8 dicembre 2014

Rosa Liksom
Scompartimento n.6

Titolo originale Hytti nro 6

Trama
Iperborea
pag. 235 | € 15,00
Mosca, anni ’80, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, in Mongolia, due estranei si trovano a condividere lo stesso scompartimento: una timida e taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall’inesauribile sete di vodka. Nell’intimità forzata del piccolo spazio chiuso la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma con l’irriducibile passione per la vita di chi si aggrappa agli istinti bruti per non cedere al vuoto che lo circonda. Vede il fallimento del sogno sovietico, la deriva della grande madre Russia, ma non può che difenderla con la disperazione di un amore deluso. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita, uno studente che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l’hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande senza risposta nella terra che l’ha sedotta. È l’anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nei villaggi divorati dal degrado e dalla taiga innevata, nelle città chiuse dei deportati e degli scienziati, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo. Con un realismo crudo che trasuda poesia, Rosa Liksom racconta l’incontro tra due destini, tra l’universo maschile e femminile, ma soprattutto il viaggio attraverso la fine di un impero che sembra sciogliersi in fanghiglia ai primi segni del disgelo, nel cuore di un popolo disilluso e fiero, rude e sentimentale, rassegnato e ribelle, che vive nella perenne nostalgia del passato e del futuro, nell’eterno sogno cechoviano “A Mosca! A Mosca!”.
Lo sai perché l'uomo vive più a lungo della maggior parte degli animali? Perché gli animali si affidano all'istinto e non sbagliano mai. Noi umani, invece, ci affidiamo alla ragione e facciamo un errore via l'altro. Metà della nostra vita la passiamo a fare cazzate, il resto a capire perché e a cercare di rimediare il rimediabile. E' per questo bel circo che abbiamo bisogno di tutti quegli anni di vita.
Commento
E' in momenti come questo che mi rendo conto di non essere una persona di grande cultura.
Non c'è modo di girarci attorno, non c'è metafora che regga. Essere una bookblogger non è indice di preparazione, di cultura, di ricchezza intesa come profondità e di proprietà di linguaggio, di conoscenza della storia, della vita, del mondo.
E' in momenti come questo che un po' mi vergogno di far finta di scrivere una recensione. Perché, parliamoci chiaro, non è da tutti saper dare la giusta luce a Scompartimento n.6, semplicemente mi sono resa conto che per recensire un romanzo come questo ci vuole molto più della banale conoscenza del lessico. Ci vuole spessore e io, lo ammetto, non ne ho.
L'imbarazzo è esploso cattivissimo quando ho letto l'ultima parola del bellissimo saggio finale di Delfina Sessa che ha illuminato a giorno l'oscurità nella quale ho arrancato per quasi tutto il romanzo. Grazie a quelle poche pagine ho potuto trovare le parole per esprimere un pensiero che non sapevo come rendere reale ma che è cresciuto con ogni pagina, lasciandomi alla fine satura, completamente appagata ma, al tempo stesso, incapace di esprimere ciò che mi gira in testa.
Non posso eguagliare un'analisi così bella, sciolta, profonda e accurata ma posso - umilmente - cercare di ricreare la sensazione che Rosa Liksom mi ha passato dalle pagine, come il gelo siberiano che penetra e congela ogni cosa.
E' il 1986 a Mosca e la ragazza - protagonista senza nome e voce narrante - sale sul treno che la porterà ai confini del mondo. Non è un treno qualsiasi, è la Transiberiana, un mostro di acciaio gorgogliante, pachidermico, una capsula che attraversa spazio e tempo e che porta da Mosca a Vladivostok, dall'Europa all'Asia.
Nel XXI secolo pensare ad un viaggio su questo treno evoca immagini romantiche e avventurose di carrozze foderate di velluto, di vagoni ristorante che servono pranzi di alta cucina, di passeggeri ricchi, puliti, felici. Ma negli anni '80, un periodo che per l'Unione Sovietica è stato un passaggio generazionale e ideologico, viaggiare su quel treno era tutt'altro che un'avventura da turista.
La ragazza intraprende questo viaggio per commemorare un amico perso, un passato che ormai se n'è andato, una felicità che è svanita e che probabilmente non proverà mai più. Scappa da Mosca sola e sola arriverà alla sua ultima stazione, Ulan Bator, ma durante il viaggio sarà sempre in compagnia.
Silenziosa, minuta, impaurita, la ragazza finlandese è come un'aliena per il russo Vadim Nikolaevic Ivanov, metalmeccanico e operaio edile. Un blocco di muscoli, lineamenti rozzi, grossolani, la perenne bottiglia di vodka vicino e una malinconica tendenza al racconto, Vadim è l'opposto estremo della ragazza.
E così siamo in due. E dritti ci portano i binari luccicanti nel frigorifero di Dio.
Misogino e violento, ossessionato dal sesso un attimo, paterno, amichevole ed estremamente generoso quello dopo, Vadim è per tutta la durata del romanzo una costante nell'esperienza della ragazza. Dapprima per lui prova disgusto, una paura che la fa fuggire e che la rinchiude in un silenzio scostante, poi con il macinare dei chilometri, ad ogni fermata del treno, scopre in lui lati inaspettati, che lo trasformano magicamente da operaio sudato e ubriaco a narratore capace di appassionare nonostante gli errori storici. Dal voler rimanere sola al cercare la sua compagnia, la ragazza scopre che non sempre la solitudine è la scelta migliore e che a volte appoggiarsi a chi respira e sanguina il suo paese può essere un'esperienza liberatoria.
Lo stesso percorso viene vissuto dal lettore, che si ritrova ad aspettare il ritorno del burbero Vadim e a vederlo come un improbabile salvatore, un amico che agisce come chiave di volta e aiuta a interpretare l'incomprensibile mentalità russa tra una tracannata di samogon e una sferzata di volgare - ma ironica - filosofia proletaria.
Nonostante spesso abbia accusato la mancanza di una migliore conoscenza della storia sovietica, la Liksom non fa pesare al lettore qualsiasi grado di ignoranza possieda, poiché non vuole raccontare la Storia, ma quella storia, il viaggio di riscoperta della ragazza e di cambiamento di Vadim. Non c'è arroganza, non c'è ricercatezza fine a se stessa, non c'è quel muro che impedisce al lettore di lasciarsi trasportare dalla storia liberamente, senza pesi.
Per questo, anche se mi sarebbe piaciuto poter comprendere a fondo certe sfumature, posso dire di aver sentito questo racconto, di aver apprezzato lo stile, la storia, i personaggi, tutto e in tutti i punti, e che non c'è niente di meglio di farsi fulminare da un romanzo e buttarsi senza paura, anche se è lontano da quello che si legge di solito.

2 commenti:

Alice ha detto...

Mira, bella e sentita recensione. Ho voglia di un po' di spessore anch'io. Lo prendo. Grazie.

Miraphora ha detto...

@Alice
Grazie cara. Secondo me ti piacerà. E' una di quelle storie che dice qualcosa ad ogni persona. A me serviva proprio, spero non ti deluderà ^_^