1 aprile 2014

Laura Wiess
Io che non vivo senza te

Titolo originale Me Since You

Trama
Newton & Compton
pag. 381 | € 9,90
Rowan Areno ha solo sedici anni, ma la vita l’ha già messa a dura prova. Solo pochi mesi fa era una normale ragazzina, che amava ridere e divertirsi con le amiche, poi suo padre – il suo forte, infallibile papà – si è suicidato, lasciando a lei e sua madre solo un mucchio di domande destinate a rimanere senza risposta. Sono passati alcuni mesi ormai da quel terribile giorno di maggio, ma Rowan non è ancora riuscita a fare davvero i conti con il trauma della perdita. Non capisce come suo padre abbia potuto scegliere di abbandonarla, come abbia potuto compiere un gesto così estremo. Rowan è a pezzi, ma proprio quando ormai ha perso la speranza, ritrova Eli, un ragazzo con cui aveva condiviso un’unica, magica serata prima che la sua vita andasse in rovina. Anche lui è stato ferito, anche lui ha perso qualcuno che amava. Rowan ed Eli insieme, tenendosi per mano, forse possono cercare di resistere, di rialzare la testa, di dare un senso al passato e lasciarselo alle spalle...
Ti ho mai detto cosa è stato davvero per me?Cos'è stato il lutto finora, col cuore in mano?No? Allora ci provo.E' la tempesta perfetta, papà, e colpisce come un'enorme palla da demolizione che compare dal nulla e sbatte dritta contro il cervello. Distrugge tutto.
Commento
Mi sento costretta ad iniziare il commento specificando che questo non è un romanzo New Adult romantico. Non c'è una storia d'amore portante, la trama non ruota attorno ad una relazione romantica. Non c'è un personaggio maschile da batticuore e non è presente lo schema romantico del genere. Mi sembra un'ingiustizia dover dare questa anticipazione, perché so che in molti non lo leggeranno per questo.
Il secondo warning è doveroso, però. Questo è un romanzo crudele, di quelli che ti fanno scoppiare a piangere in mezzo alla gente, non importa dove sei. E' uno di quei romanzi che ti scavano dentro, ti fanno paura, ti fanno venire voglia di prendere il telefono e chiamare i tuoi genitori e dire loro che li adori, li ami, che sono parte di te. E' un romanzo che fa salire le lacrime agli occhi anche quando lo hai finito - tipo adesso, per me - e dal quale non vuoi separarti anche se sai che non vorrai leggerlo mai più.
Quindi se i romanzi traumatici, che trattano di perdita, di lutto, di morte, non fanno per voi state lontani.
Ma io, ormai è noto, sono masochista. Non temo il dolore letterario, non temo le tragedie e non temo di rimanere agonizzante dopo una lettura difficile. Il mio voto è alto. E' alto e non credo ci sia bisogno di commentare perché, un argomento simile è troppo personale, si vive in modi troppo diversi per poter condividere un giudizio.
La Wiess prende tutto da lontano. Introduce una famiglia normale con mamma, papà e figlia adolescente. Ci mette dietro gli occhi di una sedicenne e di come viva le regole dei genitori, di come sia insofferente all'autorità paterna e di come non le importi delle motivazioni dietro i gesti, e di come sottovaluti l'affetto, la presenza stessa, l'esistenza dei genitori.
D'altronde a 16 anni tutto è dovuto, e Rowan non è diversa dalla me di 15 anni fa. Tutto in lei è coerente con la sua età, tutto - persino gli atteggiamenti più stupidi e le azioni più sconsiderate - sono realistiche. Rowan è una ragazzina e anche i suoi pensieri riflettono la sua immaturità.
All'improvviso tutto si ribalta. Il padre, un polizotto con grande esperienza e pluridecorato, interviene in un caso di tentato suicidio e non riesce ad evitare la tragedia. Corey si butta da un ponte con il suo bimbo di pochi mesi. La depressione lo aveva consumato e non c'era nulla che si potesse fare. Così Areno, il poliziotto sulla scena, e Eli, il ragazzo che ha chiamato la polizia, si trovano ad essere spettatori impotenti di una tragedia.
