Semplice. Io sono una di quelle lettrici che se acchiappi subito non mi perdi fino alla fine del romanzo. Rufo, appena compare, ti tramortisce lasciandoti in uno stato di beatitudine da collisione con maschio alfa; non puoi fare molto a parte sbavare, leggere, volere più Rufo e finire il romanzo e dire 'NUOOOOO Rufo è finito!'.
La Castellano ha creato un vero eroe alfa, con tutti gli attributi giusti, con le parole e le azioni giuste, con l'aspetto giusto e - soprattutto - con una storia e una credibilità che iniziano e finiscono seguendo un filo logico. Non se ne spunta fuori da una pagina all'altra facendo cose fuori luogo, non si trasforma in qualcosa di non letto e non apprezzato ma mantiene il carattere che ha fino all'ultima riga.
E' un aspetto che gradisco soprattutto quando l'eroe maschile è così forte. Rufo è un romano tutto d'un pezzo, prodotto della società dell'epoca. Non c'è spazio per l'essere gentiluomo perché lui e quelli come lui non lo sono (santo cielo, la scena in cui si carica Livia sul cavallo...esultavo come una cretina!). L'autrice ha saputo creare un personaggio forte, affascinante che non stanca ma che migliora con il procedere della storia. Fisicamente è un figo spaziale, come quelli che piacciono a me: scuro, alto, con lo sguardo truce, imponente e autoritario...da sbavo senza ritengo. Entra in scena lui e partono i brividi.
La cosa curiosa, però, è che la Castellano ha deciso di puntare su una sensualità e su un fascino meno 'estetici', dando rilievo a degli aspetti di solito sottovalutati. Livia, la protagonista, all'inizio non si lascia ammaliare dal potere di Rufo, odiandolo anche un bel po', ma oltre a tutto questo viene colpita a livello sensoriale. L'odore di Rufo, la sua pelle, la voce, lo sguardo sono tutti elementi che vengono presentati in modo vivido, quasi tangibile. Il nostro legato è gnocco sì, ma gnocco ad un livello più viscerale e istintivo e non di semplice avvenenza. Rufo ha carisma e fascino perché è un composto ricco e vincente di diversi elementi. Che posso dire? Sembra il concentrato del maschio alfa. Dovrebbero venderlo in tubetti: Concentrato di Rufo, per insaporire le tue minestre. Andrebbe a ruba.
Contrapposta a un eroe così ingombrante c'è Livia, la nostra eroina un po' bambina e un po' donna, vittima della condizione della donna nell'antica Roma. Ha un carattere strano, perché fino a metà romanzo non sono riuscita a inquadrarla bene, un momento si comporta come una ragazzina spaventata (terrorizzata da Rufo, infelice e decisa a tornare alla sua vita), un momento dopo tira fuori gli artigli e dimostra di potere tenere testa a Rufo non solo a parole ma anche a fatti. Mi piace molto che usi le parole come arma: nessuno osa contraddire Rufo, perché ne hanno paura, lei è atterrita dal suo potere eppure si sfoga dicendogliene di ogni colore - bestione è il mio preferito! - come se le parole fossero il suo unico modo per stabilire una distanza che Rufo vuole cancellare.
Non voglio raccontare cosa succede, perché il bello del romanzo è nel vedere come i due si comportano tra di loro, con gli altri personaggi e come si presentano agli occhi del lettore. Sono estremamente onesti, perché agiscono in modo realistico - fare altrimenti sarebbe stato un errore madornale - come le reazioni di Rufo alle altre donne (aaaaahh come mi parte l'oromone vendicativo assetato di sangue!), come le reazioni di Livia a ciò che le succede.
Livia, a modo suo, si contrappone a Rufo nel modo perfetto perché mantiene la sua dolcezza e la sua innocenza, che avevano attratto Rufo all'inizio, graffiando quando deve. C'è un gioco di 'stuzzico e mi diverto' da parte di Rufo e di 'gonfio il pelo ma ti mangerei' da parte di Livia. Stuzzicanti e molto coinvolgenti i momenti che passano assieme perché sono pochi, sono curati e descritti senza bisogno di usare lingue e palpate per esprimere sensualità e passione.
Veramente piacevole lo stile di Adele, curato senza essere esagerato, preciso - con tanto di glossario dei nomi - con descrizioni 'tattili' che bucano la pagina. Il ritmo e le scelte narrative sono decisamente azzeccate: Rufo e Livia hanno spazio ma sono molto presenti anche come singoli e non solo come coppia. Interagiscono con ciò e con chi hanno intorno e questo rende la storia molto più ricca e stuzzicante di un classico romance. La Castellano è riuscita anche a incastonare una storia d'amore secondaria, meno travagliata ma comunque molto piacevole.
Insomma, direi che il voto pieno è più che meritato. Mi è piaciuto talmente tanto che vorrei leggerne ancora. Voglio ancora Rufo, voglio ancora Livia e - ho paura a dirlo - voglio pure Caligola. Voglio anche i batavi, ma questo è un altro discorso. Uno che, spero, la Castellano approfondirà in un futuro.
Rufizzatevi, è un ordine!