In genere le persone si soffermano sulle vittime o sui carnefici di un brutto evento. Su chi compie o subisce l'azione. E' difficile che qualcuno pensi a chi ha assistito, a chi deve convivere con quelle immagini e con il senso di colpa del 'potevo fare di più'. Ma una tragedia colpisce anche indirettamente in mille modi diversi e trova sempre il modo di lasciare il segno. Così la depressione, risultato dello PTSD, della malignità della gente e della pura e semplice sofferenza, entra nella famiglia Areno, divorando Nicky in silenzio, privandolo della voglia di vivere, della speranza, della fiducia. Finché non ce la fa più. Finché l'amore della sua famiglia non basta. E si suicida.
Io che non vivo senza di te. Te, Nicky Areno, papà, poliziotto, marito, cognato. La valanga che travolge Rowan, la voce narrante, è un buco nero che divora tutto. Spazza via il passato, allontana il futuro, cancella il presente. E tu, misero lettore, arranchi dietro a lei con le lacrime agli occhi, pregando che il tuo papà abbia ancora tanti anni davanti.
A questo punto l'autrice decide di focalizzarsi sull'elaborazione del lutto di Rowan, della mamma e di Eli. Tutti e tre reagiscono alla morte in modo diverso e tutti e tre rimangono isolati in una bolla senza tempo, dove solo il dolore è vivo e presente. Eli, il ragazzo testimone del suicidio, ha avuto una bella dose di sofferenza: il padre è morto in Iraq, è stato sradicato dalla sua casa e dalla sua città, vive un'altra esperienza traumatica con il suicidio di Corey e deve fare i conti anche con il suicidio del poliziotto che è stato così comprensivo con lui. Eli reagisce buttandosi anima e corpo sulla sua cagnolona malata e decide di coltivare un legame con Rowan, nonostante lo stop brutale della morte di Areno.
La mamma di Rowan si chiude in sé stessa, adotta gatti randagi perché deve salvarli, smette di lavorare, di cucinare, di lavarsi. Smette di esistere. L'attrito che si crea con Rowan le allontana ancora di più perché il loro modo di vivere l'assenza di Nicky è opposto.
Rowan, invece, è un insieme di rabbia e di insicurezza. E' arrabbiata con il padre perché ha mollato senza provarci, perché le ha abbandonate senza un biglietto e perché è venuto meno al suo ruolo di padre, privandola della solidità del suo amore. In più è insicura perché non sa se il padre è venuto nella sua stanza, prima di uscire di casa e spararsi, non sa se le ha detto addio, a modo suo.
Il lutto di Rowan è burrascoso, fatto di alti e bassi emotivi che bucano la pagina e mettono in discussione il rapporto padre-figlia e l'identità stessa della protagonista.
Forse per alleggerire il peso della trama, la Weiss ha voluto comunque dare un briciolo di apertura al futuro e alla speranza usando Eli come leva per risollevare Rowan. La loro relazione parte benissimo all'inizio, perché risponde alla normalità dello schema NA, poi si trasforma durante i mesi di lutto - durante i quali Eli sparisce anche dai pensieri di Rowan - fino a diventare una connessione tra sopravvissuti che si capiscono senza parole, che si cercano per conforto e per darsi forza. Il romanticismo è lieve, mai fine a sé stesso ed è l'opposto di un'attrazione adolescenziale. E' essenziale nella forma e nella presenza, lascia spazio al vero nucleo della storia e non pretende un ruolo portante quando sarebbe completamente impossibile ottenerlo.
Non potendo parlare di lieto fine posso solo accennare alla chiusura commovente che la Weiss ha scritto. L'addio nascosto nella tasca dell'uniforme è stato l'inizio di un crescendo di lacrime che si sono fermate solo quando Rowan scrive 'ti perdono' sotto la data della morte del padre.
Questo non è un romanzo che si legge con facilità, non è spensierato, non è leggero, non è frivolo. Vi farà male, malissimo, ma non riuscirete a staccarvene.

4 commenti:

Alice ha detto...

Bella recensione, molto sentita. Mi hai incuriosita. Ogni tanto un libro così ci vuole, quindi me lo metto in lista per il momento giusto. :)

Miraphora ha detto...

Grazie Alice.
In effetti un libro così va letto in un momento particolare...meglio non buttarsi a capofitto!

Silvia Leggiamo ha detto...

Ammetto che ogni tanto mi piace farmi male. Lo inserisco nel kit della lettrice autolesionista!

Miraphora ha detto...

Mi piacerebbe sapere quali sono gli altri titoli che tieni nel kit! X°D